Infinite erano le forme sotto cui il diavolo poteva celarsi, e

infiniti gl'inganni che per esse poteva fare altrui; ma c'era pure

chi, come san Martino, sapeva scovarlo sotto le forme più inusitate

e più ingannevoli. Scoperto, il diavolo travisato si dileguava

improvvisamente, o riprendeva l'aspetto suo consueto.

Questa era la natura fisica del diavolo: della morale non parlo ora,

giacchè noi la vedremo esplicarsi nei capitoli seguenti. Dirò solo che,

contro alla sentenza di san Tommaso d'Aquino, il quale non gl'imputa

altro peccato che la superbia e l'invidia, la opinion popolare ha

regalato al diavolo tutti e sette i peccati capitali.

CAPITOLO III.

NUMERO, SEDI, QUALITÀ, ORDINI, GERARCHIA, SCIENZA E POTENZA DEI DIAVOLI.

Parlar del diavolo, come se il diavolo fosse uno solo, non è esatto:

i diavoli erano molti, e quando si dice diavolo, al singolare, s'ha a

intendere il principe loro, oppure s'ha a intendere la diabolica razza

tutta intera, collettivamente presa, e rappresentata dall'individuo.

I diavoli, non solo erano molti, ma erano innumerevoli. Si ammetteva

generalmente dai teologi che degli angeli la decima parte si fosse

ribellata a Dio; ma ci fu chi non si contentò di una supputazione così

vaga, e sottopose il popolo infernale a regolare censimento. Un teologo

più diligente degli altri, approfondito l'esame della cosa, trovò che i

diavoli dovevano essere non meno di 10,000 bilioni.

Per tanta gente ci voleva del posto, e perciò le sedi dei diavoli erano

due, la sfera dell'aria, e l'inferno; quella perchè avessero agio di

tentare e tormentare i vivi, questa per punizione lor propria, e perchè

dessero ai morti il meritato castigo. La sede aerea era loro concessa

solo fino al dì del giudizio: pronunziata la finale sentenza essi

dovevano tutti stiparsi in inferno per non uscirne più mai.

I diavoli non erano tutti di una qualità e di una condizione. C'erano

diavoli acquatici, che si chiamavano Nettuni; ce n'erano di quelli

che abitavano nelle spelonche e nelle selve, ed erano detti Dusii;

c'erano gl'Incubi, i Succubi, ecc. Inoltre non tutti avevano le

stesse attitudini: questo riusciva meglio a far la tal cosa; quello

riusciva meglio a far la tal altra. Di qui la divisione del lavoro e

la necessità di un certo ordinamento sociale. Parve a taluno che fra

i demonii, i quali appunto personificano il disordine e la confusione,

un ordinamento così fatto non ci dovesse, nè ci potesse essere; ma tale

non è la opinione di san Tommaso e dei teologi più accreditati, i quali

vogliono ci sia una gerarchia fra i diavoli, come c'è una gerarchia

fra gli angeli rimasti fedeli. Anzi la gerarchia dei diavoli parrebbe

più salda e più intera che non quella degli angeli, perchè, mentre

quelli hanno un capo che sta sopra tutti, ed a tutti comanda, questi

non l'hanno, o l'hanno solamente in Dio, che è monarca universale e non

loro soltanto. Principe e monarca dei diavoli è Beelzebub, secondo si

afferma negli Evangeli di Matteo e di Luca, e si tiene dai teologi in

generale; ma bisogna dire che qualche incertezza regna a tale riguardo.

Alcuna volta comparisce capo Satana, alcun'altra Lucifero, e Dante,

forse per tôrsi d'impaccio, fa di Satana, di Lucifero, di Beelzebub un

solo e medesimo diavolo, contrariamente alla opinione di altri, che ne

fanno tre diavoli distinti e non eguali in potenza fra loro.

Di ordini diabolici si parla già nel così detto Libro di Enoc,

anteriore al cristianesimo, e se ne parla poi nel Nuovo Testamento.

