il benedettino Gualtiero di Coincy (m. 1236) in una sua raccolta di
miracoli della Vergine. C'erano due sposi di gran condizione e virtù, i
quali, dopo avere avuto parecchi figliuoli, fecero a Dio e alla Vergine
voto di castità. Ma la carne è fragile, e mai non cessa dalle insidie
il demonio. Una notte di Pasqua egli accende di tanta concupiscenza
l'animo del marito, che questi scorda ogni suo proposito e vuole ad
ogni modo infrangere il voto. La moglie prega, ammonisce, minaccia; ma
poi, non potendo contrastare più oltre, grida: “Se dal nostro peccato
un figliuolo ha da nascere, sappi che io ne fo dono al diavolo.„
Dopo nove mesi, viene al mondo un bambino, così bello e gentile che
quanti lo vedono se ne meravigliano. Passano alcuni anni, e il bambino
cresce di svegliatissimo ingegno, di bonissima indole, adorno d'ogni
bel costume. La madre, che teneramente lo ama, si strugge in lacrime,
pensando alla sua imprecazione e agli effetti che ne debbon seguire.
Quando il fanciullo ha compiuto il dodicesimo anno, appare a lei un
orribile demonio, e l'avverte che di lì ad altri tre anni verrebbe a
prendere colui che per diritto gli appartiene, e a cui non rinuncerebbe
per cosa del mondo. La povera donna si dispera, e un giorno, cedendo
alle supplicazioni del figliuolo, svela il secreto. Il figliuolo dà
allora in un pianto dirotto:
S'il est dolenz n'est pas merveille,
Quar l'aventure est moult amère.
A mezzanotte abbandona la casa de' suoi genitori, e solo si pone in
viaggio. Giunge a Roma, e, come il cavaliere Tanhäuser, si presenta al
papa, e gli narra la dolorosa sua storia. Il papa a così nuovo caso
non sa che dire, e manda il fanciullo al patriarca di Gerusalemme,
il più saggio uomo che sia sulla terra. Ecco il nostro pellegrino
in Gerusalemme, dopo molte fatiche e molti pericoli. Il patriarca,
come il papa, non ci vede rimedio; ma si ricorda in buon punto di un
eremita, il quale abita in una grande e perigliosa foresta, ed è di
così santa vita che gli angioli scendono dal cielo per intrattenersi
con lui: da lui forse potrà aversi consiglio ed ajuto. Piangendo
amaramente, invocando Dio e la Vergine, il fanciullo si rimette in
cammino; ma intanto i tre anni sono quasi passati, e non manca più che
un giorno allo spirare del termine fatale. Il sabato innanzi Pasqua
trova l'eremita, il quale, udita la strana avventura, rimane ancor
egli, a bella prima, come smarrito; ma tosto ripreso animo, conforta
il fanciullo, lo esorta a sperar bene, e provvede a dargli valido
ajuto. Passano entrambi la notte in orazione, poi venuta la mattina,
l'eremita, posto il garzone fra sè e l'altare, comincia a celebrare la
messa. Ma ecco il diavolo, con dietro una masnada de' suoi, irrompe in
chiesa, e pone lo mani addosso al poveretto. L'eremita chiama a gran
voce la Vergine che venga in soccorso, e la Vergine gloriosa scende
dal cielo, e in un baleno volge in fuga i nemici. Il fanciullo è
salvo. Pien di riconoscenza s'accomiata dal suo benefattore e ritorna
in patria, dove è ricevuto con indicibile giubilo dalla madre, e dove
tutto si consacra poi al servizio della Vergine benedetta.
In un'altra storia il diavolo rapisce, appena nato, il fanciullo che
gli fu consacrato, lo fa nutrire, e lo mena poi con sè in giro pel
mondo, trattandolo con ogni riguardo sino all'età di quindici anni.
