CAPITOLO DECIMO.

Ottobre.

Sulla soglia dell'ottobre trovo un controllore colosso, che è uno

dei più bei tipi ch'io abbia intoppati nell'annata. Tocca col capo il

cielo del carrozzone, con le spalle chiude gli usci e ferisce in viso

i passeggieri con le punte di due baffi enormi, che paiono due S da

cartellone d'arena. Fu carabiniere, ed è ancora; non ha fatto che mutar

divisa; presta il nuovo servizio con gli stessi modi e con lo stesso

linguaggio che usava nell'antico. Ha un aspetto terribilmente severo.

Quando si pianta in faccia a un passeggiere, par che lo voglia invitare

a _declinar le generalità_, ed esamina lo scontrino come un passaporto,

e glie lo rende fissandolo in viso, come se dicesse fra sè: — Costui

mi ha l'aria d'un pregiudicato. — Non attacca discorso, non sorride

con nessuno. Non intesi ancora che due parole sue, e furono una frase

carabinieresca: disse bruscamente a uno che stava ritto sul predellino:

— _È difeso!_ — Ho un forte sospetto che porti in tasca un par di

manette. Certo, tutte le sue idee sociali e politiche sono in armonia

col suo essere visibile. E io penso, guardandolo, al grande numero di

quegli altri cittadini che dalla forma della professione o mestiere

o stato in cui furono chiusi per caso riescono modellati moralmente

in quel dato modo come quei bimbi che si facevan crescere dentro

vasi di varia foggia quando fioriva l'industria dei mostricciattoli e

dei balocchi umani, e vedendo all'opera con la fantasia le fabbriche

innumerevoli di spiriti conservatori che la società tiene in moto,

dico che hanno da lavorar molto e bene le officine avverse per far

concorrenza efficace a una produzione così vasta, forte di tanti

privilegi e avviata così bene. Mi apparve per la prima volta questo

controllore Golia sulla linea di Vanchiglia, dove, avendogli fatto

aspettare un pezzo lo scontrino che non trovavo, me lo restituì, dopo

un serio esame, dandomi uno sguardo profondo, che pareva dire: — _Te

tegnerò d'oeucc!_ — Mentre si voltava, gli vidi dietro un orecchio

una cicatrice: forse d'una coltellata tiratagli da qualche arrestato

ribelle. Quando discese, rimase ancora un momento duro come un pilastro

in mezzo alla strada, a guardare con occhio sospettoso il tranvai

che s'allontanava, come avrebbe guardato in altri tempi una carrozza

cellulare non ben sicura....

*

Dopo questo spauracchio per vari giorni non trovai che gente contenta.

L'ottobre si presentava col sorriso in fronte. Il primo fu il mio buon

Giors, sulla linea di Vinzaglio, allegro e fresco come la mattinata.

Gli domandai subito della moglie. Guarita! Guarita da un pezzo, salda

sui trampoli, _ardita_ come una sposa, e sana anche la frittura, tre

sacchetti senza fondo, una rovina quotidiana. E, sorridendo, soggiunse

in un italiano suo proprio una frase proverbiale che gli avevo inteso

dire altre volte: — _Tuto va bene, trane la gran miseria_; — e si provò

a fischiare il motivo della _Carmen_, ma senza riuscirvi. Poi mi diede

notizie della _veja_, e poichè non capivo a chi volesse alludere:

— Non si ricorda? La vecchia di Pozzo di Strada, quella del soldato

d'Africa, che si mise a piangere a veder la battaglia stampata? Matta

dalla contentezza, la povera vecchia! — Era stata nel tranvai quella

mattina: un'altra faccia; pareva risuscitata; il figliuolo era vivo;

le avevan mandato dal Ministero degli “affari della guerra„ per via

del Comando del distretto, un pezzetto di carta sporca con quattro

parole del ragazzo prigioniero, un foglio arrivato di laggiù, _da

ca' del diau_, in un gran pacco, con molte altre lettere, che aveva

raccolte e spedite quel prete mandato dal Papa. Ma proprio fuor di sè,

da parere che avesse alzato il gomito, felice da allargare il cuore

a vederla, povera anima tribolata! Portava il foglietto in seno, in

un portamonete di pelle di pecora, e l'aveva fatto vedere a lui, e

lo faceva vedere a tutti. — È venuto il foglio, va bene; ma quando

verrà il figliuolo? Chi lo sa? Quando faranno la pace? Ne sa qualche

cosa lei? Io non leggo la gazzetta perchè mi fan male agli occhi le

parole piccole.... — E diede in una risata. C'era sulla prima panca

un ostricaro con la berretta rossa e col canestro sulle ginocchia.

Egli prese a stuzzicar l'ostricaro. Roba per aguzzar l'appetito, non

è vero? E non c'era già abbastanza appetito per il mondo da portare

in giro delle diavolerie per aguzzarlo? Che gusto avevano quelle

bestie senza testa? Egli non n'aveva mai assaggiato in vita sua, e

sentiva quella mattina un maledetto prurito di farne la conoscenza.

E dicendo questo, fra una scossa di redini e l'altra, si voltava a

guardare il canestro con un'espressione così comica di curiosità e di

diffidenza, che l'ostricaro, esilarato, prese un'ostrica, l'aperse

e glie la porse. Giors la sorbì, e trattenendola in bocca come per

meditarne il sapore, domandò quanto costasse. — Un soldo e mezzo —

rispose l'altro. — _Baloss d'un lader!_ — gridò lui, trangugiandola

con una smorfia di spaventato —, e hai la faccia di far pagare quanto

un pane una porcheria compagna? — Tutti i passeggieri risero, e quel

riso lo eccitò. Eppure, sì, quell'acquolina “amaricante„ stuzzicava

la fame, ed egli avrebbe dovuto tribolare il doppio quella mattina

per arrivare all'ora della macinatura. Ma già era destino che glie

ne capitasse una ogni giorno per scavargli lo stomaco. E raccontò

quella del giorno avanti. Stava discorrendo con una guardia daziaria,

alla barriera, quando, al momento di partire, era salita una bella

contadinotta, un fior di ragazza, che n'aveva quanto tre balie, un vero

capitale, una cosa, una cosa.... insomma, una cosa magnifica. E lui,

così in celia, l'aveva presa a complimentare, maravigliandosi, però,

di vederle fare il viso verde invece di rosso. A un tratto quella gli

aveva detto nell'orecchio, presto e secco: — _Ciuto, c'a son d'tomin!_

— (Zitto, che sono caciole). Erano caciole di Rivoli! E qui una gran

risata. Naturalmente, egli era stato zitto, non l'aveva tradita. Ma il

più bello era stato poi: che, partito il tranvai, pigliando sul serio

una sua facezia sul diritto a un compenso che gli dava la connivenza

nel frodo, la bella ragazza s'era cavato dal seno e gli aveva dato

un _tomin_, un po' ammaccato, ma fresco e di quei grassi, d'un odor

squisito di panna, ch'egli aveva aggiunto, con gran piacere, alla sua

colazione. Ah, che delizia di _tomin!_ Mai da che era al mondo egli

s'era messo nel laboratorio un boccone così saporito, gli era colato

giù fino alle polpe, gli aveva fatto montare alla testa mille grilli. E

seguitò un bel pezzo a scherzare così sui cento sapori di quel boccone,

senza mai eccedere, con una discrezione quasi istintiva d'uomo sano

di nervi e di spirito, rifuggente dalle sudicerie, spandendo intorno

la schietta allegria del suo buon appetito e del suo buon cuore e

sorridendo coi denti bianchi all'aria viva d'ottobre, che accarezzava

la sua bella faccia di galantuomo....

