Ma non finisce qui il discorso della potenza di Satana: non ho ancor

detto nulla di quella che si potrebbe chiamare la sua abilità tecnica.

Il diavolo sa fare tutti i mestieri; ma naturalmente, sdegna gli umili,

e solo in cose grandi si piace di misurare la sua forza e la sua

destrezza. Egli ha una passione, quella delle fabbriche. La vecchia

Europa è piena di ponti, di torri, di muraglie, di acquedotti, di

edifizii d'ogni maniera costruiti da lui. La famosa muraglia eretta per

ordine di Adriano tra l'Inghilterra e la Scozia fu creduta opera sua, e

lo stesso fu creduto di altre muraglie e difese. Il ponte di Schellenen

in Isvizzera, il ponte sul Danubio a Regensburg, il ponte sul Rodano

ad Avignone, e cent'altri, si credettero fabbricati da lui, e molti

portano ancora il suo nome e si chiamano ponti del diavolo. In tempi

di barbarie e di povertà le ingenti costruzioni romane, comprese le

strade, parvero eccedere la potenza degli uomini, e facilmente furono

attribuite all'artefice maledetto. Più strano parrà che il diavolo

con le proprie sue mani si mettesse a fabbricar chiese e conventi; ma

egli poteva ciò fare, o per suoi fini occulti, o sforzato da potestà

superiore. Le piante e gli altri disegni delle chiese di Colonia e di

Acquisgrana furono, dicesi, fatti da lui; anzi quest'ultima chiesa

fu, almeno in parte, da lui fabbricata. L'abbazia di Crowland in

Inghilterra è opera sua. E da tanto egli si teneva in quest'arte che

una volta ardì sfidare l'arcangelo Michele, l'antico suo vincitore, a

chi fabbricherebbe sopra un monte di Normandia, che appunto è detto di

San Michele, la più bella chiesa. L'arcangelo vinse, come di ragione;

ma anche il diavolo si fece onore. Nè il miracolo era, di solito tanto

nell'opera compiuta, quanto nella misura del tempo accordatogli a

compierla. Spesso una notte doveva bastare, e bastava nel fatto, se non

c'entrava di mezzo l'inganno, un inganno, intendiamoci, fatto non da

lui, ma a lui. Nello spazio di una notte, se, per esempio, trattavasi

di una chiesa, il diavolo portava, di regioni talvolta lontanissime, i

materiali tutti necessarii alla fabbrica, i gran quarti di granito, le

lastre e i cubi dei marmi variopínti, magari le colonne enormi rubate a

qualche antico tempio pagano, le roveri poderose, gli sperticati abeti,

le ferramenta, e senza mai prender fiato tagliava, scalpellava, puliva,

scortecciava, riquadrava, impostava, commetteva, dipingeva, scolpiva,

tanto che, sopraggiunto il giorno, il primo raggio del sole accendeva

in cima alle guglie le palle di bell'oro brunito, e faceva balenare

i gran vetri dipinti dei finestroni. E non c'era pericolo che dopo un

anno o due le mura si scrostassero, o venisse giù il soffitto.

Tutto ciò richiedeva non solamente ingegno e destrezza e alacrità

somma; richiedeva ancora una forza, dirò così, muscolare, veramente

portentosa. Di cotal forza io non ho detto nulla; ma le prove di essa

sono senza numero, sparse nelle storie e per il mondo. Non è regione

d'Europa dove non si veda qualche smisurato macigno, portato a braccia

dal diavolo in mezzo a una pianura, da un monte lontano, e le buone

genti dei campi, interrogate in proposito, sanno dirvi per filo e per

segno come andò la cosa. Qua era in antico un romitorio, abitato da un

uomo di santissima vita, il quale passava in preghiera i giorni intieri

e le intiere nottate: il diavolo, indispettito, tentò di schiacciar

lui e la sua cella sotto quel masso che vedete, ma non tolse bene la

mira, e il sant'uomo se la cavò con un po' di paura. Laggiù, quel gran

buco nel monte, fu fatto dal diavolo, un giorno che, pazzo di rabbia,

scaraventò per l'aria il maglio enorme della sua fucina. Per tutto, i

gran massi erratici che i ghiacciai delle età preistoriche trascinarono

a miglia e miglia lungi dai monti loro, si credette fossero stati

lanciati o rotolati dal diavolo, e così pure si credette delle pietre

druidiche.

