CAPITOLO UNDECIMO.

Novembre.

Quanto più s'avvicinava la fine dell'anno, tanto più sovente pensavo al

giorno in cui avrei abbandonato la “carrozza di tutti„ che era da molto

tempo il mio pensiero assiduo; e presentivo che sarebbe stato triste

per me, come per il romanziere il separarsi dal mondo del suo romanzo;

con questa differenza, ch'io non mi separavo da fantasmi, ma da gente

viva. Avrei continuato a correre sui tranvai, certamente, e a vedere

i miei personaggi e scene e casi curiosi; ma con la mente occupata

da altri pensieri, non osservando più che per caso, non facendo più

gite con quel proposito, non più tendendo l'orecchio, nè cercando o

interrogando; e i miei personaggi familiari si sarebbero sbiaditi a

poco a poco ai miei occhi, per rientrare poi e finir con perdersi nella

folla. Sì, col novantasei si sarebbe chiuso un anno veramente singolare

della mia vita, e benchè ne desiderassi la fine per riacquistare la

mia libertà di spirito, pure avrei voluto insieme che si allontanasse;

e per questo moltiplicai le corse, in quell'ultimo periodo, e cercai e

osservai con più viva alacrità avvenimenti e persone, come per vivere

più intensamente e prolungare nel mio pensiero il breve tratto di

tempo che mi rimaneva. Intanto, qualche cosa essendo trapelato del mio

disegno, io cominciavo a vedermi guardato da cocchieri e da fattorini

con un'espressione insolita di curiosità, assai diversa negli uni e

negli altri secondo il concetto che s'erano formati di quello ch'io

intendessi di fare, e dello scopo del mio lavoro. Alcuni, quando li

interrogavo, mi guardavano con un'aria di stupore comico, come una

bestia rara, un bel capo matto, che stillasse sul loro conto qualche

stramberia misteriosa, inaccessibile affatto a qualsiasi sforzo

della loro immaginazione. Altri pensavano ch'io volessi dare una

gran battaglia con la _piuma_ in loro favore, e, comunque esordissi

con le mie domande, tiravano subito il discorso sul servizio duro e

sulla paga scarsa e su torti fatti a loro o ad altri, suggerendomi

proposte dì riforme _ab imis_ e argomenti di tirate tribunizie. Ma

ne trovai anche parecchi, che, sospettando in me un ferro di polizia

della _Belga_ o della _Torinese_, un furbo mariuolo che, col pretesto

di fabbricare un romanzo, tirasse a far cantare gl'impiegati per

regola e norma delle Amministrazioni, stavano in guardia, e ad ogni

mia più innocente domanda, anche lontanissima dall'argomento sospetto,

s'affrettavano a rispondere: — Ah, io non potrei dir nulla; non ho da

lagnarmi; faccio il mio dovere, son trattato bene.... cosicchè.... —;

e il cosicchè voleva dire: — Non mordo all'amo; ne peschi un altro. —

Quello che diede più vicino al segno fu Carlin; il quale, la prima sera

di novembre, sul tranvai dei Viali, mi si piantò in faccia sorridendo,

e con l'aria di chi ha scoperto in un amico l'intenzione di fargli un

tiro burlesco: — Ah, dunque, — mi disse, — lei _ci vuol metter tutti in

poesia_?

*

È quella una corsa che deve fare, il giorno dei Santi, chi cerca lo

spettacolo, non frequente a Torino, d'una grande moltitudine. Per il

corso Margherita, per tutte le strade che vanno dal centro alla riva

della Dora, sui ponti, sui viali del Regio Parco e per i sentieri a

traverso i prati, s'allungavano cento processioni umane dirette al

cimitero, cento torrenti e rigagnoli neri, che travolgevano nelle loro

onde lente una profusione mirabile di fiori, come se avessero spogliato

nel loro corso tutti i giardini della campagna di Torino. Il tranvai

spezzava in due, a ogni tratto, delle grandi frotte di gente, così

fitte e restìe a separarsi da parere stuoli enormi tutti di parenti

e d'amici; famiglie numerose come tribù, dal nonno curvo ai nipotini

condotti per mano, precedute dall'uomo più robusto, portante una

grande corona; file di uomini e di donne, con corone piccole fra le

mani, che facevano ala per un momento al nostro passaggio, mostrando

una varietà infinita di visi pensierosi, spensierati, tristi, sereni,

alcuni improntati d'un dolore recente, i più di indifferenza o di noia;

e in quella grande moltitudine un grande silenzio, come in un esercito

disarmato e prigioniero. Sulla giardiniera c'era un carico di corone e

di ghirlande, adagiate o tenute ritte sulle ginocchia da signore e da

donne del popolo; alcune di viole del pensiero e di rose bellissime;

e forse ci sedeva già vicino e le adocchiava il ladro mortuario che

ne avrebbe rubato il nastro la notte. O carrozza di tutti, piccolo

panorama del mondo a dieci centesimi! Stando ritto in fondo, vedevo

dentro il vano d'una gran corona di mirto e di semprevivi le teste

combaciate d'un giovane e d'una ragazza che tortoreggiavano sulla

panca davanti, e quell'idillio chiuso in quella cornice funebre mi

faceva pensare a quante altre parole d'amore si sarebbero scambiate

quel giorno, a quanti innamorati avrebbero pedinato le belle in

mezzo alle croci e alle tombe, spandendo qua e là sulle iscrizioni

dolorose la gioia degli sguardi e dei sorrisi corrisposti. Una povera

donna, seduta davanti a me, teneva fra le mani una piccola corona di

crisantemi violetti, da pochi soldi, che doveva esser destinata a un

bambino, e parlava, parlava con voce accorata, come facendo uno sfogo,

al marito duro, che non rispondeva. Ah, che pietà! Da qualche parola

capii che la corona le pareva troppo misera, indegna del suo caro

morticino, e che rinfacciava all'uomo l'avarizia crudele o il danaro

sciupato all'osteria, che le aveva tolto di comprare una corona più

bella. — _Pover cit, va!_ — diceva. — _Pover cit!_ — con un accento

di compassione e di tristezza che stringeva l'anima, e guardava e

rivolgeva la corona fra le mani con l'atto d'una bambina delusa e

umiliata del regalo lungamente desiderato, lanciando tratto tratto

delle occhiate d'invidia triste alle altre corone grandi e ricche, che

le stavano intorno. Ci son piccoli dolori che fanno più pena delle

grandi sventure. Mi dovetti voltare da un'altra parte, quando la

povera madre discese al ponte delle Benne; dovetti guardare verso il

Corso San Maurizio, che altri tranvai risalivano, pieni anch'essi di

gente e di corone, tagliando una grande processione nera riversantesi

da via Rossini in via Reggio, simile anche essa a un torrente su cui

galleggiassero tutti i fiori delle sue rive predate.