San Tommaso fa espressa menzione di diavoli superiori ed inferiori

e di ordini gerarchicamente costituiti, senza entrare per altro

in troppi particolari. Ma un tale riserbo, se poteva convenire ai

teologi in genere, non conveniva ai demonografi in ispecie, e a quanti

attendevano a studio o a pratica di magia. A tutti costoro importava di

conoscere esattamente la gerarchia diabolica, e insieme la condizione

e le operazioni di ciascun ordine in essa compresa, anzi, quando

fosse possibile, di ciascun singolo demonio. Del resto il principio

dell'ordinamento non fu da tutti inteso ad un modo, e se alcuni Padri

pensarono che gli ordini si distinguessero secondo le varie specie di

peccati che i demonii promuovono, altri credettero si distinguessero

secondo il grado della potenza e la qualità dell'azione.

Dante chiama Lucifero imperatore del doloroso regno: per lui l'universo

si spartisce simmetricamente in tre grandi monarchie, la celeste in

alto, l'infernale in basso, l'umana tra le due, nel mezzo. Ma questo

concetto di un regno satanico non è un concetto proprio di Dante, e

neanche del medio evo, sebbene nel medio evo acquisti il massimo di

pienezza e di precisione. Esso già si trova negli Evangeli e negli

scritti di alcuni Padri, e di qui venne l'uso di attribuire a Lucifero,

quali insegne della sua potestà, scettro, corona e spada. In più di una

leggenda ascetica Satana appare seduto in un trono eccelso, cinto di

regia pompa, accompagnato da grande stuolo di ministri e di seguaci.

E si andò tant'oltre in questa fantasia da immaginare a dirittura

una corte satanica, simile in tutto alle corti dei gran principi

della terra. Nel libro magico di Giovanni Fausto, di quel Fausto la

cui formidabile istoria diede argomento al capolavoro del Goethe, si

legge che re dell'inferno è Lucifero, che Belial è vicerè, che Satana,

Beelzebub, Astarotte e Plutone sono governatori, che Mefistofele con

altri sei sono principi, e che nella corte di Lucifero si trovano

cinque ministri, un segretario e dodici spiriti familiari. In altri

libri magici e demonologici è fatto ricordo di duchi, di marchesi,

di conti infernali, e di ciascuno è detto appuntino quante legioni di

diavoli abbia sotto i suoi ordini.

Legioni e capi formano un esercito. I demonii sono di lor natura

spiriti militanti, e la milizia loro si contrappone alla milizia del

cielo. Qual meraviglia che una tal milizia s'immagini simile in tutto

alle milizie terrestri? Nella leggenda della beata Maria di Antiochia

si vede, di nottetempo, passar sopra un carro il re dei demonii,

circondato e seguito da innumerevole esercito di cavalieri. Pietro il

Venerabile (m. 1156) narra di una immensa turba di guerrieri diabolici,

armati di tutto punto, che passò una notte attraverso un bosco. E

quante volte non si videro le legioni armate trasvolar come nembi per

l'aria?

Se l'inferno era un regno, e se Satana aveva, come re, la sua

corte, non parrà strano che in tal corte si tenessero consigli, si

esaminassero questioni, si pronunziassero giudizii e sentenze, nè

che, di tanto in tanto, Satana, desideroso di svago, movesse con parte

de' suoi seguaci a qualche caccia furibonda traverso le foreste della

terra, sbarbando nel corso gli alberi secolari, e spargendo all'intorno

il terrore e la morte. Con meno impeto, ma non sempre con minor danno,

cacciavano in quei tempi i principi d'ossa e di polpe. Come re, Satana

pretendeva l'omaggio di chi si dava a lui.

Circa il sapere dei demonii i teologi non vanno troppo d'accordo,

sebbene si ammetta da tutti che l'intelletto loro siasi ottenebrato

dopo la caduta, di maniera che, se vince ancora, e di molto, l'umano,

è di gran lunga inferiore all'angelico. Conoscono le cose passate e

le presenti, anche più occulte; ma le presenti Dio può sempre, quando

il voglia, celarle loro. Alcuni Padri asserirono che Satana ignorò

molte cose attinenti a Cristo e al mistero della sua incarnazione,

o, a dirittura, che non riconobbe in Cristo il dio fatto uomo. Tale

ignoranza gli costò cara, perchè, procacciando egli la ingiusta morte

di lui, diè luogo all'opera della redenzione e compiè la propria

rovina. In fatti nell'Evangelo di Matteo, Satana dice a Cristo: “Se sei

figliuolo di Dio fa che queste pietre si convertano in pani;„ parole

che mostrano come egli non abbia sicura contezza di colui che tenta.