Ma la forza strabocchevole non esclude in Satana l'agilità e la

destrezza, chè anche queste sono in lui meravigliose. Egli possiede

le arti tutte del giocoliere e del funambolo, e non è operazione così

delicata da cui non sappia levare destramente le mani. Tertulliano

afferma che fu veduto il diavolo portar acqua in un crivello.

Le fabbriche del diavolo, dicevo, sono solide e degne di tanto

artefice; ma si capisce che debbano risentirsi in qualche modo

dell'origine loro, ed avere in sè alcun che di soprannaturale.

Generalmente parlando, se il diavolo le lascia incompiute, non è dato

ad altri di compierle. Con pensiero analogo a questo fu creduto in

molti luoghi che se il diavolo recava a un edifizio alcun danno, il

danno non poteva più essere riparato.

In uno dei canti che compongono la _Légende des siècles_, Vittore

Hugo racconta una gara che il diavolo ebbe con Dio, a chi facesse la

cosa più bella. Il diavolo chiese al suo avversario una gran quantità

d'ingredienti, di cui aveva bisogno, e avutili si mise all'opera.

Et grondant et râlant comme un boeuf qu'on égorge,

Le démon se remit a battre dans sa forge;

Il frappait du ciseau, du pilon, du maillet,

Et toute la caverne horrible tressaillait;

Les éclairs des marteaux faisaient une tempête;

Ses yeux ardents semblaient deux braises dans sa tête;

Il rugissait; le feu lui sortait des naseaux,

Avec un bruit pareil au bruit des grandes eaux

Dans la saison livide où la cigogne émigre.

Tanta forza e tanta fatica non riescono ad altro che a produrre una

cavalletta, mentre Dio, con solo guardarlo, fa di un ragno il sole. Ma

il poeta ha torto. Ben maggiori cose, e senza punto affannarsi, poteva

fare il diavolo, e la potenza di lui era veramente grande e terribile.

Ciò nondimeno quella potenza aveva pure i suoi limiti, e spesso assai

più angusti che non parrebbe. Come vedremo in seguito, non solo c'erano

contr'essa ripari e difese, ma, cosa ben più importante, c'era anche

modo di assoggettarla e dirigerla. Ciò che mi preme far notare sin da

ora si è che, secondo un'opinione divulgatissima, il diavolo non può

esercitare la sua potenza se non la notte, o, se la esercita durante

il giorno, non la esercita più con la stessa efficacia. I primi albori

che imperlino il cielo, la squillante chicchiriata del gallo, volgono

il diavolo in fuga, o, almeno, gli dimezzan le forze. Del resto

non è punto irragionevole che il re delle tenebre abbia vigor dalle

tenebre, e che in mezzo ad esse la potenza sua riesca più intera e più

formidabile.

Ma non si creda che Satana, sebbene assai volentieri faccia mal uso

del suo potere, sia assolutamente e sempre un campione della violenza,

il principale seguitator della massima che ha tanti altri seguaci: la

forza vince il diritto. S'egli fa ciò che fa, se con portamenti da

despota scorrazza la terra, se tratta gli uomini come nemici o come

schiavi; ha pure il diritto di far tutto ciò, o, se non lo ha più, lo

ebbe. Ireneo, il santo vescovo di Lione, fu il primo, già nel secondo

secolo della Chiesa, a porre in chiaro cotal diritto. Il peccato diede

legittimamente gli uomini in mano a Satana, e gli è per legittimamente

ricomperarli, senz'uso di violenza, che Cristo versò il suo sangue.

