Ben più vario l'inferno veduto dal monaco Alberico in principio del XII

secolo, quand'era ancora fanciullo. In una valle spaventosa molte anime

stavano immerse nel ghiaccio, alcune sino alla caviglia, o sino al

ginocchio solamente, altre sino al petto, altre sino al capo. Sorgeva

più oltre un terribile bosco, formato di alberi alti sessanta braccia,

e irti di spine, da' cui rami aguzzi e taglienti pendevano per le

mammelle quelle triste donne che ricusarono di nutrire del loro latte i

bambini orfani di madre; due serpi suggevano a ciascuna il mal ricusato

seno. Per una scala di ferro rovente, alta trecentosessantacinque

cubiti, salivano e scendevano coloro che nelle domeniche e nelle

feste dei santi non seppero astenersi dalla copula, e quando l'uno,

quando l'altro di essi precipitava in una gran caldaja piena d'olio,

di pece e di resina, che bolliva da basso. In terribili fiamme, simili

a quelle di una fornace, erano puniti i tiranni; in un lago di fuoco

gli omicidi; in uno smisurato tegame, pieno di bronzo, di stagno, di

piombo in fusione, mescolati con zolfo e con resina, i parrocchiani

poco zelanti che tollerarono le scostumatezze dei loro parroci. Si

spalancava più oltre, simile ad un pozzo, la bocca del più profondo

baratro infernale, pieno di tenebre orrende, di fetore e di strida.

Ivi presso era legato con una catena di ferro un serpente smisurato,

dinanzi a cui stava, sospesa in aria, una moltitudine di anime; ed ogni

volta che traeva a sè il fiato, il serpente ingozzava di quelle anime,

non altrimenti che se fossero mosche, e quando emetteva il fiato, le

vomitava accese a guisa di faville. I sacrileghi bollivano in un lago

di metallo liquefatto, le cui onde si agitavano crepitando; in un altro

lago, formato d'acqua sulfurea, pieno di serpenti e di scorpioni,

annegavano in perpetuo i traditori e i falsi testimoni. I ladri e i

rapinatori erano legati con gran catene di ferro arroventate, e loro

pendevano dal collo gravi pesi, similmente di ferro.

Ma di quante descrizioni dell'inferno ci tramandò il medio evo, la

più terribile, quella in cui più grandeggia la poesia dell'orrore,

e in cui è maggior dispendio di fantasia inventiva, è la descrizione

che si legge nella Visione di Tundalo, ricordata più sopra. Sfuggita

dalle mani d'infiniti demoni, l'anima di Tundalo, guidata da un

angelo luminoso, giunse, attraverso fittissime tenebre, in una orribil

valle, piena di carboni ardenti, e coperchiata da un cielo di ferro

arroventato dello spessor di sei cubiti. Su quell'immane coperchio

piovono senza intermissione le anime degli omicidi, e quivi, penetrate

dallo spaventoso calore, si struggono come il lardo nella padella, e

liquefatte, colano attraverso il metallo, come fa la cera attraverso

il panno, e sgocciolano sui carboni sottostanti, dove tornano nel

primo stato, rinnovate all'eterno tormento. Più oltre è una montagna

di meravigliosa grandezza, piena d'orrore in vasta solitudine. Vi si

accede per un angusto sentiero, che dall'una parte ha fuoco putrido,

sulfureo e tenebroso, e dall'altra grandine e neve. Il monte è pieno

di demonii, armati di roncigli e di tridenti, i quali demonii assalgon

le anime degli insidiatori e dei perfidi che si mettono per quel

sentiero, e le travolgono giù, e con perpetua vicenda le scaraventano

dal fuoco nel ghiaccio e dal ghiaccio nel fuoco. Ecco un'altra valle,

tanto cupa e tenebrosa che non se ne vede il fondo. L'aria vi mugghia

pel rombo di un fiume sulfureo che corre laggiù, e per l'incessante

ululo dei dannati, mentre la ingombra un fumo d'incomportabil fetore.

