Innumerevoli sono i santi che ebbero a patire violenze anche più

gravi. San Simeone Stilita, il Giovane, ebbe una volta strappata

dalla barba una man di peli; sant'Everardo fu schiaffeggiato notte e

giorno, senza intermissione, dal Venerdì Santo alla Pentecoste, ossia

cinquantadue giorni di fila. San Niccolò da Rupe fu ravvoltolato ben

bene in un roveto. I santi Romano e Lupicino ricevevano addosso una

gragnuola di sassi quando si mettevano in orazione; san Dunstano fu

ancor egli preso a sassate. Dalle sassate alle legnate poco ci corre.

Una notte sant'Antonio fu assalito da uno stuolo di diavoli, i quali

lo lasciarono mezzo morto a furia di bastonate. A san Romualdo toccò

la stessa disgrazia un giorno che s'era messo a cantare i salmi, e

le busse furono tali che gliene rimasero i segni fin che visse. A

santa Coleta i diavoli non si contentavano di dare le più villane

bastonate di cui si abbia memoria, ma portavano ancora in cella i corpi

degl'impiccati. A Tolentino si conservava, e forse si conserva ancora,

il nodoso bastone con cui il diavolo aveva dato più di un carpiccio a

san Niccolò che appunto si chiama da Tolentino. Il beato Giovanni di

Dio fu ancora legnato in pieno secolo XVI.

Nè la cosa finisce qui. I diavoli minacciavano santa Francesca Romana

di gettarla in un pozzo e di ucciderla; lasciavano mezzo accoppato

san Mosè Etiope; tentavano di uccidere santa Caterina di Svezia;

si studiavano di bruciar vivo in letto san Guglielmo di Roeskilde;

precipitavano dalla cima di un monte sant'Alferio, fondatore della

celebre abbazia della Cava; per poco non istrangolavano sant'Antonio

da Padova. A san Domenico, un giorno che stava pregando in chiesa,

scagliarono dall'alto una grandissima pietra, e poco mancò che il santo

non ci rimanesse sotto. Ai poveri tribolati non sempre mancava, in tali

frangenti, il soccorso del cielo; ma il soccorso del cielo era un po'

come il proverbiale soccorso di Pisa. Il diavolo picchiava la beata

Gherardesca, la stramazzava a terra, tentava di affogarla in Arno, e

quando s'era stracche le braccia in così fatto esercizio, giungevano

la Vergine e gli angeli e picchiavano il diavolo. Figuriamoci in quali

peste dovesse trovarsi la povera santa Cristina da Stommeln, tormentata

da 200,000 diavoli, e qual vita dovesse essere quella di certo prete

di Colonia, del quale racconta Cesario che i diavoli lo inseguivano e

tormentavano persino nella latrina.

Si possono contar sulle dita i santi che, in tutto il corso di vita

loro, non soffrirono dal diavolo offesa e danno alcuno. Uno dei

pochissimi fu san Niccolò, patrono di Trani: egli morì delle gran

legnate che gli fece dare un vescovo. I peccatori erano poco tormentati

dai diavoli, com'erano poco tentati, e spesso anzi ne avevano favori

e carezze; ma pagavan cara qualche volta, anche in questo mondo,

l'apparente immunità loro. Molti di essi furono da ultimo squartati

vivi, fracassati, e abbruciati dai diavoli; molti furono portati via

interi interi.