Satana, procacciando ingiustamente la morte di un giusto, perdette

ogni diritto precedentemente acquistato. Tale dottrina incontrò molto

favore, e, sino al principiare del medio evo, tutti gli scrittori

ecclesiastici ammisero, più o meno, l'antico diritto di Satana,

cancellato da Cristo. Satana, dal canto suo, non volle riconoscere

cancellazione di sorta, e seguitò ad esercitare il diritto suo quanto

e come meglio potè; e noi dobbiamo confessare che se lo esercitò

illegalmente, non lo esercitò senza frutto. Per meglio far trionfare

il suo, vuoi legittimo, vuoi usurpato diritto, Satana ebbe cura di

ordinare il suo regno e le sue milizie, e di imitare, per quanto gli

fu concesso, le istituzioni e gli ordinamenti divini, imitazione che

gli valse il nome vilificativo di scimia di Dio. Alla Chiesa di Cristo

egli contrappose la propria sua Chiesa, ed ebbe sacerdoti, culto, e,

affermava già Tertulliano, sacramenti.

Abbiam veduto qual fosse il diavolo, quale la sua potenza ed industria;

vediamo ora come egli combattesse contro gli uomini, e contro Dio,

cotidiana battaglia, vediamolo nell'opera sua principale.

CAPITOLO IV.

IL DIAVOLO TENTATORE.

Satana non ispera più di riconquistare in cielo il posto che ha

perduto. Egli rimpiange l'antica felicità, ma nel rimpianto non

anneghittisce, anzi procura di accrescere a sè stesso grandezza e

potenza. Egli è re; vasto e popoloso è il suo regno, ed ei può farlo

maggiore e popolarlo vie più. Se l'umanità non sarà più sua tutta

intera, sarà ancora sua la più parte. Rendere labile e scarso, quanto

più far si possa, il frutto della redenzione; moltiplicar sulla faccia

della terra l'errore; far della terra, invano bagnata del sangue di

Cristo, un altro inferno, e della storia umana una sequela rovinosa di

mali, dove peccato e dolore s'indentano l'uno nell'altro; tale sarà

il suo costante proposito, tale il perpetuo suo studio. Ogni peccato

commesso, ogni anima rubata al cielo e guadagnata all'inferno, segnerà

un suo trionfo. Sia pure forte e salda la Chiesa come uno scoglio

in mezzo ai marosi; egli saprà bene investirla e percuoterla d'ogni

intorno, facendola tremare sin nelle fondamenta, e staccandone di tanto

in tanto alcuna pietra angolare. Vigili il pastore, e vigilino i cani

a custodia del gregge; egli, come un lupo affamato, anzi come il leone

ruggente ricordato dall'apostolo, non cesserà dal rapire delle dieci

pecorelle le nove.

Satana non può far sue le anime se prima non le intrida e non le

corrompa di peccato; ma l'umana natura, tuttochè redenta, è proclive

e pronta al peccato. Satana non può far forza al libero volere; ma

può di tal maniera moltiplicargli le insidie d'attorno che esso abbia

quasi necessariamente a soccombere. Satana è il grande, l'infaticabile

tentatore. Egli tenta Eva e ardisce di tentar Cristo: qual meraviglia

se tenta gli uomini anche più santi? Anzi gli è contro ai più santi

ch'egli usa ogni sua industria, giacchè i non santi, senza troppo

contendere, gli si fanno seguaci e servitori.

Questo della tentazione era un esercizio molteplice e vario, irregolare

e malagevole, che prendeva norma dalle occasioni e dalle condizioni,

si piegava e mutava secondo le persone, i tempi, i luoghi, richiedeva

sottile accorgimento, e non di rado grande perseveranza. La tentazione

era un'arte in cui Satana dava a conoscere tutto il suo ingegno e tutta

la sua destrezza.

Le occasioni del tentare erano innumerevoli. San Paolo aveva detto:

“Non fate luogo al diavolo;„ ma il diavolo sapeva farsi luogo da sè.

Aveva anche detto: “Resistete al diavolo ed egli fuggirà da voi;„ ma

spesso spesso chi più strenuamente resisteva era più ostinatamente

assalito. Sottrarsi interamente al suo influsso non era possibile;

non era nemmeno possibile evitare in tutto il suo pernicioso contatto.

