Viveva nel deserto, e abitava in una spelonca un monaco, uomo di

grandissima astinenza, adorno di tutte le virtù, solito di passare in

orazione i giorni e le notti. Costui, vedendo il profitto che faceva in

santità, cominciò a montare in superbia, e a dare tutto a sè il merito

che solo apparteneva a Dio. Il demonio, ciò conoscendo, non tarda

ad apparecchiare e tendere i suoi lacci. Ed ecco, una sera, giunge

dinanzi alla spelonca del santo uomo una bellissima donna, la quale,

entrata dentro, fingendosi al tutto vinta dalla stanchezza, si getta ai

suoi piedi, e con ogni istanza lo prega di volerle dare ricovero: la

notte l'ha colta in quel deserto; non la lasci, per carità, in preda

alle fiere. Egli, impietosito, l'accoglie benignamente, e comincia

a chiederle la ragion del suo viaggio; ella narra una sua storia,

ingegnosamente ordita, e con arte sparge di blandizie e di lusinghe il

racconto, ora mostrandosi degna di commiserazione, ora meritevole di

difesa, e con la eleganza e soavità del discorso circuisce e soggioga

l'animo di lui. A poco a poco il colloquio si fa più intimo; alle

parole si mescolano il riso e gli scherzi, ed ella, fatta ardita, non

tarda a stendere la mano alla barba di lui, ad accarezzargli dolcemente

la nuca e il collo. Ed ecco, è già vinto il milite di Cristo. Divorato

dalle fiamme della concupiscenza, dimentico del suo passato, non

curante del frutto di tante fatiche strenuamente sostenute, egli,

fatto simile a un bruto (dice Ruffino), già si accinge agli osceni

amplessi. Ma in quella appunto, la menzognera immagine, gettando un

urlo spaventevole, fugge dalle sue braccia, lasciando lui in assai

indecoroso (Ruffino dice più e meglio) e ridicolo atteggiamento. Allora

i demonii, che in grande moltitudine erano ivi congregati nell'aria,

spettatori del turpe fatto, lo scherniscono, gridando a gran voci:

“O tu, che ti estollevi sino al cielo, come sei così precipitato in

inferno? Conosci ora che chi si innalza sarà umiliato.„ Dopo così

dolorosa avventura, il mal consigliato monaco, disperando della

salute, fece ritorno al mondo, e tutto si abbandonò all'impudicizia e

all'iniquità, e si diede irrevocabilmente in preda a Satana.

Avverte Ruffino che il monaco avrebbe potuto con le lacrime del

pentimento lavarsi del peccato commesso, e ritornare, con le astinenze

e le orazioni, nella grazia di prima. In fatti, san Vittorino, vescovo

d'Amiterno, cadde nello stesso peccato; ma seppe con formidabile

penitenza riscattarsi dalle mani del vittorioso nemico. E così fecero

altri parecchi. C'è appena bisogno di dire che quando si trattava, non

di santi, ma di sante, il diavolo assumeva l'aspetto di un bel giovane,

non meno audace che tenero. In tal forma appunto egli si mostrò a santa

Francesca Romana, che molto ebbe a soffrire della sua importunità.

Non sempre il diavolo si piegava a far la parte che in questi racconti

si vede, o non sempre lo giudicava necessario. Egli poteva contentarsi

talvolta di far nascere certi desiderii, perchè i desiderii sono già

peccato per sè stessi, e la sua naturale tristizia poteva trovare una

soddisfazione tutta particolare in far nascere quei desiderii e in non

dare poi modo di appagarli. Narra san Gregorio Magno che il diavolo

accese una volta in corpo a san Benedetto una concupiscenza così

rabbiosa e spasimata che il povero santo, a chetarla, non trovò altro

rimedio che di spogliarsi ignudo e voltolarsi ben bene in uno spineto.

Quando altro non poteva, il diavolo provocava polluzioni notturne, le

quali, tuttochè involontarie, potevano essere peccato, se accompagnate

da immagini lascive e da sentimento di voluttà, e bastavano, a ogni

modo, a tener deste certe energie, a metter la fantasia in subbuglio.

