Satana è già in parte formato, ma non raggiunge la pienezza

ARTURO GRAF

IL

DIAVOLO

QUARTA EDIZIONE.

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1890

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_Tutti i diritti riservati._

Milano. Tip. Fratelli Treves.

A EDMONDO DE AMICIS.

Caro Edmondo,

_Questo libro lo dedico a te, che fosti soldato e non hai paura dei

brutti musi._

_Non è, a dir proprio, una storia ordinata e compiuta del diavolo,

perchè non credo si possa fare di tale storia un libro popolare; e

un libro popolare appunto intesi far io, un libro cioè che si potesse

leggere senza fatica, ma forse non senza qualche gusto, da chiunque non

faccia profession di erudito._

_Perciò mi sono studiato di ritrarre il diavolo nelle sue svariate

sembianze, e nei casi e nelle operazioni più notabili di quella

lunga, affaccendata e rimescolata sua vita; e poichè gli anni migliori

della vita di lui, gli anni, direi, della virilità rigogliosa e della

maggiore operosità e potenza, sono i secoli di quello che noi chiamiamo

il medio evo, così entro i termini del medio evo, assai larghi del

resto, costringo la più gran parte del mio racconto._

_Narro e descrivo assai più che non ragioni, e credo d'aver fatto

bene, e che di ciò tu m'abbia a dare piuttosto lode che biasimo.

Assai volte, importando quelle innumerevoli tresche, mariolerie e

meraviglie diaboliche, e le credenze e le superstizioni, e i sogni di

cui si pascevano quelle anime dei padri nostri, intenebrate di paura

e d'ignoranza, avrei potuto indicare i fatti fisiologici e psicologici

d'onde il tutto deriva, e dissertar serrato, e farmi onore; ma coloro

pe' quali io voleva scrivere, o non m'avrebbero inteso, presto si

sarebbero stancati d'intendermi. Mi venne in mente ciò che fanno i

marinai soprappresi dalla burrasca, quando, per salvare una parte del

carico, buttano in mare l'altra; e, un po' a malincuore, imitai il loro

esempio._

_Qualcuno potrebbe dirmi: perchè hai tu scritto di un vano fantasma?

perchè non piuttosto di cose vive e reali? e confesso che questa

medesima domanda fec'io più d'una volta a me stesso. Ricordo giorni

in cui rimasi come sgomento in pensare che il diavolo, il formidabile

re dell'abisso, la cagione di tante cadute, di tanti dolori, di tanti

terrori, l'oggetto di tanti ragionamenti, di tante dispute, di tante

dottrine, colui per cui furono versati fiumi di sangue e d'inchiostro,

non esiste, non è esistito mai, più inconsistente della nebbia, più

vano dell'ombra. E mi parve doloroso e stolto far di quel nulla un

libro._

_Ma poco duravo in quei pensieri, e di non esserci durato mi applaudo.

Chi segna il limite che separa la vita dalla morte, il reale dal non

reale? Terribile, incoercibile è la forza delle cose che non sono, e

molti fra i più poderosi fattori della storia della umanità non sono

tra le cose reali, non furono, non saranno mai. Satana fu un sogno; ma

un sogno che rapì nei caliginosi avvolgimenti suoi le generazioni ed i

secoli._

_Non lo dimentichino coloro che rimpiangono (nè io so loro dar torto)

le fedi e le speranze di un'altra età, e i conforti ineffabili che ne

venivano alle anime travagliate. Il sangue di Cristo fu veramente come

un balsamo prezioso versato sulle ferite sanguinanti dei figli del

peccato; ma dietro a Cristo c'era Satana, e nelle ferite sanguinanti

Satana stillava la velenosa sua bava. Il trepido credente era come

sospeso fra il cielo e l'inferno, e dal cielo si sentiva scendere in

cuore una soave letizia e dall'inferno si sentiva salire al cuore un

orror disperato. L'anima di lui era come questo povero nostro pianeta,

che sempre ha l'una parte rivolta al sole e l'altra immersa nel bujo;

essa, come quello, rotava, ed ogni suo punto passava per una perpetua

vicenda di luce e di tenebra, di speranza e di terrore. Le storie dei

santi e delle sante, cui arrise da ultimo il sole della vittoria, sono

là a farne fede._

_I santi e le sante, i campioni della fede e i martiri della carità,

i meravigliosi asceti, i quali non d'altro cibo si pascono che di

speranza, anime di foco appese ad un tenue raggio che scaturisce dalle

profondità immensurabili dell'infinito! Dovunque io spinsi il piede

sulle buje tracce di Satana, io li scontrai, e fui lunghi giorni in

lor compagnia. I casi meravigliosi, e le formidabili istorie, che tu,

Edmondo, potrai leggere in queste pagine, io raccolsi, per molta parte,

nelle antiche memorie della vita e degli atti loro, isole sopravanzate

di un mondo sommerso, tutte dipinte dei fiori vivaci della leggenda.

Altri s'inerpica su pei dirupi, e sfida le insidie e le asprezze dei

ghiacci perpetui, pur di cogliere un gracile fiorellino spuntato dal

greppo vivo a uno sguardo di sole; a me giova spesso arrancarmi pei

ghiareti del latino barbaro, e avvilupparmi tra' pruni del solecismo,

pur di cogliere alcuno di quei fiori di leggenda, così caldi di colore,

così pregni di strano ed acuto olezzo._

_Accetta, amico mio, questo libro, non pel valore suo proprio, ch'è

ben poco, ma per l'antico affetto di cui vuol essere un segno, e

ch'è molto. E se in leggerlo ti parrà di sentirti dentro quella mite

angoscia che prepara ed annunzia lo sbadiglio, tienti il libro a ogni

modo, e manda pur me a colui che mi diede materia a scriverlo. Vedendo

l'opera mia, e più che l'opera le buone intenzioni; e conoscendo lo

zelo, la sincerità e la liberalità con cui io scrissi dei fatti suoi,

vorrà usarmi qualche riguardo, e trattarmi men male di quello faranno

forse i critici._

_Torino, marzo 1889._

Tuo

A. GRAF.

CAPITOLO PRIMO.

ORIGINE E FORMAZIONE DEL DIAVOLO.