*

Trovai un'altra anima contenta sulla linea di Vanchiglia. Bastò il

suo _cerea_ a rivelarmi l'uomo mutato. Una vera trasfigurazione. Era

il povero fattorino stato ferito da una bastonata e rimasto malato di

terror cronico. Al primo vedere la sua nuova faccia pensai che fosse

stato accomodato l'affare della querela, e glie ne domandai. Gli passò

un'ombra sulla fronte. No, non ancora; la cagione della sua contentezza

era un'altra, e, raccontandola, tornò a rischiararsi. Gli era caduta

sul capo una di quelle carte da visita della fortuna, che fanno data

nella vita dei poveri diavoli come le vittorie in quella dei generali.

Tre giorni avanti, arrivando col carrozzone vuoto alla barriera di

Casale, raccattò sotto una panca un portafogli di bulgaro rinvoltato

in un pezzo di giornale, se lo ficcò in tasca senz'aprirlo e, secondo

la regola, lo rimise nella corsa di ritorno al controllore, perchè

lo portasse alla direzione. Rivenendo verso la barriera, arrivato

in piazza Vittorio Emanuele, vede correre incontro al tranvai, col

viso spaventato, un signore grasso; il quale salta sulla piattaforma

e gli domanda con voce di moribondo: — Avete trovato...? — e al

sentirsi rispondere: — Sì, è stato trovato.... — si lascia cascar di

picchio sulla panca, con le braccia aperte e gli occhi in su, ansando

come un mantice. Atto finale: comparsa del signore alla direzione,

interrogatorio e riscontro, restituzione del portafogli, tanto per

cento secondo l'uso: cento lire al fattorino. — Cento lire, m'intende;

un biglietto rosso nuovo fiammante, coi due occhi di civetta, che

pareva stampato il giorno prima! Ah, benedetto Iddio, son venute a

tempo! — Dopo quella disgrazia che l'aveva tenuto tre mesi a mezza

paga non gli era più riuscito di riassestarsi; la famiglia menava una

vita d'angustie; si dovevan misurare il pane per pagare i debiti, e non

vedevan la fine di quel purgatorio.... — Ed ecco tutt'a un tratto....

Ah, bisogna dire che c'è un Dio! — Splendeva una tal contentezza sul

suo viso pallido, e abitualmente spaurito, che metteva pietà; metteva

pietà il pensare che cento lire possano operare un tal rivolgimento

nell'anima d'un uomo da guarirlo anche dal terrore abituale d'essere

ammazzato. E ragionava sulla sua fortuna per gustarla meglio. Su

tante linee, si sa, tutti i giorni si trova qualche cosa: fazzoletti,

spille, chiavi, scatole di sigarette, perfin delle lettere amorose;

ma dei portamonete con migliaia di lire, bazzica, è un caso raro. E

proprio doveva toccare al figliuolo di sua madre! Si chiamava _nascer

fortunati_. E mi descrisse la scena della sera, quando, rientrando

in casa, aveva sventolato il biglietto, come una bandiera, sul viso

di sua moglie e sulla testa dei bimbi addormentati: la povera donna

s'era messa a piangere, i bimbi s'erano svegliati e buttati giù dal

letto, e poi tutti a ridere e a ballonzolare insieme da parer quattro

villeggianti della Villa Cristina. — E che sarà allora — gli domandai

— quando piglierete mille lire d'indennità a causa guadagnata? — A

quella domauda si rioscurò, e parve ripreso dalla paura solita. — No

—, rispose a voce bassa — quelle.... preferisco di non averle. — E

rimase un po' pensieroso. — Ma! — esclamò poi rianimandosi. — Se non

mi capitano altre disgrazie! — E soggiunse umilmente: — Io non faccio

del male a nessuno, non voglio male a nessuno; nessuno dovrebbe volerne

a me, non è vero? Perchè mi dovrebbero far del male? — Poi, dopo una

pausa, guardandosi intorno, disse con un accento d'inquietudine, che mi

fece pena: — Come si son già accorciate le giornate! — Non era ancora

guarito, pover'uomo.

*

Il terzo contento fu un personaggio nuovo, un vecchio pretino che vidi

uscire dalla stazione di Porta Susa, con la valigia e l'ombrello, e

salire sul tranvai chiuso della linea di Casale. Dal modo come girò

lo sguardo per la piazza, soffermandosi, e come lesse l'insegna del

carrozzone prima di salirvi, e come vi salì, osservando ogni cosa con

un sorriso di curiosità e di maraviglia, argomentai che non avesse

mai visto Torino o non ci fosse più stato dal tempo dei tempi. Aveva

l'aria d'un prete di montagna, un viso roseo, gli occhi chiarissimi,

un'espressione ingenua e buona, quasi infantile. Entrò come in una

casa d'amici, sorridendo a tutti, in atto di ringraziare della buona

accoglienza, e, appena seduto, mi domandò se il tranvai passava per la

piazza Vittorio Emanuele. Il tono con cui gli risposi gli fece subito

attaccar discorso familiarmente. Da trent'anni non era più stato a

Torino, era quello il primo tranvai sul quale saliva. Aveva bene inteso

parlar della cosa; ma dall'immaginare al vedere c'è un gran tratto.