Volentieri il diavolo prendeva questa o quella forma, sia per tentare

più efficacemente, sia per indurre altrui piuttosto in uno che in

altro peccato. Ai santi uomini si lasciava spesso vedere in figura

di angelo, circonfuso di luce, o di santo, o di Cristo stesso, con

in fronte i segni della divinità, e ciò a fine di farli salire in

superbia, provocando in essi un esagerato concetto della lor santità,

o anche per suggerir loro false e malvage dottrine, funesti propositi.

Gli è con quest'arte che egli riuscì, più di una volta, a persuadere

il suicidio ad uomini d'impeccabile vita, che avevano insino allora

respinto vittoriosamente ogni suo assalto. Si narra di un monaco Erone,

che da cinquant'anni menava nel deserto austerissima vita, per modo

che nemmeno il giorno di Pasqua allentava il rigore delle astinenze.

Un giorno il diavolo gli appare in figura d'angelo, e gl'impone di

gettarsi capofitto in un pozzo, ciò ch'egli fa senza indugio, fermo

nella opinione che ne uscirà illeso, e che sarà questa una grande e

irrefragabile prova della sua santità e della grazia divina. Altri

monaci riescono con grande fatica a trarnelo fuori, ed egli in capo di

tre giorni si muore.

Altro esempio. Guiberto di Nogent (m. 1124) racconta la storia di un

giovane che aveva peccato con una donna, e che pentito se n'era andato

in pellegrinaggio a San Giacomo di Gallizia. Un bel giorno gli apparve

il diavolo sotto le sembianze del santo, e gl'impose per penitenza di

tagliarsi, prima ciò che il discreto lettore vorrà indovinare senza

ch'io il dica, e poi la gola. Obbedì l'incauto giovane, e sarebbe

andato senza remissione in inferno, se la beata Vergine non l'avesse

in buon punto risuscitato. Tornò vivo, ma non riebbe più ciò che s'era

tolto con le proprie sue mani.

Certi santi invece, per quanto s'immascherasse, il diavolo non riusciva

a ingannarli. Ho già ricordato san Martino. Una volta il diavolo gli si

presentò con la porpora indosso, la corona in capo, i calzari dorati, e

gli disse: “Non mi conosci? io sono Cristo.„ Ma il santo: “Che Cristo!

Cristo non ebbe nè porpora, nè corona, ed io non lo conosco se non

ignudo, quale fu sulla croce. Tu sei il diavolo.„ Se i papi avessero

meditato questa risposta!

Più raro era il caso che il demonio venisse a tentare sotto l'aspetto

suo proprio, ma anche questo caso si dava. Satana non si trasformò, nè

si travestì per tentar Cristo. Una volta san Pacomio vide una torma

di diavoli trascinare un fastello di foglie e fingere di durarci una

grande fatica, non per altro che per muoverlo al riso. Ora, il riso, se

non era peccato, poteva essere semente di peccato. I migliori monaci

non ridevano mai, anzi piangevano spesso, come quel sant'Abramo di

Siria, che non passò mai un giorno senza piangere.

Non parlo delle mille tentazioni minute e leggiere che intravenivano

pressochè del continuo, e non avevano altro scopo che di distogliere

dalla meditazione e dalla preghiera, o di far rinnegare la pazienza a

chi le pativa; come, per esempio, ripetere, a guisa d'eco, le parole

dei leggenti, fare sternutire ripetutamente un predicatore nel più

bel punto del suo discorso, fare che una mosca importuna si posasse

dieci volte di seguito sul viso di chi stava per abbandonarsi al

sonno, ecc. ecc. Ma abbiasi a mente che non è tentazione così piccola

e lieve la quale non possa divenir principio d'irreparabile caduta.