Allora san Giacomo glielo toglie e lo restituisce ai genitori. In
altri racconti i figliuoli sono, non donati, ma venduti al diavolo,
il quale fa come i ladri: quando non può rubare, compra. Nè tali
mercati si facevano coi figliuoli soltanto. In una storia che dovrò
riferire più oltre, un cavaliere fa un patto col diavolo, e s'impegna
di dargli la propria moglie dopo trascorsi sette anni: quanti in
suo luogo gliel'avrebbero data subito! In un'altra si vede come al
diavolo potessero esser date persone affatto estranee, e come il
diavolo, almen qualche volta, volesse che quelle donazioni fossero
fatte col cuore, e non con la bocca soltanto. Eccola. Un pessimo
esattore, avaro e crudele, andava un giorno a certo villaggio, per
farvi una delle solite esazioni. Per via si accompagnò con lui un
tale, che egli subito conobbe essere il diavolo, e non è a dire se,
conosciutolo, desiderasse, per sue buone ragioni, di levarselo da
torno. Incontrano un uomo, che conduceva un porco, il quale lo faceva
disperare, cosicchè quegli rinnegava la pazienza e gridava: “Il diavolo
ti porti!„ L'esattore dice al diavolo: “Non odi? colui ti dà il porco;
va e prendilo.„ — “No, risponde il diavolo, non me lo dà di cuore.„ Un
po' più oltre trovano una madre, che a un suo bambino piangente gridava
stizzita: “T'abbia il diavolo!„ — “O perchè non lo prendi?„ esclama
l'esattore. — “Non me lo dà, di cuore, risponde il diavolo: quello è un
modo di dire.„ Giungono intanto al villaggio, e quei poveri villici,
vedendo venire il lor carnefice, gridano in coro: “Il diavol t'abbia!
possa tu servire al diavolo!„ E il diavolo: “Questi si che mi ti danno
di cuore, e però tu sei mio.„ E, senz'altro aggiungere, acciuffatolo,
sel portò via.
CAPITOLO VIII.
I PATTI COL DIAVOLO.
Il diavolo, quando non può adoperare la violenza per venire a' suoi
fini, adopera l'astuzia, e volentieri usa i modi legali, se dai modi
legali si ripromette guadagno. Dove non gli è dato rubare, patteggia
e traffica; compra, a più o men caro prezzo, quanto non gli sarebbe
donato; stipula contratti, assume obblighi e li osserva.
L'idea di un possibile patto col diavolo fu, nei tempi di più viva ed
ingenua credenza, un'idea che s'offerse spontanea agli spiriti, e che
molti ne dovette tentare con acri e strane lusinghe. Se il desiderio
più vivo del principe delle tenebre era quello di sedurre anime, e se
per vedere appagato questo suo desiderio egli usava tutto il suo potere
e tutta l'arte sua, come non credere che l'uomo potesse vendergli
l'anima a prezzo di ricchezze, o di onori, o di qualsivoglia altro bene
mondano, ond'egli, quale signore del mondo, era facile dispensiero? E
come non credere ciò, se negli stessi Evangeli si vede Satana offrire
a Cristo i regni della terra a patto d'essere riconosciuto per signore
e adorato da lui? Naturalmente ancora doveva il patto vestir la forma,
e accompagnarsi di quelle cautele che, tra gli uomini, sono prova
di legalità e validità, e assicurano l'osservanza reciproca degli
obblighi. Di qui la scrittura debitamente distesa e firmata, che il
diavolo chiede a chi, in iscambio di tale o tal cosa, s'impegna di
dargli, dopo un tempo stabilito, l'anima propria; ed è curioso che
mentre il diavolo sente il bisogno di assicurare con un documento in
regola e ben chiaro, la fede del suo contraente, questi, di solito,
non sente il bisogno di assicurarsi, nello stesso modo, della fede di
quello. Vero è che il demonio, quasi sempre, sta ai patti, o almeno,
se non allo spirito, alla lettera dei patti, e che gli uomini molto
spesso non ci stanno, s'ingegnano di riaver le scritture, e riavutele,
si gabbano di chi ha loro creduto. Forse fu per dar più valore al
contratto che, a cominciare dal secolo XIII, il diavolo volle si
scrivessero i patti col sangue, il quale, come ben dice Mefistofele, è
un certo succo affatto particolare. A tali scritture anche il demonio
soleva apporre alcun segno. In una, di cui dà notizia Gilberto di
Vos (sec. XVII) in certo suo libro di teologia, il diavolo lasciò
l'impronta abbronzata della sua mano, stesa sopra una croce.
