Figuriamoci che vita dovesse essere quella di coloro che, non di tanto

in tanto, ma sempre, così di notte come di giorno, così nel sonno come

nella veglia, si trovavano esposti a queste insidie, a queste burle,

a queste soperchierie. Il più perseguitato dei perseguitati fu forse

un certosino, a nome Ricalmo, abate di Schoenthal nel Vürtemberg, non

si sa precisamente in qual tempo. Questo dabben uomo compose, o fece

comporre, in latino, un _Libro delle insidie, degli inganni e dei

dispetti che i diavoli fanno agli uomini_, il quale è per certo uno dei

più curiosi documenti delle credenze del medio evo che sieno pervenuti

sino a noi. Egli racconta i dispetti fatti a lui e quelli fatti agli

altri. I diavoli, senza un rispetto al mondo pel suo carattere e la

sua età, lo chiamavano immondo sorcio pelato, gli gonfiavano e movevano

il ventre, gli davan nausea e capogiri, gli appesantivano le mani per

modo che non poteva quasi più farsi il segno della croce, lo facevano

addormentare in coro, e poi russavano per far credere agli altri monaci

ch'egli fosse colui che russava. Parlavano con la sua voce, lo facevano

tossire, lo stimolavano a sputare, si cacciavano in letto con lui,

gli tappavano il naso e la bocca per modo da non lasciargli avere il

fiato, lo forzavano ad orinare, lo pungevano a guisa di pulci, e se

per combattere il sonno egli esponeva al freddo le mani, essi gliele

tiravano sotto le vesti per riscaldargliele. Qualche volta a tavola gli

facevano passar l'appetito, ed egli allora cercava di ajutarsi con un

granello di sale, che ha grande virtù contro i demonii. Tutte queste

cose, ed altre assai, racconta Ricalmo a un discepolo. Il fruscio che

le sue vesti pajono fare, quand'egli si muove, è cicalio di demonii.

Tutti i rumori che escono dal corpo umano, tutti quelli che vengono

dalle cose, sono pure opera di maligni spiriti, meno il suono delle

campane che è opera di spiriti buoni. La raucedine, il dolor di denti,

certi affiochimenti di voce, gli errori commessi nel leggere, i moti e

le smanie degli infermi, i tristi pensieri, i mille piccoli accidenti

della vita del corpo e della vita dell'anima son dovuti a potenza

diabolica. A un certo momento il frate che ascolta si ravvolge tra le

dita un filo di paglia; insidia del demonio anche quella. Tutto ciò

che noi diciamo di buono viene dagli angeli, tutto ciò che diciam di

cattivo viene dai diavoli, così che, confessa il povero Ricalmo, io

non so più quel che mi dica io. Egli aveva almeno questo vantaggio, che

udiva e intendeva tutti i discorsi che i diavoli facevano tra di loro,

ed era informato di tutte le loro trame, e di tutti i loro maneggi. Di

ciò i diavoli si dolevano assai; ma la colpa era loro, perchè, invece

di parlare una lingua incognita a Ricalmo, si ostinavano a parlar

latino, e si sforzavano di parlarlo correttamente. Per difendersi

dagli assalti continui del popolo infernale, Ricalmo si segnava dalla

mattina alla sera, nel viso, nel petto, e col pollice della mano destra

nella palma della sinistra, e consigliava di segnarsi tutto il corpo,

fin dove fosse possibile di giungere con le mani. Confessava per altro

che, stante la grande ressa dei demonii, il segno della croce rimaneva

inefficace talvolta, come un'arma di cui per troppa calca di nemici più

non si possa far uso. Ciò spiega come anche l'angelo custode, sebbene

non abbandoni mai l'uomo, ma con tutte le forze anzi si adoperi in

sua difesa, possa alle volte dar poco ajuto. I diavoli, dice Ricalmo,

sono nell'aria come è il pulviscolo in un raggio di sole; anzi l'aria

stessa è come una gelatina di demonii, nella quale l'uomo è immerso

e sommerso. Si può anche dire che i diavoli involgono l'uomo come

il guscio la testuggine, o che gli stanno addosso come uno strato di

cenere. Un frate, essendo ancora novizio, vide una sera, dopo compieta,

venir giù dal cielo una gran pioggia di diavoli, e correre l'onda

impetuosamente, rigurgitando, per tutto l'atrio, e durar l'acquazzone

finchè egli ebbe recitato per intero quattro volte il salmo _Beati

quorum_. Come si vede, non colsero tutto il vero quei cabalisti i quali

dissero che ciascun uomo aveva 1000 diavoli da man destra e 10,000 da

mano manca; ciascun uomo ne aveva pure dinanzi e di dietro e di sopra;

