parole equivoche per meglio assicurar gl'interessi suoi; ma quando,
stringendo il patto, aveva promesso di lasciar passare tale o tal
numero di anni prima di valersi del suo diritto, osservava la promessa
fedelmente, e non anticipava di un'ora il termine pattuito. Non così
scrupolosi si mostravano, come abbiam potuto vedere per parecchi
esempii, coloro che ricorrevano al suo ajuto; e però bisogna dire che
egli non avesse tutto il torto se contro i mancatori usava di qualche
avvedimento e di qualche trappola. Comunque sia, i più gli sfuggivano
di mano con opportuno ravvedimento; ma qualcuno anche ci rimaneva, e
questi pagava per sè e per gli altri. Un monaco, di cui narra la storia
san Pier Damiano, aveva pattuito che il diavolo dovesse annunziargli
la morte tre giorni prima, pensando di potere così provvedere in tempo
alla salute dell'anima. Il diavolo osserva il patto; ma il monaco,
appena tenta di confessarsi, cade in letargo, e ripetendosi il fatto
più volte, muore senza confessione. Per più notti la tomba di lui è
custodita da negri cani.
Nell'immortale dramma del Goethe Fausto si salva; non si salva invece
nella storia popolare, divulgatasi la prima volta per le stampe l'anno
1587; e al nostro bisogno ora fa più questa che quello. Fausto è mosso
al patto da sete di scienza e da bramosia di piacere. Egli verga col
proprio sangue la scrittura in cui sono espressi i reciproci impegni
e le condizioni della loro osservanza: _Io, Giovanni Fausto, Dottore,
dichiaro quanto segue, in questa lettera scritta di mio proprio pugno.
Messomi a scrutar gli elementi, vedendo che le facoltà graziosamente
largitemi dal cielo non son sufficienti a penetrar la natura delle
cose, e che dagli altri uomini non può essere appagato il mio
desiderio, io mi sono dato a questo spirito ch'è qui presente, il quale
si chiama Mefostofile, ed è un servitore del principe dell'inferno,
perchè m'insegni ciò ch'io desidero di sapere, e mi sia, come
promette, sottomesso e obbediente. Da canto mio prometto, che passati
ventiquattro anni dal giorno della presente scrittura, io lascerò
ch'egli faccia di me, dell'anima mia e della mia carne, del mio sangue
e de' miei averi, ciò che gli sarà in piacere, e questo per l'eternità.
A tal fine io rinnego gli esseri tutti che vivono, sia nel cielo, sia
sulla terra. In fede di che scrivo e sottoscrivo di mia propria mano e
col proprio mio sangue._
Fausto fruisce largamente dei beneficii che gli assicura il contratto.
In compagnia di quel suo Mefostofile (che sarà poi ribattezzato
in Mefistofele), o ajutato da lui, egli viaggia tutta la terra,
percorre i cieli, ha al piacer suo le più belle donne che si trovino,
sguazza nelle ricchezze, opera ogni sorta di meraviglie. In Erfurt
legge pubblicamente l'Iliade di Omero, e fa comparire dinanzi agli
uditori stupefatti gli antichi eroi, vestiti di loro armi, e negli
atteggiamenti che lor si convengono; e ai dottori di quell'Università
offre di metter loro tra mani tutte le commedie perdute di Plauto e di
Terenzio, beneficio che essi, per timore di qualche diabolico inganno,
rifiutano. Scorso il diciassettesimo anno, Fausto, che aveva lasciato
scorgere qualche intenzione di ravvedimento e di penitenza, verga col
proprio sangue, e forzato dal demonio che minaccia di farlo a pezzi se
non obbedisce, una seconda scrittura che conferma la prima. Il tempo
vola e il termine della terribile scadenza si approssima. Durante
l'ultimo anno, il demonio, per istordirlo e consolarlo, gli dà per
concubina Elena greca. Giunge finalmente il dì fatale. Fausto invita
tutti gli amici suoi ad un banchetto, narra loro la sua storia, e li
prega di non partirsi, ma di andare a dormire intanto ch'egli aspetta
la fine sua inevitabile. Poco oltre la mezzanotte, gli amici sentono
una folata di vento impetuoso investir la casa e scuoterla come se
dovesse spiantarla dalle fondamenta, odono sibili orrendi e le grida
disperate di Fausto che chiama soccorso. Inorriditi, esterrefatti, non
ardiscon di muoversi. Venuta la mattina, entrano nella camera di lui,
e la trovano tutta imbrattata di sangue: le cervella dello sciagurato
vedevansi sprazzate sulle pareti; gli occhi, strappati dall'orbite, e
alcuni denti giacevano in terra. Il corpo, tutto pesto e stracciato, fu
poi rinvenuto fuori della casa, sopra un letamajo. Cristoforo Marlowe,
il precursore dello Shakespeare, recò sulla scena le spaventose angosce
di Fausto aspettante la morte e la dannazione.