Sono innumerevoli le storie in cui si racconta di patti stretti col
demonio, e parecchie assai antiche: non ispiacerà, spero, al lettore,
che io ne riferisca qualcuna.
In una vita di san Basilio arcivescovo di Cesarea, attribuita ad
Amfilochio vescovo d'Iconio (sec. IV), si legge quanto segue. Un
senatore cristiano, per nome Proterio, ha un'unica figliuola, cui egli,
dopo aver visitato i luoghi santi, risolve di consacrare a Dio. La
fanciulla è lieta di ciò; ma il demonio, che mai non dorme, si accinge
tosto a contrariare il santo disegno. Egli accende nell'animo di un
giovane servo una passione violenta per la nobil donzella. Sapendo
di non potere in altro modo conseguire il suo desiderio, il servo
ricorre ad un negromante, e gli promette, quand'ei voglia ajutarlo in
quell'amore, grandissima quantità di denaro. Il negromante acconsente,
e fattogli, prima d'ogni altra cosa, rinnegare il Redentore, gli dice:
“Va alla tale ora di notte, e ponti sul sepolcro di alcun pagano,
tenendo levata in alto questa lettera che io ti do: tosto vedrai
apparire chi ti condurrà alla presenza del demonio mio signore, dal
quale potrai avere l'ajuto che chiedi.„ Il servo fa puntualmente quanto
gli è detto, e giunta l'ora è da alcuni spiriti condotto alla presenza
del principe dei demonii, che siede in un trono eccelso, con le sue
milizie d'attorno. Letta la lettera del mago, dice il principe al
servo: “Credi tu in me?„ e quegli: “Credo.„ Ma il demonio: “Voi altri
cristiani siete gran tergiversatori, e poco sicura è la vostra fede.
Quando avete bisogno di me, venite a cercarmi; raggiunto poi il fine,
ve ne tornate al vostro Cristo, il quale, buono e misericordioso com'è,
vi accetta novamente per suoi. Però se tu vuoi il mio patrocinio,
bisogna che per iscritto rinunzii a lui e al battesimo, obbligandoti
d'esser meco il giorno del giudizio, e di soggiacere insieme con me
alle pene eterne dell'inferno.„ Promette il servo, e scrive di proprio
pugno ogni cosa. Allora il principe manda alcuni suoi satelliti, i
quali suscitano nell'animo della giovane un incomposto amore, e le fan
detestare la santa vita cui stava per consacrarsi. Ella si getta ai
piedi del padre, e tanto prega, e tanto piange, che quegli, pien di
cordoglio e di amarezza, concede alfine che le nozze si facciano. E
le nozze si fanno. Passato picciol tempo, certuni notano che lo sposo
non entra mai in chiesa, nè mai s'accosta ai sacramenti, e lo dicono
alla donna. Questa si dispera, interroga il marito, viene a cognizione
dell'orribil secreto, e inorridita corre dall'arcivescovo Basilio
a implorare consiglio ed ajuto. Il sant'uomo non perde tempo, e dà
mano ai ripari. Interroga a sua volta il giovane, gli chiede se sia
pentito, se creda in Dio e nella sua infinita misericordia, e vedutolo
in ottima disposizione, lo chiude in una stanza, dove si custodivano
i sacri indumenti, e passa tre giorni in orazione. Intanto i demonii,
stizziti, assediano il fedifrago, lo vituperano, lo percuotono, gli
sciorinano sotto gli occhi la scrittura da lui vergata, rinfacciandogli
la sua mala fede. Passano alcuni giorni, e la diabolica infestazione
a poco a poco va rimettendo della sua furia: il giovane ode ancora le
grida minacciose, ma più non vede i suoi nemici. Scorso il quarantesimo
giorno, l'uom di Dio trae il peccatore fuor del suo carcere, convoca
il clero ed il popolo, narra il caso, esorta tutti a pregare perchè
il demonio sia vinto. Mentre la chiesa risuona di devote preci, ecco
il diavolo farsi addosso al giovane, forzarsi di trascinarlo con sè,
mostrare in prova del proprio diritto la funesta scrittura. Ma il santo
non si perde d'animo per questo, tien testa coraggiosamente al nemico,
e ordina ai fedeli di gridare senza intermissione _Kyrie eleison_,
tenendo le braccia levate al cielo, sino a tanto che non siasi ottenuta
vittoria. Dopo lung'ora si vede volar per l'aria la scrittura, e
posarsi tra le mani del santo, che si affretta a lacerarla. Il giovane
è salvo, e ottenuta la benedizione, e rifatto partecipe dei sacramenti,
torna a vivere lieto con la sua sposa, frodando il diavolo e fruendo
tranquillamente dei suoi beneficii.
