L'inferno doveva avere le sue bocche e i suoi aditi, necessarii, se non

altro, al disimpegno di quelle mille faccende che i diavoli avevano,

al loro andare, venire, frullare perpetuo. Negli Evangeli è cenno

di porte dell'inferno che non prevarranno contro la Chiesa; Cristo,

accingendosi a penetrar nei regni buj, grida ai principi delle tenebre

di aprir quelle porte, e non obbedito, le infrange. Dove fossero non si

sa con certezza. Gervasio di Tilbury dice ch'eran di bronzo, e che si

vedevano ancora, così infrante, in fondo a un lago, presso Pozzuoli.

Dante entra in inferno per una porta senza serrame, su cui si leggono

le parole di colore oscuro. Altre entrate ad ogni modo non mancavano.

Più di una caverna tortuosa e cupa, più di una voragine sprofondante

sotterra, fu creduta una bocca dell'inferno, e se alcuni pensavano

che dentro i vulcani abitassero i demonii e fossero tormentate le

anime dannate, altri dicevano i vulcani essere più propriamente

bocche e spiracoli dell'inferno, d'onde esalavano gli ardori e il fumo

dell'eterna fornace. In Irlanda il famoso pozzo di San Patrizio metteva

in purgatorio e in inferno. Nè mancavano, oltre gli aditi ordinarii

e stabili, gli straordinarii e avventizii. Il suolo si lacerava per

lasciar passare i demonii, o per ingojare vivi gli scellerati maggiori.

L'inferno era come un mostro immane sul cui corpo si moltiplicavano le

bocche, avide di procacciare nuova pastura al ventre voraginoso. Non

senza ragione dunque si vede rappresentato l'inferno, nelle pitture

e nei misteri del medio evo, sotto la forma di una mostruosa bocca di

drago che divora anime e vomita turbini di fiamme e di fumo.

L'inferno è il regno del dolore e del bujo, come il paradiso è il regno

della letizia e della luce. Le tenebre vi sono dense, profonde, fatte

in qualche modo consistenti. La dolorosa valle d'abisso, dice Dante,

Oscura, profond'era e nebulosa,

Tanto, che per ficcar lo viso al fondo,

Io non vi discernea nessuna cosa.

Essa è il _cieco mondo_, il _loco d'ogni luce muto_, la cui eterna

caligine è rotta solo dai sanguigni lampeggiamenti di quei nembi e

vortici di fiamme, dal corruscare delle brage ammontate, dei metalli

colati. Non mancò del resto chi disse il fuoco infernale aver l'ardore

e non la luce, esser nere le fiamme che mai non si spengono.

Il regno _della morta gente_ è vasto e profondo, come si conviene

all'infinito popolo che vi si accoglie. In un antico poema anglosassone

si dice che Cristo ordinò a Satana di misurarlo, e Satana trovò che dal

fondo alla porta correvano 100,000 miglia. Giova per altro avvertire

che il gesuita Cornelio a Lapide (1566-1637), autore di dieci volumi

di commento sopra la Sacra Scrittura, afferma non avere l'inferno più

di dugento miglia italiane di larghezza. Un buon teologo tedesco andò

più in là e calcolò che una capacità di un miglio per ogni verso basta

a centomila milioni d'anime dannate, le quali non hanno già a stare al

largo e a loro agio, ma le une sulle altre, pigiate, come le acciughe

nel barile, o gli acini dell'uva nel tino.