Di poco posteriore a Fausto è il polacco Twardowsky, autore anch'egli
di molte meraviglie, e finito malamente al par di lui. Egli aveva
scritto il patto funesto col proprio sangue, sopra una pelle di bue.
Un giorno, mentre in un'osteria faceva stupire gli astanti co' suoi
prodigi, ecco il demonio, che gli ricorda esser giunto il termine
pattuito. Lì per lì lo sventurato si salva avvicinandosi ad un bambino
che dorme in una culla; ma avendogli il demonio rimproverata la sua
malafede, e dettogli che parola d'uomo nobile non dee mutarsi, egli fa
animo risoluto e indi a poco gli si dà nelle mani. Bisogna riconoscere
che un tale sentimento dell'onore fu assai raro tra coloro che si
obbligarono al diavolo e largamente si valsero dell'opera sua.
CAPITOLO IX.
LA MAGIA.
Coloro che facevano patti col diavolo molto spesso li facevano per
potere esercitare le arti illecite della magia; ma il patto non sempre
importava quell'esercizio, e quell'esercizio poteva andar senza il
patto. Mi spiego. C'erano casi in cui il demonio volenterosamente si
obbligava di fare quanto dal mago gli fosse richiesto, a patto che
questi gli desse l'anima in premio; e c'erano casi in cui il mago,
in virtù dell'arte propria, forzava il demonio a fare ciò che per sè
stesso il demonio non avrebbe nè dovuto, nè voluto. C'erano, come si
vede, due magie, che gli scrittori non distinguono abbastanza, ma che
quanto alle origini, se non quanto agli effetti, erano profondamente
diverse; l'una prodotta da un volontario assoggettamento della potenza
diabolica all'arbitrio dell'uomo, l'altra nascente da un vero e proprio
dominio acquistato dall'uomo su quella potenza, e acquistato (si ponga
mente) non in grazia di un consentimento divino, ma in grazia di una
scienza e di un'arte, che avevano i loro canoni, che si studiavano
con certo tirocinio, che si potevano possedere più o meno; la scienza
e l'arte di magia. I teologi e i dottori affermano, gli è vero, che
di questa scienza malvagia e fallace, di quest'arte perniciosa, era
inventore lo stesso Satanasso, uso a giovarsene pel conseguimento dei
fini suoi; ma nasce dubbio che nella opinione loro vi possa essere
qualche errore, quando si vede quella scienza e quell'arte imporsi
al presunto inventore per modo che questi non può non obbedire a chi
per esse gli comanda. Molta parte della magia presuppone l'esistenza
in natura, e la cognizione per parte dell'uomo, di virtù arcane che
hanno forza di muovere e di legare i demonii. Ma comunque il mago
avesse acquistato la sua formidabile potestà, l'esercizio di essa era
colpevole e vietato, e conduceva da ultimo i trasgressori in inferno.
Generalmente parlando, e guardando agli effetti, maghi e streghe
possono considerarsi come alleati e coadiutori di Satana.
