Michele Lermontov, uno dei maggiori poeti che abbia avuto la Russia

in questo secolo, morto a ventisett'anni in duello, nobilitò il tema

di tante fosche leggende in un poema ch'è tra i suoi più belli, e

s'intitola appunto _Il demone_. Satana s'innamora perdutamente, là,

fra le aspre e meravigliose solitudini del Caucaso di una fanciulla

bellissima, per nome Tamara. Costei, mortole il fidanzato, si

seppellisce in un chiostro; ma l'innamorato demone anche quivi la

persegue, e ottiene ch'ella s'innamori di lui, e giura di voler per

quell'amore rinnegare il suo passato e rendersi a Dio. Gli amplessi del

superbo caduto uccidono la fragile creatura, che perdonata e benedetta

è dagli angeli assunta in cielo, mentre quegli, non ravveduto, si

risommerge nelle tenebre sempiterne.

I demonii succubi non erano meno sfacciati e pericolosi degl'incubi.

Cesario racconta di un converso, che abbracciato e baciato in letto da

un diavolo vestito da monaca, infermò e in tre giorni morì; e ricorda

il caso di un uomo dabbene, che non avendo voluto consentire alle

lubriche voglie di un succubo, fu da questo tratto a volo per l'aria

e scaraventato in terra, così che, dopo avere stentato un anno, se ne

andò all'altro mondo. Ma di quanti succubi vide il medio evo, il più

fascinatore fu Venere, quella Venere che mutata, come le nuove credenze

volevano, di nume in demonio, innamorò di sè il gentil cavaliere e

poeta Tanhäuser, ed altri assai, cui fu larga de' suoi favori. Fu amata

da molti e taluno forse anche amò, come in antico; certo era gelosa

dei diritti o bene o male acquistati e s'ingegnava di farli valere.

Lo prova il seguente caso narrato da parecchi, e che io riferisco,

voltando in volgare il forte e colorito latino di un cronista inglese,

Guglielmo di Malmesbury, che nel XII secolo ne fece primo il racconto.

Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e nato d'illustre

famiglia senatoria, avendo condotto moglie, invitò gli amici a

banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini più generosi

l'ilarità, uscirono i commensali in un prato, desiderosi di alleggerire

danzando e sbalestrando, in altri giuochi esercitando il corpo, gli

stomachi aggravati dal cibo. Lo sposo, re del convito, e maestro del

giuoco, chiese una palla, e trattosi l'anello nuziale, questo pose

in dito a una statua di bronzo ch'era ivi presso. Ma poichè tutti i

compagni, giocando, in lui solo inveivano, egli, affannato ed acceso,

si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere il suo anello, trovò

piegato sulla palma della mano il dito della statua, che prima si

vedeva disteso. Avendo quivi penato un pezzo, senza potere nè strappare

l'anello, nè frangere il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinchè,

lui presente, nol deridessero, o, assente, non involassero l'anello,

in silenzio se ne partì. Tornatovi poi con alcuni familiari a notte

scura, ebbe a stupire vedendo raddrizzato il dito e sparito l'anello.

Tuttavia, dissimulato il danno, si lasciò dalle carezze della sposa

rasserenare, e giunta l'ora di coricarsi si adagiò accanto a lei.

Ma, come appena si fu adagiato, sentì alcun che di nebuloso e denso

voltolarsi fra sè e lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non

vedere. Vietatogli da tale impedimento l'amplesso conjugale, udì una

voce che diceva: “Giaciti meco, dacchè oggi pure tu m'hai sposata. Io

sono Venere, a cui tu ponesti l'anello in dito: l'anello è in poter

mio, e più nol renderò.„ Spaventato da tanto prodigio, nulla osò,

nulla potè rispondere il giovane, e passò insonne l'intera notte,

esaminando tacitamente nell'animo il caso. Corse gran tempo, e in

qualunque ora tentasse egli di accostarsi alla sposa, sempre sentiva e

udiva il medesimo: del rimanente era validissimo e atto a checchessia.