Si voltava a osservare il fattorino e il cocchiere, le panche, i

vetri colorati, gli annunzi, gli altri tranvai che passavano, come un

bambino. Mi ricordò un altro prete di montagna che, anni avanti, sul

ponte di Po, m'aveva manifestato la stessa maraviglia per l'_Angelo

Brofferio_, ch'era il primo battello a vapore ch'egli vedesse. — Ma

guardiamo un po', ma guardiamo un po'.... E si fa fermare quando si

vuole, non è vero? E ogni strada ha il suo?... E va così sulle rotaie,

da per tutto, come sulla strada ferrata? — E quando il tranvai si

mosse, diede segno di viva soddisfazione. — Ma è un bell'andare,

proprio.... senza scosse.... e come si corre.... Una bella cosa,

veramente, una bella cosa. E ora si farà andare con l'elettrico,

dicono.... Sarà una maraviglia.... Ah, son cose che fa piacere di

vederle! — E sorrideva intorno ai passeggieri, come a compagni d'un

lungo viaggio, sconosciuti ancora, ma coi quali dovesse far poi

conoscenza; ringraziò come d'un regalo il fattorino che gli porse il

biglietto; stette un minuto in ammirazione del congegno del campanello,

e quando m'alzai per discendere in piazza Solferino, s'alzò egli pure,

e fattomi un cenno di riverenza col capo come a un conoscente, si

rimise a sedere, visibilmente lieto di non avere ancor da discendere,

di doversi trattenere ancora in quella “bella compagnia„ esilarata dal

sorriso gentile con cui egli rispondeva al suo sorriso canzonatorio,

credendolo un segno abituale della squisita cortesia cittadina....

*

Ma anche la “bella compagnia„ in quei giorni dava ragion di ridere

alle sue spalle. Trovo notato fra gli appunti: — _Galileo Ferraris._

— È il ricordo d'una corsa fatta con lui per un tratto del viale

Margherita. I giornali avevano pubblicato in quel torno le proposte

fatte dalla Società al Municipio per l'istituzione dei tranvai

elettrici, e spesso, tra i passeggieri, s'udivano su quell'argomento

delle uscite amenissime. Sarebbero forse state più guardinghe le

due eleganti bottegaie o modiste o quidsimile, che ci divertirono

per cinque minuti, se avessero saputo che quel bel signore bruno e

pallido, dal sorriso dolcissimo e dagli occhi socchiusi, il quale

stava leggermente chino per raccogliere, senza farsi scorgere, i loro

discorsi, era un elettricista di fama mondiale. La più giovane, con

un cappellino incoronato di magnolie, giurava che sui nuovi tranvai

elettrici non avrebbe mai messo piede, e domandata dall'altra del

perchè, rispondeva vivamente: — Ma come? _E s'a se scianca 'l fil?_ (E

se si strappa il filo?) Tutto va per aria! — Ma l'amica non si curava

di quel rischio: aveva inteso dire che il maggior pericolo era un

altro: se per inavvertenza, salendo o scendendo, si toccava la cassetta

dov'era “il deposito delle scintille„ c'era da pigliare una scossa da

cadere in terra stecchiti come per una nerbata sulla testa. Come se

la godeva il buon Ferraris, lisciando la barba nera con la sua piccola

mano femminea! Ma non era quella la più amena ch'egli avesse udita in

quei giorni. La sera innanzi, sulla linea del Martinetto, aveva inteso

un vecchietto ciaccolone fare i più neri pronostici su quei novi fili

che stavano per aggiungersi ai troppi altri già distesi fra casa e

casa; i quali, saturando l'aria di elettricità, erano cagione di tanti

sconcerti nervosi, di tante malattie bisbetiche e stravaganze d'idee e

audacie matte di partiti sovversivi, per cui il mondo andava diventando

un inferno. Che strana cosa, non è vero? In una delle città più colte

d'Italia, intorno alle maraviglie della scienza, forza e gloria d'una

civiltà di cui insuperbiscono tutti, udire presso a poco gli stessi

discorsi che s'udrebbero sulle rive del Victoria Nianza o in mezzo alle

foreste del Gran Chaco! — Basta — concluse la modista giovane — non

sanno proprio più che diavolerie inventare per accorciarci la vita. —

Delizioso! — disse il Ferraris. Quella si voltò, e al vedere quel bel

signore bruno che, pur avendo l'aria d'intendersene più di lei, pareva

che consentisse nel suo giudizio, gli fece un sorrisetto di simpatia e

di gratitudine.

*

È di quei giorni una pagina sui “fenomeni d'elettricità erotica„ che

posso trascrivere tal quale. “È l'avvicinarsi, che si sente nell'aria,

della stagione sentimentale, è il pensiero che sia questo l'ultimo

mese delle giardiniere, così propizie all'osservazione del bel sesso,

e l'ultimo dei leggieri e scarsi vestiti estivi, ai quali succederanno

tra poco gli alti colletti che fasciano i colli e gli ampi mantelli

che nascondon le vite, son queste od altre le cagioni, per cui noto ora

negli erotici un'intensità di sguardo, una fissità di contemplazione,

un languore di voluttà più cascante che nei giorni dei grandi calori?

Curiosissimo il tipo osservato stamani sulla linea di Madama Cristina:

un signore vestito correttamente, con gli occhiali d'oro e una barba

di sultano, d'una pallidezza e d'una serietà d'Amleto maturo; il quale,

stando ritto in fondo alla giardiniera, con una spalla appoggiata alla

colonnina, a ogni signora che salisse o scendesse da quella parte,

sporgeva in fuori il busto e il capo per conoscere da quale calzoleria

provenisse il suo stivaletto; ma con un piegamento guardingo,

percettibile appena, della persona, che io gli vedevo preparare con

un moto avanti del piede su cui doveva appoggiare, ogni volta che da

quel lato della strada suonava un _alt_ femminile. Quell'atto ripetuto

di scolaresca curiosità sessuale, fanciullescamente dissimulata,

faceva un contrasto altamente comico con la quasi tragica gravità

del suo viso barbuto, e anche più comico all'immaginare i pensieri

ch'egli doveva volgere in capo, ma di cui non un lampo appariva dietro

agli occhiali d'oro, in quegli occhi sporgenti, grigi, muti come due

palle di cristallo. Ah, se si potesse, in un solo tranvai, penetrar

con la mente dietro al velo misterioso di tanti visi gravi, freddi,

innocenti o indifferenti, che mostruoso guazzabuglio si scoprirebbe di

pensieri e d'immaginazioni, di desideri e di propositi, infinitamente

diversi da quelli che le maschere fanno supporre! Un viso eccettuato,

peraltro: quello della “vergine morta„ che salì al crocicchio del

corso Valentino, e per la quale gli occhiali d'oro si sporsero avanti

come per l'altre; un viso così bianco, così puro, così virgineo da

far giurare che non nascondesse mai neppur l'ombra d'un pensiero che

la bocca non potesse esprimere, e che non sarebbe potuto arrossire

nemmeno s'ella avesse saputo che lo sguardo di quegli occhiali vedeva

a traverso ai panni la sua nudità. Come sempre, si voltarono tutti

a guardarla; ma sul suo viso di marmo candido neanche questa volta

non tremò un muscolo, non passò un lampo, non guizzò il barlume d'un

sentimento di compiacenza. Soltanto, quando fu seduta, cosa insolita,

girò il capo a destra e a sinistra, con un movimento vivace, come

se cercasse per la via qualcheduno, da cui sospettasse d'esser

cercata....„

*

Feci riguardo agli erotici, i giorni appresso, quest'altra

osservazione: che si possono ascrivere alla famiglia loro quasi tutti

quei baldanzosi, i quali, nonostante il peso degli anni e della pancia,

che li dovrebbe render prudenti, rischiano ogni momento d'andare a

letto per quaranta giorni, saltando sul tranvai mentre corre. La più

parte, in fatti, saltano per la donna. Hop! Hop! E là! Cinquant'anni

e vedete che leggerezza! È divertente studiare i diversi campioni. Per

parte d'alcuni, che la compiono con disinvoltura, la prodezza può far

colpo; ma ad altri tolgono ogni virtù di seduzione lo sguardo ansioso

che fissano sul punto di mira, gli atti scomposti della rincorsa, lo

sgomento che mostrano in viso del pericolo corso, e la pena che durano,

dopo seduti, a ricomporre la carcassa, soffiando come foche: quando

pure non cascan sulla panca malamente, aggrappandosi alla colonnina

come a una corda di salvamento, col cappello sbiecato e la parrucca

andata di traverso. Ah, vecchi peccatori impenitenti e temerari! Ma

se sul tranvai non c'è bel sesso, non c'è caso che si cimentino. E

gareggiano nobilmente tra di loro, e sono gelosi del salto più snello e

più aggraziato dei giovani. Ne fui testimonio la mattina sulla linea di

via Cernaia. Uno di questi vecchi acrobati galanti, con tanto di panama

e di sottoveste bianca, che pareva tinto col granatino, aveva fatto la

sua prova in piazza San Martino. Poco dopo, mentre s'andava di tutta

corsa, un giovanotto biondo e asciutto, vestito da damerino, saltò su

egli pure, ma da tre passi distante, e senz'afferrarsi alla colonnina:

un vero salto da maestro. Non era che il primo saggio. Passato il corso

Siccardi, saltò giù, corse a un banco, prese un giornale, raggiunse di

volo il tranvai, e vi saltò sopra come prima. Le signore si voltarono

a guardarlo. All'imboccatura di via Santa Teresa, saltò giù un'altra

volta, corse alla buca delle lettere, vi buttò dentro una cartolina, e

poi da capo una corsa, e un salto, e ritto là sulla piattaforma. S'alzò

un mormorio di stupore: non s'era mai vista una cosa simile: le signore

n'erano ammirate; fu un vero trionfo. Ma l'uomo del panama, ingelosito,

ruppe l'incanto. Si chinò un poco verso le signore dell'ultima panca e

disse abbastanza forte: — È il Tony della compagnia equestre del Balbo,

quello che salta otto cavalli. — Poi soggiunse, scrollando una spalla:

— Sfido io; è la sua professione! — e detto questo, dopo aver dondolato

un po' il piede fuori del montatoio, si lasciò andar giù sulla strada

con mollezza elegante, — vendicato.

*

Uno che non salta, per esempio, è il cavalier Bicchierino. Lo vidi

salire il giorno dopo sulla giardiniera di via Garibaldi, mentre

stavo sulla piattaforma in fondo con l'operaio lattoniere, vestito

dei suoi panni da lavoro, con un tubo da gas acciambellato sotto il

braccio. Posato e preciso in ogni cosa, egli fece fermare alzando e

abbassando tre volte la canna come un antico capo tamburo, non salì

che dopo aver guardato se i cavalli eran ben fermi, e non sedette

sull'ultima panca che dopo averla spolverata accuratamente col

fazzoletto. Poi, per riassestarsi addosso i panni scomposti nella

salita, scrollò un po' il capo e le spalle, come fa la gallina per

scoter le penne, e, compiuta quell'operazione, non si mosse più. Era

proprio un destino ch'io non potessi mai conquistare durevolmente

l'animo suo. Il lattoniere, con la sua serietà e lentezza solita

di pensatore, aveva avviato un discorso sulle nuove funzioni dei

municipi in Inghilterra, delle quali s'occupava da qualche tempo,

nelle ore rubate al sonno, con la diligenza che gli era propria,

ritagliando notizie da giornali e trascrivendo periodi da riviste

nel suo grosso vademecum di conferenziere. Interrottosi un istante

per osservare l'operazione d'insediamento del signore sconosciuto,

ripigliò: — Quando lo diciamo noi, pare che sian cose dell'altro mondo.

Ma il municipio di Birmingham, per esempio, quando saranno passati

i settantacinque anni per cui diede in enfiteusi agli impresari il

terreno per lo sventramento, resterà ben padrone di tutte le case

costrutte, con un reddito annuale di cento mila sterline. E questo è

bene un passo sulla strada che condurrà il municipio ad essere come il

direttore d'una grande impresa cooperativa di cui ogni cittadino sarà

azionista.... —

Un movimento leggerissimo delle spalle del cavaliere m'avvertì ch'egli

aveva inteso le ultime parole e un'inclinazione appena visibile del suo

capo m'avvertì che stava in ascolto.

Il lattoniere, accarezzandosi il mento con la mano nera di piombo,

continuò a citare, pacatamente, col tono d'uno che dettasse. — Un gran

numero di città inglesi avevano convertito in servizi municipali, con

piena soddisfazione del pubblico, i servizi dell'acqua potabile, del

gas, della luce elettrica, ricavandone benefizi enormi e ribassando

i prezzi. Il municipio di Glascow s'era assunto anche l'esercizio

dei tranvai, riducendo l'orario degl'impiegati, aumentando i salari

e istituendo le corse di cinque centesimi per mezzo miglio, con un

profitto molto superiore al canone che gli pagavan prima le Società

private.... —

Tutta la disapprovazione che possono esprimere la nuca e la schiena

d'un cittadino io la vidi espressa a quelle parole dall'aspetto

posteriore del cavalier Bicchierino; il quale doveva credere esagerati

iperbolicamente i dati di fatto, se pur non credeva tutte una fantasia

quelle citazioni.

Il lattoniere continuò, insistendo sull'esempio del municipio di

Glascow, che da qualche anno esercita con vantaggio proprio e del

pubblico anche altre funzioni di indole più privata. — Giusto,

perchè il municipio non potrebbe anche incaricarsi di far lavare la

biancheria?