e che l'aria ne fosse tutta pregna è anche provato dalla testimonianza

dell'anacoreta Gutlaco, il quale se li vedeva schizzare in cella

attraverso le fessure dell'uscio.

Secondo alcuni gnostici la natura è opera di angeli maledetti, e la

materia è il male, il contrario di Dio. Gli Albigesi professarono la

stessa dottrina. Senza giungere a una affermazione così categorica,

la credenza ortodossa del medio evo le si raccosta, in quanto inclina

a considerare la natura tutta intera come contaminata, come caduta

in potestà di Satana dopo il peccato dei primi parenti. La natura è

indemoniata; lo spirito di Satana la pervade e la soggioga. Il frate,

che vive murato nel suo convento come in una fortezza, la contempla

con vago senso di terrore, e vede in essa quasi l'accampamento

degli innumerevoli suoi nemici. Le selve profonde e nereggianti, le

accigliate creste dei monti, una rupe smisurata, pendente sull'orlo

del precipizio, una valle orrida e cupa, un lago immobile in mezzo a

una pianura deserta, un torrente che balza spumeggiando e mugghiando

fra travolti macigni, sono per lui come gli aspetti di una scena

minacciosa, dietro alla quale si trama un'immensa e formidabile

insidia, e d'onde prorompe ogni poco e penetra nello stesso asilo di

lui la potenza impetuosa del male. Se quello che noi diciamo sentimento

della natura sembra nel medio evo pressochè estinto, non bisogna

farsene meraviglia. Satana è nelle nuvole procellose che s'incalzan

per l'aria, nella nebbia che si stende sulle terre e sui mari, nella

pioggia che fa straripare i fiumi, nella grandine che distrugge i

raccolti, nel vortice che inghiotte la nave; Satana rugge nel vento,

divampa nella fiamma, si diffonde nella tenebra, urla nel lupo,

gracchia nel corvo, fischia nel serpe, si cela in un frutto, in un

fiore, in un granello di sabbia, è in ogni luogo, è l'anima delle cose.

Ma sebbene la giurisdizione di lui si stendesse sopra tutta la natura;

sebbene egli potesse in ogni parte della terra fermar la sua sede ed

esercitare la sua potestà, pur nondimeno v'erano luoghi nei quali

egli e il suo popolo dimoravano più volentieri che altrove, e che

parevano essere da loro in più particolar modo occupati e dominati.

Tali erano i luoghi deserti in genere, certe foreste, certi cucuzzoli

di montagna, certe isole, alcuni laghi e fiumi, le città abbandonate,

i castelli smantellati, le chiese diroccate. San Peregrino confessore,

capitato un giorno in una tenebrosa foresta, ode improvvisamente un

fragore spaventoso, e si vede accerchiato da una infinita moltitudine

di demonii, che tutti gridano a squarciagola: A che sei venuto? questa

selva ci appartiene, e serve all'esercizio della malvagità nostra.

Gervasio di Tilbury racconta in sul principio del secolo XIII che in

Catalogna è un monte dirupatissimo, sulla cui cima si raccoglie un

lago quasi nero e d'imperscrutabile profondità, e sorge, invisibile

al comune degli uomini, un palazzo abitato da demonii. San Filippo

d'Argirone cacciò i diavoli dal monte Etna. San Cutberto liberò l'isola

di Farne dai demonii che l'occupavano; e nelle storie della fondazione

di molti conventi si legge come fu necessario di togliere il luogo ai

nemici, i quali non lo lasciarono se non dopo lunga ed ostinata difesa.