*

Rifeci la stessa strada il giorno dei morti; ma la gente era scarsa,

e velata da una nebbia umida, in cui le file dei lontani apparivano

come processioni d'ombre, che ritornassero dalla città al cimitero,

dopo aver reso ai parenti la visita del giorno innanzi. Pareva una

serata d'inverno. Sulla giardiniera c'eran poche persone. Tutta la

mia attenzione fu attratta da una sola. Sedeva sopra una delle ultime

panche, in mezzo a uno spazio vuoto, una signora di quarant'anni,

vestita di seta nera sbiadita, con una miseria di cappellino nero,

guernito di rose selvatiche, e una piccola corona fra le mani, di

perline nere e gialle, sulla quale erano disegnate due iniziali. Quelle

povere rose, benchè pallide e sciupate, parevano ancor fresche e d'un

rosso vivo appetto alla pallidezza cadaverica del suo viso infossato

alle guance, smunto e secco come un teschio con la pelle; nel quale

brillavano d'una fiamma febbrile due occhi dilatati e fissi, esprimenti

una stanchezza mortale, una tristezza infinita. Quella veste logora

disegnava le forme non d'un corpo, ma d'uno scheletro, e dalla pelle

delle tempie e del collo trasparivano le vene come le righe d'uno

scritto dalla carta velina. La corona diceva: — Sono afflitta; — la

veste: — Son povera; — il viso: — Son moribonda. — Pareva che portasse

quei fiori al camposanto per sè medesima. Aveva l'aspetto d'una vecchia

ragazza; era senza dubbio una signora caduta in povertà; sola al mondo,

forse. Tutt'a un tratto, le prese un accesso di tosse; con un brusco

movimento appoggiò un braccio sulla spalliera davanti, chinò il capo

sul braccio, e si mise a tossire, riscotendosi tutta a ogni schianto,

violentemente, come alle strette d'un artiglio che le frugasse le

viscere, e inarcando le spalle ossute e il busto lungo, d'una eguale

strettezza dalle spalle alla cintura, come un tronco d'alberella

incurvato, che un colpo di vento può infrangere. E tossì, tossì,

senza tregua e senza fine, in un atteggiamento d'abbandono sconsolato,

facendo dondolar le rose del cappellino e tenendo la corona in là col

braccio teso per non sciuparla; tossì d'una tosse fischiante, faticosa,

implacabile, che quando pareva sul punto di cessare ripigliava più

fitta e più aspra, come se non fosse dovuta cessare mai più, come se

fosse stata un linguaggio, un'effusione di parole confuse, il racconto

appassionato d'una lunga vita di miserie e d'angoscie, un'invocazione

ardente, ostinata, disperata della morte. I pochi passeggieri stavano

a guardarla con un'espressione mista di pietà e di ribrezzo. — Quella

lì, — disse forte il fattorino, — non farà le feste di Natale. — Bruto!

— gli dissi col cuore e con gli occhi. Un ragazzetto, voltato verso

di lei dalla panca vicina, rideva. Finalmente, quando il tranvai fu a

cento passi dal piazzale delle Benne, la disgraziata smise di tossire,

e rialzato il capo, sfinita di forze, s'assicurò subito che la corona

non si fosse guastata, palpandola qua e là con la sua mano di morta;

poi, come ricordandosi a un tratto dello spettacolo che aveva dato

di sè, girò sui vicini uno sguardo velato, umile, quasi vergognoso,

come di chi chiede scusa d'un'offesa involontaria, e alzò a stento il

braccio che pareva un osso, per far cenno di fermare. Quanto è male

giudicare il cuore della gente incolta da una parola villana! Fu il

fattorino, fu il _bruto_, che prima di lei saltò giù dalla carrozza

e con un atto di premura rispettosa e triste le porse la mano per

aiutarla a scendere. Io non avrei detto quella parola; ma non avrei

fatto quell'atto. Ah, la rettorica dei cuori gentili!

*

Il principio dl novembre mi portò ancora un'altra tristezza. Pochi

giorni dopo, in una mattinata piovosa e malinconica, salii in Piazza

dello Statuto sul tranvai del Martinetto, dove trovai Carlin, che

mi diresse subito la parola per espandere un suo caldo sentimento

d'ammirazione. — Ha letto, eh? Quel Kossuth! Quelli son vecchi di

polso! A quell'età, battersi in duello! Hanno un bel dire; ma non

ne nasce più.... Sacrestia! Ebbene, mi fa piacere. — Aveva letto nel

giornale la notizia del duello seguito a Pesth fra i deputati Kossuth

e Ugron per una quistione politica, e credeva che si trattasse del

padre, di cui ignorava la morte. Egli lo conosceva, il grand'uomo; glie

l'avevano indicato una volta in tranvai sulla linea della barriera di

Casale, e gli pareva miracoloso, giustamente, che quell'uomo facesse

ancora valere le sue ragioni col _saber_. Quando gli dissi che il

duellante era il figlio, e che il vecchio Kossuth era morto l'anno

prima, rimase stupefatto. Poi, essendoglisi chiarita la memoria,

per dissimulare la vergogna del granchio, voltò all'improvviso la

sua ammirazione verso il Chionio, l'autore del _Tempo che farà_,

il quale aveva predetto la pioggia appunto per quel giorno: — Un

altro grand'uomo quello, una testa che fa onore a Torino. — Intanto

s'era infilato via Garibaldi. Passato appena il canto di via delle

Scuole, il tranvai fu arrestato da un convoglio funebre: un meschino

carro di terza classe, a cui era appesa una piccola corona di edera,

preceduto da una ventina di _figlie verdi_, e seguito da un prete

e da poche altre persone, la più parte vecchi, curvi e zoppicanti

sotto gli ombrelli: una cosa misera e triste quanto si può dire,

sotto quell'acqua fitta, in quella strada rumorosa, dove nessuno si

voltava neanche a guardare, in mezzo a quei muri tappezzati d'annunzi

teatrali raggrinziti dalla pioggia. Mentre notavo che i più di quei

vecchi avevano un nastro all'occhiello, vidi davanti a loro, sotto

il carro, un piccolo cane tutto impillaccherato, che mi parea di

riconoscere.... Eh, sì, proprio, era Ciuchetto. O mio povero buon

veterano! Era lui, dunque, che portavano via! E infatti, voltatomi

a guardar la porta da cui il carro s'era mosso, lessi il numero 43,

la porta donde avevo visto uscir tante volte il caro vecchio, con la

mano in alto, per accennare al cocchiere che fermasse. Povero mio buon

veterano! L'avevo trovato l'ultima volta così contento della sua gita

ai laghi d'Avigliana e del matrimonio del principe di Napoli. E anche

quella mattina, all'ora solita, in quel luogo solito, egli aveva fatto

fermare il suo tranvai; ma non più alzando la mano, poveretto, e non

più per salire: egli era salito sopra un'altra carrozza, tutta per lui,

e diretta fuor della cinta; e il suo povero Ciuchetto, il suo ultimo

amico, lo accompagnava per l'ultima volta, rimasto solo al mondo, solo

e senza pane, com'egli aveva tristamente previsto. Ebbene, egli aveva

compiuto il suo cammino, il buon vecchio, e andava a riposare in pace;

ma quel povero cane infangato, che andava in capo al corteo come il

parente più prossimo, abbandonato e triste come un orfano, era più

compassionevole a vedere del carro che gli portava via il suo padrone.

E per un pezzo non mi potei più liberare dall'immagine di lui, che

sarebbe ritornato dal cimitero solo, verso la grande città annebbiata,

dove non aveva più tetto e non l'amava più alcuno....