Mettete un seme in terra, e se non fanno difetto gli elementi e le

condizioni necessarie alla vegetazione, il seme diventa pianta. Così il

diavolo, che sa queste cose, riesce con una prima tentazione, spesso

leggierissima, a porre nell'animo un primo germe di peccato, e questo

germe, ajutato da lui, subito alligna, cresce, si fa pianta e reca

in breve i perniciosi suoi frutti. C'era un eremita, che menava vita

austerissima, e aveva grande riputazione di santità. Un giorno gli

capita innanzi il diavolo, in sembianza di un uom dabbene, e gli dice:

“Voi vivete così solo; perchè non togliete con voi un gallo che vi

serva di compagnia, e vi faccia la mattina levare a tempo?„ Il povero

eremita ricusa da prima, poi esita, ma finalmente segue il consiglio e

toglie il gallo. Che sarà? un gallo non è mica il diavolo. Ma il gallo

a star solo s'annoja, smagrisce di giorno in giorno. Allora l'eremita,

per sentimento di carità, gli provvede una gallina. Non l'avesse mai

fatto! La vista di certi spettacoli ridesta nell'animo suo ardori

antichi, e che egli certamente credeva spenti per sempre. Si innamora

della figlia di un gentiluomo del vicinato, assai giovane e bella, e

pecca con lei; poi per celar la sua colpa e sottrarsi alla vendetta dei

parenti, uccide la giovane, e la nasconde sotto il letto. Ma si scopre

il misfatto, e il colpevole è condannato all'ultimo supplizio. Salendo

il patibolo egli esclama: “Ecco a che termine m'ha condotto un gallo!„

Queste erano tentazioni che davano al diavolo poca faccenda, e che

quasi da sè venivano al fine loro; ma ce n'erano altre che il diavolo

preparava di lunga mano, e a cui attendeva con diligenza indefessa,

con pazienza miracolosa. Una storia che ebbe nel medio evo grandissima

voga, e che fu narrata tra gli altri dal nostro Bernardo Giambullari,

racconta come il diavolo, una volta, si fece bambino, e, in tal

forma, chiese ed ottenne d'essere accolto in un monastero il quale

era in grandissimo odore di santità. L'abate, uomo dabbene, lo fece

istruire, e vedendo che il fanciullo imparava ogni cosa con somma

facilità, ed era di ottima indole, e assai costumato, stimava avere

il convento fatto un grande acquisto e ne ringraziava Iddio. Quando

il fanciullo fu cresciuto, ed ebbe l'età, vestì l'abito, con grande

giubilo dei fratelli; e morto, dopo qualche anno, il vecchio abate,

egli n'ebbe, per voto unanime, la dignità. Ma non andò molto che la

regola del convento cominciò ad allentarsi, i costumi a corrompersi.

Il nuovo abate migliorò assai il vitto, accordò facilmente dispense, e

agevolò in tutti i modi le relazioni dei suoi monaci con le suore di

certo monastero ivi presso. Lo scandalo era grande e si faceva ogni

giorno maggiore. Il papa, informatone, mandò sul luogo due monaci

di santa vita, e di sua fiducia, perchè vedessero e provvedessero.

Costoro cominciarono le loro indagini, e a un certo punto il diavolo,

sentendosi scoperto, gettò le insegne dell'usurpato officio, e si

sprofondò nella terra. I monaci traviati fecero penitenza, e l'antico

ordine fu restaurato. In Danimarca, in Germania, in Inghilterra, fu

notissima un tempo la storia di frate Ruus, Rush, o Rausch, un diavolo

che si pose per cuoco in un convento, fece da mezzano all'abate e

agli altri monaci, fu dopo sette anni ricevuto nell'ordine, e tutto il

convento avrebbe condotto in perdizione, se non fosse stato scoperto

per caso.