Nella storia dei miracoli di San Guglielmo di Orange è ricordato un

fiume, di cui i diavoli s'erano fatti padroni. Ugone d'Alvernia trovò

in Oriente, durante la sua lunga e faticosa peregrinazione, una città

tutta intera popolata di diavoli. San Sulpizio, andato a pregare

una notte, mentr'era ancor fanciullo, in una chiesa diroccata, fu

villanamente assalito da due diavoli neri che ci stavano di casa.

Se c'erano luoghi preferiti dagli spiriti malvagi e frequentati più

volentieri da loro, non c'erano, per contro, luoghi in cui essi non

potessero penetrare e attendere alle loro faccende. Le alte e spesse

mura, le porte ferrate e munite di ponderosi catorci, non impedivano

loro d'irrompere nei chiostri; e le chiese stesse, debitamente

consacrate e regolarmente officiate, non erano sicure dalle loro

invasioni. Il chiostro e la chiesa erano come due fortezze, rimaste in

mano dei legittimi padroni in mezzo a un paese già corso e conquistato

dai nemici.

I monasteri, reputati luoghi di salvazione, erano cinti di perpetuo

assedio, e per quanto quei di dentro s'ingegnassero di far buona

guardia, non era possibile sempre vietar l'ingresso a quegli avversarli

così leggieri e spediti. Dov'erano frati e monache era sempre una

gran ressa e un grande rimescolamento di diavoli d'ogni generazione.

San Macario d'Alessandria, vissuto nel quarto secolo, vide una volta

nella sua propria città una moltitudine di piccoli diavoli, simili

a fanciulli neri, aggirarsi affaccendati tra i monaci, e tentarli in

varii modi. Alcuni accarezzavano ai servi di Dio le palpebre per farli

dormire; altri cacciavano loro in bocca le dita per farli sbadigliare.