Dante ci descrive un inferno geometricamente costruito, diviso in

cerchi, che facendosi sempre più angusti, vanno digradando verso il

centro della terra. Tale struttura si ritrova in alcuni degli imitatori

del divino poeta, ma non in quelli che si possono in qualche modo

chiamare precursori suoi, negli autori delle Visioni. Qui l'inferno

descritto rassomiglia a una regione terrestre, salvo che è più orribile

assai d'ogni più orribile luogo che conoscano gli uomini, e non vede

mai lume di cielo. Vi si trovano montagne dirupate ed ignude, valli

asserragliate e ronchiose, precipizii spalancati, foreste d'alberi

strani, laghi color di bitume, paludi putride e tetre. Lo traversano

per lungo e per largo fiumi pigri o impetuosi, alcuni dei quali

scaturiti dalle viscere dell'Averno antico, l'Acheronte, il Flegetonte,

il Lete, il Cocito, lo Stige, che anche Dante descrive, o ricorda.

Non mancavano nel doloroso regno le città e le castella. Dante dipinge

la città di Dite, vallata d'alte fosse, con le torri eternamente

affocate, con le mura di ferro. Spesso l'inferno tutto intero è

considerato come una gran città, che prende il nome di Babilonia

infernale, e si oppone alla Gerusalemme celeste, come Satana si oppone

a Dio. Immaginate, dice san Bonaventura, una città vasta ed orribile,

profondamente tenebrosa, accesa di oscurissime e terribilissime fiamme,

piena di clamori spaventevoli e di urla disperate; tale è l'inferno.

Un poeta francescano del secolo XIII, Giacomino da Verona, descrisse in

due suoi poemi assai rozzi, ma accesi di fede, le due città contrarie,

l'una a riscontro dell'altra. La Gerusalemme celeste è cinta d'alte

mura, fondata di pietre preziose, munita di tre porte più lucenti che

stelle, adorna di merli di cristallo. Le sue vie e le sue piazze sono

lastricate d'oro e d'argento; i palazzi risplendono nello sfoggio

dei marmi, dei lapislazzuli, dei metalli preziosi. Acque cristaline

corrono per ogni banda e dànno alimento ad alberi meravigliosi, a

fiori soavissimi: l'aria pervasa da un lume divino, è tutta un olezzo,

e vibra di armonie sovrumane. Ben diversa da quella è la Babilonia

infernale.

La cità è granda et alta e longa e spessa

coperchiata da un irrefrangibile cielo di ferro e di bronzo, murata

tutt'intorno di macigni e di monti, corsa da torbide acque più amare

che il fiele, piena d'ortiche e di spine acute e taglienti come

coltelli, divorata da un furioso e perpetuo incendio. L'aria vi è

pregna d'incomportabile puzzo, sonante di spaventoso fragore.

Tra le cose più notabili di quella terra maledetta è, per testimonianza

di molti, un ponte sottilissimo su cui debbono passare le anime, e

d'onde precipitano nel baratro sottostante tutte quelle cui grava

troppa soma di peccati; immaginosa finzione del lontano Oriente venuta

a cacciarsi, non si sa come, nelle Visioni cristiane del medio evo, se

pure non sorse spontanea tra noi, come sorse spontanea laggiù.

Il doloroso regno ha la sua topografia; ma ha ancora la sua

meteorologia, la sua flora e la sua fauna. Lo infestano venti

impetuosi, gelidi gli uni, gli altri infocati, piogge dirotte che mai

non ristanno, grandine e neve. Le piante cui nutre l'orribile suolo,

sono irte di spine e recan frutti gonfii di tossico. Gli animali, o

sono tali veramente, o son demonii contraffatti, Cerbero, Gerione, cani

rabbiosi, draghi, vipere, rospi, insetti nauseabondi.

In inferno capitavano anime d'ogni qualità e condizione, anime di papi

e d'imperatori, di frati e di cavalieri, di mercanti e di giullari,

di donne impudiche e di fanciulli malvagi; tutte le classi, tutte le

professioni gli pagavan tributo e tributo larghissimo. Il cómpito

principale dell'umanità, il fine de' suoi lunghi travagli pareva

esser quello di vettovagliare l'inferno. Le anime, o erano catturate

e trasportate dai diavoli, o precipitavano nell'abisso come tratte da

una specifica gravità di peccato. Un eremita dell'ottavo secolo, san

Baronto, vide i demonii portar l'anime in inferno con la frequenza

che mostrano le api, quando, fatto il loro bottino, se ne tornano

all'alveare; sant'Obizzo (m. c. 1200) vide cader le anime in inferno

fitte come neve, e santa Brigida dice in una delle sue Rivelazioni che

le anime le quali piombano ogni giorno in inferno sono più numerose

delle arene del mare. Quante ce n'entrano in paradiso? Nessuno lo dice.