In questa istoria, rinarrata con qualche leggiera diversità da Giacomo
da Voragine e da altri, chi fa la più trista figura non parmi sia il
diavolo, il quale, avendo fedelmente mantenuto le sue promesse, vuole
con ragione che l'altro patteggiatore faccia lo stesso. Il suo diritto
è pieno ed inoppugnabile, e san Basilio non può spogliarnelo, se non
carpendogli la scrittura che lo sancisce.
In altra istoria, che ora riferisco, il peccatore pentito non riesce a
riavere la scrittura, e qualche dubbio rimane della salvazion sua. In
che tempo avvenissero i casi vi si narrano non si sa propriamente; ma
e i casi, e l'anonimo racconto greco che li contiene, sono, senz'alcun
dubbio, antichissimi.
Nella città d'Antiochia viveva una vedova dabbene, con una sua
figliuola per nome Maria. Madre e figlia menavano vita esemplare,
tutta consacrata al servizio di Dio, e la buona fanciulla aveva fatto
proposito di serbare illesa la sua verginità e di darsi tutta allo
sposo celeste. Un Antemio, uomo assai denaroso, e dei principali della
città, s'innamora perdutamente di lei, e comincia a tentarla con doni,
a insidiarla con mezzane, e a profferirsele per isposo, quando vede
di non poterla avere altrimenti. Ma nulla gli giova. Respinto da lei
e dalla madre, e sempre più acceso di mala passione, egli giura di
venire a capo del suo disegno, checchè sia per costargli. Fa conoscenza
con un negromante di grandissimo potere, chiamato Megas, cioè Grande,
e narratogli il caso, ne ha promessa che la fanciulla verrebbe a
trovarlo di notte tempo nella propria sua casa e nel proprio suo letto.
