ignominiosa e ridicola, fu dunque tra i caratteri, dirò così, fisici
del diavolo, il più spiccato ed appariscente; e non senza ragione,
giacchè se non è vero, come si volle far dire a Platone, che il bello
è lo splendore del buono, è per contro verissimo che gli uomini sono
tratti da una specie d'istinto di cui non cercheremo ora le origini,
ad accoppiare bellezza e bontà, malvagità e bruttezza. Dare a Satana
una bruttezza eccessiva fu considerato come un'opera meritoria, che
per sè stessa faceva bene all'anima, e nella quale trovava anche
legittimo sfogo l'odio contro un nemico non mai temuto abbastanza.
Autori di leggende, pittori, scultori, spesero in raffigurar Satana
il meglio della lor potenza inventiva, e così bene, o, se vogliamo
dir più giusto, così male lo raffigurarono, che Satana stesso ebbe a
risentirsene, sebbene sia da credere che egli della sua bellezza non si
tenga troppo. È nota la storia, narrata da molti nel medio evo, di quel
pittore, che avendo dipinto un diavolo più brutto assai dell'onesto,
fu da esso diavolo precipitato dal palco su cui lavorava. Buon per lui
che una Madonna, da lui figurata bellissima, sporse il braccio fuor del
dipinto, e lo sostenne, a mezz'aria.
Del resto non c'era bisogno d'inventar nulla di proposito. Il diavolo
molti l'avevano veduto co' proprii occhi, e potevan dire com'era fatto:
nella vorticosa fantasia dei visionarii, egli ad ogni minimo urto,
si formava di rottami e di cascami d'immagini, a quel modo che si
formano, di pezzetti di vetro multicolore, le capricciose figure del
caleidoscopio.
I manichei, eretici famosi sorti verso il mezzo del terzo secolo,
attribuivano al principe dei demonii, non solo forma umana, ma
gigantesca, e gli uomini dicevano fatti ad immagine sua. Sant'Antonio,
che sotto tanti altri aspetti ebbe a vederlo, lo vide appunto una
volta in figura di smisurato gigante, che toccava col capo le nubi,
e tutto nero; ma un'altra volta in figura di un fanciullo, nero del
pari, ed ignudo. Il color nero si trova dato ai diavoli, come loro
color naturale, sino dai primi secoli del cristianesimo, e le ragioni
che suggerivano di darglielo si palesan da sè, tanto sono ovvie e
spontanee. Più di un anacoreta della Tebaide vide il demonio in figura
di Etiope, il che prova una volta di più come il demonio ritragga
sempre de' tempi e de' luoghi in mezzo ai quali si muove, o è fatto
muovere; ma infiniti altri santi di poi continuarono a vederlo a quel
modo, non ultimo san Tommaso d'Aquino. La figura gigantesca non è
nemmen essa senza ragione, giacchè in tutte le mitologie, i giganti
sogliono essere malvagi. Nella greca i Titani sono gli avversari di
Giove, e però Dante li pone in inferno. Lo stesso Dante fa gigantesco
il suo Lucifero: nelle epopee francesi del medio evo i giganti sono
assai spesso diavoli, o figli di diavoli. Nella Visione di Tundalo,
composta verso il mezzo del XII secolo, il principe dei demonii, che in
eterno cuoce sopra una graticola, non solo è gigantesco, ma ha, come
Briareo, cento braccia, e simile a Briareo, con cento mani e cento
piedi, lo vide nel secolo XIV santa Brigida. Per contro qualche volta
il diavolo è rappresentato come nano, probabilmente per influsso di
miti germanici, di cui non serve ora discorrere.
Il Lucifero di Dante ha tre facce, ma non è Dante il primo a dargliele.