Molte volte furono vedute le turbe dei diavoli portare le anime a

volo per l'aria. Così ne fu portata l'anima di Rodrigo, ultimo re dei

Goti di Spagna; così quelle di molti altri scellerati, pari suoi. Ma i

demonii, anche in ciò mutavano modo volentieri. Certi monaci, racconta

Giacomo da Voragine, stavano una volta, prima dello spuntar del

giorno, sulla riva di un fiume, e s'intrattenevano in frivoli ed oziosi

discorsi. A un tratto veggono venir oltre, sull'acqua, una barca piena

di remiganti, i quali remavano con grandissimo impeto. “Chi siete voi?„

chiedono essi. E quelli: “Noi siam demonii, che portiamo all'inferno

l'anima di Ebroino, maggiordomo di Neustria.„ Udendo ciò i monaci

allibiscono di terrore, e gridano: “_Santa Maria, ora pro nobis!_„ —

“Voi fate bene a invocar Maria,„ dicono i demonii, “perchè era nostro

pensiero di lacerarvi e di sommergervi in punizione di questo vostro

cicalar dissoluto e fuor di tempo.„ I monaci non se lo fan ripetere,

e tornano al convento, mentre i demonii si affrettano alla volta

d'inferno.

Del resto i diavoli non si contentavano di portarsi via le anime; ma

spesse volte rapivano vivi gli scellerati, anima e corpo. Cesario di

Heisterbach racconta di un soldato della diocesi di Colonia, giocatore

arrabbiato, il quale una volta giocò a dadi col diavolo e perdette: per

rifarlo della perdita, il diavolo se lo portò via attraverso il tetto

della casa, lasciandone gl'intestini attaccati alle tegole.

Per compiere tali rapine il diavolo prendeva volentieri la forma di

un cavallo nero, o di un cavaliere montato sopra un cavallo nero. Un

giorno Teodorico, vecchio oramai, si stava bagnando, quando udì uno de'

suoi famigli gridare: “Laggiù corre un cavallo nero di tanta bellezza e

vigoria ch'io mai non vidi l'eguale.„ Il principe barbaro balza fuori

dell'acqua, si copre alla meglio e comanda che tosto gli si conducano

il suo proprio cavallo e i suoi cani. Ma tardando i servi a tornare,

egli, impaziente, salta sul cavallo nero, il quale tosto si mette a

fuggire, più rapido di un uccello. Lo insegue, ma indarno, con tutti

i cani sguinzagliati, il miglior cavaliere della scorta. Teodorico,

sentendo essere nel cavallo che lo rapisce alcun che di soprannaturale,

si sforza di scendere, ma non può. Il cavaliere da lungi gli grida:

“Signore, perchè corri tu in cotal guisa, e quando farai ritorno?„ e

quegli: “È il diavolo che mi porta. Tornerò quando piacerà a Dio e alla

Vergine Maria.„

Jacopo Passavanti racconta nel suo _Specchio della vera penitenza_:

“Leggesi iscritto da Elinando, che in Matiscona fu uno conte, il

quale era uomo mondano e grande peccatore, contro a Dio superbo,

contro il prossimo spietato e crudele. Et essendo in grande stato,

con signoria e colle molte ricchezze, sano e forte, non pensava di

dovere morire, nè che le cose di questo mondo gli dovessero venir

meno, nè dovere essere giudicato da Dio. Un dì di Pasqua, essendo

egli nel palazzo proprio attorniato di molti cavalieri e donzelli,

e da molti orrevoli cittadini, che pasquavano con lui; subito uno

uomo iscognosciuto, in su uno grande cavallo, entrò per la porta del

palazzo, senza dire a persona niente; e venendo in sino dove era il

conte con la sua compagnia, veggendolo tutti e udendolo, disse al

conte: Su, conte, lévati su e séguitami. Il quale, tutto ispaurito,

tremando si levò, e andava dietro a questo isconosciuto cavaliere, al

quale niuno era ardito di dire nulla. Venendo alla porta del palazzo,

comandò il cavaliere al conte, che montasse in su uno cavallo che ivi

era apparecchiato; e prendendolo per le redini e traendolosi dietro,

correndo alla distesa, lo menava su per l'aria, veggendolo tutta

la città, traendo il conte dolorosi guai, gridando; Soccorretemi,

o cittadini, soccorrete il vostro conte misero, isventurato. E così

gridando, sparì dagli occhi degli uomini, e andò a essere senza fine

nello inferno co' demonii.„ Prima che dal Passavanti e da Elinando, si

trova narrata una storia in tutto simile da Pietro il Venerabile nel

suo libro _De Miraculis_.

In questo lor mestiere d'acchiappar le anime, o anche gli uomini vivi,

i diavoli non la guardavano tanto pel sottile, e spesso mettevan le

mani addosso a chi non dovevano. Morto l'imperatore Enrico II, un

eremita vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un

orso, al giudizio, che riuscì favorevole al prigione. Gregorio Magno

racconta la storia di certo uomo nobile per nome Stefano, il quale,

essendo in Costantinopoli subitamente ammalò e morì. Condotto dinanzi

al giudice infernale, il morto udì questo gridare: “Io ho ordinato

di portar giù Stefano ferrajo e non costui.„ Incontanente fa ritorno

al mondo Stefano nobile, e Stefano ferrajo muore in suo luogo. Altri

esempii, e più strani ancora, di anime mandate e rimandate non mancano.

Eccone uno raccontato da Tommaso Cantipratense. Muore un fanciullo

disobbediente, e i diavoli ne ghermiscono l'anima per portarla in

inferno. Sopraggiunge l'arcangelo Michele, che la toglie loro, e la

porta in cielo. Quivi un vecchio (certamente san Pietro) si oppone al

suo ingresso, e ordina a Michele di rimetter l'anima nel corpo suo.

All'inferno era facilissimo andare come inquilino perpetuo;

difficilissimo, per contro, l'andarci come semplice visitatore. Ciò

nondimeno molti lo visitarono, a cominciare dalla Vergine Maria, che

vi andò accompagnata dall'arcangelo Michele, e da numerosa schiera di

angeli, secondo è narrato in certa apocalissi greca. Subito dopo lei

v'andò san Paolo, secondo una leggenda molto divulgata nel medio evo,

e che Dante certamente conobbe. Sì fatte discese nel regno dei dannati

solevano essere effetto della divina grazia, sollecita della salute

di alcun peccatore, o di quella di un intero popolo, dimentico dei

precetti e degli ammonimenti divini; ma non sempre la grazia c'entrava,

almeno in modo diretto. San Gutlaco, di cui ho già ricordato più di una

volta il nome, è assalito nella sua cella, una notte, da una legione

di diavoli, che con molti tormenti lo trascinano a vedere le pene

dell'inferno. Ugone d'Alvernia, l'avventuroso cavaliere, va in inferno

per ordine espresso del suo re, che voleva tributo da Lucifero. L'anno

1218 un conte di Geulch offre gran premio a chi sappia dargli notizia

della condizione del padre, morto poco innanzi. Un intrepido cavaliere

offre i suoi servigi, scende con l'ajuto di un negromante in inferno,

e quivi trova il vecchio conte, il quale dice che le pene gli saranno

alleviate, se si restituiranno alla Chiesa certi beneficii da lui tolti

indebitamente. Quando la grazia divina operava in modo diretto, un

angelo soleva guidare il visitatore.