Pietro il Venerabile narra le tribolazioni d'ogni maniera che i diavoli

davano ai santi abitatori dell'abbazia di Cluny. Cesario racconta di

un abate Ermanno, il quale vedeva i diavoli balzar fuori dalle pareti,

gironzar pel convento, mescolarsi coi monaci, correre a guisa di

picciolissimi nani su e giù per il coro, schizzando faville, o trarre

in volta gran corpi tenebrosi, con volti affocati, come di un ferro

rovente. Turbato da tali visioni, chiese per grazia a Dio d'esserne

liberato, e gli fu concesso; ma il capo di quei demonii gli si mostrò

un'ultima volta, in forma di un occhio aperto e luminoso, grande come

il pugno, pieno di vita e di malizia. Come l'occhio di Dio, l'occhio

del diavolo era per tutto, vedeva tutto. Non avevano dunque il torto

quegli antichi monaci, che a tutela dei chiostri e di sè ponevano la

notte, di contro al nemico, scolte e sentinelle: l'apostolo li aveva

messi in sull'avviso: _Vigilate!_

Nelle sculture e nelle pitture che adornano le chiese del medio evo,

i diavoli sono ritratti infinite volte, in tutti i modi, sotto tutti

gli aspetti; ma, oltrechè scolpiti e dipinti, ci si lasciavano vedere

vivi e sani, allegri e sfacciati, come in casa loro. Quanti monaci,

stando a pregare in coro, non videro i diavoli ruzzar davanti l'altare,

correre in questa banda e in quella, fare a rimpiattino tra le

panche, rotolar per terra, spenzolarsi dai capitelli, spegnere i ceri,

rovesciar le lampade, metter sozzure nei turiboli, voltar sottosopra

i messali, senza un timore, senza un rispetto al mondo! Quante volte

i maledetti non frastornarono gli oranti, non guastarono le sacre

funzioni, frammettendo ai canti sacri stonature risibili, arruffando

e confondendo nelle bocche innocenti le parole dei salmi, troncando

sul più bello il fiato agli organi, mentre il demonio Tutivillo,

serbato a quest'officio, andava raccogliendo di sulle bocche ogni

error di lettura, ogni sfarfallone di pronunzia, e ne faceva fardello,

da tirar poi fuori e sciorinare a suo tempo, nell'ora del giudizio,

dinanzi all'anime intontite! La fanciulla, nel cui seno s'agitava una

prima vampa d'amore; la moglie che non ogni pensiero aveva dato al

marito; la suora cui terribili e pur cari fantasmi turbavano i sonni,

s'accostavano tremando al confessionale, presso a cui, dietro il

bruno pilastro, era acquattato il demonio, consigliero di peccaminose

reticenze, e di più peccaminose menzogne. Forse, chi sa? quel monaco

oscuro, immobile sotto la tonaca, perduto il volto nell'ombra del

cappuccio, quel monaco silenzioso ed austero, dalle cui labbra doveva

venire la santa parola dell'esortazione e del perdono, era egli stesso

un diavolo camuffato. Se n'eran veduti di questi casi, e si ricordavano

con raccapriccio.

Racconta il già citato Gregorio di Tours come Eparchio, vescovo degli

Alverni ai tempi del re Childeberto, trovasse una notte la chiesa

sua piena di diavoli, seduto il principe loro, in figura di laida

meretrice, sulla cattedra episcopale. Cesario narra, giustamente

sdegnato e scandalizzato, di una torma di diavoli, i quali entrarono

in certa chiesa sotto forma di un branco di porci, sozzi e grugnenti.

Moltissimi indemoniati furono invasi in chiesa. Non ebbe dunque torto

l'antico ed ignoto artefice, che nella loggia esterna della chiesa

di Nostra Donna in Parigi, pose una statua di demonio, appoggiata al

parapetto, in postura di persona che stia a tutto suo agio, in luogo

non vietato, ma familiare; e non ebbe torto il Lessing, quando immaginò

di cominciare certo suo dramma non finito di Fausto con un conciliabolo

di diavoli in una chiesa. Nel dramma del Longfellow intitolato _La

leggenda aurea_, Lucifero, vestito da prete, entra in una chiesa, si

genuflette per ischerno, si meraviglia che luogo così scuro ed angusto

abbia il nome di casa di Dio, pone alcuna moneta nella cassetta delle

elemosine, ben sapendo a quale uso queste si serbino, filosofeggia

e deride, si siede nel confessionale e confessa il principe Enrico,

assolvendolo con una maledizione, poi se ne va pei fatti suoi.

Il mondo fisico era in preda a una vera infestazione diabolica; ma così

ancora era il mondo umano. In tutti i fatti della storia Satana era

immischiato, sia per promuovere, sia per contrastare e confondere. Egli

suscitava le eresie, egli poneva la tiara in capo agli antipapi e la

superbia in cuore agli imperatori, egli sommoveva i popoli, preparava

e capitanava le ribellioni e le invasioni. Le armi e le vittorie di

quei saraceni che misero in periglio la cristianità, erano armi sue,

vittorie sue. Della interminabile e varia tela della storia egli era

il tessitore più operoso e più industre. I mali costumi e le cattive

leggi, il fasto ed il lusso, gli spettacoli profani, il denaro per

cui tutto si compra e si vende, erano sue invenzioni. Gli istrioni,

i giullari, i bagatellieri, lavoravano per lui, sotto i suoi ordini.

L'uomo che si mena in casa gl'istrioni e i saltimbanchi, dice Alcuino

in una sua lettera, non sa quanto gran turba di spiriti immondi li

segua. Le danze erano un trovato di Satana, ed ogni agio che altri

potesse concedersi, ed ogni spasso, anche innocentissimo a primo

aspetto, poteva celare, e celava quasi sempre, una diabolica insidia,

e apriva l'adito alle diaboliche prepotenze. San Francesco d'Assisi,

un giorno che era fieramente travagliato da un gran male di capo e

di denti, chiede un guanciale di piuma per adagiarvi il capo; ed ecco

subito farglisi addosso il diavolo e non dargli requie fino a tanto che

il santo non abbia gettato lungi da sè il guanciale. Guiberto di Nogent

narra la storia di certi cacciatori, che credendo d'inseguire un tasso,

inseguono un demonio, lo prendono e lo mettono in un sacco; ma tosto

assaliti da una infinita moltitudine di demonii, lo lasciano andare,

e giunti a casa muojono. Finalmente Satana era bellezza, ricchezza,

ingegno, scienza: egli era in ogni vizio e poteva celarsi dietro ogni

virtù. Aveva ragione Salviano quando esterrefatto gridava: _ubique

daemon_, il diavolo è per tutto.

