ad essere universale dopo, turante il Rinascimento. Le leggi
ecclesiastiche e civili che condannavano e punivano i cultori dell'arte
diabolica, non facevano se non ravvivare e rafforzare quella credenza,
a cui s'accompagnavano naturalmente il sospetto e il terrore. Come si
vedevano diavoli in ogni banda, così vedevansi streghe e stregoni,
e non vi fu uomo insigne su cui non pesasse l'accusa di magia, a
cominciare dai grandi dell'antichità morti da secoli, da Aristotele, da
Ippocrate, da Virgilio, e a venir giù sino ai contemporanei di Leone
X e oltre. Di magia fu sospettato il Petrarca, e in pieno secolo XVII
si fece un processo ad Alessandro Tassoni, per essergli stato trovato
in casa, entro una boccia di vetro, uno di quei diavoli che servono
a trastullare i fanciulli, e che si chiamano diavoli di Cartesio.
Parecchi papi, come Leone III, il già ricordato Gerberto, Benedetto
IX, Gregorio VI, Gregorio VII, Clemente V, Giovanni XX, soggiacquero
alle medesime accuse. Sul finire del secolo XI, il cardinale Benno
pretendeva nella sua Vita d'Ildebrando (Gregorio VII) che c'era in Roma
una scuola di magia da cui quello ed altri papi erano usciti; e del
secolo XII, e del XIV, ci sono lettere autentiche di Satana, scritte
ai principi della Chiesa, amici e cooperatori suoi. Un dotto francese,
Gabriele Naudè, potè stampare nel 1625 un grosso libro in cui si fa
l'apologia dei grandi uomini d'ogni condizione cui toccò la stessa
sorte.
Ma gl'incantatori illustri non eran più che falange a fronte dello
sterminato esercito degli incantatori minuti, degli stregoni e
delle streghe, e di queste in più particolar modo, giacchè tutti gli
scrittori di sì fatte cose s'accordano in dire che per un maschio
dedito all'arti magiche, si avevano a dir poco dieci femmine. Qualcuno
degli illustri riuscì da ultimo a frodar Satana e a sgusciarli di
mano, e seppe anche adoperare a buon fine l'arte malvagia, forzando
Satana a far più bene che non avrebbe voluto. Tale Ruggero Bacone, il
quale liberò un cavaliere che a Satana aveva venduta l'anima, e sulla
fine della sua vita, bruciati tutti i libri di magia, si chiuse in
una cella, d'onde non uscì più, e dove morì santamente dopo due anni
consacrati alla preghiera e alla penitenza. Ma queste erano eccezioni,
e degli stregoni spiccioli, non si salvò forse nessuno, e tutti
meritarono la mala lor fine, la quale assai volte fu di bruciar vivi in
questo mondo prima di andar a bruciar morti eternamente nell'altro.
Costoro erano il gregge e la mandria del diavolo, tanto è vero che
non nell'anima solamente, ma nel corpo ancora recavano, come pecore
e giovenchi bollati, il marchio del padrone, il così detto _stigma_
o _sigillum diaboli_, il quale era un punto fatto privo, per virtù
soprannaturale, di ogni sensitività. Spesso, in un medesimo corpo,
erano parecchi di tai suggelli, e gl'inquisitori figgendovi un ago
facilmente si assicuravano della colpa o dell'innocenza dell'accusato.
Streghe e stregoni si congregavano in certi tempi e luoghi per rendere
omaggio e far festa al loro signore. Eran quelle le corti bandite del
diavolo. Ogni paese aveva suoi luoghi appositi per così fatte riunioni,
le quali contavano a volte, se i racconti non mentono, migliaja e
migliaja di persone. In Francia il principale era il Puy de Dôme; la
Germania aveva il Blocksberg, l'Horselberg, il Bechtelsberg e altri
assai; la Svezia il Blakulla; la Spagna la landa di Baraona, le sabbie
di Siviglia; l'Italia il famosissimo Noce di Benevento, il monte
Paterno presso Bologna, il monte Spinato presso la Mirandola, ecc. ecc.