La Trinità fu qualche volta rappresentata nel medio evo sotto specie
di un uomo con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina
suggerisce, per ragion di contrasto il concetto di una Trinità
diabolica, e poichè, inoltre, nello spirito del male si supponeva
essere tre facoltà o attributi opposti e contraddicenti a quelli che
si spartiscono fra le tre persone divine, così era naturale che si
ricorresse per rappresentare il principe dei demonii a una figurazione
atta a far riscontro a quella con cui si rappresentava il Dio trino
e uno. Questo Lucifero con tre facce, che è come l'antitesi della
Trinità, o come il suo rovescio, appare in iscolture, in pitture su
vetro, in miniature di manoscritti, quando cinto il capo di corona,
quando sormontato di corna, tenendo fra le mani talvolta uno scettro,
tal altra una spada, o anche due. Quanto tale figurazione sia antica
è difficile dire, ma certo è anteriore a Dante che la introdusse nel
suo poema, e a Giotto che prima di Dante la recò in un suo affresco
famoso: essa si trova già nel secolo XI; e di un Beelzebub tricipite è
cenno nell'Evangelo apocrifo di Nicodemo, il quale, nella forma che ha
presentemente, non è posteriore al secolo VI.
Come più cresce negli animi e si dilata nel mondo la paura di Satana,
più la bruttezza di lui si fa orrenda e fantastica; ma s'intende bene
che a fargli dare piuttosto una che un'altra figura contribuivano
non poco le occasioni, le credenze, i temperamenti. La forma più
semplice di cui egli sia stato vestito è quella di un uomo alto,
macilento, fuligginoso o livido, straordinariamente magro, con occhi
accesi e sbarrati, spirante da tutta la sua tetra persona un orrore
di larva. Tale lo descrive più di una volta nel secolo XIII Cesario
di Heisterbach, monaco cisterciense, il cui nome ricorrerà frequente
in queste pagine, e tale lo introduce ancora Teodoro Hoffmann nel
suo strano racconto, che appunto s'intitola l'_Elisir del diavolo_.
Un'altra forma, infinite volte rappresentata dalle arti, è quella di
un angelo annerito e deturpato, con grandi ali di pipistrello, corpo
asciutto e peloso, due o più corna in capo, naso adunco, orecchie
lunghe ed acute, denti porcini, mani e piè con artigli. Così è fatto
il demonio che nell'inferno dantesco butta giù nella pegola spessa dei
barattieri uno degli anziani di Santa Zita:
Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!
E quanto mi parea nell'atto acerbo,
Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero!
L'omero suo, ch'era acuto e superbo,
Carcava un peccator con ambo l'anche,
E quei tenea de' piè ghermito il nerbo.
Questa forma non esclude una certa eleganza; ma appunto perchè non
l'esclude doveva facilmente trovare chi l'imbruttisse. Le corna
diventarono spesso corna di bue, le orecchie, orecchie d'asino; la coda
si munì in cima di una bocca di serpente; ceffi mostruosi, simili a
mascheroni di fontana, copersero le giunture, boccheggiarono sul petto,
sul ventre, sulle natiche; il membro virile s'inserpentì, si contorse
in istrane fogge, così da ricordare certe bizzarre creazioni dell'arte
antica; le gambe si mutarono in gambe di capro, reminiscenza del satiro
pagano, o l'una di esse soltanto in gamba di cavallo; i piedi furono
talvolta artigli d'uccel di rapina, o zampe d'oca.
Ma con ciò non si toccavano ancora gli ultimi termini del mostruoso.
Una strana credenza voleva che il corpo dei diavoli non avesse che
la parte anteriore, e fosse cavo dentro, simile a quei vecchi tronchi
d'albero cui una lenta dissoluzione ha votato della sostanza legnosa.