Alla fine, mosso dalle querele della moglie, scoperse ogni cosa ai

parenti, i quali, avuto consiglio fra loro, ne informarono un prete

suburbano per nome Palumbo. Aveva costui virtù di suscitare per arte di

negromanzia figure magiche, e d'incutere terror nei demonii, facendoli

obbedire come più gli era a grado. Pattuita pertanto la mercede, che

doveva esser grande, e tale da riempirgli d'oro la borsa quando fosse

riuscito a far congiungere gli sposi, usò quegli il supremo dell'arte

sua, e composta una espistola, diedela al giovane dicendo: “Va alla

tale ora di notte al crocicchio, dove la via si spartisce in quattro,

e poni mente a ciò che tu vedrai. Passeranno di colà molte figure

umane, d'ambo i sessi, d'ogni età, d'ogni grado e condizione, alcune

a cavallo, altre a piede, quali con la fronte volta alla terra, quali

col ciglio superbamente levato; e quante sono insomma le forme, e le

sembianze dell'allegrezza e della tristezza, tutte le potrai vedere nei

volti e nei gesti loro. Non favellare a nessuna, quando pure quelle

favellassero a te. Seguirà alla turba uno di maggior statura degli

altri e più corpulento, sedente in un carro; a lui porgi silenzioso

l'epistola, e incontanente sarà appagato il tuo desiderio, purchè tu

faccia tanto d'essere d'animo risoluto.„ Il giovane si avviò, come

gli era stato prescritto, e stando la notte a ciel sereno, vide la

verità di quanto avevagli detto il prete, chè nulla non mancò alle

promesse. Fra gli altri che di là passavano, scorse sopra una mula una

donna vestita a modo di meretrice, sparsi i capelli giù per le spalle,

e stretti in capo da un'aurea benda. Teneva colei in mano una verga

d'oro, con la quale governava la cavalcatura, e per la tenuità delle

vesti mostrandosi quasi ignuda, faceva ostentazione d'atti impudichi.

Che più? l'ultimo, che pareva il signore, ficcando i terribili occhi

nel viso al giovane, dal carro superbo, tutto composto di smeraldi e di

perle, chiese la cagion del suo venire; ma quegli, nulla rispondendo,

stesa la mano, porse la epistola. Il demonio, non osando disprezzare il

noto suggello, lesse lo scritto, e tosto, levate al cielo le braccia:

“Dio onnipotente,„ esclamò, “insino a quando soffrirai tu la iniquità

di Palumbo?„ E senza por tempo in mezzo, mandò due suoi satelliti,

perchè togliessero a Venere l'anello, la quale, dopo molto contrastare,

finalmente lo rese. Così il giovane, venuto a capo del suo desiderio,

potè godere dei sospirati amori; ma Palumbo, com'ebbe udita la lagnanza

che di lui il demonio aveva mossa a Dio, intese esser prossima la sua

fine; per la qual cosa, fattosi di suo arbitrio troncar tutti i membri,

morì con miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il

popolo le inaudite sue scelleraggini.

Così Guglielmo; il quale avverte da ultimo come ancora al tempo suo, in

Roma, e in tutta la circostante provincia, le madri usassero raccontare

il caso ai figliuoli, affinchè ne fosse tramandata ai posteri la

memoria.

Non lascerò i succubi senza dire che la bellissima Elena, ricordata

nella leggenda quale concubina di Simon Mago, era, secondo la più

fondata opinione, un diavolo, e che da amori con succubi tolsero

argomento, il Cazotte a quel suo strano romanzetto intitolato _Le

diable amoureux_, e il Balzac ad uno dei suoi _Contes drôlatiques_.

Forzare i diavoli a lasciar le pratiche di loro gusto non era cosa

agevole, nè priva di pericolo. In una delle innumerevoli leggende

della Vergine si narra di una donna, la quale era invano ricorsa ai

segni di croce, all'acqua benedetta, alla preghiera, alle reliquie,

per liberarsi da un gran diavolo che la teneva in luogo di moglie:

finalmente, un giorno, trovandosi all'usato cimento, levò le braccia

al cielo invocando il santo nome di Maria, e il drudo maledetto non fu

più buono a nulla. Cesario di Heisterbach racconta un'altra storia. Un

diavolo seduce nella città di Bonna la figliuola di un prete e si giace

con lei. La fanciulla confessa la cosa al padre, il quale, per tagliar

corto alla tresca, allontana la figliuola da casa e la manda oltre il

Reno. Cápita il diavolo, e non trovando più la sua ganza, corre dal

padre e gli grida: “Malvagio prete, perchè mi hai tu tolta la moglie?„

e gli dà tale un picchio nel petto che dopo due giorni il pover uomo

rende l'anima.