La ossessione più formidabile era quella a cui andavano soggetti

i moribondi, fossero essi peccatori o santi. Il diavolo aspettava

che l'uomo fosse disteso sopra un letto di dolore, vinto dal male,

angosciato dal pensiero della morte imminente e del giudizio che lo

attendeva, e gli dava allora l'ultimo e più terribile assalto. Secondo

un'antica credenza, Satana aveva assistito, sul Calvario, alla morte

del Redentore, anzi, dicevano alcuni, aveva osato, simile a un uccel

di rapina, posarsi sopra uno dei bracci della croce; non doveva egli

dunque assistere all'agonia delle sciagurate creature per la salute

delle quali il Redentore aveva sparso il suo sangue? Non una, ma molte

ragioni lo inducevano a far così, e non facevano se non confermare una

divulgata opinione i vescovi di Reims e di Rouen, che in una lettera da

essi scritta l'anno 858 a Luigi il Germanico, dicevano essere i demonii

sempre presenti alla morte degli uomini, così dei giusti, come dei

malvagi. In fatti, in quell'ultima ora della vita, i diavoli potevano

sperimentare un'ultima e decisiva tentazione; potevano impedire, o

render manchevole il pentimento; potevano cogliere a volo, e senza

ritardo alcuno, l'anima rea che doveva, per l'eternità, farsi loro

compagna; potevano, quand'altro non era loro concesso, far l'agonia più

angosciosa e più orrenda. Certo, morire in una camera piena di diavoli

arrabbiati e mostruosi, sopra un letto squassato da mani uncinate e

impazienti, doveva essere una tortura ineffabile, ignota agli antichi.

Lodovico il Pio cacciava da sè gli avversarii ansando con l'estremo

anelito: “Fuori! fuori!„ Santa Caterina da Siena, essendo già in

transito, ancora contrastava loro e teneva lor testa. La più crudele

battaglia si doveva sostenere in quella appunto che l'ultime forze

mancavano. Morire in tal modo e in tali condizioni doveva essere ardua

e terribil cosa, e perciò non è da meravigliare se nel 1542 Domenico

Capranica, vescovo di Fermo, raccogliendo gli ammaestramenti di molti

suoi predecessori, scriveva un libro ch'ebbe molta fortuna e molte

edizioni, e che s'intitola _Ars moriendi_, l'_Arte di morire_.

Che la tentazione potesse ancora trovar luogo quando l'uomo era ormai

fuor dei sensi e quando sembra dovesse avere tutt'altra voglia che

di peccare, parrà strano a molti, e pure era così. Si racconta di un

povero giovane di Loreto, che avendo sempre menato vita onestissima,

da ultimo s'innamorò di certa donna, ed ebbe con lei peccaminoso

commercio. Infermatosi improvvisamente, e giunto in fin di vita, piange

contrito il suo fallo, e fa una devotissima confessione, tanto che

coloro che lo assistono si tengono sicurissimi della sua salvazione.

Ma all'ultimo momento, quando egli era già per spirare, ecco farglisi

accosto il diavolo, sotto le sembianze della donna amata, e chiedergli

con voce tronca dai singhiozzi: “Adunque mi abbandonerai tu, amor mio?„

Il poveretto, dimenticando a quella vista e a quelle parole sè stesso,

preso da un ultimo spasimo di tenerezza, raccoglie quanto gli rimane

di fiato e mormora: “Mai non ti abbandonerò, mia diletta.„ Muore in

quel punto, e il diavolo se ne porta l'anima all'inferno per tutta

l'eternità. In altri casi il diavolo teneva altro modo: ricordava al

moribondo tutti i peccati commessi e ne esagerava a bello studio la

gravità, gliene imputava anche molti d'immaginarii, e lo assicurava

ch'era irremissibilmente dannato; il tutto per farlo morir disperato

e dannar veramente. Procurava anche di fargli credere che non ci fosse

più tempo a pentirsi, e che il pentirsi era inutile.

Il diavolo finiva spesso i moribondi che sapeva suoi. Il venerabile

Beda e il buon Passavanti narrano la storia di un vizioso cavaliere

d'Inghilterra che, avendo rifiutato di confessarsi, quando era già

preso dal male, morì per le mani di due diavoli che si posero con due

gran coltellacci a tagliarlo, l'uno da capo e l'altro da piede. Cesario

fa menzione di corvi diabolici che ai peccatori strappavano col becco

l'anima dal petto.

Ho detto che quando non potevano, o non volevano altrimenti nuocere, i

diavoli si studiavano di rendere l'agonia più angosciosa e terribile.