San Furseo vide una volta una turba di diavoli con lunghi colli e capi
come caldaje di rame. Certi altri diavoli, veduti da san Gutlaco,
avevano grandi teste, colli lunghi, volto lurido e macilento, barba
squallida, orecchie ispide, fronte torva, occhi truci, denti equini,
chiome arsicce, bocca ampia, petto sollevato, braccia scabre, ginocchia
nodose, gambe arcate, calcagna massicce, piedi stravolti. Di giunta
avevano voce clamorosa e rauca, e dalla bocca vomitavano fuoco. E
questo vomitar fuoco dalla bocca non è gran cosa, perchè di solito
schizzavano fiamma viva da tutte le aperture del corpo. A santa Brigida
apparve una volta un diavolo che aveva il capo simile a un mantice
munito di lunga canna, le braccia come serpenti, le gambe come un
torchio, i piedi come uncini.
Ma chi mai potrebbe descrivere sotto tutti i suoi aspetti questa
nuova Chimera? L'opinione che ciascun demonio dovesse avere una sua
forma particolare, conveniente al suo particolar carattere, al suo
grado, e alla natura del suo magistero infernale, moltiplicava le
immaginazioni strane, accresceva la confusione. Abbiam veduto membra
bestiali accoppiarsi nel corpo dei demonii alle umane; non di rado
il bestiale soperchia l'umano, e in tal caso si ha poniamo, una fiera
con capo d'uomo, come il Gerione di Dante: talvolta ancora il bestiale
esclude interamente l'umano, e allora si ha una fiera diabolica, la
quale può essere anche una bestia composita, fatta di pezzi tolti di
qua e di là, un mostro che fa violenza alla natura, un vivo simbolo di
prevaricazione e di disordine.
Durante tutto il medio evo il diavolo s'immagina, come abbiam veduto,
bruttissimo, e a questa regola, più morale ancora che estetica, gli è
molto difficile trovare eccezione. Tuttavia qualche rarissima eccezione
si trova. Una Bibbia latina del IX o X secolo, la quale si conserva
nella Biblioteca Nazionale di Parigi, ha tra molt'altre una miniatura
che rappresenta Satana e Giobbe. Satana vi è ritratto in modo da non
potersi dir brutto. Dell'angelo antico esso serba ancora le ali e, cosa
assai più strana, il nimbo che cerchia il capo; ma i piedi ha muniti di
artigli, e nella mano sinistra tiene un vaso pien di fuoco, col quale
sembra voglia dar segno dell'esser suo. Un diavolo che il poeta chiama
bello, ma che nondimeno ha gran bocca e naso adunco, è descritto in
un'epopea francese del XII secolo, la _Bataille Aliscans_. Federigo
Frezzi, vescovo di Foligno, e autore del _Quadriregio_ (m. 1416), trova
in inferno, contro l'aspettazion sua, un Satana bellissimo:
Credea veder un mostro dispettoso,
Credea veder un guasto e tristo regno,
E vidil trionfante e glorïoso.
Egli era grande, bello, e sì benegno
Avea l'aspetto, di tanta maesta,
Che d'ogni riverenza parea degno.
E tre belle corone avea in testa,
Lieta la faccia e ridenti le ciglia
E con lo scettro in man di gran podesta.
E benchè alto fosse ben tre miglia,
Le sue fattezze rispondean sì eguali,
E sì a misura ch'era maraviglia.
Dietro alle spalle sue avea sei ali,
Di penne sì adorne, e sì lucenti.
Che Cupido e Cillen non l'han cotali.