Con giurisdizione così larga, con tanti svariati ufficii, i diavoli

poco potevano stare in ozio. La vita loro era un perpetuo scorazzare i

mari e le terre in busca di preda, un perpetuo affaticarsi in provocar

peccati e preparare occasioni di peccato, un travagliarsi senza posa

in mille opere di nocumento. Notte e giorno la bocca dell'inferno

vomitava sopra la terra, sopra la misera umanità, le legioni dei

diavoli arrabbiati, smaniosi di far nuovo male, e ringojava le

legioni di quelli che, tentando, seducendo, insozzando, scompigliando,

distruggendo, avevano fornito il cómpito. La tresca non aveva nè fine,

nè tregua.

Al pensiero di una potenza malvagia così diffusa in ogni luogo, vigile

sempre, sempre operosa, e per giunta invisibile, gli animi dovevano

empiersi, e veramente si empievano, di terrore. La storia del medio evo

è tutta intera come aduggiata dall'ombra immane che getta sopr'essa

il nemico implacabile. Secondo una immaginazione degli arabi, in

quella estrema e sconosciuta parte dell'Oceano Atlantico che aveva

nome di Mar Tenebroso, mare seminato di portenti e di perigli, si

vedeva sorgere di mezzo all'acque, all'orizzonte, la mano smisurata

e nera del principe dei demonii, minaccia formidabile a' troppo

temerarii navigatori. Così di mezzo al mondo medievale, sopra le

città che si raccolgono intorno alle chiese cuspidate come il gregge

intorno al pastore, si leva tenebrosa e terribile, quasi in segno di

dominazione, la mano di Satana. E quel terrore che ingombra gli animi

prende forma e colore e plasticità nelle bieche visioni, nelle fosche

leggende, e in tutta un'arte tormentata e mostruosa. Chi dicesse che

nel medio evo la più gran moltitudine dei credenti fu governata assai

più dal terrore di Satana che non dall'amore di Dio, assai più dal

raccapriccio dell'inferno che dal desiderio del paradiso, non direbbe

se non il vero. Mille spedienti e mille mezzi erano stati immaginati

per contrastare alla potenza del terribile avversario, e per eludere

le sue arti; ma si andò anche più oltre, e si cercò modo di mitigare

la ferocità sua, di placarne il furore, come si userebbe con un

dio malvagio sì, ma strapotente. Satana ebbe preghiere, oblazioni e

vittime. Un benedettino francese, Pietro Bersuire (m. 1362), racconta,

in un suo libro di esempii morali, la seguente istoria. Fra certi

monti prossimi alla città di Norcia, in Italia, è un lago, abitato

da demonii, che prendono e rapiscono chiunque si avvicini ad esso,

meno gli stregoni di professione. Tutt'intorno al lago fu costruita

una muraglia, vigilata da custodi, affinchè non possano andarvi

i negromanti e consacrare i libri loro al nemico. Ma la cosa più

terribile è, che in ciascun anno, quella città deve mandare in tributo

ai demonii, sulla sponda del lago, un uomo vivo, che incontanente da

quelli è fatto a brani e divorato. La città sceglie ogni anno, a tal

fine, alcuno scellerato, degno di così miserabile morte; chè se nol

facesse, se volesse mancare del consueto tributo, sarebbe in punizione

devastata e distrutta dalle procelle.

Ad aumentar quei terrori squillava di tanto in tanto, simile al

clangore delle novissime trombe, in mezzo alla cristianità stupefatta,

l'annunzio della prossima fine del mondo. Ora, si sapeva che per un

tempo, prima della fine del mondo, la potenza di Satana, sarebbe, Dio

concedente, cresciuta a dismisura. Il bene doveva trionfare da ultimo;

ma il suo finale trionfo sarebbe stato preceduto da tale strabocco

di perversità e di mali di ogni sorta, quale non s'era veduto innanzi

sulla faccia della terra, e quale la più fervida fantasia non avrebbe

potuto immaginare. Satana doveva esser vinto; ma non senza aver dato a

Dio e alla sua Chiesa un'ultima e disperata battaglia.