Le sorgenti della magia sono nella passione e nella ignoranza, che
fanno quasi tutto l'uomo. Il desiderio sempre rinascente, e che non
riesce a saziarsi nelle ordinarie condizioni della vita, suscita
nella mente il sogno di una potenza incontrastabile per la quale
ogni appetito si appaghi; e l'ignoranza delle leggi inflessibili che
governano la natura lascia credere che il corso di questa possa essere
signoreggiato e mutato in conformità di quel sogno; il quale, quando
abbia raggiunto un certo grado d'intensità, spontaneamente tende a
trasformarsi in azione. L'amore, l'odio, il desiderio della sanità,
delle ricchezze, del potere, della scienza medesima, sono cause
produttrici della magia, e suoi perpetui stimoli, ond'è che noi vediamo
questa praticata dovunque son uomini, nell'antichità più remota,
nel medio evo, e presentemente ancora, non solo fra le popolazioni
barbariche o selvagge, ma fra le stesse genti che si dicono civili.
Cesario racconta di uno scolare, il quale non imparando nulla con lo
studio, si procacciò una pietra che dava a chi la teneva in mano ogni
sapere: è questa in iscorcio tutta la storia della magia.
Col crescere e con l'afforzarsi della credenza in Satana la magia
doveva acquistare nuovo credito e nuovo vigore. Tutto quanto si sapeva
o si credeva sapere di lui, della sua natura, de' suoi costumi, de'
suoi propositi, doveva tendere a produr questo effetto. Egli era la
potenza sempre viva ed inquieta che circuiva e penetrava tutte le cose,
il principe di questo mondo, il dominatore della natura pervertita;
egli era in ogni luogo, e aveva sotto ai suoi ordini una milizia
innumerevole, sempre parata ad ogni cimento. Con l'ajuto dell'opera
sua non era così difficile impresa, non era miracolo che non si
potesse compiere, e l'ajuto di quell'opera egli porgeva senza troppo
farsi pregare. Si sapeva che di buon grado egli s'associava all'uomo
per venire più facilmente a capo de' suoi disegni. La Chiesa stessa,
a furia di predicare la potenza e l'astuzia di Satana, a furia di
mostrare, con infiniti esempii, gli effetti della sua dominazione sul
mondo, e più popolato assai l'inferno che il paradiso, era riuscita
dove non credeva nè voleva riuscire, aveva lasciato germogliare negli
animi come una vaga credenza che il padrone foss'egli e non Dio,
aveva, qua e là, alla paura e all'orrore, sostituita l'adorazione.
Nel XIII secolo i Luciferiani furono accusati di adorare il diavolo, e
la stessa accusa fu lanciata contro i Templari, contro gli Albigesi,
contro i Catari, contro parecchie altre sètte. Molte volte, senza
dubbio, l'accusa fu calunniosa, dettata da astio religioso e da
perfidia ecclesiastica; ma alcuna volta dovette pur cogliere nel segno.
La spaventosa istoria dei processi contro le streghe ne porge prova
incontestabile, e la diabolica assemblea ch'ebbe in Francia il nome
di _sabbat_, e in Italia quello di giuoco della signora, suppone un
vero e proprio culto satanico, del quale dovrò dire qualche cosa più
oltre. Finalmente non si dimentichi che le condizioni della vita furono
sovente nel medio evo così dure ed insopportabili, sotto la duplice
oppressione ecclesiastica e baronale, da spingere intere classi di
uomini derubati, affamati, disperati, a cercare nella magia, o alcun
sollievo agl'infiniti lor mali, o alcun'arme di vendetta. Per costoro
darsi al diavolo era la suprema via di salvezza, era trovare un amico
e un ajutatore, qual ch'ei si fosse. Satana era men tristo del barone e
del prete.
La più parte diventavano stregoni e streghe con solo mettersi nel
gregge di lui, e con fruire dì quei beneficii e di quel tanto potere di
cui egli voleva farli partecipi; ma, come ho detto, oltre a questa più
bassa magia, prodotta da una specie di delegazione di potestà, c'era
una magia più alta, frutto dello studio e del volere, una magia fondata
sulla cognizione di forze a cui gli stessi demonii obbedivano, ma che
nulla avevano di divino.
Di questa erano tenuti gran maestri i saraceni e gli ebrei, e v'erano
scuole famose, in cui dicono s'insegnasse, come Salamanca e Toledo in
Ispagna, Cracovia in Polonia. La più celebre nel medio evo fu quella
di Toledo, dove la leggenda fece studiare Virgilio, trasformato di
poeta in mago, Gerberto, il beato Egidio di Valladares prima della sua
conversione (m. 1265) ed altri assai.