Tutti conoscono il poetico mito della ribellione e della caduta degli

angeli. Questo mito, che inspirò a Dante alcuni tra i più bei versi

dell'_Inferno_, e al Milton un indimenticabile episodio del _Paradiso

perduto_, fu da varii Padri e Dottori della Chiesa variamente foggiato

e colorito; ma non ha altro fondamento che la interpretazione di un

versetto d'Isaia e di alcuni luoghi, abbastanza oscuri, del Nuovo

Testamento. Un altro mito, di carattere molto diverso, ma non meno

poetico, accolto da scrittori così ebraici come cristiani, narra di

angeli di Dio, che invaghitisi delle figliuole degli uomini, peccarono

con esse, e furono in punizione del loro peccato esclusi dal regno dei

cieli, e convertiti di angeli in demonii. Questo secondo mito ebbe nei

versi del Moore e del Byron consacrazione perpetua. Così l'un mito come

l'altro fa dei demonii angeli caduti, e la caduta rannoda a un peccato:

superbia o invidia nel primo caso; amor colpevole nel secondo.

Ma questa è la leggenda, non già la storia di Satana e dei compagni

suoi. Le origini di Satana, considerato quale personificazione universa

del principio del male, sono meno epiche assai e in pari tempo assai

più remote e profonde. Satana è anteriore, non solo al Dio d'Israello,

ma a quanti altri dei, possenti e temuti, lasciarono ricordo di sè

nella storia degli uomini; egli non precipitò giù dal cielo, ma balzò

fuori dagli abissi dell'anima umana, coevo a quegli oscuri iddii delle

antichissime età di cui nemmeno una pietra ricorda i nomi, e a cui gli

uomini sopravvissero, dimenticandoli. Coevo ad essi e spesso confuso

con essi, Satana comincia embrione, come le cose tutte che vivono, e

solo a poco a poco cresce e si fa persona. La legge di evoluzione, che

governa gli esseri tutti, governa lui pure.

Nessuno, che abbia qualche educazione scientifica, crede oramai che

le religioni più rozze sieno nate dalla corruzione e dal disfacimento

di una religion più perfetta; ma sa benissimo che le più perfette

si sono svolte dalle più rozze, e che in quelle per conseguenza si

debbono cercare le origini del tenebroso personaggio che sotto varii

nomi rappresenta il male e se ne fa principio. Se quello che si chiama

periodo terziario nella storia del nostro pianeta vide già l'uomo,

forse il vide tanto simile al bruto da non potersi scernere in lui

sentimento religioso propriamente detto. L'uomo quaternario più antico

conosce già il fuoco, e sa far uso di armi di pietra; ma abbandona

i suoi morti, segno certo che le sue idee religiose, se pur ne ha,

sono quanto mai si possa dire scarse e rudimentali. Bisogna giungere

a quello che si chiama dai geologi il periodo neolitico per ritrovare

le prime tracce sicure di religiosità. Quale si fosse la religione dei

nostri antenati in quella età noi non possiamo sapere direttamente, ma

possiamo arguirlo, guardando a quella di molte popolazioni selvagge che

vivono ancora sopra la terra, e riproducono fedelmente le condizioni

della umanità preistorica. Sia che il feticismo preceda l'animismo, sia

che questo preceda quello nella evoluzione storica delle religioni, le

credenze religiose di quei nostri antenati dovettero essere simili in

tutto a quelle che ancora professano i Negri d'Africa, o le Pelli Rosse

d'America. La terra, che insieme con le vestigia delle loro abitazioni,

con l'armi e gli utensili, ha serbato i loro amuleti, ce ne porge

testimonio. Essi immaginarono un mondo ingombro di spiriti, anime delle

cose, e anime di morti, e da quelli riconobbero quanto incontrava loro

di bene o di male. Il pensiero che alcuni di questi spiriti fossero

benefici, altri malefici, alcuni amici, altri nemici, era suggerito

dalla esperienza stessa della vita, nella quale profitti e danni

si avvicendano costantemente, e si avvicendano in modo che, se non

sempre, assai spesso, si riconoscono diverse le cause degli uni e degli

altri. Il sole che illumina, il sole che in primavera fa rinverdire e

rifiorire la terra, e matura i frutti, doveva essere considerato come

una potenza essenzialmente benefica; il turbine, che riempie di tenebre

il cielo, schianta le piante, svelle e spazza i mal connessi tugurii,

come una potenza essenzialmente malefica. Gli spiriti si raccoglievano

in due grandi schiere, secondochè agli uomini pareva di riceverne

beneficio o nocumento.

Ma non per questo si costituiva un vero e risoluto dualismo. Gli

spiriti benefici non erano ancora nemici dichiarati e irreconciliabili

dei malefici, e quelli non erano benefici sempre, nè sempre malefici

questi. Il credente non era mai sicuro della disposizione degli

spiriti che lo avevano in loro balìa; temeva di offendere non meno gli

amici che i nemici, e con eguali pratiche si studiava di renderseli

favorevoli tutti, non troppo fidandosi di nessuno. Tra buoni e cattivi

non era contraddizione morale propriamente detta, ma solo contrasto di

opere. Essi non potevano avere un carattere morale che mancava ancora

ai loro adoratori, usciti appena dalla condizione dell'animalità, e

solo in tanto si possono chiamare buoni e cattivi in quanto par bene

all'uomo primitivo tutto ciò che gli giova, male tutto ciò che gli

nuoce. I selvaggi adoratori li immaginavano in tutto simili a sè,

mutabili, vinti dalla passione, quando benevoli, quando crudeli, e non

istimavano i buoni più alti e più degni dei tristi.

Certo, nei tristi appare già un'ombra di Satana, si delinea lo spirito

del male, ma del male puramente fisico. Male è ciò che nuoce, e spirito

malvagio è quello che vibra la folgore, accende i vulcani, sommerge

le terre, semina la fame e la malattia. Esso non giunge ancora a

rappresentare il male morale, perchè il discernimento del bene e

del male morale non s'è ancor fatto nella mente degli uomini: delle

due facce di Satana, il distruggitore e il pervertitore, una sola è

ritratta da lui. Esso non ha una propria indegnità, non ha chi gli stia

sopra e lo domini.