Come si vede, il demonio, da quel volpone ch'egli è, non prendeva

sempre la via più diritta per venire ai suoi fini, ben sapendo che

non sempre la più diritta è la più corta, e la più sicura. Anzi, non

di rado, egli prendeva una via che sembrava doverlo condurre ad un

fine affatto opposto a quello che s'era prefisso, ma tanto più sicura

per lui quanto meno sospettata dagli altri. Così, se vedeva un uomo

tutto dedito alle pratiche di devozione, chiuso ad ogni lusinga,

inaccessibile all'errore, egli non perdeva il tempo a stuzzicarlo

con tentazioni di carattere più o meno mondano; ma, all'incontro,

lo esortava a perseverare, lo stimolava a inasprire vie più le

macerazioni, a moltiplicare le preghiere, a esagerare le pratiche tutte

dell'ascetismo, e giungeva persino ad inspirargli una grande conoscenza

delle Scritture, come se ne può vedere esempio nella Vita di san

Norberto, vescovo di Magdeburgo. Di san Simeone Trevirense si racconta

che i diavoli volevano fargli dire la messa per forza, lo toglievano

dal letto, lo menavano davanti all'altare, gli ponevano indosso le

vesti sacerdotali. La conseguenza non insolita di tutto ciò era che il

sant'uomo, meravigliando della propria santità, cominciava a levarsi

in superbia, e a perdere, per questo solo peccato, il frutto d'ogni

sua virtù. Così per voler essere troppo santi si finiva qualche volta

all'inferno.

Ad esercitare questa specie di tentazioni il diavolo di rado si valeva

di argomenti esteriori, che potessero fare impressione sui sensi, ma si

giovava, d'ordinario, della pericolosa facoltà ch'egli ha di sommuovere

gli animi umani e d'influirvi in vario modo. Nè quelle erano, come può

bene immaginarsi, le sole tentazioni che egli, in grazia di quella sua

facoltà, potesse esercitare. Dato che la volontà non patisca violenza

da lui, tutte le altre potenze dell'anima umana soggiacciono al suo

influsso, e questo influsso si risolve in un lavoro di tentazione

continua. Ed anche qui le Vite dei santi abbondano di esempii e di

prove. Sullo specchio dell'anima egli faceva passar l'ombre che più

gli piacevano, e nella viva sostanza di lei spargeva a larga mano i

più svariati fermenti. Suscitava fantasmi fascinatori, evocava ricordi

pungenti, acuiva desiderii, sollevava dubbii, incuteva terrori,

fomentava inquietudini dolorose e profonde, promoveva quell'intimo e

generale turbamento dello spirito entro a cui si forma e si addensa

il peccato come si forma e si addensa la nube negli avvolgimenti della

bufera.

Così il diavolo era sempre attorno alle anime per sedurle e per

rapirle, e gli è perciò ch'ei fu chiamato cacciatore, pescatore,

stupratore, ladrone, omicida delle anime. San Gerolamo ebbe a chiamarlo

pirata, perchè, veramente, questo mondo è come un mare in tempesta,

dolorosamente navigato da noi, e corso trionfalmente da lui. Dico da

lui e dovrei dire da loro. Perchè tutti i diavoli facevano mestiere

di tentatori, ed era anzi opinione ricevuta comunemente che ciascun

vizio avesse suoi particolari demonii, che l'insegnavano e fomentavano.

Costoro ricevevano dal principe gli ordini necessarii e le opportune

istruzioni, poi, compiuta l'opera, tornavano a darne conto, e quelli

che s'erano fatti poco onore trovavano assai brutte accoglienze.

San Gregorio Magno racconta di un così fatto consesso o conciliabolo

diabolico, tenuto in un tempio di Apollo. Nelle Vite dei Santi Padri

è un curioso racconto, il quale prova che i diavoli avevano un bel da

fare a contentare il principe. Il figlio di un sacerdote degli idoli,

entrato un giorno nel tempio, vede Satana in trono, circondato della

sua milizia, e in atto di esaminatore e di giudice. Viene un demonio,

e l'adora, e Satana gli domanda: “Dove fosti, e che facesti?„ Quegli

risponde: “Fui nella tal provincia, e suscitai guerre e turbazioni

grandissime, e feci versar molto sangue.„ “E quanto tempo chiede

Satana, spendesti in tal opera?„ — “Trenta giorni.„ — “Tanto, ti ci

volle?„ dice Satana, e senz'altro ordina che sia bastonato ben bene.