A quest'ultimo colpo, il buon cavalier Bicchierino non si potè più

contenere e si voltò a guardarci mostrandoci negli occhi arrotondati

e nella bocca aperta tutta la stupefazione che può contenere un'anima

umana. Diede uno sguardo all'oratore e un altro a me, che avevo l'aria

d'approvare, e in quello sguardo lessi la mia sentenza. Un uomo che

stava a sentire, acconsentendo, delle stravaganze così spropositate,

delle assurdità così mattamente ridicole, non poteva essere che un

insensato, meritevole della più profonda commiserazione; un uomo da

perdonargli che gli paresse stretta via Garibaldi e che tagliasse il

_Popolo_ con le dita. E dal modo come voltò le spalle e riprese il suo

atteggiamento capii che non mi restava più nessuna, nessuna speranza di

risollevarmi nella sua stima.

*

Feci un'altra corsa disgraziata pochi giorni appresso: il ventidue,

memorando. Era incominciata bene, peraltro. Ero occupato da qualche

tempo a far raccolta fra i passeggieri di tutte quelle espressioni:

— Io dico la verità.... diciamo la verità.... per dir la verità....

siamo sinceri.... francamente parlando.... parliamoci schietto, ecc.,

che, appunto perchè occorrono così maravigliosamente fitte sulla bocca

di tutti, sono una prova patente della quasi universale bugiarderia

degli uomini, nei quali deriva dalla coscienza di mentir quasi sempre

il sospetto di non esser creduti mai. Infervorato in questo lavoro,

ero molto contento quella sera d'avere fatto una buona collezione in

dieci minuti sulla giardiniera del _Foro Boario_, e stavo osservando

con piacere, nella conversazione di due signori, che c'è anche un modo

cortese e usatissimo di darsi a vicenda del bugiardo con le formole:

— Dice la verità?... Ma è vero proprio?... Mi dà la sua parola?... —

quando quel senso misterioso che ci annunzia la presenza d'un nemico

alle spalle mi fece voltare il viso indietro.... e riconobbi gli occhi

malevoli e il pizzo ostile di Guyot; il quale discorreva piano con un

grosso signore sonnecchiante, seduto alla sua destra. Ero ben certo

che mi avrebbe sempre odiato; ma il suo sguardo mi fece capire in

quel punto che la scena del _Grido_ e della _Lotta_ aveva invelenito

terribilmente il suo odio, e che egli covava in petto il proposito

d'una vendetta. — È la sua volta — pensai — non c'è che rassegnarsi. E

stetti aspettando, con l'orecchio all'erta.

Il cuore non m'aveva ingannato. Non passò un minuto che l'udii parlare

con quella particolare sillabazione di chi vuol farsi sentire da

qualcuno, che non è la persona a cui parla. Aveva una curiosa voce, che

pareva uscirgli dalle narici, con un soffio di siringa vuota. Galeotto

della vendetta fu il giornale che teneva fra le mani.

— Ha visto? — domandò al suo vicino. — Hanno sciolto la Camera di

lavoro di Livorno.

E dopo una pausa: — Pare anche che il Codronchi, in Sicilia, si decida

a procedere con energia. Ha sciolto la federazione socialista di

Corleone.

Il signore insonnito rispondeva con monosillabi d'approvazione.

— Ah, quello rimetterà presto le cose al posto. Ha anche fatto

sequestrare il libro di quel Giuffrida....

— Scritto in prigione.

— Scarabocchiato in prigione.

Credevo che fosse finita. Ma l'uomo era ben provvisto di materiali da

guerra. Accennò ancora (e sentii fremere di gioia la sua voce) alla

“bella accoglienza„ fatta ai deputati socialisti francesi e agli altri

fondatori della vetreria d'Alby dagli operai di Carmaux — a fischiate.

— Ora sarò libero, — pensai. No, fu spietato. Biasimò ancora l'amnistia

per i condannati politici, che s'annunciava in quei giorni. — Sa che

comprende anche i facinorosi che son dentro per i fatti di Sicilia e

della Lunigiana.... E ci fanno un bel regalo!

Mi prese una tentazione, e fu un punto che non vi cedessi. Volevo

voltarmi a domandargli perchè non annunciava pure, per amareggiarmi

l'anima, ch'era stato ammazzato il brigante Tiburzi nelle macchie

d'Orbetello. Ma non volli turbare la sua gioia. Ah, la sentivo! Egli

doveva sorridere infernalmente come Giacinta Pezzana nella _Maria

Stuarda_ quando grida:

Ella si parte

Col pugnale nel cuore. Oh vendicata

Io son! Divina gioia!

Eppure, io non avevo in cuore che un sentimento di stupore: che due

uomini, viventi nello stesso tempo e appartenenti alla stessa classe,

potessero pensare e sentire così oppostamente intorno alla più alta

delle quistioni del tempo loro, ed esser così certi tutti e due di

esser nel vero, da provar odio e pietà l'uno per l'altro, come due

creature diverse e nemiche di civiltà, di religione e di razza. Guyot

non parlò più; pensava certamente ch'io non avessi più fiato nel

corpo. Io feci il morto, per mantenerlo nell'illusione. Ma la parola

_facinorosi_, detta da lui, mi ridestò un sospetto: quella parola, me

ne ricordavo bene, ricorreva due volte in quella certa lettera anonima

che avevo ricevuto dopo l'assassinio del presidente Carnot. Che la

lettera fosse proprio sua? Mentre ventilavo quest'idea, egli discese

all'imboccatura di via dell'Arcivescovado, e s'allontanò con passo di

trionfatore, senza degnare d'un ultimo sguardo quello che restava di

me sul tranvai. Da tutta la sua persona traspariva la superba certezza

d'avermi finito.

*

Sulla stessa linea, partendo dalla barriera del Foro boario, all'ora

dell'uscita libera dei soldati, vidi la sera seguente un quadretto

nuovo e bellissimo: una carrozzata d'artiglieri, con una monaca nel

mezzo, di quelle addette alle prigioniere delle vicine carceri; la

quale dava l'immagine di Santa Barbara, protettrice dell'arma, scortata

da un drappello dei suoi guerrieri, che la conducessero in trionfo

a Torino. C'era al freno il protetto di donna Chisciotta. Appena

lo riconobbi, m'andai a sedere accanto a lui, per vedere se era in

bernecche. Non era, o non pareva; aveva la faccia rossa, peraltro, e

rannuvolata, come sempre. Mi diede un'occhiata, come a un viso noto

di frequentatore di tranvai, e partì. Subito dopo attaccò un moccolo

solenne. Erano state tese le catene a traverso il viale, dovendo

passare il treno di Milano: c'era qualche minuto da aspettare. Ahimè!

L'uomo non perdeva che il pelo: appena fermato il tranvai, saltò giù

e corse verso un bancuccio vicino, dove si dava il bicchierino di

“rabbiosa„.

Il fattorino gli gridò dietro: — Guardati che c'è madama!

A quel grido egli si fermò e girò intorno uno sguardo sospettoso.