E così segue. La fanciulla è con inganno tratta da un demonio nella
camera di Antemio; ma riesce a fuggirgli di mano con la promessa di
voler quanto prima tornare a lui, consenziente o non consenziente la
madre. Veduti gli effetti dell'arte magica, Antemio vuol esser mago
egli pure, e prega Megas che tale lo faccia. Megas, accertatosi prima
ch'egli è pronto a rinnegare Cristo e il battesimo, gli dà una polizza
e gli dice: “Esci dalla città, senz'aver cenato, e nell'ora che la
notte è più cupa, vientene su questo ponticello, e tieni a braccio
teso in alto cotesto breve; ma per cosa che tu veda, bada bene di
non aver paura e di non fare il segno della croce.„ Antemio fa quanto
gli è detto, e stando a mezzanotte sul ponte, vede giungere una gran
cavalcata e un principe seduto in un carro. Porge la lettera; ma il
principe non accoglie subito fra' suoi colui che la reca: egli vuole
un'abjura scritta. La scena si ripete tre volte, e negli intervalli
Antemio si consiglia col mago. La terza volta il principe, ricevuta la
scrittura, grida, levando al cielo le braccia: “O Gesù Cristo, questi
che già fu tuo ti rinnega per iscritto. Di ciò non io sono autore, ma
egli, che con ripetute istanze ha chiesto di poter essere mio. Però
in avvenire non ti curar più di lui.„ Udite queste parole, che il
principe ripete tre volte, Antemio è preso da subitaneo terrore e da
grande ambascia, e ridomanda la sua scrittura. Ma invano: il principe,
senza più dargli ascolto, passa oltre, lasciandolo prosteso a terra,
immerso in lacrime di dolore e di pentimento. Il dì seguente, Antemio,
tagliatisi i capelli, vestito di sacco, va a trovare il vescovo di una
città vicina, gli si getta ai piedi, gli narra ogni cosa, lo scongiura
di ribattezzarlo e di salvarlo. Il vescovo gli dice di non potergli
dare nuovo battesimo, lo esorta ad avere buona speranza in Dio, prega
e piange con lui. Tornato a casa, Antemio libera tutti i suoi schiavi,
distribuisce alle chiese ed ai poveri le sue ricchezze, dona tre libbre
d'oro alla madre di Maria, e mentre Maria entra in un chiostro, egli si
rende tutto a Dio, alla cui misericordia nessuno ricorre invano. Della
scrittura, che il demonio aveva ricusato di restituire, dicendo che la
produrrebbe dinanzi al giudice eterno nel giorno del supremo giudizio,
non si fa più parola.
In entrambe le leggende che precedono, la causa che spinge gli
sconsigliati a ricercare l'ajuto del demonio, e a stringere un patto
che dovrebbe costar loro la salute dell'anima, è l'amore; in altri è
cupidigia di ricchezze e di onori, o brama di un sapere vietato.
La leggenda di Teofilo, non troppo opportunamente chiamato da taluno
il Fausto del medio evo, risale al sesto secolo, e si trova la prima
volta narrata da un Eutichiano, che si spaccia per discepolo di esso
Teofilo, e afferma d'aver veduto co' propri suoi occhi le cose che
narra. In Adana, città di Cilicia, era un vicedomino, o vogliam dire
economo di quella chiesa, uomo adorno di molte e rare virtù, chiamato
Teofilo. Essendo venuto a morte il vescovo, il clero e il popolo di
comune accordo, designan lui per succedergli, di che il metropolitano
si mostra assai lieto; ma egli, allegando la insufficienza e indegnità
propria, ricusa la nuova dignità, nè per esortazioni o preghiere si
lascia smuovere dal suo proposito. È fatto un altro vescovo, il quale,
contr'ogni giustizia e ragione, toglie l'ufficio dell'economato a
Teofilo. Subito il diavolo comincia a usar le sue arti, e nel mite
animo dell'uomo dabbene versa il fermento delle malvage passioni,
suscita un'acre brama di grandezze e di onori. Teofilo va a trovare
uno scelleratissimo ebreo, famoso stregone, gli narra l'ingiuria
sofferta, gli apre l'animo suo, lo richiede di ajuto. A mezzanotte il
mago lo conduce nel circo ch'era presso alla città, e gli dà il solito
avvertimento: “Checchè tu oda o veda, non temere, e non ti fare a patto
alcuno il segno della croce.„ Ecco una grandissima caterva di demonii,
vestiti di clamidi bianche, con molta luminaria, e in mezzo ad essi
il principe in trono. Teofilo bacia i piedi del principe, e stende un
breve, in cui dichiara di rinnegar Cristo e la madre sua, e al quale
appone il proprio suggello. Tosto se ne vede l'effetto. Il vescovo
revoca il precedente decreto, ripone Teofilo nell'antico suo officio,
e lo colma di onori. Ma non passa gran tempo, e Teofilo, considerando
l'enormità del suo fallo, si sente lacerar dai rimorsi. Disperando di
ogni altro soccorso, egli ricorre all'avvocata dei peccatori, alla
benignissima Vergine, si macera coi digiuni, si strugge in lacrime,
passa in ferventissima preghiera quaranta giorni e quaranta notti,
implorando perdono e misericordia. La quarantesima notte gli appare la
Vergine corucciata, e gli rimprovera aspramente il commesso peccato,
non senza versargli tuttavia sul cuore esulcerato il balsamo della
speranza. Teofilo passa altri tre giorni in chiesa a pregare, senza
prender cibo, e la Vergine gli appare una seconda volta, e gli porge
il lieto annunzio dell'ottenuto perdono. Trascorsi ancora tre giorni,
la Vergine, in una terza apparizione, gli restituisce il chirografo
maledetto. Il dì seguente, giorno di domenica, Teofilo fa manifesto
al vescovo e a tutti i fedeli congregati in chiesa il memorabile
avvenimento; poi inferma, e indi a poco, distribuito ai poveri ogni suo
avere, devotissimamente si muore e va a fruire della gloria eterna del
paradiso. A sant'Egidio la cosa non riuscì così agevolmente. Lasciata
la magia, e fattosi domenicano, egli stentò sett'anni prima di poter
riavere, con l'ajuto della Vergine, la sua scrittura.