I moribondi se li vedevano intorno al letto in sembianza di uomini

smisurati e tetri, fuligginosi e torvi, i quali ficcavan loro nel

viso gli occhi accesi e spalancati; li vedevano in figura di corvi

e di avvoltoi volar per la stanza, in forma di serpenti pendere dal

soffitto, e di rospi saltellare sul pavimento. San Gregorio Magno fa

ricordo di un giovane che, combattendo con la morte, credeva d'essere

divorato da un orribile drago. Spesso ancora i moribondi udivano il

clangor formidabile delle trombe infernali, il frastuono e il fracasso

delle enormi caldaje, delle smisurate graticole, dei ponderosi

martelli, delle tenaglie, delle catene e degli altri stromenti di

tortura senza posa ammanniti, rimescolati e tramestati dai diavoli, e

l'incessante, disperato, spaventoso urlar dei dannati.

Ma assai più proficua della ossessione, quale l'ho definita e

descritta, tornava ai diavoli la possessione. L'ossessione procacciava

sfogo all'astio e alla invidia loro; ma la possessione era quella che

li faceva padroni veri e assoluti degli uomini. Tanto che dovevano

starsi paghi al tentare e al tormentare, i diavoli erano simili

a soldati che assediino una fortezza, nella quale entreranno, o

non entreranno, secondo i casi; ma quando dalla tentazione e dalla

ossessione venivano alla possessione, erano come soldati vittoriosi,

entrati nella fortezza e diventati padroni d'ogni cosa.

Chi è tentato e tormentato dal diavolo ha ancora di suo, se non

altro, la volontà; ma chi è posseduto da lui, chi è indemoniato, gli

appartiene tutto intero, anima e corpo, e se altri non lo libera, dopo

aver trascinato alcun tempo la più scellerata vita che immaginar si

possa, finisce inevitabilmente in inferno. L'anima dell'indemoniato è

un'anima invasa da Satana, un'anima privata della vita sua propria,

e che non si muove e non opera se non in quanto Satana la stimola,

l'agita, la violenta e la travolge a suo senno.

Come mai poteva il diavolo così cacciarsi dentro l'anima altrui?

Non è facile il dirlo. Sant'Ildegarde afferma che il demonio non

penetra l'anima con la propria sostanza, ma solo l'investe con

l'ombra e la nigredine sua. L'anima s'immergerebbe nella diabolica

tenebra come un astro che si eclissa s'immerge nel cono d'ombra di un

altro. Ma questa opinione si regge male, e giova più credere a una

vera e propria penetrazione e commistione, le quali si compievano a

volte con fulminea rapidità. Ogni pretesto era buono ai diavoli per

invadere chi non si guardava e non si premuniva. Se l'anima non era

più che intera e più che salda, correva pericolo grande e continuo,

giacchè una incrinatura bastava a Satana per penetrarvi. Ogni peccato

commesso, anche se minimo, era come una porta aperta al nemico, e non

solamente ogni peccato, ma ancora ogni più leggiera negligenza, ogni

più piccola sbadataggine. Un fanciullo ha sete e chiede da bere. Appare

subitamente un diavolo travestito e gli porge un bicchier d'acqua:

il povero bambino la beve senza pensare di farci su il segno della

croce, e il diavolo gli entra in corpo. Questo si legge nella storia

della invenzione di San Celso. A questo modo a un di presso una monaca

si cacciò in corpo il diavolo mangiando una lattuga: lo attesta san

Gregorio Magno. Di una puerpera che inghiotti il diavolo Fumareth

bevendo un bicchier d'acqua su cui s'era dimenticata di fare il segno

della croce, si legge nella vita di san Bononio, abate di Lucedio.