Ma a poco a poco la coscienza morale si qualifica e si determina, e la

religione acquista un carattere etico che prima nè aveva, nè poteva

avere. Lo spettacolo stesso della natura, dove forze contrastano a

forze, e dove l'una distrugge ciò che l'altra produce, suggerisce

l'idea di due opposti principii che reciprocamente si neghino e si

combattano; poi l'uomo non tarda ad accorgersi che oltre al bene ed

al male fisico c'è un bene ed un male morale, e crede riconoscere in

sè quello stesso contrasto che vede e sperimenta in natura. Egli si

sente buono o cattivo, si concepisce migliore o peggiore; ma la bontà o

reità propria non conosce come sua, come l'espressione della sua natura

medesima. Uso ad attribuire a potenze divine e demoniche il bene ed il

male fisico, egli attribuirà similmente a potenze divine e demoniche

il bene e il male morale. Dallo spirito buono verranno allora, non

solamente la luce, la sanità, tutto quanto sostenta ed accresce la

vita, ma la santità ancora, intesa quale complesso di tutte le virtù:

dallo spirito malvagio verranno, non solamente le tenebre, i morbi, la

morte, ma ancora il peccato. Così gli uomini, spartendo con giudizio

meramente soggettivo la natura in buona e cattiva, e impastando con

quel buono e con quel cattivo fisico il buono e il cattivo morale che

loro appartiene, foggiano gli dei e i demonii. La coscienza morale già

desta, che naturalmente afferma la superiorità del bene sul male, e

vagheggia il trionfo di quello su questo, fa sì che il demonio appaja

subordinato al dio, e colpito di una indegnità tanto maggiore quanto

più quella coscienza è viva e imperiosa. Il demonio, che in origine si

confondeva col dio in un ordine di spiriti neutri, capaci così di bene

come di male, se ne distingue a poco a poco e se ne stacca in ultimo

del tutto. Egli sarà lo spirito delle tenebre e il suo avversario lo

spirito della luce; egli lo spirito dell'odio e il suo avversario lo

spirito dell'amore; egli lo spirito della morte e il suo avversario

lo spirito della vita. Satana abiterà negli abissi, Dio nel regno dei

cieli.

Così si stabilisce e si determina il dualismo; così il concetto di

esso si disviluppa per lento lavorio di secoli dal concetto che gli

uomini hanno e della natura e di sè stessi. Se non che quella che ho

indicata è la storia per così dire schematica ed ideale del dualismo,

non la concreta e reale. Il dualismo si trova, o svolto, od in germe,

o espresso o sottinteso, in tutte, o quasi tutte le religioni; ma esso

corre per diversi gradi, assume varie forme e variamente si specifica a

seconda della diversità delle genti e delle civiltà.

Abbiam veduto che spiriti malefici compajono già nelle religioni più

rozze e manco differenziate; ma definiti malamente e come diffusi

nelle cose. Nelle religioni più elevate, mano mano che l'organismo

di esse si circoscrive e si compie, gli spiriti malefici si mostrano

meglio definiti, vanno acquistando attributi e persona. Tra le

grandi religioni storiche la religione dell'antico Egitto è quella

di cui abbiamo più remota e più sicura notizia. In essa a Ptah,

a Ra, ad Ammone, a Osiride, a Iside, ecc., divinità benefiche,

largitrici di vita e di prosperità, si contrappongono il serpente

Apep, che personifica l'impurità e le tenebre, il formidabile Set,

il devastatore, il perturbatore, padre d'inganno e di menzogna. I

fenici opposero a Baal e ad Aschera, Moloc e Astarte; in India, il

generatore Indra, il conservatore Varuna, ebbero contrari Vritra e gli

Asuri, e il dualismo penetrò nella stessa Trimurti; in Persia Ormuz

ebbe a contendere con Arimane per la signoria del mondo; in Grecia

e in Roma tutto un popolo di genii e di mostri malefici sorse di

fronte alle divinità dell'Olimpo, esse stesse non sempre benefiche, e

furono Tifone, Medusa, Gerione, Pitone, demonii malvagi d'ogni fatta,

lemuri e larve. Il dualismo appare similmente per entro alla mitologia

germanica, alla slava, e, in generale, a tutte le mitologie.

In nessun'altra delle antiche e delle nuove religioni il dualismo

raggiunse la forma piena e spiccata che raggiunse nel mazdeismo, o

religion dei persiani antichi, quale ce la fa conoscere lo Zend-Avesta;

ma in tutte esso si lascia scorgere, e in tutte, per qualche parte

almeno, si può rannodare ai grandi fenomeni naturali, alla vicenda

del giorno e della notte, all'alternare delle stagioni. I concetti

varii, le figurazioni, gli avvenimenti in cui esso prende forma e si

esplica, ritraggono, non solo dell'indole e della civiltà del popolo

che gli dà luogo nel sistema delle proprie credenze, ma ancora del

clima, delle condizioni naturali del suolo, delle vicende storiche.

L'abitatore di tale regione calda riconosce l'opera dello spirito

maligno nel vento del deserto che affoca l'aria e uccide le biade;

l'abitatore delle plaghe settentrionali la riconosce nel freddo che

assidera la vita intorno a lui e lui stesso minaccia di morte. Dove la

terra è scossa da terremoti frequenti, dove vulcani vomitano cenere

e lave devastatrici, l'uomo immagina facilmente demonii sotterranei,

giganti malvagi sepolti sotto ai monti, spiracoli dell'inferno: dove

frequenti procelle turbano il cielo, immagina demonii trasvolanti e

urlanti per l'aria. Se un nemico invade, vince e soggioga, il popolo

soggiogato non mancherà di trasferire nello spirito malvagio, o negli

spiriti malvagi cui crede, i caratteri più odiosi dell'oppressore.

Così la religione è il risultamento composto di una moltiplicità di

cause, le quali non sempre, certo, si possono rintracciare e additare.

I greci non ebbero propriamente un Satana, come non l'ebbero i romani,

e può sembrare strano che questi, i quali divinizzarono una quantità

di concetti astratti, come la gioventù, la concordia, la pudicizia,

non abbiano immaginata una vera divinità e potestà del male, sebbene

abbiano immaginato una dea Robigo, una dea Febris ed altre così fatte.

Non mancano tuttavia nelle religioni dei greci e dei romani potestà

antagonistiche e figure che presentano come un duplice aspetto, e se

per poco si approfondisce l'indole dei due popoli, e le condizioni

di vita e la storia, si vede che il dualismo presso di loro non

avrebbe potuto prendere forma gran che diversa da quella che prese. Si

consideri tra l'altro che in Grecia e in Roma non vi fu un libro sacro

di morale, un codice teocratico propriamente detto.