La storia di Teofilo, tradotta di greco in latino, nel settimo secolo,
da Paolo, diacono di Napoli, messa nell'undecimo, se non nel seguente,
in versi leonini da Marbodo, vescovo di Rennes, godette, durante tutto
il medio evo, di un favore grandissimo, e porse in molte province
d'Europa argomento a drammi devoti. In uno di tali drammi, composto
dal trovero francese Rutebuef, che morì verso la fine del secolo XIII,
Teofilo, perduto l'officio, e venuto in povertà, si scaglia contro Dio,
e si duole di non poterlo giungere e conciare a suo talento.
Ha! qui or le porroit tenir
Et bien batre à la retornée,
Mult auroit fait bone jornée;
Mès il s'est en si haut leu mis
Por eschiver ses anemis
C'on n'i puet trère ne lancier.
Se or pooie à lui tancier,
Et combatre, et escremir,
La char li feroie frémir!
E infine la Vergine minaccia il diavolo, che non vuol restituire la
scrittura, di pestargli la pancia coi piedi.
Non meno famosa, anzi più, è la storia di quel Gerberto che fece
stupire con la sua dottrina il secolo X e fu papa sotto il nome di
Silvestro II. La credenza ch'egli dovesse al diavolo, non solo la
scienza miracolosa di cui diede molteplici prove, ma ancora la suprema
dignità ecclesiastica, e che avesse col diavolo stretto un patto in
regola, s'andò formando a poco a poco, s'andò allargando, e nel XII
secolo fiorì in una meravigliosa leggenda che numerosi storici ripetono
a gara. Il benedettino inglese Guglielmo di Malmesbury dice nel libro
II delle sue Storie dei re d'Inghilterra, che le cose ch'ei narra di
Gerberto volavano allora di bocca in bocca. Gerberto nacque in Gallia,
e fanciullo ancora si consacrò al monacato; ma presto fastidito del
chiostro, oppure invaso da riprovevole cupidigia di gloria, fuggì
di notte tempo in Ispagna, e stando coi saraceni attese a studiare
astrologia e magia. In poco tempo diventa dottissimo in ogni maniera
di scienza, così lecita come illecita. Ruba ad un filosofo saraceno,
che l'ospitava in sua casa, un libro magico e fugge. Evoca il demonio,
stringe con lui un patto, e si fa portare oltre il mare. Di ritorno
in Francia, apre scuola, acquista gran nome, e ha molti discepoli, fra
cui Roberto, che divenuto re di Francia lo fa vescovo di Reims. Quivi
costruisce, con mirabile artificio, un orologio e un organo. Essendo
in Roma penetra in un sotterraneo incantato, dove sono accumulati e
gelosamente custoditi i tesori di Ottaviano imperatore, poi divien
papa. Fabbrica una testa magica, la quale ad ogni sua domanda risponde,
e lo assicura ch'ei non morrà insino a tanto che non celebri messa in
Gerusalemme. Esulta il pontefice, e fa proponimento di non veder mai
la terra bagnata del sangue di Cristo; ma in capo di certo tempo va
a celebrare, senza sospetto alcuno, in quella delle basiliche di Roma
che appunto è detta di Santa Croce in Gerusalemme. Ammala di subito,
e consultata la testa loquace, scopre l'inganno, e conosce imminente
la propria fine. Allora, convocati innanzi a sè i cardinali, confessa
pubblicamente i gravissimi suoi peccati, in espiazion dei quali, vivo
ancora, si fa tagliare a pezzi, e gettare, come immondizia, fuori della
casa di Dio.