Assemblee si tenevano ancora sulle rive del Giordano e sul monte Hecla,
nella remota Islanda. Facevansi di solito una volta la settimana, ma in
giorni diversi, secondo i paesi, e c'erano poi, nell'anno, riunioni più
generali e solenni, le quali ponevansi di preferenza in giorni prossimi
alle maggiori feste religiose. In Germania la principale solennità
delle streghe cadeva la notte di Santa Valpurga, come sanno quanti
hanno letto il _Fausto_ del Goethe.
Le streghe (giacchè degli stregoni era, come ho detto, scarsissimo
il numero) si recavano al giuoco dopo essersi unto il corpo di certi
unguenti, a cavalcioni di granate, di forconi, di pale da forno, di
sgabelli, o anche di caproni, di porci e di cani diabolici. Volavan
per l'aria, non molto alto da terra, e dovevano por mente di non
pronunziare, durante il viaggio, il nome di Cristo, e di non lasciarsi
cogliere dal suono mattutino dell'_Ave Maria_, se non volevano
capitombolar giù, con pericolo grande di fiaccarsi il collo.
Le cerimonie, i riti e gli spassi del giuoco variavano secondo i
paesi, mutarono coi tempi; e chi volesse conoscerli tutti dovrebbe
leggere i trattati speciali, i così detti _Martelli_ o _Flagelli delle
streghe_, scritti dai più gran luminari della Santa Inquisizione, e i
constituti delle streghe medesime negli innumerevoli processi. Satana
si lasciava vedere a' suoi devoti sopra un trono, o sopra un altare,
in figura d'uomo, di caprone, di cignale, di scimia, di cane, secondo
i casi. Se in figura d'uomo, talvolta si mostrava arcigno, uggito,
rabbujato, talaltra ilare e ridente, e in tal caso scherzava con le
streghe, sonava, cantava. Queste gli rendevano omaggio, come a loro
signore, s'inginocchiavano davanti o dietro a lui, gli baciavano i
genitali, o le natiche, o altra parte del corpo, gli si confessavano,
raccontandogli tutte le ribalderie che avevano commesse in suo onore
dopo l'ultimo congresso. Egli ascoltava, lodava o biasimava, e puniva
di bastonate, o con una buona multa, quelle che avessero trascurato
di venire alle assemblee, o in qualche altro modo mancato al loro
dovere. Accoglieva le nuove devote, le battezzava in suo nome, le
istruiva e ammoniva. Diavoli minori in gran numero facevano corona
al principe, partecipavano insieme con le streghe alle cerimonie,
tra le quali spiccava una specie di parodia dei riti ecclesiastici,
della messa, dei sacramenti, con profanazione di ostie consacrate e
altri sacrilegi orribili e turpissimi. Non mancava un'acqua benedetta,
o maledetta che si voglia dire, scura e puzzolente, con cui quegli
strani sacerdoti aspergevano gli astanti. Finite le cerimonie si
banchettava allegramente. Il convivio era rischiarato da streghe, che
stavano carponi, con candele accese confitte tra le natiche: i cibi
erano quando delicati e squisiti, quando orribili e stomacosi, degni
in tutto della infernal cucina. Spesso si mangiavano bambini lattanti,
o cadaveri strappati alle sepolture. Da ultimo si ballava, al suono
di diabolici strumenti; poi ciascun demonio ghermiva la sua strega, e
_coram populo_ si sollazzava con lei. Dico che si sollazzava con lei;
ma le streghe affermano che, per esse almeno, quegli abbracciamenti di
solito non erano troppo gradevoli: una di loro poi, introdotta da Pico
della Mirandola in certo suo dialogo intitolato appunto _La strega_,
entra in particolari ch'io passerò volentieri sotto silenzio.