*

Fu il professore azzeccasonetti il mio primo incontro lieto del mese;

lieto non per suo merito, ma in grazia del caso. Mi colse in un momento

buono per lui, una sera di festa, sopra una piattaforma dov'eravamo

già in sei più del numero legale, stretti, accalcati in maniera che

non avrei potuto fare il minimo atto di difesa; ma, con mia gran

meraviglia, non m'investì subito. Era d'un umore orrendo, coi baffi

irti come penne d'istrice, furibondo contro il direttore d'un giornale

letterario che aveva rifiutato i suoi versi: un asino, un cretino che

avrebbe “cestinato„ un canto anonimo del Leopardi ed empiva le colonne

di porcherie. — Già, ha pubblicato anche delle cose sue, — mi disse

senz'ombra d'intenzione offensiva; — lei lo deve conoscere. — E mi

credevo già al sicuro, quando egli aggiunse: — Senta però come l'ho

conciato.... un sonetto che è un vero schiaffo di quattordici dita....

— Mi vidi perso; ma fui salvato. Salì sulla piattaforma, ridendo

sonoramente, un bel fusto di ragazza rosata, scarmigliata, sfrontata,

abbondante di tutto, mezza brilla e col diavolo in corpo; la quale

mise lo scompiglio in quel serra serra e tagliò in bocca a lui il primo

verso. Tentò d'entrare nell'uscio, non potè; si cacciò avanti e disse

una facezia grassa al cocchiere; poi si rifece indietro, e poi a destra

e a sinistra; in mezzo minuto scomodò tutti e rise con tutti, rigirando

sopra sè stessa e cascando a ogni sobbalzo del tranvai ora addosso agli

uni ora agli altri, che le scoccavano in viso degli scherzi, a cui essa

ribatteva con una risata, mettendo in tutte le nari l'odore dei suoi

capelli e il calore del suo fiato. E fu un bel vedere la scintillaccia

che diè fuori da tutti quei visi barbuti e gravi, senza distinzione

d'età nè di classe. Fu come l'effetto d'una candela accesa in mezzo

a uno sciame di farfalloni assopiti. C'erano degli operai, dei padri

di famiglia in cilindro, un consigliere della Corte d'Appello con una

faccia che pareva il frontespizio del Codice, un vecchio impiegato

dell'Intendenza di finanza, e degli studenti, che poco prima si

guardavano per traverso, uggiti dal contatto reciproco, e imbronciati

gli uni contro gli altri. Ed eccoli ora, quasi riconciliati e

affratellati per incanto, mostrare tutti negli occhi il luccichìo d'un

giolito comune e scambiarsi dei sorrisi quasi amichevoli, come gente

che trinchi insieme toccando i bicchieri. Eterno femminino! E anche

il poeta, attaccato dal contagio, teneva fissi gli occhi su quella

capigliatura scomposta e insolente che di tratto in tratto sfiorava la

bazza a lui pure, e mi pareva che il velarsi improvviso del suo sguardo

accusasse ogni tanto un movimento indagatore del ginocchio; ma guizzava

a un tempo sulla sua bocca l'espressione d'un altro sentimento. Era un

sentimento di dispetto, un'umiliazione amara al pensare che poca cosa

fosse la potenza della poesia, sua consolazione e suo orgoglio, se

bastava l'apparizione d'una qualunque giovine asinella in calore, non

solo a distogliere gli altri dall'ascoltarlo, ma a scompigliare nella

sua mente stessa i “sudati carmi„ e a mutare in tutt'altro ardore il

suo fuoco sacro. Quando la ragazza, lanciato in giro un _cerea_ burlone

che mostrava la coscienza degli effetti prodotti, discese d'un salto,

egli aprì la bocca per ricominciare; ma, anch'io discendendo, non ebbe

più che il tempo di vibrarmi la prima metà del primo endecasillabo, che

mi restò confitto nella schiena come un dardo spezzato.

*

Il secondo che ritrovai fu Desbottonass, una sera di domenica, sul

corso Cairoli, in uno stato miserando. Egli salì a stento sulla

piattaforma, sorretto per le ascelle da sua moglie grigia e rannuvolata

come il cielo, e appena su, si aggrappò alla colonnina e resistette

ostinatamente alle istanze della povera donna, che lo voleva tirar

dentro, per timore d'una caduta. Rimase lì, afferrato con una mano al

ferro e appoggiato con l'altra al parapetto, piegato e tentennante

sulle gambe flosce, fissando stupidamente le rotaie che parevano

fuggire in direzione opposta al carrozzone, come avrebbe fissato un

acqua corrente, col capo ciondoloni sul petto. Era ancor molto dato

giù dopo l'ultima volta che l'avevo visto sulla linea della Crocetta.

Aveva il viso ingiallito e risecchito, diventato piccolo come quello

d'un bambino, rigato di grinze lunghe e simmetriche come grandi gambe

di ragno; la bocca cascante, come se non avesse più muscoli, in un

atteggiamento tra di disprezzo e di nausea, e dei moti involontari e

fitti del capo come se rispondesse continuamente di sì e di no alle

domande d'un fantasma.

Ah, certo, egli non aveva più il capo alla politica, non si vantava

più d'appartenere all'_opposizione_! Ma più triste a vedersi era la

sua povera moglie, alla quale si leggeva in viso, sotto un resto

di sollecitudine per lui, la stanchezza di soffrire, un'ira sorda

contro il destino, e l'odio che le si era addensato in cuore contro

quell'uomo, con cui era condannata a trascinare una vita di supplizio,

come un prigioniero chiuso nella cella d'un pazzo. A un tratto, l'uomo

alzò la testa e mi fissò in viso uno sguardo di stupore profondo, come

se gli fossi cascato davanti dal cielo; uno sguardo in cui riconobbi

alla prima ch'era impossibile che mi riconoscesse. Poi mi sorrise

d'un sorriso stupido e torvo, nel quale appariva un'intenzione di

scherno provocante, e mosse le labbra come per dire un'ingiuria, che

non potè articolare. Era già a quel punto in cui il veleno accumulato

dell'alcool si volge nel briaco in odio contro tutti, in bisogno

di offendere e di ferire, anche il primo venuto, senza ragione nè

pretesto, non per altro che per placare il demonio che gli morde le

viscere. Ed io pensavo con grande pietà che quell'uomo s'era battuto

per il suo paese, che aveva ammirato ed amato caldamente uomini

politici cari a me pure, che un mio semplice accenno al suo Garibaldi

era bastato a farlo vergognare d'un atto brutale; ma che allora, per

certo, se anche fosse stato meno ubbriaco, nessuna mia parola, nessun

nome caro, nessun richiamo al suo passato di soldato avrebbe più

destato in lui alcun sentimento nobile e forse neppur più risvegliato

nel suo cervello alcuna memoria. E continuava a guardarmi fisso,

con quel sorriso beffardo sulle labbra bavose, dondolando il capo in

atto di sfida, tentando e non riuscendo a cacciar fuori l'insulto che

gli gorgogliava come il catarro d'un moribondo nella gola bruciata

dall'acquavite. All'improvviso, come se fosse stato percosso alle

gambe, si piegò e stramazzò sulla piattaforma. Sua moglie gittò un

grido e si chinò per rialzarlo, sfogando a un tempo in atroci parole

la rabbia fino allora compressa: — Ah schifoso! Ah assassino! Te lo

avevo ben detto! È questa una vita da farmi fare? Tu vuoi farmi morire,

impazzire, eh? Su, su, svegliati, levati, su, sporca bestia, su! —

Il cocchiere fermò; l'uomo fu levato di peso da lei e dal fattorino,

calato giù e deposto sulla proda del fosso; e il tranvai ripartì. Vidi

ancora per un tratto il corpo inerte, disteso come un cadavere, col

capo nudo nella polvere, e accanto a lui la donna, che continuava a

gridare col pugno teso, come se espandesse all'aria tutto l'odio del

suo sesso contro il veleno infame che gli muta la casa in inferno e gli

dà dei figli maledetti, predestinati all'ospedale e all'ergastolo. Poi

un gruppo di gente me lo nascose. E presentii che non l'avrei visto mai

più.