La prima delle magiche operazioni, quella che avviava a tutte l'altre,
era l'evocazione, con cui si forzava Satana, o alcuno de' diavoli
suoi, a comparire; operazione non difficile quando se ne conosceva
il modo, ma pericolosa a chi vi procedesse sbadatamente, senza le
opportune cautele. Si faceva più comunemente di notte, anzi nel punto
di mezzanotte; ma poteva farsi anche di pien mezzogiorno, essendo
quella l'ora in cui ha più vigore il diavolo meridiano. Facevasi nei
bivii, nei trivii, nei quadrivii, nel fondo di selve cupe, sopra lande
deserte, tra rovine antiche. L'evocatore si chiudeva in un cerchio, o,
per più sicurezza, in tre cerchi, tracciati in terra con la punta di
una spada, e doveva badar bene di non lasciar cogliere fuor di quel
limite la più piccola parte di sè, e di non concedere a patto alcuno
cosa che il diavolo potesse chiedergli. Ne andava la vita. Il solito
Cesario racconta di un prete, che adescato a uscire del cerchio, fu
tutto fracassato dal demonio, per modo che in capo di tre giorni morì;
e racconta di uno scolare di Toledo, che avendo sporto fuor del cerchio
un dito, verso un demonio che in figura di leggiadra danzatrice gli
offeriva un anello d'oro, fu subito rapito e trascinato in inferno,
d'onde non uscì se non per le insistenti preghiere del negromante che
l'avea menato a quella festa.
Le formole di evocazione erano molte e strane, alcune lunghissime,
quali più, quali meno efficaci, nè tutte si addicevano a tutti i
diavoli. La più piccola omissione poteva bastare a renderle inefficaci
affatto, se il demonio era svogliato o indispettito. Qui cade in
acconcio una osservazione. Abbiam veduto per esempii assai numerosi che
il diavolo si presenta volentieri, senza farsi troppo pregare, anche a
chi lo chiama così alla buona e nel linguaggio consueto, e che spesso
si presenta senza che altri pensi a chiamarlo. Gregorio Magno racconta
il caso di un prete, che avendo detto al proprio servo: “Vieni,
diavolo, e trammi gli stivali,„ si vide comparire innanzi il diavolo
in persona, a cui non pensava in quell'ora. Altre volte il diavolo
si mostra pigro e restio, e allora bisogna rinforzare e replicar gli
scongiuri, ai quali da ultimo è pur necessario ch'ei ceda, sempre che
non vi sia difetto. L'ultimo dei Carraresi lo chiamò invano quando,
nel 1405, essendo Padova afflitta dalla peste, e stretta d'assedio dai
Veneziani, egli non aveva più uomini da far difesa.
Evocato, il diavolo poteva apparire con accompagnamento di varii
prodigi, e sotto varie forme, salvo che il mago gl'imponesse di
prenderne una determinata. Un cavaliere tedesco, di cui racconta la
storia Cesario, stando entro il cerchio insieme con un negromante amico
suo, vide da prima tutto intorno un'acqua fluttuante, poi udì mugghio
di bufera e grugnito di porci, e, dopo altri portenti, vide apparire,
più alta degli alberi della foresta, la figura del demonio, di così
spaventoso aspetto, ch'egli ne rimase smorto tutto il rimanente di sua
vita.
Nelle formole d'evocazione erano molte parole strane di suono ed
inintelligibili, e quanto più erano strane ed inintelligibili, tanto
maggior virtù si attribuiva loro. Nel qual fatto si rivela una tendenza
assai nota della natura umana, e della quale si potrebbe discorrere a
lungo. La parola _Abracadabra_ si scriveva già dai greci sugli amuleti,
e conservò nel medio evo l'antica riputazione. Lo stesso dicasi
della parola _Abraxas_. Per l'uomo incolto la parola è inscindibile
dalla cosa, s'immedesima con la cosa. Nella coscienza, essa suscita
repentinamente l'immagine di questa, onde la credenza di un misterioso
legame fra le due, e di una potenza quasi creativa di quella. Il suono
è Brama, dicesi in un libro sacro dell'India: Dio disse: Sia la luce
e la luce fu; e in principio era il Verbo. Secondo una superstizione
sparsa su tutta la faccia della terra, certe cose non si debbono
nominare, perchè i nomi si traggono dietro le cose. Coloro che si
convertivano al cristianesimo mutavano il nome, per gettar via con esso
tutto il loro passato, e così lo mutava chi, rinunziando al mondo,
entrava in un chiostro. Virtù magica si attribuiva, oltrechè alle
parole, anche ai numeri, ai caratteri, alle figure, e la più parte di
tali credenze ha origine antichissima.