CAPITOLO VII.

AMORI E FIGLI DEL DIAVOLO.

Tentando, tormentando, invadendo le anime come rocche espugnate,

Satana e gli spiriti suoi erano in perpetuo commercio con gli uomini

e stringevano con essi legami varii e molteplici. La possessione

era il legame più intimo, e comunque lo si spiegasse, riusciva pur

sempre un connubio, una specie di copula, da cui poteva seguitare una

fecondazione maligna, e una proliferazion di peccato. Ma la possessione

era una semplice copula spirituale, e i diavoli, sempre intenti a far

guadagno, con tutti i mezzi e per tutte le vie, dovevano desiderare

anche l'altra, dovevano tentare di congiungersi carnalmente con gli

uomini, di fondere in mostruose geniture l'umano e il diabolico, e

procrear figliuoli, che fossero, sino dal concepimento, consacrati

all'inferno. E procrearono figliuoli, e il mondo li conobbe, e più

d'una volta sentì il peso di lor malvagia potenza.

La cosa, per altro, non è al tutto chiara. Come fanno i diavoli a

generare? Che ne avessero facoltà pareva accertato da un luogo del

Genesi, dove sembra si dica che gli angeli ebbero commercio con le

figlie degli uomini, e generarono i giganti; e da molti si credeva

che i demonii fossero per l'appunto quegli angeli peccatori, che la

celeste loro natura avevano bruttata del fango della sensualità. Ciò

nondimeno molti dubbii si mossero, e molte difficoltà si fecero su

questo proposito da teologi di grande e di piccola levatura, e le

opinioni loro non sono gran fatto concordi. Secondo i cabalisti, i

demonii s'accoppiano regolarmente fra loro, e si propagano al modo

stesso degli uomini. In Germania è spesso ricordata tra il popolo

la nonna del diavolo, una signora non troppo cattiva, provveduta di

novecento teste; e tra gl'italiani del mezzogiorno è conosciuta, e

torna spesso nei discorsi, la mamma di lui. I rabbini nominano le

quattro mogli di Samaele, madri d'infiniti demonii. Il greco Michele

Psello, segretario dell'imperatore di Costantinopoli, monaco del Monte

Olimpo in Bitinia, filosofo, matematico, medico, oratore, alchimista

e teologo, vissuto sin verso la fine dell'XI secolo, afferma in certo

suo trattato delle operazioni dei demonii, che questi possono benissimo

generare, provveduti come sono di quanto si richiede al bisogno. Ma qui

appunto le opinioni discordano. San Tommaso d'Aquino, san Bonaventura

e infiniti altri teologi, dicono risolutamente che i diavoli non hanno

seme proprio, e perciò non generano, nel vero senso della parola; ma,

facendosi succubi, ricevono il seme dell'uomo, e poi trasformandosi

in incubi, impregnano di quel seme la donna con cui si accoppiano,

e così generano. La loro sarebbe dunque una peculiar maniera di

paternità putativa, la quale tuttavia non esclude la trasmissione di

certe qualità diaboliche alla prole generata in tal modo. Aveva torto

dunque Lodovico Dolce, quando a certo Fra Girolamo di una sua commedia

intitolata _Il Marito_ faceva dire con troppo dogmatica sicumera:

.... i demonii non possono concipere,

O per dir meglio ingravidar le femine,

Perchè non hanno seme; nè l'Altissimo

Permetteria che donna con battesimo

Ingravidata fosse dal dimonio.

Lascia pur ch'altri ciarli, che i teologi

Tutti d'accordo quant'io dico affermano.

Ma l'Altissimo permetteva al diavolo tant'altre cose; perchè avrebbe

dovuto vietargli questa? E le donne che non erano _con battesimo_?