Capita un altro diavolo. — “D'onde vieni, che hai fatto?„ — “Fui sul

mare, e levai grandi burrasche, e sommersi molte navi; feci morire

assai uomini.„ — “In quanto tempo?„ — “In venti giorni.„ — “Troppi!„

esclama Satana, e ordina subito che anche questo sia bastonato.

Sopraggiunge un terzo diavolo, e ricomincia l'interrogatorio: “A

te; dove fosti, e che facesti?„ — “Fui nella tal città, e mentre si

festeggiavano certe nozze, eccitai gli animi, accesi litigi e zuffe,

e procurai molte uccisioni, e ammazzai anche lo sposo.„ — “In quanti

giorni?„ — “In dieci.„ — “Oibò!„ dice Satana, e lo dà in mano ai

bastonatori. Ecco finalmente un quarto diavolo. “D'onde vieni? che

facesti?„ — “Fui nel deserto, dove tentai un monaco lo spazio di

quarant'anni, e solo la scorsa notte riuscii a vincerlo e a farlo

fornicare.„ In udir ciò Satana si leva da sedere e bacia il demonio;

poi la propria corona gli pone in capo, e se lo fa sedere a fianco,

dicendo: “Gran cosa facesti e ti comportasti da valoroso.„

Questa storia lascia intendere, fra altre cose parecchie, che la

tentazione poteva essere qualche volta opera assai laboriosa; ma

quanto laboriosa fosse la resistenza alla tentazione, non dice. I

Dottori affermano, gli è vero, che la tentazione non supera mai le

forze del tentato, così chiedendo la bontà e la giustizia di Dio; ma

gl'infiniti tentati che caddero dovettero essere, in generale, d'altro

avviso. Comunque sia, sta il fatto che resistere alla tentazione non

era, alcuna volta almeno, senza grande pericolo. Cesario racconta il

lacrimevole caso di un brav'uomo, il quale, avendo ricusato di fare

all'amore con un diavolo, fu dal diavolo afferrato per i capelli,

levato in aria, e poi scaraventato in terra, per modo che, dopo un

anno, se ne morì.

Tutti gli uomini erano, come abbiam veduto, esposti alla tentazione, e

la tentazione durava tutta la vita. Il santo, anzichè andarne immune,

la sperimentava più violenta e più assidua di ogni altro: ciò nondimeno

egli aveva un modo di liberarsene del quale non potevano fruire i

miseri peccatori. Quando egli aveva domati in sè tutti gli istinti

e tutte le energie; quando a furia di digiuni, di flagellazioni, di

veglie, di orazioni, aveva uccisa la carne, scombujata la memoria,

spenta la fantasia, assiderato l'intelletto; quando aveva fatto

dentro di sè il silenzio e la immobilità della morte, la tentazione

cessava, come cessa la fiamma, quando più non trovi a che appigliarsi.

Chi abbia, come san Simeone Stilita, passato mezzo secolo in cima a

una colonna, può ridersi di tutte le arti del tentatore. Il santo,

diventato un sasso, ha raggiunto la perfezione.

CAPITOLO V.

BURLE, TRUFFE, SOPRUSI, ANGHERIE E VIOLENZE DEL DIAVOLO.

Ma Satana non si contenta del tentare. Sedurre gli uomini, trascinarli

per mille strade al peccato, e, mercè il peccato, all'inferno, alla

dannazione senza riscatto, non basta all'odio suo, alla sua invidia.

Bisogna ancora che egli, in mille modi, li affligga e li tormenti, ed

amareggi loro la vita con noje infinite, quando, per altri suoi fini,

non gli piaccia di abbellirla loro, allietandola di falsi guadagni e di

gioje bugiarde.