Il dualismo assume forma e caratteri speciali nel giudaismo prima, nel

cristianesimo poi, e se in altre religioni, se nelle stesse religioni

primitive, si può scorgere come una larva di Satana, o come una forma

che, rubando il vocabolo alla chimica, potrebbe dirsi allotropa,

diversamente qualificata, e alcuna volta ingrandita, il Satana vero,

con le qualità e gli attributi che gli son proprii, e ne formano

la persona, non appartiene che a quelle due religioni, e, anzi, più

particolarmente alla seconda.

Satana tiene ancora assai poco posto nel mosaismo; direi che esso vi

tocca soltanto l'adolescenza o la giovinezza, senza poter raggiungere

la maturità. Nel Genesi il serpe non è se non il più accorto ed astuto

degli animali, e solo in virtù di una tarda interpretazione si tramuta

in demonio. L'Antico Testamento tutto intero non conosce Beelzebub

se non come divinità degli idolatri; al quale proposito è da notare

che gli ebrei, prima di negar l'esistenza degli dei delle genti, il

che s'indussero a fare solamente assai tardi, credettero che quegli

fossero dei davvero, ma meno possenti e meno santi di Jeova, loro dio

nazionale. In fatti, il primo comandamento del Decalogo non dice già:

_io sono il Dio tuo, e tu non devi credere vi sieno altri dei fuori di

me_; ma bensì: _Io sono il Dio tuo, e tu non adorerai altri dei fuori

di me_. Ora è noto che molte volte gli ebrei si lasciarono trascinare

ad adorare altri dei che non era il loro. Azazel, lo spirito immondo

a cui abbandonavasi nel deserto il capro emissario, carico dei peccati

d'Israele, appartiene assai probabilmente a credenze anteriori a Mosè;

ma la figura sua manca di perspicuità e di rilievo, e forse altro non

è che un pallido riflesso dell'egizio Set, e un ricordo dei tempi della

schiavitù sofferta nella terra dei Faraoni.

È opinione comunemente accettata che solo dopo la cattività di

Babilonia gli ebrei abbiano avuto circa i demonii concetti chiari e

precisi. Trovandosi durante quel tempo, in contatto, se non intimo,

almeno continuo, col mazdeismo, gli ebrei ebbero opportunità di

conoscerne alcune dottrine e di appropriarsele in parte, e tra queste

la dottrina concernente l'origine del male dovette trovar facile

accesso negli spiriti loro, preparati e predisposti a riceverla dalle

recenti calamità e dalle preoccupazioni di un fosco avvenire. Tale

opinione dà luogo a qualche dubbio, e più di una obbiezione le si può

fare; ma non è però meno certo che se la nozione di spiriti malefici,

e la credenza nelle opere loro, non mancavano agli ebrei prima

dell'esilio, Satana non comincia a rivestir la figura e i caratteri

che gli son proprii se non in iscritti posteriori all'esilio stesso.

Nel libro di Giobbe, Satana appare tuttavia fra gli angeli in cielo, e

non è propriamente un contraddittore di Dio e un perturbatore delle sue

opere. Egli dubita della santità e della costanza di Giobbe, e provoca

l'esperimento che deve precipitar costui dal sommo della felicità nel

più basso fondo della miseria. Non è per anche un fomentator di peccato

e un operator di sciagure; ma già egli dubita della santità, e alcuno

dei mali che colpiscono il patriarca innocente viene da lui.

A poco a poco Satana cresce e si compie. Zaccaria lo rappresenta quale

un nemico e un accusatore del popolo eletto, desideroso di frustrar

questo della grazia divina. Nel Libro della Sapienza, Satana è un

perturbatore e un corruttore dell'opera divina, colui che instigò per

invidia i primi parenti al peccato, e per invidia introdusse la morte

nel mondo. Egli è il veleno che guasta e contamina la creazione. Ma nel

Libro di Enoc, e propriamente nella parte più antica di esso, i demonii

altro non sono che angeli innamoratisi delle figlie degli uomini, e

impigliatisi per tal modo nei lacci della materia e del senso, quasi

che si voglia con sì fatta finzione evitar di ammettere un ordine di

enti originariamente diabolici; mentre in altra parte, più recente,

dello stesso libro, i demonii sono i giganti nati da quegli amori.

Nelle dottrine dei rabbini Satana acquista sembianze e caratteri nuovi,

ma nell'Antico Testamento la sua figura spicca ancora assai poco, e

può dirsi evanescente confrontata con quella che egli ebbe di poi. Le

ragioni di ciò possono essere parecchie: tuttavia la principale è da

rintracciare senza dubbio nell'indole stessa del monoteismo giudaico,

il quale è così fatto che assai difficilmente può dar luogo a una

concezione dualistica un po' risoluta. Jeova è un dio assoluto, un

signore despotico, estremamente geloso della potenza e dell'autorità

propria. Egli non può soffrire che gli si levino a fronte esseri,

sia pure di lui meno possenti, ma che si arroghino di contrastargli,

si atteggino ad avversarii suoi, osino attraversare l'opera sua. Il

voler suo è unica legge, la quale governa il mondo, e ha obbedienti

sotto di sè le potestà tutte, meno forse quelle divinità delle genti

di cui non si nega l'esistenza, ma che non entrano come elementi

vivi nell'organismo della religione di Jeova. Perciò nel Libro di

Giobbe Satana apparisce più che altro come un ministro di Dio, un

provocatore di giudizii e di esperimenti divini. Ma c'è di più. Basta

por mente alquanto all'indole di Jeova per avvedersi subito che dove

è un tal dio, un demonio non ha più troppa ragion di essere. In Jeova

le contrarie potenze, gli opposti elementi morali che, distinti e

separati, dànno luogo al dualismo, sono ancora come confusi insieme,

il che certamente non dà un alto concetto della morale degli ebrei

primitivi. Jeova è geloso, feroce, inesorabile; le pene che egli

infligge son fuori d'ogni proporzione con le colpe commesse, le sue

vendette sono spaventose e bestiali, colpiscono senza discernimento

rei ed innocenti, uomini e bruti. Egli tormenta i suoi devoti con

prescrizioni assurde che li fan vivere in un perpetuo terror di

peccato, e impone loro di passare a fil di spada le popolazioni delle

città espugnate. Egli dice per bocca di Isaia: “Io formo la luce,

e creo le tenebre, faccio la pace, e produco il male: io sono il

Signore che faccio tutte queste cose.„ In lui dio e Satana sono ancora

congiunti: la separazione che lentamente si va facendo di essi, e

l'antagonismo risoluto cui mette capo, sono sintomi di un più squisito

senso morale, e segni dell'approssimarsi del cristianesimo.