*

Un'ora d'oro, finalmente, e sotto un bel cielo di novembre, terso

e lucente come l'acciaio. Salendo all'imboccatura della strada di

Francia, trovai ritta sulla piattaforma di dietro, col suo sacco

inseparabile, la vecchia di Pozzo di Strada, non trasformata proprio

come Giors me l'aveva dipinta, ma con un viso in cui pareva si

fossero ingranditi la fronte e gli occhi e diradata la rete delle

rughe. Traspariva ancora dal suo sguardo un pensiero fisso; ma questo

pensiero era: — È vivo —; c'era ancora sulla sua fronte un'ombra di

tristezza: ma d'una tristezza in cui il figliuolo sterminatamente

lontano non le appariva più steso a terra insanguinato, ma ritto in

piedi, col braccio teso verso di lei, in atto di dirle: — Coraggio!

Un giorno forse ci rivedremo. — Essa chiudeva gli occhi a quando a

quando, e il suo viso assumeva in quei momenti l'espressione come d'un

proponimento risoluto e saldo di campare, d'un animo preparato a vivere

per molti anni sospeso dolorosamente al filo d'una sola speranza,

con l'ostinazione invitta di chi aspetta il soccorso ancor lontano,

afferrandosi a un cespo sopra l'abisso. Era il giorno quindici. Son

date che non si dimenticano. C'era accanto a me un signore, con la

schiena appoggiata al parapetto e la _Stampa_ fra le mani: un pezzo

d'uomo che teneva il posto di due, con una barba fratesca, assorto

profondamente nella lettura. Quella mattina io non avevo letto il

giornale. Dando un'occhiata al foglio, ch'egli teneva spiegato, lessi

in capo a una colonna un titolo in grandi caratteri che mi diede una

scossa: — _La pace con l'Abissinia. La restituzione dei prigionieri._

— Poco mancò che non gli strappassi il giornale di mano. Guardai la

vecchia: essa ignorava, senza dubbio. Dissi allora nell'orecchio al

signore che quella donna aveva un figliuolo prigioniero del Negus, e

non sapeva della pace, e che se m'avesse favorito il giornale le avrei

data io la notizia. Quegli si voltò sull'atto a guardar la donna, ma

non mi diede il foglio. Era anche lui un artista del sentimento. — Oh

diavolo! — esclamò. — Ma glie la do io! — E l'apostrofò, quasi con

violenza: — O, la buona donna! La pace è fatta. Non lo sapete? Ecco

qua. C'è il dispaccio nel giornale. La notizia è arrivata stanotte; ma

la pace è conclusa fin dal ventisei d'ottobre. Vuol dire che il vostro

figliuolo è libero da venti giorni. I prigionieri si son messi in

marcia per l'Harrar appena firmato il trattato. Qui è fatto il calcolo.

Saranno all'Harrar fra un mesetto. Una ventina di giorni per arrivare a

Zeila.... S'imbarcheranno a Zeila ai primi dell'anno. Dunque!... Prima

della fin di gennaio lo avrete qui. Volete vedere il giornale?

O che non avesse capito nulla o che lo sbalordimento sospendesse in

lei ogni altro senso, la vecchia non diede lì per lì alcun segno di

commozione; prese il giornale, fissò sul punto indicato uno sguardo

morto d'analfabeta, e poi guardò in viso il signore, corrugando la

fronte, come per preparare l'intelligenza alla spiegazione che i suoi

occhi chiedevano.

— Oh santa pazienza! — esclamò il signore ridendo. — Eppure ho parlato

chiaro! C'è qui la notizia, per dispaccio. È fatta la pace in Africa.

Menelik, il re di quelle parti, restituisce i prigionieri. Il vostro

figliuolo è libero. Non avete un figliuolo prigioniero laggiù? Ebbene,

fra un paio di mesi sarà a Torino.

Allora, finalmente, il suo viso si mutò, ma a grado a grado; poi, con

un moto brusco, voltandoci le spalle, essa appoggiò la fronte alla

colonnina e si mise a singhiozzare, come nascondendosi, a modo dei

bambini che piangono in un angolo.

Il signore si mise a ridere; ma con la bocca contratta. Poi si chinò

a raccogliere il giornale che la donna aveva lasciato cadere, lo piegò

accuratamente e glie lo pose sul sacco. Poco dopo, essa staccò il viso

dalla colonnina e sorrise intorno a tutti noi, come se vedesse il mondo

cangiato; pareva ringiovanita; prese il giornale, ringraziò e domandò

al signore se sul foglio c'era tutto stampato quello che egli aveva

detto. Quegli rispose di sì. Essa s'infilò il giornale nel petto, con

riguardo. Il tranvai passava in quel momento davanti alla chiesa di San

Dalmazio: si fece il segno della croce.

— Dunque, — le dissi, — rivedrete _Giacolin?_

Sorrise, e non parve punto stupita ch'io sapessi quel nome, che per lei

riempiva il mondo; ma come se in quel punto le si affollassero alla

mente ad un tratto tutti i dolori, tutti i terrori, tutte le veglie

angosciose d'un anno, s'oscurò in viso, e scrollando il capo e alzando

gli occhi al cielo esclamò con un accento di tristezza inesprimibile,

mista d'un fremito di sdegno: — _Ah, ma i l'ai tribulà tant!_ — Poi

si rischiarò da capo, e quando discese, col suo sacco stretto contro

il fianco, nell'atto che passava davanti al signore del giornale,

sorridendogli con gli occhi umidi, gli fece scorrere la mano sul

braccio in atto di carezza materna.