La visita poteva compiersi in ispirito soltanto, e anche corporalmente.

Nel primo caso si aveva la visione propriamente detta; nel secondo, una

vera e propria peregrinazione. Le visioni toccavano di solito a chi era

in istato di sovreccitazione mentale, o spossato da lunga infermità:

mentre l'anima viaggiava per conto suo, il corpo rimaneva in istato di

profondo letargo, simile alla morte. Io non debbo qui entrar nell'esame

delle condizioni psicologiche e patologiche del fenomeno; mi basta

di recar qualche esempio. San Furseo, monaco irlandese del settimo

secolo, essendo ammalato da tre giorni, fu condotto a vedere le pene

dell'inferno da due angeli, preceduti da un altro angelo, che aveva

una spada sfavillante e uno scudo luminoso. Una notte, Carlo il Grosso

stava per coricarsi, quando udì una voce terribile gridargli: “Carlo,

l'anima tua lascerà il corpo, e sarà condotta a vedere i giudizii di

Dio;„ e così fu. Alberico, figliuolo di un barone della Campania, fu

soprappreso, all'età di nove anni, da un deliquio che durò nove giorni,

durante il qual tempo, guidato da san Pietro e da due angeli, visitò

l'inferno e il paradiso. L'anno 1149, un cavaliere irlandese per nome

Tundalo, uomo empio e di mali costumi, fu pressochè ucciso con un

colpo di scure da un suo debitore. Rinsensato, raccontò ciò che aveva

veduto delle cose dell'altro mondo. Altri invece, come Ugone d'Alvernia

e Guerino il Meschino, già ricordati, e il cavaliere Owen, andarono

all'inferno in carne ed ossa, imitando gli esempii di Ulisse e di Enea.

Dante v'andò allo stesso modo.

Comunque ci si andasse del resto, col corpo o senza il corpo, l'andata

non era senza pericolo: san Furseo portò tutto il tempo di vita sua le

tracce del fuoco infernale che l'aveva tocco. I demonii vedevano assai

mal volentieri aggirarsi pel regno loro chi non doveva restarci, e

si studiavano di nuocere in tutti i modi agli intrusi. Essi tentarono

di uncinar Carlo il Grosso con uncini arroventati, e di afferrare con

ignee tenaglie un buon uomo di Nortumbria di cui narra la visione il

Venerabile Beda. Il giovane Alberico, il cavaliere Owen, altri assai,

furono da loro in varii modi minacciati o tormentati. Senza l'ajuto di

Virgilio e del messo celeste, Dante si sarebbe trovato più d'una volta

a mal partito.

CAPITOLO XI.

ANCORA L'INFERNO.

L'inferno c'è per comun punizione dei dannati e dei diavoli, dei

tormentati e dei tormentatori. Satana ha in se più qualità e più

officii, che pajono, a primo aspetto, non potersi conciliare fra

loro. Cagion prima del male nel mondo, suscitatore instancabile di

peccato, e seduttore perpetuo di anime, egli è nel tempo stesso il

gran giustiziere, egli è colui per la cui opera il male è represso e il

peccato si espia.