Satana è già in parte formato, ma non raggiunge la pienezza dell'esser

suo se non nel cristianesimo, nella religione che dice di voler

compiere il giudaismo, ond'è uscito, e che per tanta parte lo nega. Qui

noi ci troviamo dinanzi un intreccio e un viluppo di cause morali e di

cause storiche, le quali han tutte per effetto di rilevar sempre più,

colorire, ingrandire la sinistra figura di Satana. Anzi tutto Jeova

si trasforma in un dio incomparabilmente più sereno e più benigno, in

un dio d'amore, che necessariamente respinge da sè, come elemento non

assimilabile, ogni elemento satanico; e quando Cristo sarà ancor egli

assunto alla divinità, la mite e radiosa figura del nume che per amor

degli uomini si fece uomo, che per essi versò il suo sangue e patì la

morte ignominiosa, farà per ragion di contrasto spiccare in modo al

tutto nuovo la truce e tenebrosa figura dell'avversario. La tragedia

umana, fusa con la tragedia divina, rivelerà le intime ragioni del suo

meraviglioso processo, suscitando negli animi nuovi concetti morali,

nuove immagini delle cose, nuova pittura del cielo e della terra. Gli

è dunque vero che Satana indusse i primi parenti a peccare, e che in

virtù della colpa provocata da lui, tolse a Dio l'umana famiglia, ed il

mondo in cui questa vive. Quale non deve essere la potenza di lui, la

saldezza dell'usurpato dominio, se a riscattare i perduti è forza che

lo stesso figliuol di Dio si sacrifichi, si dia in preda a quella morte

che per fatto appunto del nemico penetrò nel mondo! Prima che Dio dèsse

mano all'opera della redenzione Satana poteva posare nella sicurezza

del possesso; ma ora che la redenzione si compie, anzi è già compiuta,

non dovrà egli far l'estremo d'ogni sua possa per contendere al

vincitore il frutto della vittoria, e racquistare, almeno in parte, il

perduto? Ecco; egli osa di tentare il redentore medesimo, e l'apostolo

lo dipinge quale un leone ruggente, in traccia di preda da divorare.

Ma se le condizioni del riscatto, se la qualità di colui che l'aveva

a compiere, davano a Satana una grandezza e un valore che non avrebbe

avuto altrimenti, la redenzione stessa non toglieva a costui tanta

preda quant'egli ne aveva fatta e quanta ancora era per farne, e

la vittoria di Cristo non prostrava così la potenza di lui come il

desiderio dei riscattati poteva sperare. San Giovanni dice che il mondo

aveva ad essere giudicato e discacciato il suo principe; San Paolo

afferma che la vittoria di Cristo era stata piena ed intera, e con la

sua morte aveva distrutto il re della morte: ma il principe di questo

mondo veramente non fu spodestato; ma il re della morte non fu ucciso,

anzi seguitò come prima a spargere intorno la morte, non meno l'eterna

che la temporale. Cristo frange le porte dell'inferno, irrompe nel

regno delle tenebre, spopola l'abisso; ma dietro di lui le porte si

risaldano, le tenebre si ricongiungono, l'abisso si ripopola. Strano

a dire! mai fra gli uomini fu tanto parlato di Satana, mai Satana fu

tanto temuto quanto dopo la vittoria di Cristo, dopo la redenzione

compiuta.

Nè ciò avveniva per un semplice error di giudizio, per una

contraddizione logica. Il male è con sì fatti caratteri impresso nel

libro di nostra vita che non basta una dottrina religiosa, non basta un

sogno di fede e di amore a cancellarnelo. Lo spettacolo desolante di un

mondo in dissoluzione si offriva da ogni banda agli sguardi dei nuovi

credenti: il fior delicato e odoroso della dottrina di Cristo spuntava

di mezzo al fimo di Satana. Non era opera dell'eterno prevaricatore

quel politeismo variopinto che aveva affascinati e sedotti gli

spiriti? Non erano Giove e Minerva, Venere e Marte, e gli dei tutti che

popolavano l'Olimpo, incarnazioni di lui, o ministri del suo volere,

esecutori de' suoi disegni? Quella civiltà rigogliosa e gioconda del

paganesimo, quelle arti fiorite, quella filosofia temeraria, quelle

ricchezze e quegli onori, quegli amori e quegli ozii, e quelle infinite

lascivie, non erano trovati suoi, inganni suoi, forme e strumenti

della sua tirannide? Non era l'impero di Roma l'impero di Satana? Sì,

veramente; Satana era adorato nei templi, celebrato nelle pubbliche

feste; Satana sedeva in trono con Cesare, Satana saliva coi trionfatori

in Campidoglio. Chi sa quante volte i pii fedeli, raccolti nelle

catacombe, udendosi passar sopra il capo il fremito e il mugghio di

quella vita, paventarono non fosse la procella diabolica per sommergere

in tutto la navicella di Cristo, e fra le braccia stesse della croce si

sentirono minacciati e premuti.

Così Satana ingigantiva di tutta la grandezza del mondo pagano raccolta

in lui. In ogni parvenza di quella vita che la stringeva tutto allo

intorno il cristiano ravvisava una sembianza del _forte armato_ che

Cristo era venuto a vincere, e che, vinto, era fatto più audace e più

impetuoso di prima. E l'anima sua si riempiva di costernazione e di

terrore; giacchè come guardarsi dalle insidie, come difendersi dagli

assalti di un nemico più velenoso dell'Idra, più moltiforme di Proteo?

Tertulliano ammonirà, ed altri ammoniranno, di non frequentare pagani,

di non partecipare alle feste e ai giuochi loro, di non esercitar

professione alcuna che possa, direttamente o indirettamente, servire

al culto degli idoli; ma come osservare tale divieto e vivere? o come,

osservatolo, assicurarsi di serbar puro il cuore, se la terra che si

calca, se l'aria che si respira è fatta d'impurità e di peccato?

E Satana non si contenta del lenocinio o della insidia; con altre armi

ancora egli tenta di riconquistare il perduto. Egli assalta d'ogni

parte la Chiesa appena fondata, e come un ariete dal capo di bronzo,

ne percote giorno e notte e ne sfalda le mura. Suscita le persecuzioni

spaventose, e la nuova fede cerca di annegare nel terrore e nel sangue.