Chi poi era in peccato, non si poteva tener sicuro in luogo alcuno,

e di nulla si poteva fare scudo. Nella leggenda di san Costanzo,

arcivescovo di Conturbia, è riferito il caso di certo monaco giovane,

invaso dal diavolo mentre cantava l'evangelo della messa. C'erano poi

gl'indemoniati nati, ed erano tutti coloro i quali, venuti al mondo

col peccato originale, non si erano lavati nelle acque del battesimo;

tant'è vero che molte volte furono veduti i demonii uscir loro di bocca

proprio nel punto che si battezzavano. I Massaliani, eretici del IV

secolo, sputavano continuamente per espellere il demonio che credevano

d'avere dentro.

Non sempre, del resto, l'invasione era improvvisa e subitanea. In una

storia della morte e dei miracoli di Leone IX il diavolo ha la bontà di

dire che molte volte egli, prima d'invadere l'anima, ingombra il corpo,

tenendovisi occulto, ma generando sonnolenza, pigrizia e fame. Era

questo, come si vede, il periodo d'incubazione della possessione. Anzi

il corpo si poteva considerare come un ordinario abitacolo di demonii.

Dice santa Brigida nelle sue Rivelazioni che il diavolo sta nel cuor

dell'uomo come il verme nel pomo, nei genitali come un nocchiero in

nave, fra le labbra come un sagittario con l'arco teso.

L'invasione poteva essere di un diavolo solo, o di molti, e i molti

potevano non invadere tutti in una volta, ma a più riprese, in varii

stuoli, secondo chiedeva il bisogno. Di un indemoniato, in cui erano

entrati 6666 diavoli, si legge già nell'Evangelo di San Luca. Gregorio

Magno racconta: Una giovane sposa, in Toscana, doveva recarsi alla

cerimonia della solenne dedicazione di una chiesa a San Sebastiano. La

notte precedente all'andata cercò ed ebbe, in mal punto, le carezze del

marito. Entrata la mattina seguente nel santuario, fu subito invasa

da un diavolo che, scongiurato, saltò addosso al prete. I congiunti

condussero la donna, non bene guarita, sembra, a certi incantatori,

i quali non ottennero altro con l'arte loro se non di farla invadere

da 6666 diavoli nuovi. Questi finalmente cedettero alle preci di un

sant'uomo per nome Fortunato. Una indemoniata, che sant'Ubaldo liberò

con molti stenti, ne aveva addosso 400,000: in altri casi si vide un

diavolo solo posseder più persone. Interrogato, il diavolo diceva di

solito il suo nome, e indicava la ragione e il modo della invasione.

La possessione si rendeva manifesta per un gran numero di fenomeni, o

strani, o prodigiosi, parte fisici e parte psichici. Negli indemoniati

le condizioni e le funzioni tutte della vita erano più o meno alterate

e turbate. In molti una voracità straordinaria era il sintomo più

spiccato della infezione diabolica; e lo storico Teodoreto, nel V

secolo, ricorda il caso di certa donna la quale divorava ogni giorno

non meno di trenta polli. Spesso tale voracità era accompagnata

da perversione profonda dell'appetito e del gusto, e allora si

vedevano gl'indemoniati inghiottire avidamente le cose più sudice e

stomachevoli, il che sembrava del resto convenirsi assai bene alla

sozza natura dei diavoli. Altri indemoniati, per contro, mostravano per

qualsiasi cibo repugnanza profonda, e duravano in digiuni lunghissimi

senza che ne venisse loro danno alcuno. Del resto i diavoli facevano

dei posseduti da loro quello che lor meglio piaceva. Centuplicavano

in essi le forze, o li facevano cadere in deliquio e in catalessia; li

sollevavano da terra, tenendoli sospesi a mezz'aria, o li stramazzavano

al suolo; li piegavano in due, li capovolgevano, li raggomitolavano,

li facevano girare su sè stessi come trottole, ruzzolar come cercini,

capitombolare, gesticolare e contorcersi in mille guise, strane,

ridicole, spaventose. Ancora, li facevano latrare come cani, muggir

come buoi, gracchiar come corvi, fischiar come serpi, urlar com'anime

dannate, e spesso per le loro bocche eruttavano fiamme e fetidissimo

fumo. Governati dai diavoli a questo modo, molti indemoniati avevano

il viso macilento, l'occhio vitreo, la carnagione terrea, il corpo

consunto; ma altri apparivano vegeti, pingui, rubicondi, e davano

così nuovo esempio e nuova prova della molteplicità degli artifizii

diabolici.