*

In quei giorni il freddo cominciava a mordere, gli ultimi villeggianti

eran tornati, Torino aveva già preso il suo aspetto invernale

d'affaccendamento gaio e frettoloso, i tranvai riboccavano, la

circolazione della vita cittadina era su tutte le linee in pieno

vigore. Un accidente usualissimo mi fece conoscere di questa vita

friggente un momento singolare, che ancora non m'era occorso. Ero sul

tranvai dei Viali, verso sera. Davanti al caffè Ligure, un grande

carro tirato da tre cavalli, carico d'un mucchio enorme di legname

da lavoro, s'era affondato nel terreno, smosso per un cambiamento

di rotaie, a traverso al passaggio dei carrozzoni; e i carrettieri

frustando e molti altri spingendo a braccia e facendo leva con spranghe

e sbarre sotto le ruote, a suon di grida e d'aneliti, non riuscivano a

smoverlo. In pochi minuti sopraggiunsero e rimasero fermi in tre file

i tranvai di tutte le linee che s'incrociano in quel punto; quelli

dei Viali, di San Salvario, di Vanchiglia, del Corso Valentino, del

ponte Isabella, come se avessero affrettato la corsa, attratti dalla

notizia del caso. Ed eran curiosi a vedersi tutti quei macchinoni

variopinti, schierati come le case ambulanti dei saltimbanchi in

una fiera, immobili gli uni dietro gli altri nella nebbia, affollati

di gente seduta e ritta, che si spingeva fuori dalle piattaforme e

dai finestrini a guardar l'impedimento lontano, trinciando l'aria

con gesti oratorii. Era un agglomeramento di gabbioni umani pieni

d'impazienza verbosa per quella sosta che ritardava convegni d'affari,

ritrovi amorosi, desinari, visite, faccende d'ogni natura, provocando

in altre cento persone lontane altre inquietudini, altre noie, altri

dispetti; una piena d'irritazione, di furia semicomica, che metteva

in mostra il lato debole della soverchia regolarità della vita

civile, in cui ogni più piccolo accidente fa l'effetto d'un disordine

grave. Un _laudator temporis acti_ avrebbe sorriso, dicendo che, in

un caso simile, i vecchi omnibus avrebbero fatto un giro e tirato

avanti, mentre il tranvai, che li aveva vinti e scacciati, rimaneva

prigioniero e impotente. Sì, sarebbe stata quella un'umiliazione dura

per il mio tranvaiofilo. E possono ben far dei progressi le macchine

locomotrici, ma l'uomo ch'esse portano resta sempre il medesimo,

puerilmente curioso e affamato di distrazioni come uno scolaro. Ad

ammirare un così comune accidente s'era da ogni parte affollata gente

sulla strada, sotto i portici, davanti agli usci, alle finestre delle

case intorno; e quando, per disperazione di rimover l'ingombro, si

staccarono i cavalli da tutti i tranvai per fare il trasbordo, sei

sciami di passeggieri accorsero di qua e di là in gran confusione,

uomini e donne d'ogni età e d'ogni classe, pigliando d'assalto le

piattaforme con grida, risa e spintoni, con la furia allegra di frotte

di collegiali, eccitati da una avventura straordinaria, che rompa

l'uniformità della loro vita quotidiana. Poi, in ogni tranvai che

partiva, si vide un gesticolare concitato della gente che commentava il

gran fatto. Avevo accanto il mio amico Schopenhauer, quello dei sette

peccati mortali. — Come l'uomo è bambino! — gli dissi, accennandogli

lo spettacolo. E lui, accennandomi i tre poveri cavalli del carro,

che i carrettieri seguitavano a frustare senza pietà, mi rispose col

suo sogghigno solito: — Bambino e belva. — Poi soggiunse con accento

di stizza: — Tu non vedi mai l'uomo che per metà. — Strano! A quelle

parole esperimentai in me un caso di doppia coscienza: l'uomo se ne

compiacque, pensando: — È tanto meglio! — lo scrittore se n'ebbe

per male. E, ahimè! la compiacenza cessò dopo un breve tratto; il

risentimento non è morto ancora....

*

Ma qui, proprio alla data del 18, trovo una pagina diretta all'amico

Schopenhauer, nella quale s'oppone alla sua filosofia un argomento

di fatto, domandandogli a che serva il formulare sull'anima umana

dei giudizii, a cui, per fortuna, si è costretti a fare ogni momento

delle eccezioni. In realtà, noi diamo sull'uomo una nuova sentenza

ogni quindici giorni, e anche parecchie ogni ventiquattr'ore, e c'è da

sospettare che chi ripete sempre la stessa mentisca cinque volte su

dieci per cornaggine. L'argomento di fatto lo trovai la sera del 18

sul tranvai di Corso Vinzaglio. Erano occupati dentro tutti i posti,

meno due: signore, signorine, due ragazze del popolo, un paino, un

vecchio paglietta che conoscevo di vista. All'angolo del Corso Vittorio

salì una donna.... che avrebbe fatto meglio a non salire. Non so

se il regolamento ponga quelle infelici creature fra quelle che non

si debbono lasciar entrare nei carrozzoni. Se sì, non fu vista dal

fattorino. Era una donna sui cinquanta, mal vestita, senza cappellino,

che si teneva con una mano davanti al viso una mezza maschera nera. Al

viso? La disgraziata non aveva più viso: le era stato divorato tutto,

tra il sommo del naso e la bocca, dal cancro, e pareva da una belva

che l'avesse dilaniata e rosa fino all'osso; e sopra la piaga orrenda,

che la maschera non nascondeva a chi la guardava di fianco, si movevano

due piccoli occhi grigi, in cui era espressa tutta l'infelicità che può

sopportare un'anima umana. Io stavo fuori: quand'essa entrò e sedette,

vidi in tutti i passeggieri un movimento d'orrore. Non la volevan

guardare, ma non potevano, e la tornavano a guardare, torcendo il capo

in là dopo ogni sguardo. Ma la resistenza fu breve. S'alzarono prima

le due signore che le stavano accanto e uscirono sulla piattaforma

a lagnarsi col fattorino che l'avesse lasciata salire; poi uscì una

terza, e le altre si raggrupparono dall'altra parte del carrozzone;

ne rimase una sola in fondo, separata dall'infelice dal solo spazio

d'un posto: una signora piccolina e bruna, con due grandi occhi neri e

i capelli un po' arruffati. E anche questa, dopo un momento, s'alzò;

ma non per fuggire: diede un'occhiata al posto da cui s'era alzata,

come se si fosse accorta che la panca non era pulita, fece un passo

a sinistra e sedette accanto alla donna. Ah, mi parve di sentire il

mio amico: egli avrebbe chiamata quella una “donchisciottata„ della

pietà, e gli sarebbe parso appioppato bene il soprannome della signora.

Eppure no; egli non avrebbe detto quella parola se avesse visto la

dignità tranquilla, la semplicità gentile, inesprimibile di quell'atto.

Sedutasi, essa non guardò punto le signore fuggite, come una vanitosa

avrebbe fatto, in aria di vanteria e di rimprovero; non rivolse punto

la parola alla disgraziata per farle comprendere l'intenzione pietosa

dell'atto suo: se ne stette lì immobile, senza parlare, non per altro

che perchè l'infelice non rimanesse sola in quel vuoto sepolcrale che

le si era fatto intorno come a un cadavere, come a una cosa immonda che

avventasse dei miasmi di morie, perchè vedesse che c'era ancora qualche

creatura umana a cui non metteva orrore, che essa non era ancora

reietta affatto dal mondo. E quella capì, perchè si voltò a guardarla,

e non un sorriso, no, perchè nè il suo viso nè l'anima sua non potevan

più sorridere, ma un baleno passò nei suoi occhi, che disse: — Ho

capito e ti ringrazio. — Eh, che m'importa che ci sia nell'umanità

tanto egoismo e tanta vigliaccheria! Uno solo di questi atti la lava ai

miei occhi da mille sozzure, una sola di quest'anime ne illumina mille,

e mi spezza l'odio nel cuore, e mi fa riaprir le braccia ai fratelli.

O buona e brava Chisciottina! E dire che soltanto dopo, ripensandovi,

compresi ch'essa aveva finto di trovar non pulito il suo posto per

togliere alla sua mossa l'apparenza d'un atto di compassione!

*

Varie lunghe corse in mezzo agli alberi gialli e spogliati a

mezzo, sotto il cielo grigio, dentro a una nebbia somigliante a una

sottilissima polvere diffusa, in cui volteggiano le foglie inaridite;

e nessun passeggiere di mia conoscenza; ma, in compenso, parecchie

conoscenze nuove, e nuove osservazioni sulla carrozza di tutti, come

palcoscenico dell'ambizione e vetrina della vanità. Uomini noti o

smaniosi di notorietà, donne belle e Apolli in soprabito amano tutti

il tranvai dove possono offrirsi per mezz'ora all'ammirazione di una

decina di concittadini, costretti a guardarli, anche se non vogliano,

e a portarsi via nel cervello la “negativa„ della loro effigie. Ci

sarebbe da scriver qualche pagina sull'arte di figurare in tranvai.