Promuove le grandi eresie e sbranca innumerevoli agnelle dal gregge di

Cristo. Tristi tempi, vita piena di periglio e di dolore! No, il regno

di Cristo non è giunto ancora; ma gli spiriti contristati cui dà le sue

ali la fede, credono di scorgerne da lungi, nei sogni apocalittici, i

rutilanti bagliori, e annunciano la seconda venuta del redentore, e la

finale sconfitta dell'antico serpente.

Sogni vani, deluse speranze! Il redentore non viene, e l'antico

serpente, fatto più velenoso che mai, moltiplicale sue spire,

avvolge più sempre il mondo. Una prova tra l'altre se ne può avere

dalla dottrina di alcune sètte che travagliarono la Chiesa, più

particolarmente nei primi tre secoli, e che tutte s'industriarono

d'introdurre nel cristianesimo un dualismo poco diverso da quel

dei persiani. Quelle dottrine formano nel loro complesso ciò che si

chiama lo gnosticismo, e le più eccessive hanno per comune tendenza

di attribuire a Satana assai più importanza che non avesse innanzi,

di considerar Satana quale creatore della natura corporea, di far del

male un principio originario e indipendente, non sorto da defezione

o scadimento, ma coeterno al bene e in lotta con esso. Per tal modo

cresceva la potenza di Satana, e l'opera della redenzione si faceva

più difficile, la salute più incerta. Clemente Alessandrino e Origene

avevano sostenuto che tutte le creature tornerebbero a Dio, loro comune

principio; ma Sant'Agostino pensò che Dio salverebbe solo alcuni

eletti, e che la massima parte del genere umano sarebbe preda del

diavolo.

Non è punto agevole, nel cozzo delle opposte dottrine e nella

contrarietà degli influssi, traverso le speculazioni della filosofia,

specie neoplatonica e cabalistica, le brillanti fantasie della gnosi,

il dogma ortodosso ancor vacillante, farsi un chiaro ed esatto concetto

delle variazioni e degli accrescimenti di Satana nei primi secoli della

Chiesa. Chi sa a quale sincretismo strano e mostruoso fosse giunta

la religione di Roma, facilmente immagina che da quell'indefinibile

miscuglio di credenze assurde e di pratiche pazze Satana dovesse

derivare più d'uno degli elementi della sua rinnovata persona.

Veramente il Satana cristiano esce dallo scontro, dal mutuo penetrarsi

di svariate civiltà, di filosofie repugnanti, di religioni nemiche, e

quando la Chiesa trionfa, quando il dogma è fermato, egli stende sul

mondo uno spaventoso dominio.

La insanabile corruzione pagana dà nuovo rilievo all'idea del male

e fa giganteggiare colui che personifica quell'idea. I cristiani

credevano il mondo pagano fattura di Satana; invece gli è il mondo

pagano che foggia in gran parte Satana nella fantasia dei cristiani.

Senza l'impero di Roma Satana sarebbe riuscito molto diverso da quello

che egli è, o fu. Tutto il turpe e tutto il diabolico diffuso per

entro la civiltà pagana, si raccoglie in lui, si condensa in lui; egli

diventa il natural richiamo di quanto appar peccato alla timorata e

ritrosa coscienza cristiana, cioè una varietà infinita di pensieri,

di costumanze, di opere. I numi che avevano avuto altari e templi non

muojono, non dileguano, ma si trasformano in demonii, perdendo alcuni

l'antica formosità seduttrice, serbando tutti la pravità antica,

accrescendola. Giove, Giunone, Diana, Apollo, Mercurio, Nettuno,

Vulcano, Cerbero, e fauni e satiri, sopravvivono al culto che loro era

reso, ricompajono fra le tenebre dell'inferno cristiano, ingombrano

di strani terrori le menti, provocano fantasie e leggende paurose.

Diana, mutata in demonio meridiano, invaderà i disaccorti troppo

obbliosi di lor salute, e la notte, pei silenzii dei cieli stellati,

si trarrà dietro a volo le squadre delle maliarde, instruite da lei.

Venere sempre accesa d'amore, non meno bella demonio che dea, userà

negli uomini l'arti antiche, inspirerà ardori inestinguibili, usurperà

il letto alle spose, si trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere

Tanhäuser, ebbro di desiderio, non più curante di Cristo, avido di

dannazione. Un pontefice, Giovanni XII, reo, diranno i suoi accusatori,

di aver bevuto alla salute del diavolo, invocherà, giocando a dadi,

l'ajuto di Giove, di Venere e _degli altri demonii_. Satana sarà spesso

rappresentato in figura di fauno, di satiro, di sirena.

Quando la Chiesa trionfa, la storia di Satana par cognita in ogni

sua parte, e piena la figura di lui. Si conoscono, cioè si crede

di conoscere, le sue origini, le prime e le posteriori vicende, i

procedimenti e le opere. I Padri l'hanno narrato e descritto. Satana fu

creato buono, e si fece perverso; cadde per suo peccato, trascinando

nella ruina un innumerevole popolo di seguaci. Si dirà più tardi che

la decima parte della milizia celeste fu precipitata quaggiù, sommersa

negli abissi, e s'immaginerà una schiera di angeli neutrali, non

ribelli a Dio, non avversi a Satana, spettatori della pugna combattuta

fra quello e questo; angeli che san Brandano incontrerà nel corso delle

sue avventurose peregrinazioni; che Parzival udirà ricordare laggiù

nell'ultimo Oriente, dove si custodisce la santa reliquia del Graal;

che Dante porrà nel vestibolo dell'inferno insieme con gli sciagurati

vigliacchi _che mai non fûr vivi_.

Ma Satana non ha ancora finito di crescere, la sua persona non è per

anche perfetta; lunga è la storia di lui, e quando un'èra ne è chiusa,

un'altra incomincia. Gli asceti, che avevano creduto fuggirlo fuggendo

il mondo, e nel deserto l'avevano ritrovato, più maligno e più possente

che mai, e avevano sperimentate le sue innumerevoli insidie, sostenuti

gli insulti feroci, non lo conoscevano ancora sotto tutti i suoi

aspetti.