Queste erano le meraviglie e le singolarità d'ordine fisico; ma c'erano

ancora, e più notabili, le meraviglie e le singolarità intellettuali e

morali.

La persona morale dell'indemoniato era una persona mutata di pianta,

o in vario modo alterata; non di rado soppressa interamente, oppure

ritagliata e sminuita. In fatti, nell'indemoniato non c'era più

un'anima sola; ma ce n'erano almeno due, e potevano essercene le

centinaja e le migliaja, se a centinaja od a migliaja si contavano i

demonii invasori, e la vita psichica di lui, tanto che la possessione

durava, era il risultamento e il prodotto della sovrapposizione;

dell'intreccio, della fusione di quelle due, o di quelle cento, o mille

anime. L'indemoniato, secondo che variava l'influsso diabolico, secondo

che l'accesso sopravveniva o si dileguava, perdeva o racquistava

coscienza di sè, ricordava o non ricordava il passato, era lui, o non

era lui, o era solamente una parte e un frammento di sè.

Gl'indemoniati mostravan di solito profondo pervertimento morale.

Bestemmiare Iddio, la Vergine, i santi; deridere le verità della fede,

e le cerimonie del culto; mostrare una ripugnanza estrema, anzi un vero

ribrezzo pei sacramenti e per tutto quanto appartiene alla religione

e ai suoi ministri, erano portamenti e atti che assai sovente, se non

sempre, li facevano riconoscere a primo aspetto. Essendo il diavolo

padre di menzogna, gli è naturale che gl'indemoniati di consueto

mentissero, ma giova pure avvertire che non mentivano sempre, e

che qualche volta dicevano la verità, spontaneamente, senza esservi

sforzati. Anzi, cosa più notabile ancora, la verità da essi detta

tornava sovente in danno lor proprio, cioè di quel demonio che avevano

in corpo, e in onor della Chiesa e della religione. Così si ricordano

indemoniati i quali molto sanamente argomentarono contro l'idolatria e

l'eresia; indemoniati che indicarono sepolcri ignoti di uomini santi;

indemoniati che svelarono le altrui turpitudini occulte, e le altrui

ignorate virtù; indemoniati che designarono la persona che con frutto

poteva esorcizzarli. Non si dimentichi poi che la possessione poteva

anche in certi casi accompagnarsi con la pietà più profonda e con le

pratiche tutte di devozione.

Le facoltà mentali dell'indemoniato ora apparivano depresse ed ottuse,

ora invece, ed era questo il caso più frequente, esaltate ed acuite;

c'era l'indemoniato muto, e c'era l'indemoniato loquace. Infiniti

parlarono lingue non mai apprese, rivelarono segreti occultissimi,

indicarono i luoghi dove si sarebbero ritrovate cose perdute o rubate,

diedero conto, come se le avessero presenti, di cose che avvenivano in

remoti paesi, predissero alcuna volta persino l'avvenire. Una smania

degli indemoniati fu spesso quella di palesare i peccati non confessati

delle persone che capitavano loro dinanzi: più di un esorcista, mentre

attendeva al malagevole suo officio, ebbe la sgradita sorpresa di

sentirsi così recitare in pubblico la lunga e poco edificante litania

dei peccati commessi.