Le streghe, del resto, non vedevano i loro demonii solamente al
giuoco; ma ne ricevevano visite frequenti nelle proprie lor case,
in quelle tetre officine dov'erano insieme accozzati gli ordigni,
le suppellettili e le mille sozzure dell'arte; andavano con esso
loro a diporto, li tenevano in luogo di mariti, e in segno di cara
dimestichezza li chiamavano con nomi, non diabolici, ma umani, e spesso
carezzevoli, oppure con soprannomi curiosi e bizzarri. Quelli erano
con le drude larghi di donativi, i quali, per altro, mostravansi ancor
essi non di rado pieni di diabolica falsità, convertendosi le monete
in foglie secche e in trucioli, le gemme in mota, se non in peggio.
Ingravidate dai diavoli, le streghe spesso partorivano mostri, i quali
avevano, quando figura umana, e quando belluina. I diavoli poi, non
contenti delle infinite streghe ond'era già pieno il mondo, andavano
in giro facendo i bellimbusti, vestiti da cavalieri, e seducevano,
e traevano ai loro servigi donne e ragazze. Per poter attendere più
liberamente ai fatti loro, le streghe usavano di tramutarsi in gatte,
e così tramutate andavano attorno la notte; onde si diè più d'una
volta il caso che taluna ne rimanesse, trovandosi in quello stato,
ferita, o mutilata, e tornando poi donna, e mostrando la piaga aperta,
o la mancanza di un membro, dèsse a conoscere la sua qualità e il suo
delitto.
Il benedettino tedesco Giovanni Trithemio (1462-1516), grandissimo
teologo e grandissimo storico, scrisse appositamente un libro, da lui
intitolato _Antipalus maleficiorum_, col quale insegna a tutti gli
uomini dabbene a guardarsi dalle streghe e dalle scellerate lor arti. I
ripari e i rimedii da lui suggeriti sono senza numero, e passabilmente
ridicoli: il riparo più serio, il rimedio più efficace era, secondo
l'opinione concorde degl'inquisitori, il rogo.
Nulla v'è che della formidabile potenza di Satana dia così adeguato
concetto come la storia delle streghe, e la storia delle persecuzioni
che Santa Madre Chiesa promosse contro di loro. Poco mancò (se gli
storici dicono il vero) che Satana non trascinasse alle maledette
pratiche, al mostruoso peccato di magia l'intero genere umano, e i
zelantissimi e oculatissimi inquisitori avrebbero volentieri abbruciato
l'intero genere umano, pur di vincere l'iniquità e debellare il nemico.
Io non intendo rinarrar qui cose note, e, benchè note, meritevoli
sempre di meditazione e di studio: qualche rapido cenno potrà bastare
al proposito mio.
Le persecuzioni contro le streghe imperversarono più particolarmente
sul finire del secolo XV e nei due secoli che vennero poi. Non già
che non se ne trovino esempii anche prima, e parecchi; ma, strano a
dire, essi diventano più frequenti e più terribili come più i tempi
procedono, scostandosi dalla barbarie medievale e approssimandosi
alla civiltà nuova del Rinascimento. In uno dei capitolari di Carlo
Magno è detto espressamente che coloro i quali attendono alle arti
fallaci della magia debbono, come seguitatori della superstizione
pagana, essere presi e ammoniti; se perseverano nell'errore, debbon
essere tenuti in carcere fino a tanto che non si sieno emendati. In
altro capitolare il glorioso imperatore dice più saviamente ancora:
“Se alcuno sia che, ingannato dal diavolo, creda, secondo l'usanza
dei pagani, esservi stregoni e streghe divoratori di uomini, e, mosso
da tale credenza, quelli abbruci, o ne dia le carni a mangiare, sia
condannato nel capo.„ Intorno all'800 dunque Carlo Magno giudicava
fallaci le arti della magia e puniva di morte gli uccisori dei presunti
maghi: gl'inquisitori sarebbero stati freschi se egli si fosse trovato
ai tempi loro.