Alle antiche calamità altre successero; a una età di corruzione

profonda tenne dietro una età di dissoluzione violenta, che parve

schiantare dai cardini il mondo. Giù dal settentrione caliginoso,

i barbari irrompono come un mare che abbia travolte le dighe, e

l'impero di Roma al loro urto si sfascia con fragorosa rovina. La rea

e maledetta civiltà pagana si spegne, ma per dar luogo a una tenebra

disperata di barbarie, per entro a cui non è possibile scorgere

lume di salvezza. Par che il regno umano sia per finire, sia invece

per cominciare sulla terra un regno ferino. L'immane sciagura,

quale da Salviano fu narrata con eloquenza focosa, fece dubitar

della provvidenza; e offrendo spettacolo di mali incogniti prima,

innumerevoli, incommensurabili, diede, com'era naturale, nuovo rilievo

alla figura di colui che è di tutti i mali principio e promotore.

Satana cresceva dell'opera dei barbari, ma in pari tempo cresceva

di molte loro credenze, attirando a sè quanto, e non era poco, nella

loro religione, trovava conforme e omogeneo al suo essere. A contatto

con la vita greca e romana, egli, in una certa misura, si grecizzò e

romanizzò; a contatto con la barbarie settentrionale si germanizzò.

Numerose figure della mitologia germanica, il dio Loki, il lupo Fenris,

ed elfi, e silfi, e gnomi, si trasfondono in lui, e gli conferiscono

nuovi aspetti, nuovi caratteri e nuove movenze. Così Satana si

costruisce e si forma, quando con accrescimenti rapidi, quando

con lenti, in virtù di stratificazioni successive, d'infiltrazioni

continue, variando senza posa, passando pei gradi di una evoluzione

faticosa e lunga. Semplice potenza elementare in origine, egli acquista

a poco a poco il carattere morale che gli appartiene, e quando lo si

guarda cresciuto, quando si scruta dentro il suo essere, si rimane

stupiti e sopraffatti vedendo la sua grandezza, vedendo la moltiplicità

e diversità degli elementi che lo compongono. Non solo le forze della

natura, non solo gli dei di varie mitologie diventano Satana, ma

gli uomini ancora. In poemi e leggende del medio evo Pilato, Nerone,

Maometto, si convertono in diavoli.

Satana tocca il sommo grado di esplicazione e di potenza nel medio

evo, nella torbida e travagliosa età in cui più vigoreggia il

cristianesimo. Egli perviene a maturità insieme con le istituzioni

varie e con le forme proprie di quella vita; e quando l'arte gotica

fiorisce nei templi cuspidati, anche il mito di lui fiorisce, tetro e

meraviglioso, nella coscienza delle genti cristiane. Chiuso il secolo

XIII, egli declina e disviene, come declinano e disvengono il papato,

la scolastica, lo spirito feudale, lo spirito ascetico. Satana è figlio

della tristezza. In una religione come la greca, tutta serena, tutta

irradiata di luce e di colore, egli non avrebbe potuto metter persona;

a farlo crescere e prosperare son necessarie l'ombre, son necessarii

i misteri di peccato e di dolore, che, simili a un velo funereo,

avvolgono la religione del Golgota. Satana è figlio del terrore, e il

medio evo è l'età del terrore. Presi d'invincibil ribrezzo, gli animi

temono la natura gravida di portenti e di mostri, il mondo corporeo

opposto al mondo dello spirito e suo irreconciliabile nemico; temono la

vita, perpetuo fomite e periglio di peccato; temono la morte, dietro

a cui si spalanca dubbiosa l'eternità. Sogni e farnetichi turbano

le menti. L'eremita estatico, da lunghe ore ginocchioni in preghiera

dinanzi all'uscio della sua cella, vede trasvolar per l'aria eserciti

spaventosi, tregende di mostri apocalittici: le notti si illuminano

di segni fiammeggianti, gli astri si sfigurano e si bagnan di sangue,

tristi presagi di sciagure imminenti. In occasione di morbi che

falciano gli uomini come spiche mature si vedono saette, vibrate da

mani invisibili, fendere l'aria, sparir sibilando: e ogni po' corre

traverso la cristianità esterrefatta come un brivido di finimondo, e la

sinistra novella che l'Anticristo è già nato, e sta per cominciare il

formidabile dramma annunziato dall'Apocalisse.

Satana cresce nella mestizia e nell'ombra delle cattedrali spaziose,

dietro i massicci pilastri, nei recessi del coro; Satana cresce nel

silenzio dei chiostri, invasi dallo stupor della morte; Satana cresce

nel castello merlato, dove un occulto rimorso rode l'anima al torvo

barone; nella cella recondita dove l'alchimista tenta i metalli;

nel bosco solitario, dove il mago, la notte, ordisce le sue malie;

nel solco, dove il servo affamato getta imprecando il seme che dovrà

nutrire il signore. Satana è in ogni luogo: infiniti l'hanno veduto,

infiniti hanno favellato con lui.

La credenza era ben radicata, e la Chiesa non mancò di darle favore,

di accrescerle forza. La Chiesa si giovò di Satana, fece di lui uno

strumento efficacissimo di politica, e quanto più potè gli crebbe

credito, giacchè ciò che gli uomini non facevano per amor di Dio, o

per ispirito d'obbedienza, facevano per paura del diavolo. Satana fu

offerto sotto tutti gli aspetti, dipinto e scolpito, alla sgomenta

contemplazion dei devoti; Satana venne in coda a ogni frase di

predicatore, a ogni ammonizione di confessore; Satana diventò l'eroe di

una leggenda senza fine, che ebbe riscontri ed esempii per tutti i casi

della vita, per ogni azione, per ogni pensiero. Non poche Visioni del

medio evo mostrano quale applicazione si sapesse fare del diavolo alla

politica in genere: certo alla politica ecclesiastica il diavolo servì

assai più della inquisizione e dei roghi, sebbene e quella e questi

l'abbiano servita abbastanza. Sino dall'anno 811 Carlo Magno accusava

in un suo capitolare i chierici di abusar del diavolo e dell'inferno

per truffar denari e carpir possessioni.

Se grande era la paura che si aveva di Satana, l'odio che si

nutriva contro di lui non era punto minore. Tale odio non era certo

ingiustificato, giacchè odiando lui si odiava l'autor di ogni male, e

quanto più si amava Cristo tanto più si doveva odiare il suo nemico. Ma

anche in questo caso la paura e l'odio produssero gli effetti consueti,

stravaganza di opinioni, ed esagerazion di giudizii. La figura di

Satana ebbe a risentirne le conseguenze, e l'eccesso avvertito da

alcuno di mente più temperata, diede origine al proverbio che dice: _Il

diavolo non è poi così brutto come si dipinge_.