C'è chi, per mettersi in mostra, attraversa il carrozzone, come

un salotto, da una piattaforma all'altra; chi, fattolo fermare, lo

raggiunge a passo lento per dar tempo ai passeggieri d'ammirare la

grazia o la maestà del suo incesso; chi nell'atto di rizzarsi per

tirar la correggia del campanello cerca degli “effetti„ di slancio

e d'impostatura, come gli attori e le attrici nel saltar su dalla

poltrona per accennar la porta a un insolente. E ci son fra questi

degli originali che vanno in tranvai per mettere in mostra la loro

rassomiglianza con uomini celebri. Avevo già visto su parecchie

linee un falso Vittorio Emanuele, un facsimile del d'Azeglio, una

brutta copia del Cialdini; ma non m'era passato mai per la mente che

si potesse ostentare con compiacenza anche la rassomiglianza con un

brigante. Rinvenni il tipo una sera, rincantucciato in un carrozzone

della linea del Martinetto, sul quale c'era Carlin. Una signora era

scappata fuori e lo guardava impaurita dalla piattaforma di dietro.

Altre tre, rimaste dentro, s'erano rannicchiate nell'angolo opposto,

e l'osservavano con diffidenza. E c'era di che: una grinta da farsi

arrestare non per altro che per i connotati. Era ravvolto in un gran

mantello alla spagnola, ricacciato dietro una spalla, sotto al quale

pareva che nascondesse un trombone; aveva un largo cappello alla

calabrese calcato sopra un orecchio, e di sotto alla tesa rotava due

occhioni di gufo e metteva avanti un naso criminoso e due grossi baffi

provocatori. L'ombra del cappellaccio e il lume che lo rischiarava

dall'alto davano alla sua faccia dei rilievi accesi e delle infossature

nere di testa satanica. Girava la testa lentamente, come un automa,

e fissava gli occhi, dilatandoli, ora sull'uno, or sull'altro dei

suoi osservatori, che abbassavano tutti lo sguardo. Chi poteva essere

quell'originale? Non certo un povero diavolo perchè quanto si vedeva

del suo vestiario era fine e pulito. Le supposizioni, fra i passeggieri

della piattaforma, erano diverse. Chi pensava che fosse un evaso

dalle patrie galere, chi un brigante delle Calabrie di passaggio

per Torino; un giovanotto espresse il dubbio che potesse essere Jack

lo sventratore. — Ma a delle faccie così, — disse un vecchietto con

tutta serietà — dovrebbe esser proibito d'entrare, per regolamento! —

(Oh se si lasciassero legiferare gli spauriti, che orrenda tirannia!

E si vedrà). Tutti aspettavano che scendesse, per vederlo meglio.

Fummo soddisfatti in piazza Castello. S'alzò. Non era molto alto: la

lunghezza del busto ci aveva illusi. Quando comparve sulla piattaforma,

tutti gli fecero largo. E in quel momento un sorriso che gli guizzò

sulle labbra mi svelò il segreto. Era semplicemente un capo ameno, un

buon diavolaccio forse, che si serviva della sua figura di spauracchio

a scopo di vanità, armonizzando con la propria faccia il vestiario e

gli atteggiamenti, per il gusto strambo di spandere il terrore sui

tranvai notturni; e quei piccoli trionfi teatrali d'ogni sera eran

forse per lui l'alimento principale, se non unico, _de l'orgueil qui

nous fait vivre_, come dice lo Zola; poichè di tutte le passioni

umane è l'orgoglio quella che si pasce di cose le più disparate,

dall'eroismo al delitto. Appena fu disceso, si ripresero i commenti a

voce alta. — Dev'essere un pazzo — disse Carlin. — Una donna esclamò:

— Ma è un parente del diavolo! — E una graziosa signora, ancora un po'

spaventata, mi disse sorridendo: — È un socialista, di sicuro.

*

Un soggetto di quadro per Giacomo Grosso, il giorno dopo, in via

dell'Accademia Albertina: un carrozzone chiuso in cui troneggia una

signora splendida in mezzo a un gruppo di povera gente, come una

castellana che dà udienza ai suoi servi. Al contrasto che facevan con

lei i suoi compagni di corsa accresceva forza la lordura del tavolato,

imbrattato di mota e sparso di pezzetti di carta, di bucce di arancia

e di castagne, su cui si posava il suo vestito di principessa. La

guardavan tutti attentamente, in silenzio, come avrebbero guardato

un'opera d'arte in una vetrina. Non dava più di vent'anni; era bella

e bianchissima; uno di quei visi di signore torinesi, d'un carattere

mal determinato tra franco e italico, in cui nessun tratto ha una

bellezza singolare, ma tutti insieme una grazia squisita; una sposa

recente, pareva; vestita d'un panno nero ricamato, con un superbo

mantello di lontra, coronata di grandi penne di struzzo e di rose

incarnatine, e lampeggiante di diamanti ai polsi e agli orecchi. Aveva

tanto indosso quanto per ciascuno di quelli che la guardavano sarebbe

stato un capitale, un rivolgimento della sorte, un sogno luminoso

avverato. Eppure il suo viso, di un contorno ancora un poco infantile,

aveva un'aria d'ingenuità così schietta e così amabile, il leggiero

rossore che davano alle sue guance la suggezione e la compiacenza

insieme d'esser fissata a quel modo, così a lungo e da vicino, da

tutti quegli occhi, esprimeva una modestia e una semplicità d'animo

così graziosa, e pareva ella stessa così ad agio in mezzo a quella

gente, senza un pensiero al mondo che la potessero insudiciare la cesta

della vecchia erbivendola seduta accanto a lei e i piedi del bambino

tenuto sulle ginocchia dalla donna di rimpetto, che tutti la guardavano

con un'espressione manifesta di rispetto e di simpatia. E questo mi

fece dubitare se quel che si dice del lusso, che offende e irrita il

povero, non si debba attribuir piuttosto al modo vanitoso col quale

si ostenta, all'aria abituale di — Fatti in là — di chi lo sfoggia,

che non proprio al lusso per sè medesimo, che è bellezza e splendore,

di cui s'alletta anche l'occhio di chi n'è privo. Ma il quadretto era

attraente in special modo per le riflessioni diverse che si leggevano,

sotto alla simpatia e al rispetto, negli occhi di quegli ammiratori,

chiarissime per me come se le vedessi scritte sulla loro fronte. La

vecchia mostrava di fare uno studio comparato dei prezzi del velluto

e della lontra con le entrate ed uscite del suo bilancio domestico.