Agobardo, vescovo di Lione, morto nell'840, uno degli spiriti più
illuminati e più liberali che abbia avuto la Chiesa, non pure in
quello, ma in tutti i tempi, biasimava come superstizioni assurde le
credenze volgari attinenti a magia, e deplorava i mali trattamenti
usati dal popolo ignorante ai presunti stregoni. La credenza circa
il viaggio aereo delle streghe, quell'orribil viaggio che doveva
porgere agl'inquisitori argomento di accuse capitali, è antichissimo;
ma antichissimo pure è il giudizio che se ne faceva come di cosa in
tutto illusoria e fantastica; e nel XII secolo, dopo altri, Giovanni
Sarisberiense lo diceva un inganno del demonio, e più recisamente,
nel XIII, Stefano di Borbone lo giudicava una fantasia di donne che
sognavano. Per lungo tempo la Chiesa non adoperò contro i rei di
magia altre pene che le spirituali, e più di un pontefice sorse, come
Gregorio VII, a condannare e vietare qualsiasi procedimento criminale
instruito contro chi non era d'altro colpevole che di una vana e
sciocca superstizione. E la Chiesa non era sola allora a dar prova di
così sano giudizio: Coloman, che dal 1095 al 1114 fu re di Ungheria,
di un paese cioè quasi barbaro, diceva chiaro ed esplicito in un suo
decreto: _Non ci sono streghe, e contro quelle che tali si stimano non
deve farsi procedura alcuna_.
Ma tanta saviezza e umanità di giudizii e di consigli non dovevano,
pur troppo, perpetuarsi. Nel secolo XIII, san Tommaso d'Aquino, quel
san Tommaso che doveva diventar poi e rimanere l'oracolo della Chiesa,
quello stesso che si rimette ora innanzi ai popoli civili stupefatti
quale unico lume della filosofia, dichiarava che, secondo la fede
cattolica, la stregoneria è cosa, non già illusoria, ma reale. In quel
medesimo secolo la inquisizione sopra l'eretica pravità è affidata ai
domenicani, i quali ne fanno l'uso che tutti conoscono, e Innocenzo
IV introduce la tortura, contro la quale un altro papa, Nicolò I,
s'era quattro secoli innanzi scagliato con nobilissime e memorabili
parole. Comincia allora uno strano e doloroso spettacolo. La Chiesa
si fa tutrice e banditrice di superstizione, accarezza i più bassi
istinti della plebaglia, li promuove e li attizza. Confonde insieme,
deliberatamente, e conscia di ciò che fa, eresia e stregoneria, e
crea una mostruosa promiscuità d'interessi, dove l'ignoranza, la
paura, la stupidità, la malvagità, si accordano insieme e si porgono
vicendevolmente la mano. Cominciano i processi contro le streghe,
divampano i primi roghi: col volger degli anni il furore, invece
di scemare, cresce. I pontefici gareggiano di zelo e di ferocia in
quest'opera, ch'essi chiamano una battaglia di Dio contro Satana:
Gregorio IX, Giovanni XXII, sono, tra i più antichi, i più ardenti.
Così si giunge all'anno di grazia 1484, nel quale anno, il 5 di
decembre, il glorioso pontefice Innocenzo VIII promulga la sua famosa
bolla _Summis desiderantes affectibus_, con cui dà ordine e norma
alla inquisizione sopra la stregoneria, ferma e regola i diritti e i
doveri degl'inquisitori, e apre tale un'èra di terrore e di lutto che
non ha riscontro nella storia degli uomini. La Chiesa volentieri ne
tace per parlare a suo agio del Terrore onde va tristamente famosa la
Rivoluzione francese, e questo durò appena due anni, quello più di due
secoli.