Ma non è questa se non una bugiarda apparenza, e il poeta, guardando
attraverso lo scudo adamantino di Minerva, sua guida, vede il principe
dei demonii qual è veramente, di ferissimo aspetto, tutto nero, con
gli occhi accesi, cinto il capo, non di corona, ma di draghi, mutati in
serpi i capelli e i peli tutti del corpo, le braccia armate di artigli,
il ventre e la coda come di smisurato scorpione. Satana comincia a
rabbellirsi alquanto col sopravvenire, o meglio con l'esplicarsi del
Rinascimento, e si capisce come una età innamorata della bellezza,
e che al culto della bellezza diede il meglio delle proprie energie,
non dovesse comportare nemmeno in Satana una deformità troppo turpe
e spaventosa. Nel _Giudizio_ di Michelangelo le figure dei demonii
non sono gran che diverse da quelle dei dannati, e fanno impressione
più per la terribilità loro che per l'orridezza. I demonii del
Milton serbano nella caduta non piccola parte dell'antica bellezza e
dell'antica maestà; ma quelli del Tasso hanno _strane_ ed _orribili_
forme, anzi riproducono i mostri tutti dell'antichità. La figura del
cavaliere, col giustacuore di velluto, il mantello di seta, il berretto
adorno di una lunga penna di gallo, la spada al fianco, è immaginazione
moderna.
I demonii, che avevano le proprie lor forme, potevano anche, a
piacimento, assumerne altre; ma tanta è la varietà, e tanto il viluppo
dell'une e dell'altre, che non sempre vien fatto distinguerle. In
genere si può dire non esservi forma che il diavolo non possa rivestire
all'occorrenza, e questa sua attitudine lo rende ben meritevole del
nome di Proteo infernale che gli fu dato. Il Milton ben lo sapeva. Gli
spiriti, egli dice, parlando appunto degli angeli caduti,
Pigliano a grado lor l'un sesso e l'altro,
O li fondono insieme. È tanto molle,
Semplice tanto la spirtale essenza,
Che libera da fibre e da giunture,
E non come la carne al frale appoggio
Dell'ossa accomodata, in qual sia forma
lucida od opaca, o rara o densa,
Può gli aerei seguir divisamenti,
Ed all'opre dell'ira e dell'amore
Dar l'effetto proposto.
Vediamo un po' di raccapezzarci in mezzo a questa interminabile
mascherata infernale.
I diavoli, brutti per natura, potevano procacciarsi con artifizio un
aspetto bello e seducente; potevano anche procacciarsi una deformità
diversa da quella lor propria. A seconda degli intendimenti e dei
bisogni loro, facevano l'una cosa o l'altra.
Che i diavoli, specie nel tempo più antico, apparissero alcuna volta
ai cristiani in figura delle tali o tali altre divinità pagane, non
parrà strano a nessuno. San Martino, il famoso vescovo di Tours, ebbe
a vederli camuffati da Giove, da Mercurio, da Venere, da Minerva.
Ma san Martino visse nel IV secolo, in un tempo in cui il paganesimo
era, se non vegeto, vivo ancora, e però quelle sue visioni s'intendono
facilmente: non così facilmente s'intende che vedesse ancora diavoli
in figura di Giove, di Venere, di Mercurio, di Bacco, di Ebe, san
Rainaldo, vescovo di Nocera nel secolo XIII. In questo secondo caso
dobbiam riconoscere gli effetti di certe letture di autori classici,
e i sintomi dell'approssimarsi del Rinascimento. Le ragioni stesse
che inducevano i demonii a mascherarsi da divinità pagane, potevano
indurli a vestirsi delle sembianze di illustri antichi. Nel X secolo,
a un grammatico di Ravenna, per nome Vilgardo, apparvero una notte
alcuni diavoli sotto le spoglie di Virgilio, di Orazio, di Giovenale,
e ringraziatolo della diligenza che egli adoperava intorno ai loro
scritti, gli promisero di farlo dopo morte partecipe della stessa loro
gloria.