La madre del bimbo, che pareva la moglie d'un operaio, dall'aspetto

affaticato, la guardava più che altro nel viso, con l'aria di pensare

alla vita beata che quella signora menava, levandosi la mattina

alle dieci per oziare dolcemente tutta la giornata, senza l'ombra

d'un sopraccapo. C'era una ragazza del popolo che lasciava gli occhi

addosso agli orecchini, come affascinata, e diceva con gli occhi che

per portare un'ora al giorno quelle due stelle appese al capo avrebbe

acconsentito allegramente a campar di pan duro e di mele verdi. Un

giovine operaio la covava con uno sguardo fiso e luccicante da cui

traspariva l'immaginazione delle voluttà sovrumane che doveva dar

l'amore di quella semidea, così bianca, così fine, fasciata e coperta

di tanta roba odorosa e preziosa. E c'era in un angolo un vecchio

mal messo, dal viso di ritontito, che la osservava con un'espressione

attonita come se meditasse in lei, senza comprenderlo, il gran mistero

della legge sociale che interpone una così enorme distanza tra l'una

e l'altra creatura umana. Ma quello che la mangiava con gli occhi

più avidamente era il fattorino marchese, ritto accanto a me sulla

piattaforma. Aveva però un bell'arricciarsi i baffetti biondi con

le dita agitate e pigliar delle impostature di tenore e levarsi il

berretto per passarsi la mano sulla fronte accesa: egli non riusciva

ad attirar lo sguardo della bella signora, la quale guardava soltanto

i suoi ammiratori di dentro, a uno a uno, coi suoi begli occhi lenti

e sereni, in cui brillava il riflesso della simpatia che vedevan negli

altri. Ma che bussolotto da gioco è mai il cuore umano! All'angolo di

via Mazzini, essa fece fermare e discese; tutti, di dentro, mossi da

quella curiosità che cerca l'andatura d'una persona come un indizio

dell'animo, misero il viso ai finestrini per vederla camminare....

Era zoppa! Ebbene, in quasi tutti quei visi passò un sorriso leggiero

di soddisfazione, anche su quello della ragazza, che esclamò: —

Che peccato! — E non era una malignità. O buon Dio! Era una piccola

consolazione di dannati. Aveva avuti tanti doni dalla natura, era tanto

più fortunata, tanto più felice di loro.... che almeno la sua felicità

avesse una tacca! Questa non pareggiava le partite, di certo; ma almeno

d'un piccolissimo che faceva parer loro meno enorme, meno umiliante la

disuguaglianza. Tutti si rimisero a sedere con questo pensiero negli

occhi, e il marchese, alzato il naso come un can da caccia, si consolò

come potè del suo insuccesso: aspirando il profumo ch'essa aveva

lasciato nel suo marchesato.

*

_Gli effetti d'un dramma in tranvai:_ fu uno degli ultimi e dei più

piacevoli episodi del mio novembre. La sera della domenica, ch'era

già notte, il tranvai del Martinetto s'arrestò in via Po davanti al

teatro Rossini, donde usciva la folla dopo la rappresentazione diurna

della Compagnia piemontese. Un signore mise sulla piattaforma un

piccolo spazzacamino e salì con la moglie e con due signorine. Siccome

al Rossini s'era rappresentato quel dopopranzo _Gli spazzacamini_,

il vecchio dramma risuscitato del Sabbatini, che faceva singhiozzar

Torino da quindici giorni, io pensai che il piccolo _spaciafornel_

fosse l'attorino Eugenio Testa, protagonista minuscolo del dramma e

principalissimo distillatore del pianto pubblico, e che i suoi parenti

lo riportassero a casa così, col vestito del palcoscenico, per un

capriccio. Ma no: era uno spazzacaminuccio autentico, raccattato alla

porta del teatro, nell'impeto della commozione, da una buona famiglia

borghese ancora lacrimante, che lo portava per suo conto e piacere

al borgo San Donato, dov'egli aveva detto di star di casa col proprio

padrone. Sedutisi tutti dentro, il signor padre si mise il ragazzino

sulle ginocchia, con una certa ostentazione provocante di carità

cristiana e di tenerezza poetica, e prese a carezzarlo paternamente,

adocchiando gli altri passeggieri, mentre le sue donne lo guardavano

con gli occhi umidi, rivolgendogli molte domande. Il padre e la madre

avevan l'aspetto di due bottegai danarosi, ma d'origine povera, ai

quali le figliuole, istruite e ingentilite dalla scuola, avessero

rifatto una specie d'educazione letteraria e sentimentale: queste,

benchè pure commosse, serbavano una compostezza dignitosa; quelli

avevano l'espansione dell'affetto un po' volgaruccia; ma sincera.

Strana potenza del teatro! Essi vedevano veramente in quel bimbo il

protagonista del dramma, che corre per il palcoscenico per scansar le

pedate del padrone bestiale, il povero montanarino che è venduto nel

primo atto, martirizzato nel secondo, e restituito alla famiglia nel

terzo, dopo esser stato creduto morto d'asfissia in una gola di camino,

e riversavano sopra di lui tutta la pietà affettuosa che avevano

insaccata in galleria. Ed egli accoglieva tutte quelle tenerezze senza

mostrare sul visetto nero alcuna maraviglia, tra indifferente e triste,

come se pensasse che quella sua avventura non era che la fortuna d'un

momento, che tutta quella bontà non gli toglieva di doversi levare la

mattina dopo avanti luce per rigirar la ruota della dura vita d'ogni

giorno. Dentro, alcuni guardavano la scenetta con simpatia, altri con

un sorriso un po' canzonatorio per quella effusione di sentimento, che

pareva loro un po' teatrale, e forse non meritata. Un signore rotondo,

che era accanto a me, mi tradusse in parole quel sorriso. — Eh, son

furbacchioni che vanno apposta all'uscita del teatro per sfruttare

la commozione del pubblico e scroccar qualche soldo! — Furbacchioni!

Oh diamine! Gli avrei voluto domandare se, quando egli aveva qualche

favore da chiedere a un suo superiore, giudicava una furberia disonesta

l'andarglielo a chiedere in un momento in cui gli paresse meglio

disposto a concederglielo. Che raffinate delicatezze pretendono da chi

non mangia abbastanza i delicati ben pasciuti! Continuavano intanto

le interrogazioni e le carezze al ragazzo, e non cessarono che in

piazza dello Statuto, dove la famiglia fece fermare per discendere.

Il padre lo baciò, le signore gli passarono la mano sotto il mento

senza timore d'insudiciarsi. — _Ciao, pover cit._ — Ricordati dove

stiamo di casa. — Bada a non lasciarteli prendere. — Alludevano ai

soldi che gli avevano messi in tasca. Infatti, appena furon discesi, il

ragazzo si cacciò una mano nel petto, tirò fuori il gruzzolo e contò

quanto c'era. — Ah, vede! — disse trionfando il mio vicino, — vede

il furfantello! Sono i soldi che gli stanno a cuore, non le carezze.

— È proprio vero, — gli risposi. — Ah ingordo quattrinaio! Esoso

Shylock! Vile adoratore dell'oro! — Il curioso fu che, pur comprendendo

l'esagerazione scherzosa, egli mi credette sincero in fondo, e sorrise

di soddisfazione. Razza d'un cane! Era il rappresentante d'una legione,

lui, e credette della sua legione me pure. E quando scesi, mi disse col

tono d'un confratello: — Buona sera! — Ma a me non venne alle labbra

che il saluto pisano: — Tremoti a chi t'affetta il pane.

*

La stagione, intanto, benchè non fosse ancor nevicato, incrudiva, e i

tranvai correvano la mattina presto fra gli alberi e lungo le siepi

dei viali biancheggianti di brina, come in mezzo a una maravigliosa

vegetazione di filigrana, e sotto i fili del telefono e delle lampade

voltaiche tutti bianchi, somiglianti a fasci di cordoni di lana; e

cominciavano i cocchieri e i fattorini a pestare i piedi e a mandar

fumo dalla bocca, mettendo mano alle provvigioni dei sagrati invernali.