Unisce le opposte pareti di quella voragine un ponte lungo mille

passi, largo non più di un piede, e impervio ai superbi, che da esso

precipitano nei tormenti senza fine. Dopo lungo e malagevol cammino,

si scopre all'anima esterrefatta una bestia, più grande che le più

grandi montagne, e piena in vista d'intollerabile orrore. Gli occhi

suoi pajono due colline ardenti, e la bocca è così smisurata che

vi potrebbero capire novemila uomini armati. Due giganti tengono, a

guisa di colonne immani, spalancata quella bocca, d'onde erompe un

inestinguibile incendio. Sollecitate e sforzate da un esercito di

demonii, le anime degli avari si precipitano contro le fiamme, entrano

nella bocca, e dalla bocca sono travolte nel ventre del mostro, d'onde

si sprigiona l'urlo di miriadi di tormentati. Vien poscia uno stagno,

grandissimo e procelloso, pieno di bestie muggenti e terribili,

attraversato da un ponte lungo due miglia, largo un palmo, irto di

acutissimi chiodi. Le bestie si raccolgono lungo il ponte, sbuffando

vampe di fuoco, e inghiottono le anime tutte che ne cadono, le quali

sono di ladri e di rapinatori. Da un edificio smisurato, rotondo,

e simile a un forno, guizzano fiamme che a mille passi di distanza

mordono e brucian le anime. Davanti alle porte, in mezzo all'incendio,

stanno carnefici diabolici, muniti di coltelli, di falci, di trivelle,

di scuri, di zappe, di vanghe, e d'altri strumenti, coi quali scojano,

decapitano, forano, squartano, frastagliano, per poi darle al fuoco,

le anime dei golosi. Più là siede sopra uno stagno gelato una bestia

disforme da tutte l'altre, la quale ha due piedi, due ali, lunghissimo

collo, e un rostro di ferro che erutta fiamme inestinguibili. Questa

bestia divora quante anime le vengono a tiro, e le digerisce, e

digerite che l'ha, come si fa del cibo le espelle. La poltiglia delle

anime cade sullo stagno gelato, dove ciascun'anima si rintegra, e

rintegrata, subito ingravida, sia femmina o maschio. La gravidanza

segue il naturale suo corso, e durante quel tempo le anime stanno sul

ghiaccio, e si sentono lacerare le viscere dalla prole concetta. Venuto

il termine partoriscono, così gli uomini come le donne, e partoriscono

bestie mostruose, che hanno capi di ferro rovente, e rostri acutissimi,

e code irte di uncini. Tali bestie escono da qualsivoglia parte del

corpo, e nell'uscire stracciano e si traggono dietro le carni e le

viscere, graffiando, azzannando, ruggendo; e questa è la pena dei

lussuriosi, e più specialmente di coloro che, entrati al servigio di

Dio, non seppero signoreggiare la carne. In altra più remota valle

son molte fucine, e innumerevoli demonii in figura di fabbri ferrai,

i quali afferrano le anime con tenaglie ardenti, e le gettano sulla

bragia perpetuamente avvivata dal soffio dei mantici; poi, quando

quelle son fatte roventi e malleabili, con gran forconi di ferro

le traggon dal fuoco, e ammassatene insieme venti o trenta, o anche

cento, gettano quella massa ignea sopra le incudini, e con i magli

la percuotono a gara, e così martellata e compressa la scaglian per

l'aria ad altri non meno terribili fabbri, che riafferratala con le

ferree tenaglie ricominciano il giuoco. Lo stesso Tundalo è sottoposto

al supplizio, il quale è preparato a coloro che cumulano peccato sopra

peccato. Sostenuta la formidabile prova, l'anima perviene alla bocca

dell'ultima e più profonda voragine infernale, simile in figura ad una

cisterna quadrangolare, d'onde esala un'altissima colonna di fuoco e di

fumo. Un'infinita moltitudine di anime e innumerevoli demonii salgono

dentro quella colonna a guisa di faville, poi ricadon nel baratro.

Ivi, nella più remota e spaventosa profondità dell'abisso, stassi il

principe delle tenebre, steso e legato sopra una enorme graticola di

ferro, e assiepato di demonii, che attizzano sotto a quella, e avvivano

coi mantici, i carboni crepitanti. Esso è di smisurata grandezza,

negro come le penne del corvo, e mille mani, armate di ferrei artigli,

agita nelle tenebre, e divincola una lunghissima coda, tutta aspra di

dardi acutissimi. Freme e si torce l'orribile mostro, e furiando di

dolore e di rabbia, avventa quelle mille sue mani per l'aria tenebrosa,

tutta impregnata di anime, e quante ne coglie tante si spreme

nell'arsa bocca, come dì un grappolo d'uva fa il villano assetato;

poi, sospirando, le soffia fuori e le sparpaglia, e quando riprende

il fiato, tutte a sè le ritrae novamente. Così sono puniti coloro che

non isperarono nella misericordia di Dio, o in Dio non credettero, e

così pure gli altri peccatori tutti, i quali, sostenuti alcun tempo

gli altri tormenti, sono da ultimo assoggettati a quello, supremo ed

eterno.