Spessissimo i diavoli, che già avevano, di solito, forma umana,
ne prendevano un'altra, pure umana, ma più conveniente al bisogno
loro. Innumerevoli storie di santi ci narrano di decmonii apparsi in
figura di donne avvenenti, e infinite storie di sante ci narrano di
demonii nascosti sotto le apparenze di bei giovani procaci. Su queste
apparizioni pericolose dovrò ritornare quando parlerò del diavolo
tentatore. Non di rado i diavoli si prendevano il gusto di capitare
innanzi a colui o a colei cui volevano dar noja, sotto sembianze di
amici, di parenti, di persone in altro modo cognite e familiari; dal
che poteva venire, e venne qualche volta, danno e scandalo grande. La
venerabile Maria di Maillé scoperse il diavolo sotto la scorza di un
eremita che tutti reputavano santo. Alla beata Gherardesca Pisana,
e ad altre sante, il diavolo apparve in figura degli sposi loro; in
figura di cavaliere uscì un giorno dalla camera da letto di santa
Cunegonda. Una volta poi ne fece una anche più grossa. Prese l'aspetto
di san Silvano, vescovo di Nazaret, scoperse ad una fanciulla il suo
amore, e si lasciò trovare sotto il letto di lei. Messosi un giorno
alla finestra, Tommaso Cantipratense, domenicano del secolo XIII,
vide il diavolo in figura di un prete, che (bisogna dirlo in latino)
si mostrava _nudato inguine, ex tento asinino veretro velut ad urinam
faciendam_. Chiamatolo, quello immantinente sparì. Lo stesso Tommaso
racconta che nell'anno 1258, presso Colonia, fu veduta una gran ridda
di diavoli, in figura di monaci bianchi, trascorrere danzando pei
prati.
Assai di frequente i diavoli si lasciarono vedere sotto forma di varii
animali. Non parlo del drago, perchè non s'intende bene se quella del
drago sia una propria forma di alcuni diavoli, oppure una forma assunta
accidentalmente. Come drago, senz'altro, appare Satana nell'Apocalisse,
e sono molti i santi a cui apparvero draghi diabolici. Nel secolo VIII
Giovanni Damasceno descriveva i demonii come draghi volanti per l'aria.
Alcuna volta il drago sembra un essere intermedio fra il demonio e la
bestia. Ma infinite altre forme animalesche usavano rivestire i demonii
per tormentare, intimorire, infastidire i buoni fedeli. Sant'Antonio,
là nel deserto, ebbe a vederli in forma di belve ruggenti, e muggenti,
di serpi e di scorpioni, e, più di mille anni dopo, santa Coleta li
vedeva ancora trasformati in volpi, in serpenti, in rospi, in lumache,
in mosche, in formiche. Nel secolo XIII sant'Egidio riconobbe il
demonio sotto il guscio di una smisurata testuggine. In figura di leone
il demonio uccise un fanciullo, cui sant'Eleuterio, vescovo di Tournay,
ridiede la vita; in figura di corvo si mostrò a molti. Nella leggenda
di san Vedasto si ricorda che i diavoli furono veduti una volta
oscurare il giorno sotto forma di un nugolo di pipistrelli. Cane, il
diavolo si fece compagno di papa Silvestro II, sospetto di magia; cane
apparve a Fausto, e cane fu veduto custodire tesori nascosti sotterra;
caprone, si lasciò vedere nelle tregende; gatto, si strofinò nelle
cucine delle maliarde; mosca, ronzò ostinatamente intorno ad uomini
dabbene. Insomma non è animale feroce, o deforme, o schifoso, sotto le
cui sembianze i demonii non siensi celati talvolta.