Il popolo, che poco intende e meno gusta le distinzioni, le arguzie e

gli arzigogoli dei signori teologi, credette da senno, e senza volersi

torre la briga di venire in chiaro del modo, che i diavoli potessero

procreare figliuoli, e così séguita a credere ancora oggi giorno, per

tutto dove non abbia scosso un pochino da sè le antiche superstizioni e

l'antica ignoranza.

E perchè non avrebbero potuto i diavoli generare, se fantasmi di

donne morte potevano concepire e partorire? L'inglese Gualtiero Mapes

(m. c. 1210) racconta in certo suo libro _De nugis curialium_, ossia

_Delle frascherie dei curiali_, la mirabile storia di un cavaliere di

Brettagna, che cavalcando una notte per una valle recondita, trovò in

mezzo a una schiera di donne che si sollazzavano al cheto lume della

luna, la propria moglie, già morta da un pezzo, la rapì, come si fa di

un'innamorata, visse con lei molt'anni felicemente, e n'ebbe parecchi

figliuoli, che per soprannome furono detti i figliuoli della morta,

_filii mortuæ_.

I diavoli facevano quando da incubi, quando da succubi; quando cioè

da maschi e quando da femmine, secondo il gusto e l'opportunità; ma

mi affretto a dire, senza pretendere di darne le ragioni, che essi

volevano essere piuttosto maschi che femmine. Tommaso Cantipratense

assicura d'avere ricevuto assai volte la confessione di donne che si

dolevano d'essere state violate da incubi; e nella vita di san Bernardo

si narra la scandalosa istoria di un incubo sfacciatissimo, il quale

per più anni di fila giacque cotidianamente con certa femmina, senza

un ritegno o rispetto al mondo, tanto che si cacciava in quello stesso

letto in cui anche il povero marito dormiva.

Che la natura umana potesse essere profondamente turbata e sconvolta

da quegli spaventosi contatti; che gli amplessi diabolici potessero

tornare alle volte mortali, non parrà strano a nessuno, e chi ne

voglia gli esempii può trovarne a bizzeffe negli scrittori. Tommaso

Walsingham, monaco di sant'Albano d'Inghilterra circa il 1440, racconta

la terribile storia di una fanciulla, che contaminata da un diavolo,

morì in capo di tre giorni, enfiata per tutto il corpo, spandendo

intorno orribile fetore. Cesario va più in là e racconta di una donna,

la quale abbracciata (non altro che abbracciata) da un diavolo vestito

di bianco, impazzì subitamente e morì poco dopo; e di un'altra, cui un

diavolo travestito da servo toccò la mano, e che ebbe la stessa sorte.

Ben più strano parrà, credo, che donne di carne e d'ossa potessero

reggere per anni ed anni a quei connubii senza troppo risentirsene: e

pure anche di ciò sono prove ed esempii; celebre tra gli altri quello

di un diavolo e di una donna i cui amori durarono un quarto di secolo.

E sembra che alle volte i diavoli innamorassero per davvero, a dispetto

dei teologi, i quali pretendono che in quella loro depravata natura

l'amor non alligni. Gervasio di Tilbury, gran conoscitore di tutti

questi secreti, dice chiaro: certi demonii amano con tanta passione le

donne, che per possederle ricorrono ad ogni arte e ad ogni inganno.

Ardori nefandi, ma rispondenti ai loro, si producevano poi in certe

donne, nelle cui anime l'idea di soprannaturali abbracciamenti

suscitava strani fantasmi e concupiscenze mostruose. A quante non

dovette sembrare terribile, ma pure invidiabile ventura avere amante

un angelo del fuoco! Alvaro Pelagio, vescovo di Silva, che circa il

1332 compose in latino un libro _Del pianto della Chiesa_, dice d'aver

conosciuto molte monache, le quali volentariamente si sottoponevano

al diavolo. Le streghe erano le concubine ordinarie e volenterose dei

diavoli, che nelle assemblee e nei bagordi di cui dovrò parlare più

oltre, usavano con loro pubblicamente. Sono senza numero quelle che

nei processi confessarono apertamente e senza vergogna i turpi amori, e

sul rogo ne pagarono la pena; e più d'una ebbe a svelare questa strana

particolarità, che il seme dei diavoli è freddo come il ghiaccio.

Il Diavolo · 第 7 / 18 段