I demonii conoscono tutti i secreti della natura; ma conoscono essi

egualmente quelli dell'animo umano? Possono essi penetrare nell'intimo

della coscienza, spiare i pensieri e gli affetti nostri? Anche su ciò

le opinioni sono divise. Parve a taluno che se tale facoltà fosse loro

concessa, l'uomo sarebbe tutto in loro balía e senza possibile difesa

contro le suggestioni e le tentazioni. E in vero, fate che io abbia

cognizione piena e sicura dell'animo di un uomo, e quell'uomo, per poco

che l'ingegno mi ajuti, io potrò governarlo a mio modo. Perciò molti

affermarono che i demonii non possono veder l'animo umano, ma solo da

segni esteriori argomentano quanto in esso si muove, facendo così, con

accorgimento incomparabilmente maggiore, ciò che anche l'uomo può fare.

Altri invece pensarono che i demonii leggessero nell'animo nostro come

in un libro aperto, e di questa opinione è il principe dei teologi, san

Tommaso d'Aquino. Qualcuno prese la via di mezzo.

Così Onorio Augustodunense (m. dopo il 1130) pretende che i demonii

conoscano le male cogitazioni degli uomini, ma non già le buone. Fatto

sta che più di un povero esorcista, mentre si affaticava a cacciare

il diavolo fuori del corpo di un indemoniato, ebbe la mortificazione

di sentirsi recitare _coram populo_ dal maledetto la lista de' peccati

suoi più secreti, compresi quelli di pensiero.

Sanno i diavoli il futuro? Altra ingarbugliata questione. I più dei

teologi dissero che no, e con ragione, sembra; giacchè, se sanno il

futuro, come sanno il presente e il passato, in che mai la scienza

loro è diversa dalla scienza di Dio? E come può Dio patire che i

diavoli conoscano anticipatamente quant'egli sarà per fare nei secoli

dei secoli? Una tal cognizione non dovevano essi avere nemmeno prima

della loro cacciata dai cieli, perchè se l'avessero avuta, sapendo

come la cosa doveva andare a finire, non si sarebbero ribellati. In

fatti si dice che gli angeli buoni non hanno neppur essi cognizione

diretta del futuro, ma in tanto lo conoscono in quanto lo leggono nella

mente di Dio, e in quanto Dio concede loro sì fatta lettura. Anche in

ciò del resto si trova modo di conciliare le opposte ragioni. Origene

voleva che i demonii argomentassero il futuro dagli aspetti e dai

movimenti degli astri, opinione non troppo conciliabile, parmi, con

quella di Lattanzio, che dell'astrologia faceva appunto una invenzion

dei demonii. Sant'Agostino credeva che i diavoli non conoscessero per

vision diretta il futuro, ma in grazia della facoltà ch'essi hanno di

tramutarsi da luogo a luogo con più che fulminea velocità, e in grazia

ancora dell'acume dei loro sensi e del loro intelletto, potessero

argomentarlo, immaginarlo, indovinarlo. San Bonaventura afferma che non

conoscono le cose future contingenti, ma bensì quelle che obbediscono a

leggi certe, avendo essi pienissima notizia del corso della natura.

I diavoli avevano a mente dunque tutte le scienze, e gli è

probabilmente per ciò che la Chiesa non mancò mai, ogniqualvolta un

uomo di scienza fece manifesta a' suoi simili qualche gran verità, di

gridare: Dálli al diavolo! e di bruciarlo vivo potendo. Tuttavia Dante

nega che i demonii possano filosofare, _perocchè amore è in loro del

tutto spento, e a filosofare... è necessario amore_. Ciò non toglie

che lo stesso Dante faccia argomentare in assai buona forma il diavolo

che se ne porta l'anima di Guido da Montefeltro, indebitamente assolto

da papa Bonifacio VIII, e gli permetta di chiamarsi da sè stesso un

_loico_, non altrimenti che se fosse un dottor di Sorbona. Dicesi (e

il famoso Giovanni Bodin lo scrive nella sua _Demonomania_) che il

celeberrimo Ermolao Barbaro, patriarca di Aquileja (m. 1493), evocò una

volta un diavolo per sapere da lui che cosa Aristotile avesse inteso

di dire con la sua entelechia. Ad ogni modo, se ignaro della buona

filosofia, il demonio doveva essere assai versato nella sofistica, anzi

maestro d'essa; al quale proposito va ricordata la spaventevole storia

di quello scolare di Parigi, che morto, e andato a perdizione, apparve

all'esterrefatto maestro con indosso una cappa ricamata di sofismi,

storia narrata dal buon Passavanti ad ammonimento ed a confusione di

quanti non fanno buon uso del sillogismo.