Tutta questa zoologia diabolica non deve recar meraviglia. Non solo
era naturale che i demonii prendessero, per raggiungere i particolari
loro fini, quali forme animalesche più loro piacessero; ma tra gli
animali stessi, o almeno tra parecchi di essi e i demonii, era una
certa affinità, era talvolta una vera medesimezza di natura. Lasciamo
stare che nel simbolismo cristiano parecchi animali, come il serpente,
il leone, la scimia, rappresentano il diavolo; lasciamo stare che i
demonii stessi sono molto sovente chiamati col nome poco complimentoso
di bestie; ma certi animali sono a dirittura trasformati in demonii,
o confusi coi demonii. In un'antica formola di esorcismo si prega
Dio di voler preservare i frutti della terra da bruchi, topi, talpe,
serpenti ed altri _spiriti immondi_. Da altra banda mi ricordo di aver
veduto in un antico _Bestiario_, o trattato zoologico del medio evo,
il diavolo messo in ischiera con l'altre bestie. Ho già notato che il
drago era alcun che di mezzo tra il demonio e la bestia; altrettanto
può dirsi del basilisco. Il rospo, che molto spesso compare in
compagnia delle streghe, riesce in certi racconti assai più demonio
che bestia. A provarlo può bastare la seguente spaventevole istoria
narrata da Cesario di Heisterbach. Un fanciullo trova in un campo
un rospo e lo ammazza. Il rospo morto perseguita il suo uccisore,
non dandogli requie nè giorno nè notte; ammazzato più altre volte,
continua a perseguitarlo, e non ismette nemmeno dopo essere stato arso
e ridotto in cenere. Il povero perseguitato, non trovando altro modo
di liberarsi, si lascia mordere dal suo nemico, e sfugge alla morte
tagliando rapidamente via con un coltello la carne in cui era penetrato
il morso velenoso. Appagato il suo furore di vendetta, il terribile
rospo non si lasciò più vedere.
San Patrizio, san Goffredo, san Bernardo, altri santi parecchi,
scomunicarono mosche e altri insetti nocivi, o anche rettili, e
liberarono dalla loro presenza case, città, province. I processi
fatti agli animali nel medio evo, e ancora in pieno Rinascimento, sono
famosi nella storia della superstizione: si citavano le bestie, come
si citavano i diavoli. Nel 1474 i magistrati di Basilea giudicarono e
condannarono al fuoco un gallo diabolico, che aveva ardito di fare un
uovo. Se gli animali si trasformavano in demonii, era pur giusto che i
demonii si trasformassero in animali.
Nè bastava loro di trasformarsi in animali, chè si trasformavano
ancora in cose inanimate. San Gregorio Magno narra il lacrimevole caso
di una monaca, la quale, credendo di mangiare una foglia di lattuga,
mangiò il diavolo, e se lo tenne in corpo un pezzo. Un discepolo di
sant'Ilaro, abate di Galeata, vide una volta il diavolo sotto forma di
un appetitoso grappolo d'uva. Ad altri, secondo i casi e le occorrenze,
il diavolo si lasciò vedere sotto specie di un bicchiere di vino, di
un pezzo d'oro, di una borsa piena di monete, di un tronco d'albero,
di una botte che ruzzola, e perfino di una coda di vacca. Non senza
ragione dunque l'olandese Gerolamo Bosch, e qualche altro tra' più
famosi pittori di diavoli, avvivarono spesso di diabolica vita alberi,
pietre, fabbriche, suppellettili casalinghe, arnesi di cucina.
Se non che non finiscon qui gl'immascheramenti diabolici, e se quelli
che ho ricordati dànno prova di non poca versatilità di natura e di non
picciola fantasia, altri ne sono che rivelano grandissima temerità ed
impudenza veramente diabolica. Più di una volta osò Satana di assumere
le venerate sembianze di alcun santo famoso, vivo ancora, o già morto
e levato all'onor degli altari. Assai spesso ancora si lasciò vedere
in figura di angelo, splendente di luce e di gloria. Ponendo il colmo
all'audacia egli apparve a parecchi in sembianza della Vergine Maria,
di Cristo crocifisso, o risorto, dello stesso Dio Padre, e insieme co'
satelliti suoi giunse talvolta a simulare, a porre in iscena l'intera
corte celeste.