Abbiam veduto che i diavoli, o a torto, o a ragione, generavano, e

poichè essi erano innumerevoli, non è a meravigliare se grandissimo era

il numero dei loro figliuoli. Giordane, storico dei Goti nel VI secolo,

afferma che gli Unni nacquero dal commercio di orribili maliarde

con demonii incubi; e durante tutto il medio evo ci fu una spiccata

tendenza a considerare come figliuoli del diavolo i bambini deformi ed

i mostri, che per ciò appunto sperdevansi senza scrupulo alcuno. Nel

1265, una dama che aveva passata la cinquantina, Angiola de Labarthe,

confessò in Tolosa d'aver generato col diavolo un figliuolo con testa

di lupo e coda di serpe, che bisognava nutrire con carne di bambini.

Secondo un'altra opinione, confermata da notabili esempii, i figli del

diavolo erano robusti, animosi, pieni d'ingegno e d'ardore. Lo storico

Matteo Paris (m. 1259) ricorda il caso di un bambino che a sei mesi era

grande quanto un giovane di diciott'anni. La Chiesa chiamò, e chiama

ancora, figliuolo di Satana chiunque si scosti un pelo dal catechismo;

ma questa è una metafora e nulla più.

Avviene dei figliuoli di Satana ciò che dei figliuoli degli uomini: i

più passano incogniti e immeritevoli di fama; alcuni si traggon fuori

della volgare schiera, ed empiono il mondo del loro nome e del grido

delle loro gesta; taluno pure ve n'ha, che vincendo la fatalità della

origine e la maledizione della propria natura, si redime dall'inferno

per sempre, acquistando il cielo. Io non parlerò se non dei principali.

Il più antico è Caino, il primo omicida. Assicurano i rabbini che

Adamo ebbe commercio con succubi ed Eva con incubi, un bel modo, come

si vede, di dar principio alla razza umana: di uno di questi incubi fu

figliuolo Caino, che mostrò chiaramente con l'opere l'origine sua. Tale

credenza, del resto non fu dei soli rabbini: il greco Suida (sec. XI)

la ricorda in certo suo _Lessico_.

Attila, il Flagello di Dio, fu figliuolo del diavolo secondo alcuni, di

un mastino secondo altri; e del diavolo fu figliuolo Teodorico re dei

Goti, in prova di che gettava fuoco dalla bocca, e vivo ancora andò a

raggiungere il padre in inferno.

La storia del mago e profeta Merlino, è, per questa parte, più

particolareggiata e più celebre. L'inferno, debellato e spogliato da

Cristo, sentiva il bisogno di rifarsi della patita jattura. Satana, cui

più sta a cuore la cosa, risolve di procreare un figliuolo che propugni

la sua causa fra gli uomini, e disfaccia l'opera redentrice di Gesù.

L'impresa è di gran momento, perigliosa e difficile, e chiede lunga

e diligente preparazione. Ecco: per le forze congregate dell'inferno

una famiglia onorata e cospicua è tratta a rovina, gettata in preda al

disonore e alla morte. Di due figliuole superstiti, l'una si abbandona

al più svergognato libertinaggio, l'altra, bella e casta, resiste

lungamente ad ogni tentazione, sino a che trovandosi una notte, per

aver dimenticato di farsi il segno della croce, temporaneamente priva

della protezione del cielo, dà agio al diavolo di sopraffarla e di

compiere il meditato disegno. Conscia e inorridita di sua sventura, la

fanciulla si studia di ricomprare, con le austerità di una penitenza

angosciosa, il non suo peccato, e giunto il termine posto dalla natura,

dà alla luce un figliuolo, che nel corpo stranamente peloso reca i

segni dell'origine sua. Il fanciullo è battezzato, senza, s'intende, il

consentimento del padre, e riceve il nome di Merlino: poi si pensa in

cielo che sarebbe non piccolo trionfo quello di strappare all'inferno

lo stesso figliuolo di Satana, e il buon Dio ci provvede. Satana aveva

impartito al figliuolo la cognizione del passato e del presente;

Dio v'aggiunge quella dell'avvenire. Quale arma migliore contro

gl'inganni del mondo e le insidie del diavolo? E Merlino, crescendo,

operò molte cose mirabili, come si legge nel Venerabile Beda, nelle

antiche croniche, nelle istorie della Tavola Ritonda, e fece molte e

bellissime profezie, delle quali parecchie già si avverarono, e altre

si avvereranno quando che sia, con l'ajuto del cielo. Di suo padre non

si diede un pensiero al mondo, anzi lo rinnegò a dirittura. Morì, non

si sa precisamente come nè quando; ma tutto fa credere che sia andato

in luogo di salvazione.