Ma se i demonii non avevano a sapere di filosofia, parrà strano a

taluno ch'ei potessero saper di teologia, e avere a mente le Scritture,

e disputar dei misteri con quella stessa chiarezza e precision di

concetti che si ammira nei teologi di professione. E pure è così.

Infinite volte, per bocca degli indemoniati del cui corpo s'erano fatti

padroni, essi citarono luoghi dell'Antico e del Nuovo Testamento,

recarono in mezzo opinioni e sentenze di Padri e di Dottori della

Chiesa, proposero quesiti imbarazzanti, con non piccola vergogna di chi

standoli a udire, o pretendendo di scongiurarli, si avvedeva di saperne

assai meno di loro. In una delle Visioni di San Furseo, i demonii

disputano assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza,

citano le Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici che teologi

amplissimi. Altri esempii simili non mancano: si sa che il diavolo

disputava assai acremente di teologia con Lutero.

Del resto non bisogna credere che tutti i diavoli avessero lo stesso

sapere e fossero tutti d'una levatura. C'erano anche tra loro i più

e i meno dotti, come c'erano i più e i meno avveduti. A suo luogo

c'imbatteremo nel diavolo sciocco ed ignorante, concetto non così

irragionevole come parrebbe a prima giunta. Se a un diavolo un certo

sapere riusciva più gradito di un altro poteva, sembra, approfondirsi

in quello. Cesario narra di un diavolo consigliere, per nome Oliviero,

il quale era assai buon causidico. Altri diavoli si dilettavano più

delle cose naturali, e questi ajutavano a cuocer filtri, a trasmutar

metalli e a compier altre così fatte bisogne.

Chi dice scienza dice potenza, e però non deve far meraviglia che i

diavoli potessero grandi cose. Certo, anche la loro potenza aveva dei

limiti; ma dov'eran essi? difficile il dirlo con esattezza. Matteo

chiama Satana uno spirito potente, e, in verità, non a torto. La sua

potenza non è paragonabile alla onnipotenza di Dio, ma è pur grande

e formidabile. Ribelle, è vinto, e la vittoria non gli sorriderà più

mai; ma tuttochè vinto, risorge e si vendica. Egli penetra nella felice

dimora dei primi parenti e v'introduce il peccato; turba l'armonia

dell'opera divina e v'introduce la morte. Egli attossica il mondo e lo

fa apostatare da Dio; egli diventa il signore e l'arbitro di questo

mondo pervertito, _princeps hujus sæculi_. Si dice, è vero, che egli

tanto solo può quanto Dio gli permette; ma bisogna riconoscere che

molto Dio gli permette, e che quanto egli opera, opera in virtù di

una forza che è in lui, che è connaturata con lui. Quanto è di male al

mondo viene in principio da lui, e l'eccesso del male fa ingigantire

il concetto della sua potenza. E questa sua potenza, l'opera della

redenzione che doveva fiaccarla, non l'ha fiaccata. Si narra che il

diavolo apparve una volta a sant'Antonio e gli disse essere ingiuste

le maledizioni che senza fine gli uomini scagliavano contro di lui,

poichè, regnando Cristo, egli non poteva più nulla. Ma il diavolo che

così diceva mentiva. Col paganesimo cessava forse il suo pieno dominio

sopra la terra, non cessava già la potenza. Cristo l'ha vinto, ma

non l'ha disarmato, ed egli rappicca incontanente la zuffa, e corre

novamente la terra per sua, disputando anima per anima al vittorioso

avversario questa misera umanità. Egli popola di schiavi il suo regno,

e passati più e più secoli dalla morte del redentore chi mai, guardando

questo povero e tribolato mondo direbbe di trovarsi in un mondo

redento?

La potenza dei demonii è grande, così sulle cose della natura, come su

quelle della umanità, e l'esercizio di tale potenza è loro agevolato

da facoltà portentose. Essi possono, in un baleno, volare da un termine

del mondo all'altro, profondarsi nell'acqua e nella terra, compenetrar

gli elementi.