I demonii potevano, addensandosi l'aria d'attorno, o foggiando
acconciamente alcun altro elemento, fingersi il corpo che loro meglio
piaceva; ma potevano anche cacciarsi in un corpo bell'e formato, e
servirsene non altrimenti che se fosse il loro proprio. Non intendo
qui parlare della possessione, di cui avrò a dire a suo luogo, e che i
demonii esercitavano invadendo corpi tuttora vivi; ma della intrusione
loro in corpi morti, che per loro virtù ostentavano le apparenze della
vita. Dante fa dire a frate Alberigo de' Manfredi che i traditori della
patria, puniti nella Tolomea, hanno tal sorte, che mentre l'anime loro
penano nell'ultimo fondo d'inferno, i corpi, governati da demonii,
durano per un certo tempo nel mondo, ancora vivi in apparenza. Questa
fu giudicata una ingegnosa fantasia di Dante, e non è. Cesario racconta
la lugubre storia di un chierico morto, il cui corpo era animato e
tenuto su da un diavolo. Questo chierico di contrabbando cantava con
voce così soave che tutti in udirlo trasecolavano; ma un bel giorno
un sant'uomo, dopo averlo ascoltato alquanto, disse senza smarrirsi:
“Questa non è voce d'uomo, anzi è voce di un dannatissimo diavolo;„ e
fatti suoi bravi esorcismi, forzò il diavolo a venir fuori, e quando
il diavolo fu fuori, il cadavere cascò in terra. Tommaso Cantipratense
racconta come un demonio entrò nel corpo di un morto, che era deposto
in una chiesa, e tentò con sue ciurmerie di spaventare una santa
vergine che pregava; ma la santa vergine, conosciuto l'inganno, diede
al morto un buon picchio sul capo, e lo fece chetare. Di un diavolo,
che per tentare un povero recluso tolse il corpo di una donna morta,
narra Giacomo da Voragine (m. 1298) nella sua _Legenda aurea_. Ma
questa immaginazione è assai più antica. Di un diavolo che, entrato
nel corpo di un dannato, traghettava a un fiume i viandanti, con
isperanza di farli affogare, si legge nella Vita di san Gilduino:
di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio uomo, si legge
nella Vita di sant'Odrano. I teologi ammisero ciò che le leggende
narravano; solo determinarono in loro sapienza che i diavoli non
potessero cacciarsi nei morti di buona riputazione, approvati dalla
Chiesa. La credenza, con o senza questa restrizione, non è così innocua
come potrebbe a primo aspetto sembrare. Ad essa si legano parecchie
superstiziose opinioni circa il male che corpi morti possono fare, e
parecchie orribili pratiche intese a impedir che lo facciano. Se uno
creduto morto faceva alcun movimento, tosto si pensava esser quella
una illusione del diavolo, e al morto che voleva esser vivo davasi
sepoltura in tutta fretta. La credenza durava tuttavia in pieno
Rinascimento, e nel secolo XVIII non era ancora del tutto dileguata.
Il diavolo poteva a posta sua assumere forme onorate e piacenti, ma non
cessava però d'essere diavolo; fatta invisibile, la diabolicità sua non
cessava di raggiargli da tutta la persona come un influsso maligno.
Anche quando si celava sotto le sembianze di una bella fanciulla, o
sotto quelle di un angelo, della Vergine Maria, di Cristo medesimo,
egli col suo appressarsi turbava e sgomentava l'umana natura, inspirava
ribrezzi inesplicabili, o lasciava dietro sè ansie e terrori profondi.
L'influsso pernicioso poteva rafforzarsi d'assai se egli si lasciava
vedere sotto il proprio suo aspetto, o sotto alcun altro aspetto
mostruoso. Il bravo Cesario mostra, con varii esempii, quanto pericolo
porti la vista del diavolo. Due giovani ammalarono dopo aver veduto il
diavolo in figura di donna; parecchi, dopo averlo veduto, morirono.
Tommaso Cantipratense dice che la vista del diavolo fa ammutolire.
Dante, giunto in presenza di Lucifero, divien _gelato e fioco_, non
muore e non è vivo. Nè ciò deve far meraviglia se si pensa che alla
donna bianca e ad altri spettri fu spesso data facoltà di uccidere con
lo sguardo e con l'aria del volto.