Se non che, salvarsi quando Dio ci vuol salvi, non è poi merito così

grande, e più assai di Merlino mi par degno d'ammirazione quel Roberto

il Diavolo della cui storia si fecero poemi, drammi, fiabe, esempii

morali e persino un'opera in musica. Terribile storia in verità, ma

piena di nobile insegnamento.

C'era dunque una duchessa di Normandia, che si struggeva dal desiderio

d'aver figliuoli, e non ne poteva avere. Stanca di raccomandarsi a Dio

che non l'esaudisce, si raccomanda al diavolo, ed è tosto appagata.

Nasce un figliuolo, una saetta. Bambino, morde la balia e le strappa

i capezzoli; fanciullo, sventra a coltellate i maestri; giunto a

vent'anni si fa capitano di ladri. L'armano cavaliere, credendo

così di vincere in lui quella furia d'istinti malvagi; ma dopo ei

fa peggio di prima. Nessuno lo passa di forza e di bravura. In un

torneo vince ed ammazza trenta avversarii; poi va gironi pel mondo;

poi ritorna in patria, e si rimette a fare il bandito e il ladrone,

rubando, incendiando, assassinando, stuprando. Un giorno, dopo avere

sgozzato tutte le monache di un'abbazia, si ricorda della madre, e va

a trovarla. Come prima lo scorgono, i servitori scappano, chi di qua e

chi di là; nessuno s'indugia a domandargli d'onde venga, che voglia.

Allora, per la prima volta in sua vita, Roberto stupisce dell'orrore

che inspira a' suoi simili; per la prima volta ha coscienza di quella

sua mostruosa malvagità, e sente trafiggersi il cuore dal dente acuto

del rimorso. Ma perchè mai è egli più malvagio degli altri? Perchè

nacque, chi lo fece tale? Un'ardente brama lo punge di penetrare

il mistero. Corre dalla madre, e con in pugno la spada sguainata

le impone di svelargli il segreto de' suoi natali. Saputolo, freme

ed inorridisce, sopraffatto dallo spavento, dalla vergogna e dal

dolore. Ma la sua forte natura non s'accascia per questo, non cede

alla disperazione; anzi, la speranza di un laborioso riscatto, di

una mirabil vittoria, stimola e solleva l'anima sua tracotante. Egli

saprà vincere l'inferno e sè stesso, saprà render vani i disegni dello

spirito maledetto che in proprio servigio lo creava, che aveva voluto

far di lui un docile strumento di distruzione e di peccato. E non

frappone indugi. Va a Roma, si butta ai piedi del papa, si confessa

a un santo eremita, si assoggetta ad asprissima penitenza, e giura

di non prender più cibo se non sia strappato alla bocca di un cane.

Per ben due volte, essendo Roma assediata dai saraceni, egli combatte

sconosciuto per l'imperatore, e procaccia la vittoria ai cristiani.

Riconosciuto finalmente, rifiuta i premii e gli onori, la corona

imperiale, la stessa figliuola del monarca, e si ritrae a vivere col

suo eremita nella solitudine, e muore come un santo, ribenedetto da Dio

e dagli uomini. In altri racconti gli si fa sposare da ultimo la bella

principessa innamorata di lui.

Ma non sempre i figliuoli del diavolo fecero così bella fine, ed

Ezzelino da Romano, tiranno di Padova, ne può con più altri far fede,

Ezzelino, immanissimo tiranno,

Che fia creduto figlio del demonio.

Tale fu creduto, e tale fu veramente, se le storie non mentono. Nella

sua tragedia intitolata appunto _Eccerinis_, Albertino Mussato fa

svelare l'orribile arcano dalla stessa madre del mostro, Adelaide.

Ezzelino, e il fratel suo Alberico, furono tutt'e due generati dal

diavolo, che prese per l'occorrenza la forma di un toro. Giove non

aveva a' suoi tempi sdegnato di fare lo stesso. Conosciuta l'origine

sua, Ezzelino se ne rallegra e se ne gloria, e promette di fare in modo

che il mondo l'abbia a conoscere per degno figliuolo di tanto padre. E

mantiene la promessa. Il diavolo questa volta non si vedrà rinnegato

da coloro stessi cui diede la vita, nè defraudato delle speranze sue

più legittime. Ezzelino diventa signore di Padova, e con l'ajuto del

fratello compie lo scellerato disegno, e imperversa a guisa di Furia,

chiuso ad ogni senso di umanità, sordo agli avvertimenti che il cielo

non lascia di dargli. Ma il castigo, troppo meritato, non si fa molto

aspettare. Vinto al Ponte di Cassano, l'iniquo muore disperato, e il

fratel suo non tarda a seguirlo.