La natura corporea è ad essi in particolar modo soggetta. Non si

dimentichi che parecchie sètte di eretici considerarono la materia

quale fattura di Satana, e che come più, nell'idea religiosa, si

faceva vivo il contrasto fra materia e spirito, e la materia veniva in

concetto di vile o di corrotta, più le fantasie dovevano inchinare a

vedere nella natura il gran laboratorio, il regno proprio di Satana.

Le ragioni per cui pajono sì rari e sì esigui nel medio evo i segni

di quel particolare sentimento che noi chiamiamo ora sentimento della

natura, sono certamente parecchie; ma non può mancare fra esse il

sospetto e il terrore che della natura si aveva come di cosa, se non

prodotta da Satana, almeno contaminata da lui. Il peccato che corruppe

i primi parenti pervertì, nel tempo medesimo, la natura, e se l'umanità

fu redenta da Cristo, la natura non fu redenta.

Il fuoco, che ebbe in India antichissimi adoratori, e che il mito

ellenico immaginò rubato a Giove dall'audacia di Prometeo, il fuoco è

il proprio elemento dei demonii. Ma noi abbiam veduto che i demonii

hanno una delle lor sedi nell'aria; perciò ragion vuole che anche

sull'aria essi esercitino il loro formidabile dominio. I teologi sono

generalmente concordi nell'ammettere che essi possono a lor piacimento

(salvo sempre il voler divino) suscitar venti impetuosi, addensar le

nubi, vibrar le folgori, rovesciar sulla terra a torrenti le acque del

cielo. L'urlo della bufera è fatto di grida di demonii inviperiti. San

Tommaso dice, gli è vero, che tali sconvolgimenti son da essi prodotti

soltanto _artificialiter_, e non _naturali cursu_; ma in pratica

viene ad esser lo stesso. Nell'Antipurgatorio Dante fa raccontare

a Buonconte da Montefeltro, morto a Campaldino, come il corpo suo,

che dopo la battaglia non si trovò, fosse travolto dalle acque di

una ruinosa procella suscitata dal diavolo. Ai demonii fu attribuita

facoltà di provocare tutti in genere i fenomeni atmosferici, e Tommaso

Cantipratense credeva opera loro le illusioni della Fata Morgana.

Non minore potestà avevano i demonii sopra la terra, ed è cosa

ragionevole se si pensa che nel centro della terra appunto si poneva

l'inferno. I terremoti erano, o potevano essere, opera loro, e così

ancora le eruzioni vulcaniche, e i vulcani si credeva generalmente

fossero bocche e spiragli dell'inferno. Quando un diavolo frettoloso

voleva prendere la via più diritta per far ritorno alla sua buja

magione, ordinava alla terra di aprirsi, e spariva nella voragine

spalancata come in un trabocchetto di teatro.

Ma non tutte le cose in natura erano egualmente soggette alla potestà

dei demonii: ce n'erano alcune le quali obbedivano loro interamente,

e si facevano, senza contrasto, strumento e ricettacolo della

loro malvagia potenza; ce n'erano altre le quali mostravansi loro

risolutamente contrarie. La fantasia e la superstizione trovarono in

così fatte credenze abbondantissimo pascolo. I demonii prediligevano

i luoghi solitarii e spaventosi, i monti dirupati, le foreste dense

e tenebrose, le spelonche, i precipizii, e ciò perchè in cotali

luoghi la potenza loro era più intera ed irresistibile. Già gli ebrei

consideravano il deserto come la propria stanza degli spiriti malefici,

e tutti sanno a quali e quante angherie e vessazioni diaboliche

soggiacessero nel deserto gli anacoreti. Alcune piante, come per

esempio, il noce e la mandragora, si può dire che appartenessero al

diavolo, mentre altre, come l'aglio, gli erano del tutto nemiche.

Il carbone, la cenere gli conferivano, ma il sale gli toglieva ogni

vigore, e lo stesso dicasi di alcune gemme. Gli animali anch'essi non

si comportavano con lui tutti ad un modo: il rospo era un suo buon

servitore, e il gallo un suo grande avversario.