Non è così picciolo atto, nè così tenue pensiero, nella vita e nella

mente degli uomini, di cui i demonii non serbino memoria, quando siavi

in quelli alcuna parte, alcun fermento di colpa. Sant'Agostino vide

una volta un diavolo che recava sulle spalle un grandissimo libro,

dove erano notati per ordine tutti i peccati degli uomini. Più spesso

c'era per ogni singolo peccatore un particolar volume, ponderoso e

tetro, che i diavoli portavano ostentatamente in giudizio, opponendolo

al piccioletto ed aureo in cui l'angelo custode aveva amorosamente

descritte le azioni buone e meritorie, e scaraventandolo talora, con

iscalpore e con ira, in uno dei piatti della bilancia divina. In più

chiese del medio evo, come, per esempio nel duomo di Halberstadt, si

vede dipinto il diavolo che scrive i nomi di coloro i quali dormono

nella casa di Dio, o chiacchierano, o in altro modo non serbano

il contegno dovuto. Nella vita di sant'Aicadro si legge che avendo

un pover uomo osato di tagliarsi i capelli in giorno di domenica,

fu veduto, appiattato in un angolo della casa, il diavolo, che

frettolosamente scriveva il peccato sopra un foglietto di pergamena.

Di regola il peccatore indegno di misericordia è punito in inferno;

ma talvolta Satana, coltolo sul fatto, anticipa la vendetta divina e

lo castiga mentre è ancor vivo. Gli uccisori di san Regolo, vescovo,

furono strozzati, l'assassino di san Godegrando fu portato via dal

diavolo; certa donna di mala vita, che voleva trascinare al peccato

sant'Elia Speleota, fu da lui conciata pel dì delle feste. Se non mente

lo storico Liutprando, il pessimo pontefice Giovanni XII fu ammazzato

a furia di legnate dal diavolo, che lo colse in letto, fra le braccia

di una concubina; e sì che il pontefice usava, mentr'era vivo e sano,

di bere alla salute di colui che doveva fargli fare così misera fine.

Fra Filippo da Siena racconta la terribile storia di certa donna

non meno vana che leggiadra, usa di spendere l'ore in lisciarsi ed

ornarsi, la quale fu una bella volta lisciata dal diavolo, e sfigurata

in modo che di vergogna e di paura se ne morì. Ciò avvenne in Siena,

l'anno di grazia 1322. Ai 27 di maggio del 1562, alle sette ore di

sera, nella città di Anversa, il diavolo strangolò una fanciulla,

che invitata a nozze, aveva osato comperare certa tela a nove talleri

il braccio, per farsene uno di quei collari crespi a ventaglio, come

usavano allora. Spesso il diavolo picchia, strozza, o porta via chi si

mostra irriverente alle reliquie, o deride le sacre cerimonie; entra

in corpo a chi assiste distrattamente alla messa; rimprovera ad alta

voce, con gran confusione dei colpevoli, peccati secreti. Spesso il

furore diabolico non si cheta se non dopo essersi esercitato anche

sul cadavere del peccatore, e molte orribili storie si raccontano di

corpi che furono strappati a furia fuor delle chiese, o bruciati negli

avelli, o lacerati a brani.