Satana, è, come abbiam veduto, un infaticabile operatore di calamità

e di sciagure: le guerre, i morbi, le carestie, le ruine d'ogni

maniera, le infinite disgrazie grandi e piccole che contrassegnano

ogni istante del tempo che fugge, hanno in lui, il più delle volte,

cagione e principio. Nè questo ancora gli basta. La notte, il dì, senza

intermissione, egli, con l'innumerevole suo popolo, affronta buoni

e perversi, picchia gli uni, strazia ed uccide gli altri, e quanti

più può truffa e defrauda. Egli è, oltrechè un tentatore, anche un

tormentatore di professione, e il suo ufficio di tormentatore esercita

non meno sopra la terra che in inferno. Chi lo chiamò nemico ed

avversario, omicida e ladro, pose mente, senza dubbio, a entrambi gli

offici.

Satana fu chiamato il primo bugiardo, e, sembra, non senza ragione. Gli

esempii delle sue menzogne, e dei danni che mercè loro egli reca a chi

gli crede, sono infiniti. Narra alcun cronista del medio evo che egli

apparve una volta, sotto figura di Mosè, a molti giudei che vivevano

in Creta, e dato loro ad intendere di volerli condurre nella Terra

Promessa, li fece tutti imbarcare, e poi in alto mare li sommerse. Guai

a chi presta fede alle sue promesse ed ai suoi oracoli, o non è più che

guardingo nel giovarsene! E quelle e questi sogliono essere espressi

con parole artifiziose ed equivoche, tali che fanno nascere in chi le

ascolta aspettazione contraria all'evento.

Dice il proverbio che la farina del diavolo va tutta in crusca. Non

sempre, ma molto sovente, le cose ch'egli mostra di fare in servigio

altrui, e quelle che procaccia, riescono ben diverse da ciò che a primo

aspetto sembravano: i denari, di cui suol essere largo donatore, si

convertono in foglie secche, le gemme in carboni spenti, le vivande

in sterco o in sassi. Prudenzio sapeva quel che diceva quando chiamava

Satana un prestigiatore.

Satana si piace di fare alla gente burle e dispetti di molte sorta.

Sono senza numero i pollaj disertati, i granaj votati, le cantine

asciugate da lui. A san Morando monaco strappava la coltre dal letto;

a santa Gudula spegneva il lume mentre era in orazione, e rovesciava

il candelliere a san Teodeberto; a santa Francesca Romana empieva

di mosche l'acqua da bere; ad altri rubava la tonaca, nascondeva

l'uffizio, imbrattava la minestra. Ai monaci di san Dunstano

sparecchiava a dirittura la tavola. I discepoli di san Benedetto

stavano costruendo il cenobio. Bisognava mettere a posto una gran

pietra; ma per quanto ci si affaticassero intorno non c'era verso di

smuoverla: il diavolo ci s'era seduto sopra, e bisognò che venisse il

santo in persona a cacciarlo via. Ma la burla peggiore, la più villana,

a mio avviso, era questa: cogliere uomo e donna in flagrante peccato

carnale e annodarli in indissolubile amplesso, _more canino_.

I santi erano fra tutti i più tormentati, e così doveva essere. Il

diavolo odia i santi, non solo perchè servi di Dio, ma ancora perchè

ogni loro atto, le preghiere, i digiuni, le pie opere, sono a lui

ingiuria e tormento. Inoltre, certe nature d'uomini, inclinate alla

melanconia, e nelle quali la fantasia sormonta, sembrano attirare il

diavolo, e dargli buon giuoco. Dice Amleto che il diavolo ha grande

potestà sopra nature come la sua. Del resto bisogna fare a questo

proposito una distinzione. Il diavolo poteva contentarsi di tormentar

l'uomo esteriormente, moltiplicando le offese e le angherie; poteva

anche tormentarlo interiormente, cacciandosi in lui, invasandolo. Nel

primo caso si aveva la ossessione propriamente detta; nel secondo si

aveva la possessione. Ora, i santi, erano del continuo esposti alla

ossessione, ma dalla possessione andavano, generalmente parlando,

immuni.