L'anima timorata poteva fare come la testuggine, restringersi tutta nel

suo guscio; ma per fare che facesse lasciava sempre aperto un qualche

adito, entro a cui il demonio poteva spingere l'ugna acuta e rapace.

Chi viveva nel mondo, e della vita del mondo, non solo s'imbatteva

in Satana ad ogni passo, ma si può dire vivesse in Satana, perchè la

mondanità, nel tutto insieme delle sue parvenze ingannevoli, de' suoi

lenocinii e delle sue lascivie, non è se non Satana. Vivere nel mondo

e non peccare, gli è come voler tuffarsi nel mare e non bagnarsi. Chi

viveva nel mondo era dunque soggetto ad una tentazione continua; ma

chi se ne ritraeva non cessava d'esser tentato. I buoni cristiani,

che scandalizzati e nauseati della corruzione cittadina, e di tutta

quella che appunto chiamavasi la pompa del diavolo, cominciarono, sin

dai tempi di Costantino il Grande, a disertar la città, a fuggire

il consorzio degli uomini, a cercare il deserto, ritrovarono nelle

solitudini dell'Egitto e dell'Asia quel medesimo Satana che con tanto

studio avevano voluto fuggire. E non altrimenti incontrò a quegli

altri fuggiaschi del mondo che, senza disertar le terre popolate e

le stesse città, cercarono fra le mura dei chiostri un asilo sicuro

contro il temuto avversario. E gli uni e gli altri ritrovaronsi a

fronte quel medesimo Satana, anzi un Satana molto più insidioso e più

acerbo. L'assalto suo non cessava, ma mutava alquanto di qualità. Nel

mondo la tentazione era continua, minuta, diffusa in certo qual modo

nelle cose ch'erano perpetuo incentivo di peccato, e però non violenta

d'ordinario: in solitudine si faceva acuta, subitanea, intermittente,

ritraeva del parossismo. Nel mondo la tentazione sembrava muovere più

dalle cose esteriori; in solitudine toglieva argomento dalle mal vinte

energie dell'organismo, da ogni moto dell'animo che potesse in qualche

maniera essere avviamento a peccato. Nessuna occasione di tentazione,

per quanto fuggevole, per quanto dubbia si fosse, fu mai trascurata da

Satana. Come si credette che ciascun'anima avesse, durante il terrestre

pellegrinaggio, compagno un angelo, che si adoperava a guidarla sulla

via della salute, così si credette ancora avesse compagno un diavolo

che senza posa si studiava di trarla a perdizione. A destra l'angelo

custode, a sinistra il diavolo tentatore.

Tutti gli uomini potevano esser tentati, ma la tentazione variava,

secondo il sesso, l'età, la condizione propria di ciascuno, quando

semplice e poco o punto dissimulata, quando artificiosa e fraudolente.

Mezzi sicuri a preservarsi dalla tentazione non c'erano, giacchè quegli

stessi che avevan più credito ed erano più universalmente preconizzati,

spesso spesso si mostravano inefficaci alla prova. I santi erano,

come ho già detto, assaltati e perseguitati con più furore, perchè,

dicevasi, importa a Satana assai più trionfare di uno di loro che

non di mille altri. Noi, guardando la cosa sott'altro aspetto, potrem

dire che i santi, a cagione appunto di quella continua ed angosciosa

preoccupazion di peccato che turbava le anime loro, e delle macerazioni

insensate cui assoggettavano il corpo, credendo così di nettarlo da

ogni mala prurigine di carnali appetiti, si esponevano assai più che

altri alle fiere battaglie della tentazione. Vero è altresì che tali

battaglie erano da essi spesso invocate e cercate, come quelle in cui

la virtù loro brillava di lume più vivo, e ritraeva dal trionfo vigore

novello. Ma checchessia di ciò, Satana sapeva, il più delle volte,

commisurare alla qualità e condizion di ciascuno il grado e la forma

della tentazione, e così facendo si dava a conoscere non meno buono

psicologo di quello fosse buon _loico_.