Altri descrisse l'inferno più propriamente simile a un'immensa e

orrenda cucina, e a uno spaventoso tinello, dove i diavoli fanno da

cuochi e da banchettanti, e le vivande sono di anime di dannati, in

varii modi preparate ed acconce. Il già ricordato Giacomino da Verona

dice che il cuoco Belzebù, mette l'anima ad arrostire _com'un bel porco

al fogo_, la condisce con una salsa fatta di acqua, sale, fuliggine,

vino, fiele, aceto forte, e uno schizzo di veleno buono, e così

appetitosamente concia, la fa servire in tavola al re dell'inferno, il

quale, assaggiatala, tosto la rimanda indietro, non parendogli cotta

abbastanza. Un trovero francese dei tempi di Giacomino, Radulfo di

Houdan, descrive in certo suo poemetto intitolato _Le songe d'enfer_,

un gran banchetto infernale, cui gli fu dato di assistere, un giorno

che il re Belzebù teneva corte bandita e generale concilio. Appena

entrato in inferno, egli vide una gran moltitudine affaccendata in

apparecchiar le tavole. Entrava chi voleva, e non si rimandava indietro

nessuno. Vescovi, abati e chierici lo salutarono caramente; Pilato e

Belzebù gli diedero il benvenuto; e, giunta l'ora, tutti sedettero

a mensa. Più pomposo banchetto, e più rari cibi non vide mai corte

di re. Le tovaglie erano fatte di pelli di usurai, e i tovaglioli di

pelli di vecchie bagasce: serviti e inframmessi non lasciavan nulla a

desiderare: usurai grassi lardellati, ladri e assassini in guazzetto,

baldracche in salsa verde, eretici allo spiedo, lingue fritte di

avvocati, e più manicaretti d'ipocriti, di frati, di monache, di

sodomiti, e d'altro buon selvaggiume. Il vino mancava; chi aveva sete

beveva spremitura di villanie.

I diavoli avevano officio di aguzzini e di carnefici. Ad essi toccava,

come si è veduto, arrostire, lessare, scorticare, squartare le

anime. Tale officio aveva le sue suddivisioni e i suoi gradi; e come

i tormentati erano distribuiti per le regioni infernali secondo il

peccato loro chiedeva, così erano distribuiti i tormentatori, secondo

chiedeva il castigo alle speciali loro cure affidato; e come ciascuna

colpa aveva proprii diavoli instigatori, così aveva proprii diavoli

punitori. Ma i punitori, mentre attendevano a quell'ufficio, sentivano

essi il castigo meritato dalla malvagità loro? erano essi straziati nel

tempo stesso che straziavano?

Intorno a ciò sono varie opinioni. Non mancano scrittori, e di gran

credito, i quali affermano che i diavoli non soffrono delle pene

infernali, perchè se ne soffrissero, assai di mal animo potrebbero

attendere all'officio di tentare e di tormentare, officio ch'essi

mostrano, per contro, di esercitare con singolare compiacimento. Nelle

Visioni, come nel poema di Dante, Lucifero suol essere assoggettato

nell'ultimo fondo d'inferno, e in conformità di quanto è detto

nell'Apocalissi, ad asprissimo supplizio; ma degli altri demonii non

si dice, di solito, che patiscano gravi tormenti. Che alcuna volta

si tormentassero a vicenda, si azzuffassero e si picchiassero, sembra

più che naturale, e se ne può vedere esempio nella visione stessa di

Tundalo e nella _Divina Commedia_, là dove è descritta la bolgia dei

barattieri. Nè ai maledetti mancavano svaghi e godimenti. Come ogni

opera buona era loro cagion di tormento, così era cagion di letizia

ogni opera rea, e quanto sappiamo dell'andamento delle cose umane

lascia supporre ch'essi avessero assai più frequente occasione di

rallegrarsi che di dolersi. Spesso, nelle pietose leggende, si veggono

i diavoli far grande tripudio intorno all'anima che diventa loro

concittadina. Dice Pietro Cellense (m. 1183) in uno de' suoi sermoni

che il diavolo, sommerso nelle fiamme infernali, sarebbe morto di fame

da un pezzo, se non lo rifocillassero i peccati degli uomini; e Dante

assicura che egli in inferno si placa vedendo le cose di questo mondo

andare a modo suo. Anche ammettendo che la pena dei diavoli fosse

gravissima, refrigerio non le mancava.