Il domenicano inquisitore Jacopo Sprenger scrive allora il suo
insensato e terribile _Malleus maleficarum_, o _Martello delle
streghe_, il quale diventa il Vangelo o il codice degl'inquisitori
di tutta Europa, e a cui molti altri libri consimili, terribili ed
insensati, tengono dietro, che tutti insegnano la santissima arte di
scoprire, esaminare, torturare, arrostire la strega, a dispetto di
ogni ciurmeria e impostura del demonio, suo naturale amico e padrone.
Da indi in poi si moltiplicano i roghi e più non si spengono: i papi
vi soffian su terribilmente, Leone X fra gli altri, l'umanissimo e
magnifico Leone, protettore di letterati e di artisti, amico d'ogni
gentilezza. Nella sola Lorena, in ispazio di quindici anni, si bruciano
novecento persone, e novecento, in ispazio di cinque, nella diocesi
di Vürzburg; cento l'anno se ne bruciano nella diocesi di Como; il
Parlamento di Tolosa ne brucia quattrocento in una volta. Non v'è
nessuno che si possa tener sicuro da un'accusa di stregoneria, e
l'accusa si risolve quasi sempre in condanna, e la condanna è quasi
sempre al rogo: il mostrar di non credere alle malíe è già per sè
stesso un indizio grave, se non a dirittura una prova di colpa. La
tortura fa miracoli, strappa ai più protervi e ai più riottosi la
confessione dello scellerato loro commercio con Satana, provoca sequele
interminabili di denunzie le une legate alle altre, le quali, dal
tribunale del giudice, si protendono, come i tentacoli di uno smisurato
polipo, per mezzo i popoli esterrefatti. Più di un inquisitore si
domanda atterrito se l'umanità tutta intera non sia passata al servigio
del diavolo. Per veder di rendere l'opera riparatrice della giustizia
più sollecita che non sia la stessa propagazione del male, si procede
a precipizio, s'interrogano gli accusati secondo certi formularli che
pongono loro in bocca la confession del delitto, s'inaspriscono e si
moltiplicano le torture, si abbrucia quanto è sospetto d'infezione,
uomini, donne, vecchi, bambini: in qualche luogo i carnefici, oppressi
dal soverchio lavoro, stracchi, istupiditi, rifiutano l'opera consueta,
rinunzian l'officio.
Gli effetti di tale giustizia sorpassano l'aspettazione di coloro
stessi che l'amministrano: Niccolò Remy, giudice in Lorena, esclama in
un accesso di legittimo orgoglio: “la mia giustizia è così ben fatta
che in un anno sedici streghe si sono uccise di propria mano per non
capitarle sotto.„ Bisogna pur dire, a onor del vero, che i protestanti
non si mostravano punto da meno dei cattolici in così fatta bisogna.
Lutero, non solo credeva alle streghe, ma esprimeva il desiderio
che fossero tutte bruciate, e fra coloro che più si adoperarono a
tener deste le false credenze, e a rendere più violenta la procedura,
tiene principalissimo luogo Giacomo I d'Inghilterra, il re pedante e
poltrone. Così in tre secoli, mercè il concorde lavoro di cattolici e
di riformati, furono spente, non decine, ma centinaja di migliaja di
vite umane.
Ora è da por mente che il giudice, nei processi, aveva a fronte,
visibile, la strega, invisibile, il diavolo, giacchè, come di giusto,
il diavolo non abbandonava la sua protetta, la sua amica, la sua druda.