Come i tempi non tutti, così non tutti i luoghi erano egualmente

opportuni e propizii all'opera della tentazione. Quel della notte

era il tempo più acconcio, non solo perchè cresce col crescere delle

tenebre la potenza diabolica, ma ancora perchè nelle tenebre i fantasmi

suscitati da Satana non così facilmente si scoprono bugiardi. E l'ora

fra tutte più propizia era quella in cui il sonno comincia a occupare

le membra affaticate, quando si smarriscono i sensi, non però chiusi

ancora alle impressioni del mondo esteriore, e cessa nell'anima la

vigilanza della volontà e del giudizio. Ond'è che non senza ragione san

Pacomio dormiva seduto, e chiedeva a Dio l'insonnia per poter meglio

combattere il nemico.

I modi e le forme della tentazione erano innumerevoli, come sono

innumerevoli gli atti dell'anima e i fatti della vita. Non c'era così

tenue pensiero, non così picciolo avvenimento da cui Satana non sapesse

cavare argomento di tentazione, e quando l'occasione mancava, egli la

faceva nascere. Quegli strani documenti della credenza cristiana che

sono le leggende dei santi, riboccano di racconti che il provano, e

forniscono non di rado notizie e indizii preziosi per la cognizione

dell'umana natura.

Talvolta la tentazione era assai semplice, si offriva con poco o punto

apparato, e si raccoglieva tutta in un solo momento. Sant'Antonio,

le cui tentazioni sono diventate famose e proverbiali, viaggiando

una volta nel deserto, trovò in terra un disco d'argento: era una

insidia del demonio che voleva fargli nascere in cuore un peccaminoso

rincrescimento delle lasciate ricchezze. Sant'Ilarione, affamato, si

vedeva improvvisamente davanti gran copia di vivande squisite. A santa

Pelagia, che un tempo era stata commediante in Antiochia, ed erasi poi

ritirata a vita contemplativa in una spelonca del Monte Oliveto, il

diavolo offriva, oggetto di desiderii antichi, anelli, monili, gemme

d'ogni sorta. Queste immagini bugiarde si dileguavano così subitamente

come erano apparse.

Alcun'altra volta l'apparato e l'ostentazione eran maggiori, le larve

allettatrici o paurose si moltiplicavano e si variavano, la tentazione

si sceneggiava. Sant'Ilarione, mentre pregava, si vedeva schizzar

sotto gli occhi lupi ululanti, volpi squittenti, assisteva a pugne

improvvisate di gladiatori, vedeva i morenti rotolarsi a' suoi piedi,

e gli udiva implorare da lui la sepoltura. Una notte, mentre vegliava

com'era consueto, cominciò a udire vagito di bambini, belato di greggi,

muglio di buoi, rugghio di leoni, pianto di donne, un murmure vasto,

come di esercito in campo. Conosciuto il diabolico ludibrio, si butta

in ginocchio, si segna in fronte, e si guarda d'attorno, aspettando

nuovo portento. Ed ecco, subitamente, al lume della luna, vede un

cocchio, trascinato da focosi cavalli, farglisi addosso. Invocato

dal santo il divin nome di Cristo, incontanente s'apre la terra ed

inghiotte il fantasma. Il tutto era opera di Satana, voglioso di

stogliere il buon servo di Dio dalla meditazione e dalla preghiera,

e di rendergli incresciosa, popolandola di terrori, la solitudine. Le

storie dei santi riboccano di sì fatti esempii.

Queste, che Satana esercitava col sussidio di larve ingannevoli,

o, come pure accadeva, con quello di cose reali e corporee, erano

tentazioni assai poderose, perchè occupavano i sensi, e attraverso

i sensi investivano l'anima, sempre così pronta a farsi ancella dei

sensi; ma tra esse tutte la più formidabile era quella che toglieva

argomento dai pervicaci istinti della generazione e dell'amor sessuale.

Era questa la tentazione che procurava a Satana i maggiori trionfi.