Santa Teresa chiese una volta a Dio di poter fare, per propria

edificazione, un piccolo saggio delle pene dell'inferno. Le fu

conceduta la grazia, e dopo sei anni il ricordo dello strazio sofferto

la gelava ancora di terrore. Sono molte le storie in cui si narra di

dannati usciti per breve ora dall'inferno, a solo fine di dare a' vivi

alcun segno delle inenarrabili torture a cui vanno soggetti. Jacopo

Passavanti racconta quella di Ser Lo, maestro di filosofia in Parigi,

e di certo suo scolare, “arguto e sottile in disputare, ma superbo e

vizioso di sua vita,„ il quale essendo morto, apparve dopo alquanti

giorni al maestro, e gli disse d'essere dannato, e per fargli conoscere

in qualche modo l'atrocità dei tormenti che pativa, scosse un dito

sovra la palma della mano di lui, facendovi cadere una piccola goccia

di sudore, che “forò la mano dall'uno lato all'altro con molto dolore e

pena, come fosse stata una saetta focosa et aguta.„

Le pene infernali sono, al dir dei teologi, non solo continue nel

tempo, ma continue ancora nello spazio, in questo senso, che non è

nel dannato neppur una minima particella che non soffra intollerabile

strazio, e sempre egualmente intenso. Strumento principale di pena è

il fuoco. Origene, Lattanzio, san Giovanni Damasceno, credettero che

il fuoco infernale fosse un fuoco puramente ideale e metaforico; ma la

grande maggioranza dei Padri tenne contraria opinione, e sant'Agostino

disse che se i mari tutti della terra confluissero in inferno non

potrebbero temperarvi l'ardore delle orribili fiamme che perpetuamente

vi divampano. Oltre il fuoco v'è il ghiaccio, vi sono i venti impetuosi

e le piogge dirotte, vi sono animali orribili, e mille qualità di

tormenti, che i diavoli inventano e adoprano. San Tommaso prova che

i diavoli hanno il diritto e il dovere di tormentare i dannati; che

essi fanno quanto possono per ispaventarli e torturarli, e che per

giunta li deridono e li scherniscono. La pena maggiore ad ogni modo

viene ai dannati dall'esser privi in eterno della beatifica visione di

Dio, e dall'aver conoscenza della letizia dei santi. Su quest'ultimo

punto per altro gli scrittori non troppo si accordano, essendovene

alcuni i quali affermano che i santi vedono le pene dei reprobi, ma

questi non vedono il gaudio di quelli. San Gregorio Magno assicura

che le pene dei dannati sono agli eletti gradito spettacolo, e san

Bernardo di Chiaravalle si scalmana a dimostrare che i beati godono

dello spettacolo che i tormenti dei dannati offrono alla lor vista,

e ne godono per quattro ragioni propriamente: la prima, perchè quei

tormenti non toccano a loro; la seconda, perchè dannati tutti i rei,

non potranno i santi più temere malizia alcuna, nè diabolica, nè umana;

la terza, perchè la loro gloria apparirà, per ragion di contrasto,

maggiore; la quarta, perchè ciò che piace a Dio deve piacere ai giusti.

E certo lo spettacolo era tale, per varietà ed intensità, da appagare

qualsivoglia più difficile gusto. Procuriamo di farcene spettatori

anche noi un istante, almeno con la fantasia, e a tal fine mettiamoci

dietro a qualcuna di quell'anime pellegrine ch'ebbero in sorte di

visitare il _regno della morta gente_.

Un monaco per nome Pietro, di cui fa memoria Gregorio Magno in uno de'

suoi Dialoghi, vide le anime dannate immerse in uno sterminato mare

di fiamme. Furseo vide quattro gran fuochi, alquanto distanti l'uno

dall'altro, nei quali penavano quattro diverse classi di peccatori,

e molti demonii affaccendati intorno ad essi. Queste visioni sono

tra le più antiche, appartenendo esse al VI ed al VII secolo, e ne

mostrano una pena non ancora differenziata, una pena semplice ed unica:

nelle visioni de' tempi che seguono cresce a poco a poco la varietà

e la complicazion dei castighi, e l'inferno si rivela in tutta la

molteplicità degli orrori e de' terrori suoi.

Il monaco Wettin, di cui narrò la visione in sul principiare del

secolo IX un abate del monastero di Reichenau, giunse, scortato da un

angelo, a certi monti d'incomparabile altezza e bellezza, che parevano

essere di marmo, e cui cingeva da piede un grandissimo fiume di fuoco.

In quell'onde era immersa una innumerevole moltitudine di dannati,

e altri dannati erano in mille altri modi tormentati. In un gran

fuoco si vedevano molti ecclesiastici, di vario grado, legati a certi

pali, ciascuno rimpetto alla propria concubina, similmente legata, e

l'angelo disse a Wettin che quei peccatori erano flagellati nelle parti

genitali tutti i giorni della settimana meno uno. In un castello tetro

e fuligginoso, dal quale denso fumo esalava, stavano prigioni alcuni

monaci, ed un di loro era, per giunta, rinserrato in un'arca di piombo.

Il Diavolo · 第 12 / 18 段