Egli (sono gl'inquisitori che lo affermano, e gl'inquisitori lo devono
sapere) le ajutava a mentire, e a sostenere valorosamente la tortura;
egli faceva perdere la memoria ai testimoni, e ingarbugliava le idee ai
giudici, e metteva la stracchezza addosso ai carnefici. Tutto veniva
da lui. Se la strega durante la tortura moriva, era il diavolo che
l'aveva strozzata, per impedirle di parlare; se la strega si uccideva
da sè stessa, era il diavolo che a ciò l'aveva spinta, affinchè non
si potesse più fare il processo. In Lindheim, villaggio dell'Assia,
cinque o sei donne furono accusate d'aver dissotterrato un bambino e
d'essersene servite per la manipolazione della consueta broda delle
streghe. Torturate in regola, esse confessarono il delitto. Allora
il marito di una di esse tanto s'adoperò che potè ottenere si facesse
una visita al camposanto, per meglio accertarsi della cosa. Aperta la
fossa, il corpicino apparve intatto nella sua bara; ma l'inquisitore,
senza punto smarrirsi, disse che quella doveva essere una illusione
del diavolo maledetto, e che essendoci la confessione delle colpevoli
non era da cercar altro, ma era da dar corso alla giustizia, a onore e
gloria della santissima Trinità: e le donne furono bruciate vive.
Per render vane le frodi e le gherminelle del diavolo, si usavano in
varii luoghi varii accorgimenti e rimedii: si vestiva la strega di una
camicia tessuta e cucita in un sol giorno, le si dava bere un intruglio
fatto di cose benedette, si aspergevano d'acqua benedetta gli stromenti
di tortura, si bruciavano certe erbe, ecc. ecc. Fosse in grazia di
tali pratiche, fosse per altra ragione, certo si è che assai di rado
riusciva il diavolo a porgere alle streghe e agli stregoni amici suoi
ajuto veramente efficace e durevole. Lo storico siciliano Tommaso
Fazello (1498-1570) narra di certo mago Diodoro, che ajutato dal
diavolo scappava di mano alle guardie, e volava per l'aria, da Catania
a Costantinopoli. Il giuoco durò un pezzo; ma finalmente il vescovo
Leone potè mettergli le mani addosso, e lo fece gettar vivo in una
fornace ben accesa, d'onde quegli non uscì più, o uscì solo per andar
capofitto in inferno.
Il primo a insorgere contro la odiosa superstizione, e contro gli
orribili effetti suoi, fu nel secolo XVI il famoso Cornelio Agrippa
di Nettesheim, seguito e superato dal suo proprio discepolo Giovanni
Weier (1518-88) il cui libro fa epoca. I difensori della retta ragione
e della umanità si moltiplicarono poi rapidamente; ma la battaglia
da essi combattuta non fu coronata di vittoria se non assai tardi. Le
ultime vittime della superstizione caddero in Europa nella seconda metà
del secolo scorso: fuori d'Europa, nel Messico, due roghi si accesero
ancora nel 1860 e nel 1873.
L'Inquisizione è morta, e sono finiti i processi per istregoneria; ma
non è morta la stolta credenza, nè sono finiti i lamenti di coloro che
la serbano viva; e non passa anno senza che venga alla luce, scritto
da un qualche teologo fallito e frenetico, un libro in cui si grida
che il mondo è nelle mani del diavolo, e che i satelliti del diavolo,
ammaestrati da lui, corrompono con l'arti loro ogni cosa, insidiano e
sopraffanno i buoni. Il mondo è pieno di stregoni, camuffati in altra
maniera, ma non meno tristi e pericolosi degli antichi, e, quel ch'è
peggio, il diavolo, lor buon signore, ha finalmente trovato il modo
d'impedire che sieno bruciati. Se si potessero ancora bruciare, a tutto
ci sarebbe rimedio.
CAPITOLO X.
L'INFERNO.