La ossessione aveva, come la tentazione, alla quale andava molto spesso

congiunta, forme e gradi infiniti, e a darne un concetto che in qualche

modo si raccosti al vero, bisogna ricorrere senz'altro agli esempii,

i quali, per buona sorte, sono infiniti ancor essi, e ci permettono

di tener dietro al formidabile _crescendo_ di quest'altro capitale

esercizio diabolico.

La ossessione più leggiera e più semplice era quella che il demonio

esercitava con solo esser presente. Nè c'era bisogno che la presenza

sua fosse avvertita, che egli la facesse in qualche modo sentire.

L'uomo il quale si credeva assiepato tutto intorno da una gran caterva

di diavoli, che con occhi intenti e spalancati perpetuamente spiavano

l'occasione di tentare e di nuocere, doveva provar l'emozione e il

cruccio di chi si trovi solo in una foresta popolata di ladroni, o in

mezzo a un grande stuolo di nemici poderosi e crudeli. Ma i diavoli

potevano anche lasciarsi vedere, o sotto gli aspetti loro naturali, o

sotto altri aspetti mostruosi e terribili, e per la via degli occhi

gelar gli animi di terrore. Potevano anche farsi udire, e allora

erano angosce d'altra maniera, e noje insoffribili. Infiniti santi, a

cominciare da sant'Antonio, li udirono ruggire come leoni, urlare come

lupi, stridere come aquile, fischiare come serpi, e li videro in figura

di così fatti animali, venir loro incontro, aggirarsi loro d'attorno,

tumultuosamente, rabbiosamente. Santa Margherita di Cortona, nella

sua cella, li udiva cantare a squarciagola canzoni oscenissime. Altre

volte erano invettive furibonde, contumelie atroci, spaventose minacce.

Fuggendo, i diavoli, dopo aver torturato gli occhi e le orecchie,

affliggevan le nari, lasciandosi dietro un odor nauseabondo, a cui

nessun fetore della terra poteva paragonarsi.

Ma questo era nulla ancora. I diavoli non eran gente da rimanersi

con le mani alla cintola, e o prima o poi venivano ai fatti. Qualche

volta se la pigliavano con le cose inanimate, guastando, distruggendo,

sperperando quanto capitava loro sotto; ma questa specie di danno

recavano più volentieri ai profani che ai santi, i quali, o non

possedevano nulla, o delle cose proprie non si curavano punto. Tuttavia

un demonio tentò una volta con una scure di demolire la cella del

santo eremita Abramo, là nel deserto, e un'altra volta diede fuoco

alla stuoja su cui il santo dormiva. Se si trattava di santi, assai più

volentieri che alle cose, i diavoli si attaccavano alle persone.

Per cinque anni continui san Romualdo dovette soffrire che il

diavolo venisse ogni notte a sederglisi sulle gambe e sui piedi. A

sant'Egidio, una volta, il diavolo saltò sulle spalle e ci si aggrappò

così fortemente, che per più tempo non ci fu verso di levarglielo di

dosso. Da questi due si fece sostenere e portare; altri, per contro,

sostenne e portò egli stesso, ma, si può credere, con poco loro gusto.

Più e più volte levò per l'aria, e trasportò da questo a quel luogo,

la buona beghina Gertrude da Oost. Santa Francesca Romana fu da lui

ripetutamente sollevata per i capelli, e una volta tenuta sospesa

sopra carboni ardenti. I diavoli detti dusii avevano in uso di rapir le

persone vive, portarle in luoghi spesso remotissimi da quelli ove prima

avevano stanza, e lasciare in loro luogo immagini ad esse somiglianti.

Santa Francesca Romana ebbe, del resto, a soffrirne di tutti i

colori. Un giorno, non sapendo che altro farle, il diavolo la legò

a un cadavere putrefatto, e cominciò a voltolarla per terra come una

fascina. Ma non so s'ella avesse più ragion di dolersi che la beata

Cristina da Stommeln, che un sozzo demonio imbrattava villanamente di

sterco.

Il Diavolo · 第 5 / 18 段