I teologi sono comunemente d'accordo nel dire che in purgatorio non ci

sono demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni rappresentano

il purgatorio pieno anch'esso di diavoli, intesi a farvi il consueto

officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel concilio

di Firenze, fermò il dogma del purgatorio, la cui dottrina era stata

innanzi svolta da san Gregorio e da san Tommaso, non si pronunziò sopra

questo punto particolare. Dante, che quanto alla situazione e alla

struttura del purgatorio ha immaginazioni e concetti tutti proprii,

quanto alla relazione di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi

e lascia quella dei mistici. L'antico avversario tenta, gli è vero, di

penetrare nel purgatorio del poeta in forma di biscia,

Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;

ma gli angeli, gli _astor celestiali_, lo volgono in fuga. Sia qui

notato di passaggio che le pene del purgatorio furono da taluno credute

più aspre che non quelle dell'inferno, e ciò perchè non duravano

eterne, come l'altre duravano.

L'inferno era l'ordinaria dimora dei dannati, e il luogo dov'essi

soffrivano regolarmente il meritato castigo; ma non si creda che la

regola fosse a dirittura senza eccezione. Lasciando stare per ora certi

dannati avventurosi che per ispecialissima grazia divina furono tratti

dall'abisso e ammessi in cielo, dei quali avrò a parlare più oltre,

si vuol notare che i dannati potevano in certi determinati casi, e

per un tempo più o meno lungo, uscire dalla lor prigione, e che c'era

pure, se così può dirsi, un inferno fuori dell'inferno. Apparizioni di

dannati erano, come s'è veduto, frequenti; ma nulla giovava ad essi

l'essere fuori del luogo consueto di pena, perchè la pena li seguiva

lo stesso, come l'ombra il corpo. Altri dannati non erano ricevuti

in inferno, ma penavano in qualche strano luogo della terra, forse

perchè potessero essere di salutare ammaestramento a chi, peregrinando,

s'imbatteva in loro. Così è che san Brandano, navigando alla scoperta

del Paradiso terrestre, trovò in un gran gorgo di mare il massimo dei

rei, Giuda Iscariote, perpetuamente sbattuto dall'onde infuriate; e

che uno degli eroi della leggenda epica carolingia, Ugone di Bordeaux,

errando in Oriente, trovò Caino chiuso in una botte di ferro, irta

dentro di chiodi, la quale andava senza posa ruzzolando per un'isola

deserta. Giovanni Boccaccio, rifacendo a modo suo più antichi racconti,

narra la paurosa storia di quel Guido degli Anastagi, che uccisosi di

propria mano per disperazione d'amore, e dannato agli eterni castighi,

insegue ogni giorno, quando per questa, quando per quella campagna,

montato sopra un cavallo nero, con uno stocco in mano, e due mastini

innanzi, la donna spietata e crudele, dannata ancor essa, la quale

a piedi e ignuda gli fugge davanti, finchè raggiuntala, egli con lo

stocco la trafigge, con un coltello la spara, e il cuore e gli altri

visceri getta in pastura ai cani affamati. Stefano di Borbone (m.

c. 1262) parla di certi fantasmi che, in luogo prossimo all'Etna, si

vedevano, tutta la settimana, affaccendati a costruire un castello, il

quale precipitava nella notte del sabato, e per opera loro ricominciava

a sorgere dalle fondamenta la mattina del lunedì; ma sembra fossero

piuttosto anime purganti che dannate.

Più d'una volta fu veduto, nel colmo della notte, l'intero popolo

infernale andare a processione, per l'aria, o passar per un bosco, con

ordinanza come di sterminato esercito in marcia. Il monaco Otlone,

vissuto sin verso la fine del secolo XI, racconta di due fratelli,

che cavalcando un giorno, videro improvvisamente nell'aria una turba

grandissima, la quale passava non molt'alto da terra. Esterrefatti,

chiesero, facendosi il segno della croce, a quegli strani viaggiatori

chi fossero. Uno, che pel cavallo che montava e per le vesti, sembrava

cavaliere di conto, si diede loro a conoscere, dicendo: “Io sono

il padre vostro, e se voi non rendete al convento, cui lo tolsi

ingiustamente, il fondo che sapete, sarò irremissibilmente dannato, e

con me saranno tutti i successori miei che terranno il maltolto.„ Il

padre dà ai figliuoli un saggio degli orribili tormenti che soffre,

e i figliuoli riparano la colpa di lui, e in tal modo lo liberano

dall'inferno.