Ho detto che molto poteva Satana sulle coso della umanità, e a

persuadersene basta ricordare che la perdizione del genere umano fu

opera sua. Ma anche in ciò bisogna distinguere. La potestà sua sopra

l'umana natura, depravata dopo il peccato, era assai grande, ma non

isconfinata, non assoluta. C'è l'uomo fisico e c'è l'uomo morale;

c'è il corpo e c'è l'anima; e la potenza di Satana non si estendeva

sopra entrambi egualmente. Il corpo, altrimenti detto la bestia, è in

certo modo un amico, un vassallo di Satana, e ci furono degli eretici

i quali dissero chiaro e tondo che esso è fattura di lui e non di

Dio. Il corpo, che è la prigione dell'anima, e un perpetuo fomentator

di peccati, si piega docilmente ai voleri di chi non tende ad altro

che a corromper l'anima. Se tra l'anima e il corpo c'è la discordia

che tutti sanno, ne viene di conseguenza che il corpo è il naturale

alleato del diavolo. E il diavolo ne profitta. Il diavolo blandisce

il corpo e lo fa prosperare affinchè sempre più s'inorgoglisca contro

quella meschinella dell'anima, e le cresca addosso; egli ne aguzza

gli appetiti, ne inasprisce gli stimoli, ne corrobora le energie,

ne moltiplica le sfacciate richieste, tanto che l'anima perde la

bussola e si lascia trascinare a rimorchio. Ma può anche tenere il

modo contrario. Per far rinnegare all'anima ogni pazienza, per farla

invelenire e disperare, Satana può infestare il corpo di morbi, può

tribolarlo con mille accidenti, come fece a quel pover'uomo di Giobbe.

Le epidemie si credeva da molti fossero opera sua, e così ancora le

epizoozie.

L'anima era di solito meno soggetta, ma non però sottratta alla potenza

e agli influssi del diavolo. I teologi sono tutti d'accordo nel dire

che egli non può far forza alla volontà, che il libero arbitrio non

può essere manomesso da lui. Ma se era questa la regola, la regola

pativa eccezione. In fatti gl'indemoniati sono interamente in balía di

Satana, il quale fa loro dire e fare ciò che a lui piace; e secondo

una opinione molta diffusa sin dai primi secoli della Chiesa, erano

similmente in potestà di Satana gli scomunicati e tutti coloro che non

erano stati riscattati mediante il battesimo. Quanto agli indemoniati

la cosa può intendersi agevolmente, perchè il demonio non solo si

cacciava nei corpi, ma penetrava ancora le anime. Più difficile a

intendere è per contro come avvenisse questa specie di ipostasi o di

endosmosi diabolica.

Ma molto poteva il demonio anche sulle anime di coloro che non erano,

come gl'indemoniati, in sua potestà; al qual proposito bisogna aver

presente che ogni peccato commesso è come una porta aperta al nemico.

Il demonio suscita nelle anime pensieri riottosi, immaginazioni

scomposte, affetti disordinati, mille larve e cogitazioni di peccato;

egli le assalta nel sonno, quando il giudizio è offuscato, quando

la volontà è assiderata, e le insidia e le oppugna con visioni e con

sogni che si lasciano dietro turbamenti e sollevamenti pericolosi. Le

anime stesse dei santi non vanno immuni dal suo influsso; egli soffia

sopr'esse e le fa vacillare come fiaccole al vento.

La vita di ogni singolo uomo era per non picciola parte governata da

Satana; ma così ancora era quella delle nazioni e della intera umanità.

Dato che la storia sia opera della Provvidenza, bisogna concedere

che essa è pure opera di Satana; e veduto qual essa fu nel corso

dei secoli, è forza riconoscere che la parte di Satana è rilevante e

cospicua. E per vero i Padri e i Dottori tutti si dànno l'intesa per

dire che le false religioni sono inventate da lui, le scienze occulte

(e le non occulte?) trovate da lui, le eresie suscitate da lui; egli

getta i semi di tutte le discordie, suggerisce le congiure, matura le

ribellioni, prepara le carestie, promuove le guerre, mette in trono

i malvagi principi, consacra gli antipapi, detta i cattivi libri, e

negl'interstizii che lasciano tra loro le maggiori calamità, semina

incendii, ruine, naufragi, uccisioni, rapine, scandali e subissamenti.

Notisi che egli conosce ed ha in sua potestà tutti i tesori nascosti

nelle viscere della terra, ed è espressamente detto che l'Anticristo,

suo figliuolo e vicario generale, se ne servirà per farsi, quando sia

tempo, signore del mondo. Ora, tutti sanno che l'oro è un nerbo, non

soltanto della guerra, ma della storia in genere, ed è probabilmente

per torlo di mano al nemico che i papi cercarono sempre di arraffarne

quanto più fu loro possibile.

Il Diavolo · 第 3 / 18 段