La possessione, la quale era più frequente assai tra le donne che non

tra gli uomini, assumeva alle volte carattere contagioso. Un primo

indemoniato ne suscitava un secondo, un terzo, e ne poteva suscitare

altri cento. Così è che si videro più di una volta gli abitanti di

un intero villaggio, o i frati, e più spesso le suore, di un intero

convento essere invasi in brevissimo tempo dai diavoli. Basterebbe

ricordare a tale proposito il celebre esempio delle Orsoline di Loudun,

uno dei meno antichi e dei più noti. A cominciare dalla badessa, suor

Giovanna degli Angeli, le diciassette suore del chiostro furono tutte

invase dal diavolo, e le rivelazioni ch'esse fecero agli esorcisti

e ai magistrati costarono la vita al povero Urbano Grandier, che

era stato loro confessore, e che fu arso per mago. L'esempio delle

monache di Loudun può dirsi in certo modo recente, perchè del secolo

XVII; ma esempii molto più antichi non mancano. Nel 1490, le suore

del monastero di Quercy, nel Belgio, furono invase dai diavoli, e

rimasero indemoniate quattr'anni. Nel 1124 furono invasi dai diavoli

i religiosi del monastero di Prémontré, fondato da san Norberto. Le

danze epidemiche, le quali a più riprese, e in varie province d'Europa,

apparvero nel corso del medio evo, erano ancor esse fenomeni di

possessione generale e contagiosa.

L'indemoniato da sè non si poteva liberare; bisognava che altri lo

ajutasse. La operazione di liberare altrui dal demonio si chiamava

esorcismo, e a così fatto esercizio provvide la Chiesa istituendo

appunto l'ordine degli esorcisti. Vedremo più là quali argomenti

si adoperassero contro il demonio nell'esorcismo; ma voglio dire

subito che la pratica non andava senza difficoltà grandi, e, qualche

volta, senza grande pericolo. Spesso il diavolo, uscito di corpo

all'indemoniato, entrava in corpo all'esorcista.

La possessione poteva essere acuta, con un certo decorso, o cronica: la

beata Eustochia da Padova fu posseduta tutta la vita.

Il diavolo usciva sempre di mala voglia, e più tardi che poteva, e

quando era costretto a far piazza pulita, s'ingegnava ancora di nuocere

e spaventare fuggendo. Spesso metteva urli terribili, e sgusciando

via si portava dietro l'uscio o un pezzo di soffitto, o la cappa del

camino, oppure, lasciato l'uomo tramortito in terra, si cacciava in

corpo a un bue, a una pecora, o ad altro animale. E ora usciva con la

forma sua propria, ora con la forma di un pipistrello, di una biscia,

di un rospo, di un uccello nero, o come un fumo denso e nauseabondo.

Molti indemoniati guarirono subitamente dopo aver vomitato il desinare,

oppur dopo una colica violenta, o un copioso flusso di ventre.

Gl'indemoniati ora non si curano più dagli esorcisti, ma dai medici,

e ciò malgrado che il gesuita Giovanni Perrone abbia nelle sue

_Prælectiones theologicæ_ con molta diligenza enumerati i segni in

virtù de' quali si può sicuramente distinguere la possessione da certe

malattie che hanno con essa alcuni caratteri comuni. In questa materia

il reprobo Charcot sa ciò che nessun teologo ha mai saputo.

CAPITOLO VI.

L'INFESTAZIONE DIABOLICA.

Abbiamo veduto qual fosse la potenza di Satana, e come egli tentasse

e tormentasse gli uomini; ma siam lontani ancora dall'avere un giusto

concetto della parte ch'egli aveva in questo povero mondo, del luogo

ch'egli teneva nella vita del genere umano, delle infinite faccende che

si trovava e delle infinite noje che dava.

Chi non aveva il diavolo addosso, lo aveva dattorno, sempre desto,

pronto sempre a cogliere tutte le occasioni d'importunare o di nuocere.

Ogni più semplice atto della vita poteva dargli pretesto a mal fare.

Gregorio di Tours racconta la storia di un prete Pannichio, che

trovandosi con amici a tavola, e stando per recarsi il bicchiere alle

labbra, si accorse di una mosca, la quale gli ronzava importunamente

d'intorno, e pareva volesse imbrattargli il vino. Pratico di tali

faccende, Pannichio capì quella non esser mosca, ma diavolo, e con un

segno di croce pose fine allo scherzo. Vero è che il vino si sparse

miracolosamente in terra, e il buon prete non lo bevve per quella

volta.

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