Ma una storia più meravigliosa e spaventosa di questa trovasi narrata

da un altro monaco, il cronista Orderico Vital, vissuto sin verso il

mezzo del XII secolo. Un prete di nome Gualchelmo, curato di Bonneval,

tornava una notte dell'anno 1091 dall'aver visitato un infermo, lungi

un buon tratto dalla sua casa. Mentr'egli attraversava i campi deserti,

illuminati dalla luna che alta splendeva nel cielo, gli percosse

l'orecchio un rumor vasto e formidabile, come di grandissimo esercito

che valicasse. Preso dallo spavento, fa per nascondersi tra certe

piante, che quivi erano, quand'ecco un gigante, armato di una smisurata

mazza, gli vieta il passo, e senza altrimenti nuocergli, gl'ingiunge di

non muoversi. Il prete resta come inchiodato, e assiste a uno strano e

terribile spettacolo. Passa da prima una turba innumerevole di pedoni,

i quali trascinano con sè grande quantità di bestiame, e vanno carichi

d'ogni sorta di masserizie. Si lamentano tutti in grave modo, e l'un

l'altro sollecita. Segue una torma di sotterratori, i quali recano

cinquanta feretri, e su ciascun feretro siede un orribile nano, con

capo enorme, a guisa di dolio. Sopra un gran tronco, che due tenebrosi

etiopi recano in ispalla, è strettamente legato un malvagio uomo, il

quale empie l'aria di orrendi ululati. Un mostruoso demonio gli sta

sopra a cavalcioni, e con isproni affocati gli lacera il tergo ed i

lombi. Viene dopo una cavalcata senza fine, tutta di donne peccatrici:

il vento solleva ogni tratto quegli aerei lor corpi all'altezza di un

cubito, e subito li lascia ricader sulle selle irte di chiodi roventi.

Alla cavalcata s'accoda una schiera di ecclesiastici d'ogni condizione,

e a questa tien dietro un esercito di cavalieri, vestiti di tutte

le armi, cavalcanti corsieri grandissimi, e spieganti all'aria negri

vessilli. Il prete ha con uno di quei cavalieri un colloquio che qui

non importa riferire: il cronista Orderico afferma d'avere udito dalla

stessa bocca di lui l'intero racconto.

Nell'Apocalissi detta di san Giovanni si legge che lo strazio dei

dannati durerà nei secoli, e non avrà lenimento nè di giorno, nè di

notte, e gli scrittori ecclesiastici sono unanimi in affermare che

Dio abbandona affatto i dannati e si scorda di loro. San Bernardo dice

esplicitamente, in uno de' suoi sermoni, che in inferno non è luogo a

indulgenza, come non è possibilità di penitenza. È questa la opinione

fermata dalla rigida teologia dogmatica; ma ad essa un'altra opinione

contrasta, suggerita da una teologia più tollerante e più umana, da

una teologia che ignora le sottigliezze della dialettica, e vien dal

cuore per andare al cuore; e secondo quest'altra opinione la infinita

misericordia di Dio non si ferma dinanzi alle porte dell'inferno,

ma, come un raggio di luce benefica, penetra nell'abisso, e consola

di alcun blandimento e di alcuna requie le torture inenarrabili dei

dannati.