L'altro diede una risata, e allora egli scrollò le spalle e andò a

bere. Quella _madama_ non poteva essere che donna Chisciotta, nota

ai colleghi di lui come sua protettrice, e precettrice severa e

vigilante di temperanza. Ebbene, se quel _guardati_ aveva avuto forza

d'intimidirlo, voleva dir che l'uomo non era ancora perduto affatto

sulla via della combustione spontanea. Risalì sul tranvai forbendosi la

bocca col dorso della mano, e sferzati i cavalli appena il passaggio

fu libero, principiò a dar fuori quel tanto di filosofia che s'era

messa in corpo per cinque centesimi. Cadevano le foglie secche dagli

alberi di Corso Oporto: egli si mise a dissertare sulle foglie, come

parlando ai cavalli. E una, e due, e tre, e via senza fine: erano le

annunziatrici dell'inverno. Ah, quante cose gli annunciavano: le lunghe

eterne giornate con la pioggia e col vento in faccia, le nebbie fitte

e gelate, la notte alle cinque pomeridiane, le corse interminabili

nella neve, interrotte da lunghe fermate, da cadute di cavalli, da

sviamenti, da fatiche di negri. A un tratto si rivolse a me, come a

un conoscente. E quella _povra fia_ come avrebbe passato l'inverno con

quella scellerata tosse che le schiantava l'anima? Gli dicevano che le

avrebbe giovato l'aria della riviera. Eh si! Ma l'insegna dell'albergo

dove l'avrebbero tenuta gratis, quella non glie la dicevano. Con chi

non ha _di questi_ la morte non fa cerimonie. Sono soltanto i signori

che possono pregarla d'aspettare. — E soltanto dopo questo sfogo, mi

diede la notizia che aveva una figliuola unica, la quale s'era ammalata

e non più rimessa dopo una certa disgrazia. Ma non disse che disgrazia

fosse.

Quando il tranvai fu per attraversare il Corso Umberto, il suo sguardo

si fece fisso e il suo viso s'incupì anche di più, senza ch'io ne

capissi subito la cagione. Non la capii che quando vidi il Corso Oporto

ingombro di sciami di ragazzi che uscivano dalla Scuola municipale

di Monviso. Allora principiò per il pover'uomo una vera tortura. I

ragazzi, inseguendosi in giro e strillando, passavano e ripassavano

a traverso le rotaie, a pochi passi dai cavalli, come per giocare

col pericolo, e il disgraziato cocchiere, mutato in viso, pregava,

minacciava, sagrava invano, stringendo le briglie con le mani tremanti

e volgendo intorno gli occhi dilatati e spauriti, a cui s'alzava

davanti la visione del bambino travolto ed ucciso; e nel viso e in

tutti i movimenti della persona mostrava un contrasto violento e

doloroso tra la furia di uscir di quel passo e la ripugnanza, quasi lo

sgomento di procedere, come se oltre ai ragazzi scorrazzanti qualche

altro impedimento terribile, veduto da lui solo, gli sbarrasse la

strada. Quando finalmente si svoltò in via Venti Settembre, tirò un

lungo respiro e si asciugò il sudore della fronte.

E per tutta la via Venti Settembre non parlò più. Stetti attento quando

si passò nel punto dov'era seguita la disgrazia; ma egli non voltò il

capo: tenne lo sguardo diritto davanti a sè, in fondo alla strada;

con la fronte così alta, però, e con un'attenzione così fissa, da

non lasciar dubbio che fosse forzata. Solo quando si sboccò sul viale

Margherita, tornò a guardare le foglie che cadevano e riprese le sue

considerazioni sull'inverno. — E una, e due, e via, a poco a poco,

l'una dopo l'altra, vengon giù tutte; gli alberi perdono i capelli.

Si sente già l'odore del giorno dei morti. Quest'inverno vuol essere

anche più tristo dell'estate. Cosa ne dice? C'è mai stata un'annata

_pì malheureusa_? Avremo una gran mortalità, certamente. Oh, per quel

che è di me!... Andarsene, è tanto di guadagnato. Ma è veder andar gli

altri.... Oh che brutto mondo!

Ma qui, curvandosi e cacciandosi avanti tutt'a un tratto come per

gettarsi fuori del parapetto, urlò un: — Via! — sgangherato, che mi

diede un rimescolo. Un ragazzo scalzo aveva attraversato le rotaie

sfiorando il muso ai cavalli col capo.

— Ah! questi ragazzi! — esclamò poi con voce quasi di pianto. — Questi

ragazzi mi faranno morir disperato! — e fermato il tranvai vicino al

casotto di piazza Emanuele Filiberto, sbattè le redini sul parapetto

con un atto di desolazione....

*

Quelle ultime giornate del mese furono per le mie escursioni le più

piacevoli dell'annata. Era il mio punto di partenza Porta Palazzo,

donde passano o si diramano otto linee dirette ai sobborghi più

lontani, e la mia linea preferita quella del Ponte Isabella; la quale

percorsi l'ultima volta in una di quelle mattinate dolci e chiare di

fin d'ottobre, in cui si confonde col sorriso della stagione che se

ne va la malinconia di quella che viene, e si sente nell'aria come la

mestizia d'un addio. Attraversato il centro della città, e percorso

un gran tratto di quella interminabile via Cristina di cui sfugge il

fondo allo sguardo, si svolta nel viale ridente di Raffaello, e di

là si esce all'aperto, fra la fuga dei nuovi edifici universitari, ai

quali i camini altissimi dalla forma di minareti danno l'aspetto d'un

enorme falanstero orientale, e l'ultimo lembo del grande parco del

Valentino, che si ristringe lungo la riva e va a finire con un bacio

nel fiume. Qui nulla parla del passato, tutto è giovinezza e speranza,

e par che non ci giunga il rumore e il fumo della battaglia della vita.

Si attraversa una piccola città adolescente, tutta nomi di poeti e

d'artisti, dove poche case rustiche resistono ancora all'assalto dei

villini e dei palazzi, brillanti avanguardie cittadine, che da ogni

parte le incalzano e le avvolgono; si arriva allo sbocco del corso

Dante, di là dal quale sorge ancora un altro sobborgo bambino, che va

fino al corso Galileo, ultima onda di Torino, a morire fra i campi;

e si giunge sulla strada di Moncalieri, alle falde dei colli, dove il

tranvai si ferma, in mezzo alla solitudine e al silenzio. E là discesi,

ad aspettare che si ripartisse, ammirando il paesaggio vasto e sereno.