CAPITOLO II.

LA PERSONA DEL DIAVOLO.

Gli uomini non riescono se non con somma difficoltà, se pur vi

riescono, a formarsi il concetto di una sostanza incorporea,

essenzialmente diversa da quella che cade loro sotto i sensi.

L'incorporeo per essi non è di solito altro che un'attenuazione, una

rarefazione del corporeo, uno stato di minima densità, paragonabile,

anche se minore, a quella propria dell'aria, o della fiamma. Per tutti

gli uomini non civili, e per la massima parte ancora di quelli che

si chiamano civili, l'anima è un fiato, o un vapor leggiero, e si può

vedere sotto apparenza di _ombra_. Gli déi di tutte le mitologie sono

o poco o molto corporei; quelli della greca si nutrono d'ambrosia e di

nettare, e se si cacciano, come usan di fare, nelle zuffe dei mortali,

corron pericolo di toccare, come i mortali, di buone busse. Per ciò non

deve sembrare strano che le dottrine pneumatologiche, così giudaiche,

come cristiane, attribuiscano di solito un corpo agli angeli e ai

demonii.

Dottori e Padri della Chiesa, son quasi unanimi nel credere che i

demonii sieno provveduti di un corpo, già posseduto da essi quando

ancora duravano nella condizione di angeli, ma fatto, dopo la caduta,

più denso e più grave. La densità di quel loro corpo, assai più lieve

sempre che non sia il corpo degli uomini, non è da tutti stimata

egualmente: nel secondo secolo Taziano la faceva simile a quella

dell'aria o del fuoco, e un corpo formato d'aria dava ai demonii

Isidoro di Siviglia in principio del settimo. Altri, come san Basilio

Magno, inchinarono ad attribuir loro un corpo anche più sottile. Ma ben

s'intende come non potesse esservi in sì fatto argomento una opinione

unica, da doversi seguire universalmente, e come potesse Dante, senza

offendere la coscienza di nessuno, dare al suo Lucifero, là fra i

ghiacci di Cocito, un corpo saldo e compatto, al quale egli e Virgilio

si aggrappano come ad una roccia.

Avendo corpo, i demonii debbono anche avere certe necessità naturali,

come hanno tutti gli esseri corporei viventi; prima fra tutte quella

di riparar l'organismo, la cui trama, con l'esercizio della vita,

perpetuamente si logora. I diavoli debbono aver bisogno di nutrirsi,

e in fatti, Origene, Tertulliano, Atenagora, Minucio Felice, Firmico

Materno, san Giovanni Crisostomo, ed altri parecchi, dicono che

i diavoli assorbono avidamente il vapore e il fumo delle vittime

sacrificate dai pagani; cibo poco sostanzioso a dir vero, ma non

disdicevole alla complessione loro. Alcuni rabbini, largheggiando

un po' più, e pensando a introdurre nella diabolica vivanda qualche

maggior varietà, dissero che i diavoli si nutrono dell'odore del fuoco

e del vapore dell'acqua, ma sono anche avidissimi di sangue, quando ne

possono avere, e un proverbio tedesco soggiunge che il diavolo, quando

è affamato, mangia le mosche.

Il popolo parla volentieri di diavoli vecchi e di diavoli giovani, e

sono parecchi i proverbii che, in varie lingue, traggono il tema da

quella sua credenza. Si sa che il diavolo, divenuto vecchio, si fece

eremita, e parrebbe ragionevole che ancor egli dovesse invecchiare,

dacchè tutti gli esseri che hanno organismo invecchiano; ma il già

citato Isidoro di Siviglia afferma che non invecchiano, e noi non

possiamo dir altro fino a che l'anatomia e la fisiologia diabolica non

sieno meglio studiate. Se non invecchiano, non debbono neanche morire,

e una grande bugia avrebbero detto quei rabbini i quali asserirono

che anch'essi, come gli uomini, muojono, non tutti veramente, ma la

maggior parte. Ammalare sembra che dovrebbero potere; tanto è vero che

le streghe, quando ce n'erano, giunsero a dire qualche volta nelle loro

deposizioni, dopo ricevuti due o tre tratti di corda, che il diavolo di

tanto in tanto cadeva ammalato, e che allora toccava ad esse vegliarlo

e curarlo.

Alcuni Padri e Dottori, come, per non ricordarne altri, san Gregorio

Magno, vollero i diavoli al tutto incorporei; ma fu questa, come ho

detto, l'opinione meno accreditata. Ad ogni modo si poteva credere

così o così, come meglio piaceva, e san Tommaso, riferite le contrarie

sentenze, concludeva con dire che, abbiano i demonii o non abbiano

corpo, ciò poco importa alla fede. Ma se poco importa alla fede, molto

importa alla fantasia, e il popolo non mancò mai di dare ai diavoli un

corpo quanto più sodo gli fu possibile.

E come era fatto cotesto corpo? Badisi che qui si tratta del corpo che

i diavoli hanno naturalmente, non di quello che essi possono assumere a

lor piacimento e di cui dovrò parlare più innanzi.

In generale, e di regola, il corpo dei demonii aveva forma umana. Ciò

non deve recar meraviglia: l'uomo che ha fatto a propria immagine gli

déi, ha fatto pure a propria immagine gli angeli e i diavoli. Se non

che, quando si dice forma umana, non si deve intendere forma in tutto

simile alla nostra. In conseguenza del peccato e della caduta. Satana

La creatura ch'ebbe il bel sembiante,

come dice l'Alighieri, e con Satana gli altri ribelli, videro, non

solo il corpo loro farsi più denso e più grossolano, ma ancora mutarsi

in obbrobriosa deformità la bellezza sovrana di cui Dio li aveva

vestiti. La forma dei diavoli è pertanto una forma umana deturpata e

mostruosa, nella quale il ferino si mescola con l'umano, e non di rado

soperchia; e se per ragion della forma si dovesse assegnare ai diavoli

(mi perdonino i naturalisti) un posto nella classificazione zoologica,

bisognerebbe raccoglierli per buona parte in un'apposita famiglia di

antropoidi.

Il Diavolo · 第 1 / 18 段