Di parole, di cifre, di figure era composto il libro magico, altrimenti
detto libro del comando, il quale dava a chi n'era possessore facoltà
di scongiurare i diavoli, di comandar loro e di operare per mezzo loro
ogni maniera di meraviglie. Non v'è mago di qualche reputazione che
non abbia avuto il suo. Gerberto rubò, come abbiam veduto, quello del
proprio maestro, e Fausto n'ebbe uno di grandissima virtù. Secondo
una leggenda che ho già ricordata, presso Norcia era l'antro della
Sibilla, e un lago popolato di diavoli, al quale accorrevano a frotte
gl'incantatori per consacrare i lor libri magici. Col suo, Malagigi fa
miracoli per entro ai poemi cavallereschi. Ordinaria compagna del libro
era la famosa bacchetta.
Ma oltre alla bacchetta e al libro c'erano pure altre cose con le quali
si potevano vincolare e signoreggiare i demonii: tali certe gemme
e certe erbe che si trovano descritte nei lapidarli e negli erbarii
del medio evo. Più di un mago riuscì ad avere un demonio chiuso in
un'ampolla, o dentro un anello, in guisa da potergli comandare come
a uno schiavo; e ciò ad imitazione di Salomone, che molti demonii,
secondo si legge in racconti ebraici ed arabici, ridusse in ischiavitù.
Del famoso medico ed astrologo Pietro d'Abano, morto l'anno 1316 nelle
carceri dell'Inquisizione, si dice avesse chiusi in una fiala sette
diavoli, per tacer di una borsa a cui tornavano fedelmente i denari
spesi; e il famosissimo Paracelso (m. 1541) aveva non so se uno o più
diavoli chiusi nel pomo della spada. Con l'ajuto dell'arte magica poi
e dell'astrologia, si potevano costruire ingegni ed ordigni che, in
parte almeno, rendevano superflua la cooperazione dei demonii, come
quelle teste artifiziate che rispondevano alle domande, e di cui una
costrusse, come s'è già veduto, Gerberto, un'altra Alberto Magno, una
terza Ruggero Bacone, altre altri.
I maghi e le streghe non erano tutti di una valentia e d'una forza:
come in ogni altra condizione umana, anche nella loro c'era disparità
di potenza e di grado. Ciò nondimeno non era così misera fattucchiera,
nè così fallito stregone, che non potesse con l'ajuto dell'arte sua
far cose mirabili, e tali da vincere ogni umano potere ed ogni umano
avvedimento. Chi volesse fare un elenco delle svariatissime operazioni
dell'arte magica dovrebbe comporre un volume, e non riuscirebbe a dir
tutto, giacchè per essa si poteva far presso a poco quanto cade nella
fantasia, quanto può essere oggetto di desiderio. Il mago, con acconci
filtri, o giovandosi dell'opera di accorti demonii, poteva forzare
all'amore, poteva mutare l'amore in odio, poteva strappar l'amata
all'amante, o far che quella volasse di notte tempo, per l'aria, fra
le braccia di questo. Egli si vendicava de' suoi nemici, o dei nemici
di chi ricorreva a lui per ajuto, facendo divampare l'incendio nelle
loro case, rovesciando la tempesta sui loro campi, sommergendo in mare
le navi; o pure li faceva morire, infiggendo in una figura di cera,
fatta a loro immagine, un ago, o uno stiletto, o pure, senz'altro
apparecchio, con una semplice imprecazione, con un'occhiata velenosa.