Di qua le rive serpeggianti e solitarie del Po, ristretto e imbrunito

dalle ombre dei boschetti, e la piramide del Monviso all'orizzonte,

già tutta bianca; di là le acque larghe e lucide, rispecchianti il

villaggio medioevale; più oltre, il castello rosso del Valentino; la

mole Antonelliana nel cielo; e dietro di me la collina che cominciava a

ingiallire, macchiata da un folto di pini, come una testa grigia da una

ciocca nera. Tutto era terso e fresco, e l'aria odorava di vegetazione

autunnale; ma pareva che vi corresse ancora un fremito della primavera

e vi passasse già un brivido dell'inverno. Salì sul tranvai una coppia

d'innamorati, che si tenevan per mano; di ritorno da una passeggiata

romantica, forse: rosati in viso, eccitati dalla frescura e dal moto,

luminosi d'amore. Il cocchiere solfeggiava un'arietta guardando le

Alpi. Il grande silenzio non era rotto che dal filo di quella voce e

dai picchi sonori delle lavandaie del fiume, che non si vedevano. Era

uno di quei momenti in cui ci coglie come a tradimento il pensiero

della vecchiezza, e ci rattrista. Guardavo i due amanti, e pensavo:

— Essi sono l'Aprile, ed io.... il mese corrente. — Vedevo di là dal

ponte la trattoria dell'_Olimpo_, appartata e chiusa, che mi ricordava

dei festosi banchetti giovanili, dei cari amici, delle ardenti

discussioni letterarie. Come mi pareva tutto lontano, e la casa, e gli

amici, e le idee discusse! Eppure provavo un conforto vago in quella

pace, come il sentimento d'una dolce rassegnazione, e il principio d'un

riposo infinito. E udii con rammarico il grido brusco del fattorino:

— Via! — come se mi dicesse: — Andiamo! Torniamo allo strepito della

città e alle cure della vita; torniamo a lavorare.... e a invecchiare.

*

Ebbi un altro momento, di quelli che non si scordano, sulla linea

della Crocetta, uno di quegli incontri inaspettati che ci lasciano

stupefatti e pensierosi come se avessero il significato recondito d'un

avvertimento del destino. Allo svolto da Piazza Carlo Felice in via

Sacchi salì sul tranvai un controllore sui cinquant'anni, piccolo e

pingue, con due enormi baffi rossicci brizzolati, che gli mascheravano

mezzo il viso; e incominciò il suo giro sulle pedane per chiedere

i biglietti. Dalla cautela con cui s'aggrappava alle colonnine e

posava i piedi per non cascare, argomentai che fosse nuovo al proprio

ufficio, al quale anche si prestava male la sua corpulenza. Quando mi

fu vicino sulla piattaforma, ancora parato ai miei occhi da due persone

interposte, gl'intesi dir forte al fattorino: — È al numero 136; — e

quella voce risvegliò qualche cosa nella mia memoria, ma così lontano

e confuso, che subito disparve, come l'ombra d'un uccello che passi.

Essendo vuota l'ultima panca, il controllore s'infilò tra questa e

quella accanto, per prendere i biglietti dei passeggieri ch'erano in

piedi. Quando fu davanti a me, mi disse, toccandosi il berretto con

una mano: — Il biglietto, signore.... — e restò con la bocca aperta

e la mano per aria, fissandomi in viso. Ci fissammo così a vicenda,

per qualche secondo, in atto interrogativo, e poi, nello stesso punto,

uscì dalla sua bocca il mio nome e il suo dalla mia. Un intimo impulso

gli fece sporgere il viso, ma si tirò indietro; io mi spinsi innanzi

e gli baciai la guancia; egli mi rese il bacio, e volle dir qualcosa;

ma non potè. Sorridemmo tutti e due, col respiro un po' oppresso. E

un'onda di memorie attraversò la mia mente in un lampo: la Scuola di

Modena, il suo lettuccio di ferro in un angolo del camerone della

quarta squadra, una discussione sull'utilità dell'“ordine sparso„

sotto un albero del giardino ducale, il cappotto bigio chiaro ch'egli

aveva portato dal Collegio militare d'Asti, e un nostro breve incontro

per le vie di Piadena durante la guerra del 66. Da trent'anni non

c'eravamo più visti, e non avevo più avuto notizie di lui. — Ebbene?...

— Ebbene?... — Ma la conversazione s'arrestò lì; c'era gente intorno;

vidi che gli tremavan le labbra; non si poteva proseguire. Fece un

cenno con la mano, come per dirmi: — A più tardi, — e riprese il suo

giro. Controllore! Dopo trent'anni! Lui! Per che vicende era passato?

E ricordai i suoi bei disegni topografici con un tratteggio di montagna

che gl'invidiavo, il suo costante buon umore, la rassegnazione di buon

figliuolo con cui una volta era andato alla cella di rigore, estratto

a sorte per un tumulto della compagnia, al quale non aveva preso

parte. Poi, rifrugando nella mia memoria, mi parve di ricordarmi d'aver

inteso dire molti anni innanzi ch'era andato in America, dove faceva il

maestro elementare. E aspettai con impazienza che i vicini scendessero

per interrogarlo e per dirgli la buona memoria che avevo sempre serbata

di lui. Ma, tutt'a un tratto, egli discese. Dalla strada mi fece ancora

un saluto con la mano, sorridendo, ma con una leggiera espressione di

tristezza; poi voltò le spalle e s'avviò verso il Corso. Aveva ancora

quell'andatura, tal quale, con quell'atteggiamento del capo, con

quelle spalle curve, da cui scappavano le cinghie dello zaino. E lo

seguitai con gli occhi fin che potei, con un senso di stupore misto di

sgomento, pensando che un giorno solo, un caso, un punto della mia vita

avrebbe potuto far sì che un altro mio amico, in quello stesso giorno,

ritrovasse me su quel tranvai, con quel berretto gallonato sul capo, in

atto di dire a lui: — Signore, il biglietto.... — Dopo quel giorno non

lo vidi più.