Il cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l'amore. L'atto

vario e molteplice ne' modi, ma uno nel principio, per il quale le

creature si riproducono, e a cui gli antichi avevano preposta una delle

maggiori, e certo la più radiosa fra le divinità dell'Olimpo, è, agli

occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e turpe, e la malvagità e

turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura d'Adamo, essere

emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non altro in

teorica, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il

conjugio, e la continenza è virtù che va tra le maggiori. Lattanzio

afferma essere la verginità come il fastigio di tutte le virtù, e il

grand'Origene, detto l'adamantino, non aveva aspettato l'affermazion

di Lattanzio per porsi, con le proprie sue mani, nella impossibilità di

perderla.

Non è dunque da stupire se gli asceti consumarono spesso il meglio

delle forze loro nella disperata fatica di spegnere in sè medesimi

ogni favilla di concupiscenza, di sedare ogni benchè involontario

e minimo fremito della carne; ma non è da stupir similmente, se in

cotal opera di ribellione contro alla natura, essi, più di una volta,

furono soperchiati e vinti. Per fuggir le insidie di Venere, riparavano

nei deserti, si muravan nei chiostri; e Venere rinasceva dentro di

loro, dall'orgoglio degli umori, come già altra volta dalla spuma del

mare, e soggiogava le lor fantasie. Per sottrarsi al temuto contagio,

ricusavano di vedere, dopo anni ed anni di separazione, le madri e

le sorelle; ma la donna invadeva le loro celle egualmente, immagine

vagheggiata e detestata ad un tempo. A un accenno fortuito, a un

pensier fuggitivo, la virilità, compressa, ma non vinta, insorgeva

con impeti belluini, mordeva e dilaniava quelle carni esacerbate dalle

mortificazioni. Ed erano battaglie spaventose che lasciavano affranto,

anche se vittorioso, l'atleta di Cristo. Oh quante volte, scriveva

san Gerolamo alla vergine Eustochia, essendo io nel deserto, in quella

vasta solitudine arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione,

immaginava d'essere tra le delizie di Roma! Sedeva solo, piena l'anima

di amarezza, vestito di turpe sacco, e fatto nelle carni simile ad

un Etiope. Non passava giorno senza lacrime, senza gemiti, e quando

mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m'era letto la nuda terra. Nulla

dico del mangiare e del bere, essendochè i monaci, anche ammalati,

non bevono se non acqua, e stimano lussuria ogni vivanda cucinata. E

quell'io, che per timor dell'inferno m'era dannato a tal vita, e a non

avere altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m'immaginava

d'essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era

fatto pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l'anima ardeva di

desiderii, e nell'uomo, quanto alla carne già morto, divampavano

gl'incendii della libidine. Allora, privo d'ogni altro soccorso, mi

gettavo ai piedi di Gesù, li bagnavo di lacrime, li tergevo co' miei

capelli, e la carne ribelle soggiogavo col digiuno di una intera

settimana. Non arrossisco in confessare la mia miseria; anzi piango

di più non essere qual fui. E mi sovviene che assai volte, gridando e

pregando, vidi succedere al giorno la notte, e come non cessassi dal

percuotermi il petto finchè, alla voce di Dio, non fosse in me tornata

la calma.

Sono senza numero i santi a cui il diavolo apparve in figura di

leggiadra fanciulla, o di nobil matrona pomposamente vestita, e non

rarissimi quelli che non seppero vincere la terribile tentazione. Di

solito la falsa e diabolica donna fingeva d'avere smarrita la via,

d'essere stata soprappresa dal mal tempo o dalla notte, ovvero anche,

come l'Abimelech del Boccaccio, d'avere abbandonato la casa e la

famiglia per darsi al servizio di Dio, e con volto dimesso, con grande

umiltà e onestà di parole, chiedeva al sant'uomo asilo e protezione. E

se il sant'uomo, mosso da intempestiva pietà, o troppo fidente nella

virtù propria, accoglieva nella sua celletta, appena capace di due

persone, la bella supplicante, c'era pericolo, ma pericolo grande, che

la cosa andasse a finir male. Ruffino d'Aquileja narra a tale proposito

una storia degna d'essere scelta fra cento.

Il Diavolo · 第 4 / 18 段