Il poeta cristiano Aurelio Prudenzio (c. 348-408?) parla, in un

suo inno, di riposo conceduto alle anime dannate, la notte della

risurrezione di Cristo. In un'apocrifa apocalissi di san Paolo,

composta verso la fine del quarto secolo da un qualche monaco greco, si

racconta una discesa dell'apostolo delle genti nel regno dell'eterna

perdizione. Guidato dall'arcangelo Michele, l'apostolo ha già tutto

percorso il _doloroso regno_, ha veduto i varii ordini di peccatori e

gli aspri castighi a cui li assoggetta la divina giustizia, ha versato

a quella vista lacrime di pietà e di dolore. Egli sta per togliersi

all'orror delle tenebre, quando i dannati gridano ad una voce: “O

Michele, o Paolo, movetevi a compassione di noi; pregate per noi il

Redentore!„ L'arcangelo dice loro: “Piangete tutti, ed io piangerò

con voi, e con me piangeranno Paolo e i cori degli angeli: chi sa che

Dio non v'usi misericordia.„ E i dannati gridano: “Miserere di noi,

figliuolo di David!„ ed ecco scende dal cielo Cristo incoronato, e

rinfaccia ai reprobi la malvagità loro, e ricorda il sangue inutilmente

per essi versato. Ma Michele, e Paolo, e migliaja di migliaja di

angeli, s'inginocchiano dinanzi al figliuolo di Dio, e chiedono

misericordia; e Gesù, mosso a pietà, concede alle anime tutte che sono

in inferno tanta grazia che abbiano requie, e sieno senza tormento

alcuno, dall'ora nona del sabato all'ora prima del lunedì.

Questa, che è forse la più bella tra quante leggende divote nacquero

dalla fantasia cristiana, ebbe più tardi, volta di greco in latino, e

di latino in varii volgari d'Europa, grande divulgazione e celebrità,

e gli è più che probabile che Dante l'abbia conosciuta e n'abbia fatto

ricordo nel suo poema divino; ma il pensiero che la informa non le

è così proprio che anche in più altre leggende del medio evo non si

ritrovi. San Pier Damiano racconta sulla fede dell'arcivescovo Umberto:

Presso a Pozzuoli sorge, fra acque fetide e negre, un promontorio

sassoso e ronchioso. Da quell'acque pestifere sogliono levarsi, a tempi

determinati, uccelli spaventosi, i quali si lasciano vedere dal vespro

del sabato sino al mattino del lunedì. Durante questo tempo volano

come emancipati, di qua e di là intorno al monte, spandono l'ale, si

ravviano col becco le piume, e pajono godere di alcun refrigerio e

di alcun riposo loro conceduto. Nessuno mai li vide cibarsi, nè v'è

cacciatore che possa, per qualunque ingegno v'adoperi, insignorirsene.

Come appar l'alba del lunedì, ecco sopraggiunge un corvo, di grandezza

simile a un avvoltoio, e comincia con un gracchiar grave a sollecitar

quegli uccelli, e a cacciarseli innanzi. Essi, gli uni dopo gli altri,

s'immergono tutti nello stagno, e più non si lasciano vedere sino al

sabato seguente; onde da alcuni si crede sieno anime di dannati, alle

quali, ad onore della risurrezione di Cristo, è largita la grazia

dì poter riposare la domenica e le due notti ancora che fra sè la

comprendono.

Ma con o senza temporanea mitigazione e temporaneo riposo, le pene

infernali duravano per l'eternità. La dottrina propugnata nel terzo

secolo da Origene, uno dei più grandi spiriti per certo ch'abbia

prodotto l'antichità cristiana, la dottrina cioè della salvazione

finale di tutte le creature, e del ritorno a Dio di tutto quanto venne

da Dio, pure insegnata, nel secolo successivo, da Gregorio di Nazianzo

e Gregorio di Nissa, era caduta sotto la riprovazione dei più gelosi

custodi della verità dogmatica, sotto l'anatema dei concilii, e aveva

in tutto ceduto il luogo alla dottrina della dannazione eterna ed

irrevocabile. La spaventosa minaccia era perciò perpetuamente presente

agli spiriti, e di ogni mezzo si usava perchè fosse rincalzata a dovere

e impressa con più forza, più addentro. Le arti a gara ajutavan la

fede; e Giotto nell'Arena di Padova, l'Orcagna sopra una parete di

Santa Maria Novella in Firenze, un pittore non accertato nel Campo

Santo di Pisa, in luogo consacrato all'eterno riposo, altri altrove,

ritraevano con pennelli di fiamma i terrori e gli orrori dell'abisso

infernale. Nei Misteri drammatici si vedeva comparir sulla scena la

bocca voraginosa del simbolico drago, trangugiatore di anime. Dante

descriveva alle universe genti il regno delle tenebre, sulla cui

orribile porta scolpiva:

Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate.

Dal pulpito il frate, levando con l'una mano il crocifisso a testimonio

delle sue parole, noverava, una per una, le torture dei maledetti

caduti in signoria di Satana, e quand'egli aveva finito, l'organo

cominciava a muggire, e sotto le volte profonde, nel crepuscolo delle

marmoree navate, risonava un terribil canto, e narrava gli orrori della

spaventosa voragine,

Il Diavolo · 第 13 / 18 段