Altri narrano alquanto diversamente, o aggiungono a tale racconto
qualcosa. Il diavolo, sotto forma di un cane nero, accompagnava
sempre Gerberto, e da lui direttamente, non da una testa artefatta,
ebbe questi l'insidioso responso. La morte imminente è annunziata al
pontefice da un gran tumulto di diavoli, che vengono per torne l'anima.
Egli ordina che i brani dello scellerato suo corpo sieno posti sopra
un carro tirato da buoi, e seppellito nel luogo dove gli animali
spontaneamente si fermeranno. Le ossa di lui si squassano nell'arca
marmorea, e questa suda acqua in copia, quando sta per morire alcun
pontefice. Taluno, come il cronografo Sigeberto, morto nel 1113, non
sa nulla di penitenza, e riferisce una voce secondo la quale il pessimo
vicario sarebbe stato accoppato dal diavolo.
Non fu, del resto, Silvestro II il solo pontefice di cui la leggenda
abbia narrato la colpevole pratica col demonio; Giovanni XII, Benedetto
IX, Gregorio VII, Alessandro VI, furono essi pure accusati d'essersi
venduti a colui, dal cui malvolere e dalle cui insidie appunto
avrebbero dovuto difendere il gregge alle loro cure affidato.
La leggenda di Gerberto ci porge esempio di una di quelle frodi onde il
diavolo si serve per trarre in inganno chi a lui si affida, senza però
mancare formalmente alle promesse, anzi serbandosi fedele alla lettera
di quelle: un altro esempio, degno d'esser ricordato, ce ne offre una
leggenda cresciuta addosso ad una delle vittime illustri della Santa
Inquisizione, Cecco d'Ascoli, l'autor dell'_Acerba_, l'emulo di Dante.
Non è questo il luogo per rinarrar la sua triste istoria: e come egli
fu condannato una prima volta in Bologna dall'inquisitore fra Lamberto
del Cingolo, che gl'ingiunse di non più leggere astrologia, nè quivi,
nè altrove; e come venutosene egli in Firenze, fu da frate Accursio
novamente citato, sotto l'accusa d'insegnare astrologia giudiziaria,
di aver dato, per astrologia, ragione di tutta la vita di Cristo,
di avere asserito che con l'ajuto dell'astrologia può l'uomo venire
in cognizione di tutte le cose, e negato il libero arbitrio; e come
finalmente, avendo sempre risposto alle accuse: _Così dissi, così
insegnai e così credo_, fu dato in potestà del braccio secolare, e arso
pubblicamente l'anno della salute 1327. La leggenda cui accennavo,
formatasi alquanto più tardi, afferma che Cecco s'era accordato col
diavolo, il quale gli aveva esplicitamente promesso ch'ei non morrebbe
se non tra Africa e Campo di Fiori. Condotto al supplizio, Cecco
mostrava animo intrepido, e di non curar punto la morte, tenendo per
fermo che all'ultimo momento l'amico suo sarebbe venuto a liberarlo;
ma saputo, quand'era già sul rogo, ch'ivi presso era un fiumicello
chiamato Africo, e pensato che Campo di Fiori dovesse essere la città
che dai Fiori appunto deriva il suo nome, cioè Fiorenza, intese il
diabolico inganno e morì disperato.