Fu una di queste mattine brinate che, strizzato dall'aria fredda di

Via Garibaldi, non potendo più reggere sulla piattaforma, mi cacciai

dentro al carrozzone, dove mi trovai davanti la studentessa di medicina

e suo padre. Essa sedeva nell'angolo vicino all'uscio, bianca come la

filigrana degli alberi e i baffi paterni; e il suo bel viso d'angelo

imperturbato, invulnerabile dalle passioni umane, sorgeva con la

grazia d'un giglio fuor dal bavero a tromba della mantellina nera

che le avvolgeva il collo. Suo padre stava seduto col busto ritto e

col petto sporgente come doveva stare a cavallo alla testa del suo

reggimento. Non si parlavano. Gli occhi grandi e dolci di lei si

volgevano qua e là, secondo il solito, guardando tutti come se non

vedessero alcuno, ed io mi potei compiacere meglio dell'altre volte

nell'immaginazione del suo corpo vestito di bianco e coronato di rose,

disteso fra quattro ceri, con le mani incrociate sul petto virgineo,

che non conobbe l'amore. Prima che s'arrivasse a metà della via,

il carrozzone era pieno dentro e affollato sulla piattaforma. Molti

la guardavano; ma, come sempre, pareva che essa non se n'avvedesse.

Tutt'a un tratto s'animò, scosse vivamente il capo, sorridendo, come

se salutasse qualcuno a traverso al vetro dell'uscio, ed io vidi una

cosa strana, inaspettata, incredibile: un'onda di porpora le coperse

il viso fino alle tempie e i suoi occhi raggiarono d'una luce nuova,

vivissima, dolcissima, che mi fece l'effetto d'un prodigio, come

se in quel momento ella si fosse trasformata da statua di marmo in

donna di carne e di sangue. Suo padre pure aveva salutato con un

sorriso e uno sguardo amichevole. Mi voltai prontamente a sinistra

per vedere a traverso al finestrino chi avesse operato il miracolo; ma

mi trovai in faccia un maledetto vetro colorato con l'annunzio della

China-Migone, che intercettava la vista: vidi soltanto per aria, di là

dall'uscio, un cappello a cilindro che salutava, e che scomparve subito

come un'ala di falco. Ah, quel cilindro non poteva essere che d'un

giovane, quel giovane non poteva essere che un amante, quell'amante

non poteva essere che un fidanzato. Gli occhi di lei, che rimasero

fissi, sfavillando, sulla persona invisibile, la porpora che si fece

men viva, ma non disparve, e la bocca semiaperta e parlante che tradiva

il palpito accelerato del cuore, mi tolsero ogni dubbio. La vergine

morta innamorata! La vergine morta sposa! Era dunque possibile? E mi

riprese una così smaniosa curiosità di sapere chi fosse _lui_, che per

poco non commisi la villania d'alzarmi per guardar fuori. Ma non potei

rattenermi a lungo, e per levarmi quel chiodo, tirai il campanello

prima del tempo. — Chiunque sia — pensai — lo debbo riconoscere agli

occhi. — Il tranvai si fermò, apersi l'uscio.... e mi trovai davanti

il pittore in tuba, con un viso fiammeggiante, che diceva tutto. Fece

un atto di forte sorpresa, arrossendo, e mi balbettò con un sorriso

d'uomo impicciato: — Le darò poi una notizia. — Ah, non occorre! —

gli risposi scendendo. — Mi darà delle spiegazioni; la notizia la so

già, e me ne rallegro. — E lo lasciai lì stupefatto. Ma non quanto

me. Era lei, dunque, la dea misteriosa; lei, la vergine morta! Chi se

lo sarebbe sognato? Eppure, lo avrei dovuto sospettare fin dal giorno

ch'egli m'aveva fatto quella curiosa difesa delle studentesse di

medicina. Ma già, era uno di quegli indizi che si riconoscono a cosa

scoperta. Era lei! Il colosso s'era innamorato d'uno spirito. E perchè

no? Un matrimonio d'antitesi. Una bella coppia, del resto. E mi durò la

maraviglia per un pezzo. La vergine morta!... Ma che vergine morta? La

visione era mutata: ancora vestita di bianco e distesa come una morta;

ma con le guancie di porpora e con le braccia aperte.... Oh, tutt'altra

cosa. Infine, non poteva accader di meglio per il mio interesse di

scrittore. E me ne tornai a casa soddisfatto.

*

Ma non doveva finire così lietamente il mese di novembre. Finì con un

triste incontro. Fu l'ultimo giorno appunto, il giorno dell'uccisione

della contessa Lara. L'aria era nebbiosa, gli alberi del Corso San

Maurizio tutti bianchi come d'una incrostatura di sal gemma, e il

sole senza luce nel cielo grigio, come un occhio enorme di moribondo.

Salendo sul tranvai che andava verso il Corso Margherita, vidi dentro,

a traverso al vetro dell'uscio, il viso del signor Taddeo, e gli feci

un cenno di saluto. Egli mi guardò fisso e non mi salutò. Allora

soltanto, al secondo sguardo, lo vidi così miseramente mutato, che

m'attraversò la mente un pensiero improvviso come un fulmine: — La

bambina è morta! — Sporgendo il capo un po' a destra vidi anche il viso

della signora, e lo stesso sinistro pensiero mi ribalenò: — La bambina

è morta! — Erano pallidi, d'aspetto invecchiato, improntati d'una

tristezza tragica, immobile, disperata, somigliante all'espressione

di stupore infinito che è qualche volta sul viso dei cadaveri. Il mio

primo senso fu quasi di terrore, una tentazione di discender subito per

non vederli, per non sapere. Ma mi rattenne una speranza: che qualche

altra disgrazia li avesse colpiti, non quella: la perdita d'ogni avere,

la morte del padre o della madre, uno spavento mortale per qualche

tremendo pericolo corso. La bambina poteva essere nel carrozzone, non

in mezzo a loro come le altre volte, ma alla sinistra della madre, in

un posto che dal difuori io non potevo vedere. Ma benchè non avessi

che a fare un passo a destra per veder se c'era, non ebbi il coraggio

di farlo, come se avessi temuto di vedere accanto a lei, invece della

bambina, una piccola bara. Eppure, com'era possibile? Mi ricordai

dell'ultima volta che l'avevo vista, poco tempo addietro, così bella e

vispa, ammirata da tutti, splendente di salute e d'allegrezza in mezzo

ai suoi parenti trionfanti. E questo ricordo dandomi animo, feci il

passo a destra. Ah! non vidi la piccola bara; ma fu come se l'avessi

vista: vidi un mazzo di fiori sopra un ginocchio della mamma. Dei fiori

fra le mani, con quel viso, essa non li poteva tenere che per portarli

al camposanto, e su quella fossa. Soprastetti nondimeno, sperando

ancora, con viva ansietà, per vedere se si fermavano sul piazzale

delle Benne per prender la via del cimitero. Chi sa mai? Se non si

fermavano, poteva darsi che la bambina vivesse. Furono pochi minuti

d'aspettazione; ma mi parvero così lunghi! Tenevo gli occhi fissi su di

loro, e mi batteva il cuore. Il tranvai sboccò sul piazzale e svoltò

verso il Corso Margherita.... — È viva! — pensai. Ma in quel punto il

padre s'alzò col braccio teso, e intesi un suono di campanello che

mi fece rabbrividire come un — No! — inesorabile, risposto alle mie

parole. Il tranvai si fermò: i due sventurati mi passarono davanti; il

padre mi guardò e mi riconobbe. Io non osai di salutarlo. Egli mi diede

uno sguardo torvo e mi disse con voce aspra: — È morta, sa; — la madre

passò senza guardarmi.

La Carrozza di tutti · 第 16 / 33 题