Per lui non erano distanze, non vie malagevoli e perigliose. In groppa
ai demonii egli volava da una ad un'altra estremità della terra,
spendendo poche ore là dove altri consumavano mesi ed anni, e allo
stesso modo faceva viaggiare coloro cui egli favoriva dell'opera sua.
Fabbricava amuleti e talismani acconci ad ogni uso, armi fatate che
sfidavano il ferro ed il fuoco, e, in una notte, palazzi sontuosi,
castelli inespugnabili, intere città murate. Con una parola oscurava
l'aria, faceva imperversare un'orrenda procella, apriva sopra la terra
le cateratte del cielo; con una parola faceva riapparire il sereno, e
risplendere il sole più sfolgorante di prima. Alzando il dito sgominava
un esercito, o ne faceva saltar su un altro, tutto di demonii sbucati
dall'inferno. Ov'egli s'intrometteva la natura perdeva la sua usanza
e il suo essere. Egli trasmutava le cose l'una nell'altra; faceva
oro del fango e fango dell'oro; e similmente trasformava d'una in
un'altra le creature viventi e sensitive, i maschi in femmine, le
femmine in maschi, gli uomini in bruti. Egli aveva cognizione delle
cose più nascoste; vedeva in un bacino d'acqua ciò che gli premeva
vedere, prediceva senza errore il futuro, e, miracolo più di tutti gli
altri gradito, racquistava egli stesso, e faceva racquistare altrui la
giovinezza perduta.
I maghi maggiori molto si compiacevano di fare stupire le più illustri
assemblee con lo spettacolo dei prodigi che sapevano operare. Nel
cuor dell'inverno, Alberto Magno pregò l'imperatore Guglielmo di
volere andare un giorno, con tutta la corte, a desinare in sua casa.
V'andò l'imperatore, e il buon mago lo menò, insieme col seguito, in
un giardino, dove tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al
ghiaccio che coprivano ogni cosa, si vedeva apparecchiato il convito.
I cortigiani cominciarono a mormorare, parendo loro uno strano scherzo
quello dell'ospite; ma come il re fu seduto a mensa, e gli altri
similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo
un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la
terra e gli alberi germinare e coprirsi di verzura e di fiori, brillar
tra le fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del soavissimo
canto d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che
i convitati cominciarono a tôrsi le vesti di dosso, e, seminudi,
ripararono all'ombra delle piante. Fornito il mangiare, i numerosi
e leggiadri valletti che avevan servito, sparvero come nebbia, e di
subito il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido
gelo coperse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura, che gli
ospiti tremando corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco.
Molte altre simili storie si raccontano. Michele Scotto che, a
testimonianza di Dante,
veramente
Delle magiche frode seppe il gioco,
e che perciò fu da lui posto con gli altri incantatori in inferno,
trovandosi un giorno alla corte di Federico II, illuse sì fattamente
con le sue arti un cavaliere per nome Ulfo, che questi credette d'aver
lasciato Palermo e la Sicilia, e, dopo lunga navigazione, passato lo
stretto di Gibilterra, d'esser giunto in istranie e remote contrade,
e quivi aver vinto ripetutamente in battaglia poderosi nemici,
conquistato un vasto s florido reame, condotto moglie, e avutone
più figliuoli, consumando in tali fatti un tempo che parve a lui di
vent'anni e in realtà non fu se non di poche ore.
Verso il 1400 frequentò la corte del re di Boemia e imperatore
Venceslao, soprannominato il Beone e il Fannullone, un mago di
nome Zito, o Zitek, il quale faceva le più strane gherminelle del
mondo: entrava in un guscio di noce e si faceva tirare a carretta
da due scarafaggi addestrati; mostrava un gallo che attaccato a una
pesantissima trave, se la traeva dietro trionfalmente, come fosse
stata un fuscello; mutava in porci i manipoli di fieno e per porci li
vendeva. Alcune di tali gherminelle si raccontarono poi di Fausto.
Nel secolo XVI un rabbino di Praga per nome Löw giunse a tal segno
di potenza che nemmeno la morte poteva nulla contro di lui. Questa da
ultimo si celò in una rosa, e il rabbino morì fiutandola.