*

A questa avventura di romanzo succedette una scena di farsaccia,

che vorrei non aver veduta, e che racconto soltanto per non lasciar

nulla da parte di quanto può accadere sulla carrozza di tutti. Ma

chi avrebbe potuto prevedere una scenata simile osservando quella

giardiniera pochi minuti avanti, quando la raggiunsi in piazza

dello Statuto? Era proprio una carrozzata di gente per bene, alla

quale disdiceva intollerabilmente un cartello sospeso al di sopra

della panca di mezzo, con su scritto in grossi caratteri: — _Letame

di cavallo. Trovasi in vendita a pressi convenientissimi presso la

Società Belga._ — Vedo ancora sulla panca in fondo un consigliere

comunale e un medico militare in divisa; più in qua un generale di

brigata pensionato, con la _Gazzetta di Torino_ fra le mani; due

maestre della Scuola Sclopis; signore, signorine, faccie rispettabili

di grossi contribuenti e d'impiegati da tremila in su. Regnavano

tra quella eletta di passeggieri la pace e il Galateo; il mormorio

discreto delle conversazioni era coperto dallo scalpitìo dei cavalli

lanciati al galoppo; nulla dava indizio dello scoppio che doveva

avvenire. All'improvviso, dando le spalle alla compagnia, sentii il

suono d'una ceffata e due grida furenti: — _Baloss!_ — e: — _Canaia!_,

e voltandomi, vidi alle prese nel mezzo due signori senza cappello,

che con una mano si tenevano afferrati a vicenda per la cravatta e

con l'altra si barattavano delle mazzate sul capo; una signora che

gridava, altre che si preparavano a svenire, uomini saliti sulle panche

per separare i lottatori, e poi un gruppo stretto intorno a questi, di

cui non m'apparivano più che le due teste scarmigliate e i due bastoni

branditi. La lotta cessò subito; ma i due nemici non s'allentarono, e

rimasero in quell'atto di rappresentanti della “situazione europea„

ciascuno tenendo l'altro per la gola, come per dire: — Se non mi

picchi, non picchio; se ti muovi, t'accoppo. — E quella coppia così

atteggiata, su quella carrozza che correva, faceva uno strano effetto,

come d'un quadro plastico, concorrente al premio, portato in giro

sopra un carro di carnevale. Il cocchiere aveva appena fermato, che i

due campioni si allentarono e si rimisero a sedere, improvvisamente

racquetati dal pensiero del cappello volato via; e allora la corsa

ripigliò. Ma non mi riuscì neanche allora di vederli in viso perchè

restavano in piedi i loro vicini, intesi a sedare la contesa verbale

che ricominciava; nè potei capire che cosa dicessero, perchè il cicalìo

dei commentatori soverchiava la loro voce. Le notizie che arrivarono

fino a me eran contradditorie. Chi diceva che fosse nata la lite dal

fumo che l'uno dei due mandava in viso alla moglie dell'altro; chi

diceva invece d'un piede dato nelle reni alla signora per sbadataggine;

chi asseriva che non si trattasse d'un piede sbadato, ma d'una mano

investigatrice. Quello in cui tutti concordavano era che alla ceffata

maritale aveva dato la mossa decisiva un _boric_ nudo e crudo opposto

dall'altro ad un'osservazione vivace. Finalmente, quando i pacieri

sedettero, riconobbi la triade alle facce pallide e convulse e ai

due cappelli magagnati: una bella donnina col nasino all'in su, un

marito col viso bitorzoluto, e un biondo secco coi baffi sovversivi,

all'ultima moda. E fu il cocchiere, una faccia di ex carrettiere

burlone, che, rivoltando in bocca una cicca, dedusse la morale

dell'avvenimento. — S'ha un bel dire —, disse, fra due sputate nere —,

bene educati, male educati.... signori e povera gente, quando c'è di

mezzo _la fumela_, se le ammollano tutti ad un modo....

*

Con quest'avventura volgare dovrei chiuder l'ottobre, se proprio la

penultima sera del mese, per andare allo Sferisterio, non avessi avuto

la buona ispirazione di salire sulla giardiniera della linea dei Viali,

nel punto dove il Corso Oddone sbocca sul Corso Margherita. Salendo,

vidi alzarsi un cappello a cencio da una testa che a tutta prima mi

riuscì nuova; ma nell'atto di sedere sulla panca davanti riconobbi un

muratore venuto tre anni addietro a casa mia per darmi dei ragguagli

intorno al lavoro dei garzoni, quando pensavo di scrivere sulle fatiche

precoci dei ragazzi; e nell'atto stesso vidi accanto a lui l'operaio

della caramella, sua moglie e il piccino, seduti anch'essi sulla stessa

panca. Vidi passar nell'occhio del marito, nel momento che si fissò nel

mio, il ricordo di quella scena: non altro che un'ombra sfuggevole,

ma che era ancora di rancor voluto, più che di rammarico, e al tempo

stesso una mal celata espressione di stupore ch'io fossi conosciuto e

salutato quasi amichevolmente dal suo compagno. Sedetti, voltando le

spalle a lui e agli altri tre, e stetti in una vaga aspettazione, non

so ben di che, inquieta, e pure piacevole, pensando che la curiosità

gli avrebbe fatto domandare all'amico chi fosse lo sconosciuto ch'egli

aveva offeso, e che una parola di quello sarebbe bastata a mutargli

in tutt'altro senso quell'antipatia cieca, ch'era nata, come tante

nascono, non dal risentimento d'un torto patito, ma dalla coscienza

amara e dispettosa d'un torto fatto.

Appena seduto, in fatti, udii delle voci sommesse, da cui compresi che

le teste si erano avvicinate; ma durarono pochi secondi, e la brevità

del colloquio, appunto, m'accertò di quanto già l'altra volta m'aveva

fatto supporre il giornale che gli avevo visto leggere: che, soltanto

il mio viso essendogli sconosciuto, non gli sarebbe occorsa alcun'altra

notizia o spiegazione quando avesse inteso il mio nome. Seguì un

silenzio lungo, durante il quale mi parve di sentirmi entrar per la

nuca e scendermi dal cervello nel cuore i suoi pensieri. L'ascoltavo,

udivo le sue parole come se veramente le pronunciasse. E gli rispondevo

dentro di me: — Vedi che ti sei ingannato. Ah certo, fu una trafittura

al cuore che tu m'hai dato. Ma non credere, non t'ho serbato rancore.

Io ho capito. Eri senza lavoro, abbandonato, infelice; eri sdegnato

contro la società, e ti è parso uno scherno ch'essa porgesse un dolce

al tuo bambino mentre negava il pane a te, a lui e a sua madre. Pensa

se non t'ho capito e scusato! — E pensavo pure ch'egli avrebbe voluto

fare un atto, dirmi una parola che m'esprimesse il suo sentimento; ma

non immaginavo in qual modo si sarebbe potuto esprimere senza fare al

proprio orgoglio una violenza che sapevo difficile, io che in tanti

altri casi simili non ero riuscito a farla al mio. — Non farà e non

dirà nulla — pensavo — mi saluterà al momento dì scendere, e sarà

tutto. Ma basterà questo. Purchè io sia certo che ha mutato sentimento;

che importa che me lo dichiari a parole?

Ebbene, m'ingannavo. Nel punto che si svoltava sul corso San Maurizio,

udii di nuovo un rapido bisbiglio dietro di me, poi un breve silenzio,

poi qualche cosa come un peso mutato di posto, e mentre mi domandavo

che cosa potesse essere quell'armeggio, mi sentii prima un alito

nell'orecchio, poi una piccola mano sopra la spalla, poi una bocca

infantile che strisciò la mia guancia. Ah, caro bambino! Me lo

porgevano. Era lui il messaggiero muto, il pegno palpitante della

riconciliazione. Potete immaginare come me lo presi....

La Carrozza di tutti · 第 15 / 33 题