Immaginate un mondo spartito in tre piani. Nel piano di sopra è
il paradiso, la reggia di Dio, la dimora degli angeli e dei beati,
sfolgorante di luce, risonante d'ineffabili armonie, odorosa di fiori
immarcescibili; è il regno della santità incorruttibile e della eterna
letizia. Nel piano di mezzo è questo mondo terreno, popolato da una
umanità decaduta e dogliosa, che pecca anelando al riscatto, e spasima
sognando beatitudine; è il regno della perpetua vicenda, del cimento
sempre rinovellato nella mescolanza del bene e del male. Nel piano
di sotto è l'inferno, la voragine tenebrosa, dove Satana e gli angeli
suoi, con l'infinito popolo dei dannati, pagano alla divina giustizia
un debito che mai non si salda; è il regno del peccato irreparabile,
della scelleratezza irredimibile, del dolore smisurato, disperato ed
eterno. A quest'ultimo regno è congiunta una regione dove il peccato
si ripara e si purga, dove il dolore è alleviato dalla speranza; è il
purgatorio, vestibolo bujo del cielo radioso.
Il regno di mezzo è come un vivajo immenso di anime, le quali
ininterrottamente ne emigrano, spartite in doppia corrente, l'una che
sale al cielo, l'altra che scende all'inferno. Satana e la innumerevole
sua milizia non intendono ad altro fine, non ad altro usano l'arte e
la malvagità loro, che a trarre all'ingiù quante più anime possono,
a popolare l'inferno a scapito del paradiso. E della loro riuscita in
tale intento non si possono lagnare.
Ma dov'era propriamente l'inferno? Dice sant'Agostino, nel suo libro
della _Città di Dio_, che nessun uomo lo può sapere se Dio stesso
non glielo ha rivelato. Ciò non tolse tuttavia che le più disparate
e le più strane opinioni fossero espresse in proposito; e il regno
dei dannati fu posto nell'aria, nel sole, nella Valle di Giosafat,
sotto i poli, agli antipodi, dentro ai vulcani, nel centro della
terra, nell'ultimo Oriente, in isole remote, perdute in grembo di
oceani sconosciuti, o, a dirittura, fuori del mondo. Qualche esempio a
tale riguardo potrà bastare. Gregorio Magno racconta di un solitario
dell'isola di Lipari, che vide una volta il papa Giovanni e Simmaco
precipitar nella bocca di quel vulcano l'anima di Teodorico. Alberico
delle Tre Fontane, cronista francese morto nel 1241, dice, parlando
dell'Etna, che le anime dei dannati erano quivi portate quotidianamente
a bruciar tra le fiamme. Aimoino, monaco di Fleury sul finire del
secolo X, e Cesario di Heisterbach, narrano fatti e storie consimili.
San Brandano, navigando fuori dei termini del mondo conosciuto, vide
un'isola ignivoma, dove demonii in figura di fabbri ferrai martellavano
sulle incudini le anime arroventate. Nell'_Huon de Bordeaux_, poema
francese del secolo XIII, si dice che l'inferno è in un'isola chiamata
Moysant, e nell'_Otinel_, altro poema pure francese, che esso è
posto sotto la Tartaria. Ugone d'Alvernia trova l'adito infernale
nell'ultimo, favoloso Oriente.
L'opinione più comune tuttavia, e nel tempo stesso più naturale, era
quella che poneva l'inferno nelle viscere della terra, conformemente a
quanto già avevano creduto gli antichi. Così l'abisso era spalancato,
insidia e minaccia perpetua, sotto ai piedi dei peccatori e dei giusti,
e la corteccia terrestre diveniva un tenue solajo che trepidava e
fremeva per l'impeto delle fiamme penaci e pel mugghio degli eterni
tormenti. La terra, illuminata fuori dal sole, lieta di floridi campi
e di selve, rorida di acque, era come un frutto bacato che, sotto vaga
buccia, abbia fradicio il midollo; era com'un di quei pomi che a detta
dei viaggiatori nascevano sulle rive del Mar Morto, e che coloriti e
odorosi di fuori, erano, dentro, pieni di cenere. Il baco che aveva
ròsa e guasta la terra era Satana, cui Dante chiama il _verme reo che
il mondo fora_, e alla cui caduta dal cielo fa seguire, con mirabile
fantasia, la formazione del baratro infernale.