Noto, così di passaggio, che anche Lutero fu dagli avversarii suoi,

tenuto figliuolo del demonio, che s'era nascosto sotto le vesti di un

giojelliere, e vengo al maggiore tra i generati da Satana, a colui

che non è nato ancora, ma deve nascere, a quel formidabile campione

dell'inferno che sarà l'Anticristo. Il suo nome esprime la sua natura e

narra le sue opere.

Già altra volta tentò Satana, se non mente un poema anglosassone del

secolo IX, di contrapporre un suo figliuolo a Gesù, anzi di porlo nel

luogo stesso di questo. Fallitagli allora l'impresa, egli aspetta più

propizia occasione, e rinnovellerà la prova quando saranno maturi i

tempi e prossima la fine del mondo. Le sue supreme speranze s'accolgono

tutte in quel nascituro prediletto.

Intorno al quale corsero molte e varie opinioni. Nell'Apocalissi

l'Anticristo è Nerone, che si vede poi, in certe leggende paurose del

medio evo, diventar demonio. Nell'VIII secolo si riconobbe l'Anticristo

in Maometto, nel XIII in Federico II. Del modo del suo nascimento

molto ebbe a dirsi. Sant'Efrem, vescovo di Edessa, vissuto, secondo

si crede, nel IV secolo, affermava ch'egli nascerebbe da una donna

di mala vita; altri invece dicevano da una vergine, opinione cui

contrasta nel X secolo Assone, nel trattato suo _De Antichristo_.

Alcuni si contentarono di credere ch'egli avrebbe a genitore un uomo,

ma sarebbe posseduto dal diavolo sino dall'ora del concepimento; altri

assicurarono che padre gli sarebbe lo stesso principe dell'inferno. E

questa fu l'opinione più generalmente accettata.

Gl'innumerevoli trattati che intorno all'ultimo avversario di Cristo e

a' suoi fatti lasciò il medio evo, molti dei quali giacciono inediti

e dimenticati nelle biblioteche, fan fede a noi dell'ansietà e del

terrore che teneva desti negli animi il pericolo sempre imminente

e al tutto inevitabile della sua venuta. Si ricordavano i segni

terribili che al mondo esterrefatto dovevano prenunziare la prossima

apparizione di lui, e ponevasi mente se già non se ne vedesse qualcuno.

Si moltiplicavano, e si aggravavano con la fantasia gli orrori

degli ultimi tempi; ed ogni po' correva per mezzo la cristianità la

spaventosa novella che l'uomo fatale era nato, o stava per nascere.

Intorno al 380 Martino, vescovo di Tours, lo credeva già nato, e

così pure credeva intorno al 1080 il vescovo Ranieri di Firenze, e

alcuni decennii più tardi Norberto, arcivescovo di Magdeburgo. Ai

tempi d'Innocenzo VI, un frate minore ne annunziava la nascita per

l'anno 1365, e per l'anno 1376 la prediceva Arnaldo di Villanova. Nel

1412 Vincenzo Ferrer sapeva di certa scienza, e ne faceva avvertito

l'antipapa Benedetto XIII, che il gran nemico era già d'età di nove

anni. Dinanzi al sacro tribunale dell'Inquisizione non poche streghe

confessarono d'averlo conosciuto e praticato.

Ma gli anni passavano, sbugiardando novellatori e profeti, ai quali,

del resto non pochi, nè poco validi argomenti opponevansi da chi

era di men facile credenza e di fantasia più composta. Non per anche

vedevansi i segni infallibili. La corruzione e l'apostasia non avevano

ancora in tutto guasto il genere umano. Il sacro Impero di Roma

tuttavia si reggeva, il quale doveva al tutto sfasciarsi all'apparire

del terribile avversario. L'Anticristo non era ancor giunto; ma forse

poco più tarderebbe. E si conoscevano gli atti dell'intera sua vita, e

narravasi la sua storia come fosse storia passata e non avvenire. Egli

raccoglierà nelle sue mani le ricchezze tutte della terra, strumento

massimo di corruzione e di signoria. Abbatterà il famoso muro di

Alessandro Magno, e le gran porte di ferro, e i mostruosi popoli di

Gog e Magog strariperanno come un oceano irresistibile. Non fu mai

cavaliere o capitano che lo pareggiasse in valore e in iscienza di

guerra. All'armi sue nessuno potrà contrastare: egli metterà a fuoco

e a sangue città e reami, ucciderà di propria mano i profeti Enoc ed

Elia, scesi indarno a difendere la Chiesa, e riunite sul suo capo

tutte le corone, sederà unico re della terra soggiogata. Ma allora

sopravverrà pure l'inevitabile e ben meritato castigo: l'usurpator

scellerato, il figliuolo e il campione di Satana, sarà ucciso da

Cristo in persona, o dal principe delle milizie celesti, lo strenuo e

pugnace arcangelo Michele, e con lui sarà vinta e fiaccata per sempre

la potestà dell'inferno. Allora le porte dell'abisso saranno chiuse e

suggellate per sempre: finirà il regno di Satana, ricomincerà per non

più finire il regno di Dio.

Come gl'incubi potevano generare, così i succubi potevano concepire

e partorire. In Inghilterra si credette un tempo, e i cronisti nol

tacciono, che uno degli antenati di Goffredo Plantagenet avesse sposato

un demonio e procreato con esso parecchi figliuoli. Di Balduino conte

di Fiandra, ed eroe di un vecchio romanzo francese, si narra una storia

consimile, ma più particolareggiata. Gonfio d'orgoglio, il conte sdegna

di sposare la figliuola del re di Francia, e sposa una dama di grande

bellezza e prestanza, ch'egli incontrò un giorno in un bosco, e che

gli disse esser figliuola di un potentissimo re dell'Asia. Passato

un anno, nascono due gemelle bellissime. Il conte aspetta notizie di

quel reame d'Oriente; ma notizie non vengono, e intanto un eremita, il

quale ha fiutato l'inganno, comincia a mettergli certi dubbii e certi

sospetti nell'animo. Un giorno il sant'uomo capita in corte, nell'ora

del banchetto, entra in sala, e senza più cerimonie ordina alla signora

contessa, figlia del re d'Oriente, di tornarsene difilata all'inferno,

ond'è venuta. La signora contessa, cioè il demonio, non se lo fa dire

la seconda volta, e schizza via come una saetta, gettando all'aria

un orribile e veramente diabolico grido. Il conte, per espiare il suo

peccato, imprende una crociata e ammazza molta gente. Quanto alle due

figliuole, non fanno poi quella mala riuscita che c'era da aspettarsi,

essendo nate di cotal madre.

Oltre ai naturali, generati da loro, i diavoli potevano avere dei

figliuoli adottivi e avventizii, dei quali non si davano meno pensiero

che degli altri, sia che li rubassero, sia che li avessero da genitori

malvagi o disavveduti. Molte storie edificanti si potrebbero raccontare

a tale proposito; a me basterà ricordarne qualcuna.

Una fanciulla rimasta incinta (così racconta circa il 1200 l'annalista

inglese Ruggero di Hoveden), non volendo si conosca il suo errore,

fugge dalla casa paterna, quando è già prossima al parto. Vaga sola

pei campi, mentre infuria una orrenda procella, e stanca d'invocare

indarno l'ajuto di Dio, chiama in suo soccorso il demonio. Ed ecco

le apparisce il demonio in figura di giovane, e le dice: Seguimi.

Obbedisce la donna, e quegli la mena a un ovile, e fattole quivi un

letto di paglia, acceso un buon fuoco, va a cercar da mangiare. Due

uomini, che passavano di là, veduto il fuoco, entrano nell'ovile,

interrogano la giacente, e saputo com'erano andate le cose, corrono ad

avvertire il curato e i parrocchiani di un villaggio poco discosto.

Torna il diavolo, recando del pane e dell'acqua, e refocillata la

donna, raccoglie a mo' di levatrice il bambino che viene al mondo.

Sopraggiunge in quell'ora il curato, munito di croce e d'acqua

benedetta, scortato da gran brigata, e comincia i suoi esorcismi; il

diavolo non potendo resistergli, fugge con la creatura nata appena fra

le braccia e più non si lascia vedere. La buona madre, nulla curandosi

del figliuolo, ringrazia Dio d'averla salvata dal nemico, e torna a

casa.

Il Diavolo · 第 8 / 18 段