CAPITOLO NONO.

Settembre.

Il settembre porta sui tranvai un soffio di vita nuova. Vi comincio

a rivedere figure note di _travet_, ch'erano scomparsi, rinverditi da

un mese di licenza, signore imbrunite dai venti del mare, visi vivaci

su cui preluce la gioia del “viaggio circolare„ o della vendemmia,

e reduci dalla villeggiatura, i quali si riconoscono allo sguardo

quasi di forestieri che girano su Torino, non più veduta da un pezzo,

salutandola con un sorriso che rivela il gusto rinascente degli agi e

degli svaghi della vita cittadina, e facce esotiche di viaggiatori di

passaggio, che ad ogni crocicchio si voltano di qua e di là a guardar

la fuga delle vie sconosciute. Famiglie intere in abito di campagna,

tornanti dai bagni o dai monti per ripartire per la collina, ingombrano

le giardiniere di valigie e di scatole, tutti eccitati dal piacere del

viaggio, e spandono sulla noia dei passeggieri abituali, sonnecchianti

durante le corse obbligate per le vie polverose, un alito di frescura,

degli effluvi d'alghe e di boschi, che danno loro miraggi confusi di

ville bianche, di valli verdi e di marine azzurre. E cresce la noia

quando il tranvai riprende il suo aspetto solito per le lunghe vie

solitarie, dove non s'incontrano che pochi passanti col cappello da una

mano e il fazzoletto dall'altra, in mezzo alle lunghe file di finestre

chiuse, che par che dai vani delle persiane versino giù il silenzio

morto dei quartieri abbandonati e tenebrosi. E per i relegati nella

cinta daziaria s'aggiunge alla noia il dispetto al veder quell'eterna

collina e quell'Alpe eterna che appaiono ai capi opposti delle strade

come un invito beffardo, come una provocazione maligna. Tra questi son

io, e per giunta alla noia e al dispetto ho il rammarico di non veder

più che assai raramente, fra quel succedersi continuo di facce nuove,

che invadono la mia sala di studio ambulante, i cari attori della mia

compagnia.

*

I primi che rivedo, discesi freschi freschi dalla montagna col loro

idoletto, sono Taddeo e Veneranda, sulla linea solita dei viali, tutti

e due ingrassati ancora, con due facce che paiono il ritratto della

beatitudine. Sono stati venti giorni all'Ospizio di San Giovanni

d'Andorno: mi decantano il paesaggio, l'aria, l'acqua, il pane, la

cortesia della gente; ma son felici sopra tutto d'aver riportato la

bambina fiorente di salute. È, infatti, uno splendore, ed io assisto

al suo trionfo. Ritta in mezzo a loro sull'ultima panca, vestita di

rosa, coi suoi folti capelli castagni tagliati sulla fronte e sparsi

sulle spalle, coi braccini nudi segnati ai polsi di due risegoli da

lattante, essa tempesta padre e madre di domande, apostrofa i vicini,

ride e trilla agitando le manine per aria, spande tutt'intorno la luce

della sua bellezza e la musica della sua allegria. Quel visetto di

Madonna, quell'esuberanza di vita richiamano a poco a poco l'attenzione

di tutti. Si voltano prima dalla panca davanti due signorine, che le

rivolgon la parola e le carezzano i capelli; poi dalla panca più in là

si volta tutta una famiglia a guardarla e a farle dei cenni, a cui essa

risponde mandando dei baci; poi altri più distanti, ragazzi, ragazzine

e signore, attirati da quel continuo trillìo, si girano e le sorridono;

e sotto tutti quegli sguardi ammiratori, al suono di tutti quei saluti

amorevoli la piccola attrice raddoppia di vivacità, si fa più rosea e

più bella, sfavilla e trionfa come un angiolo in gloria. _Che diveniste

allor_, poveri Taddeo e Veneranda? Si danno anche nella vita dei più

oscuri di queste giornate gloriose, che rimarranno nella mente loro

fino agli ultimi anni, come raggi di sole. Un padre e una madre che

vedessero incoronare il figliolo in Campidoglio non potrebbero dar

segno d'un'ebbrezza più grande di quella che splende sulle facce

rotonde di questi due buoni pacioni, ai quali brilla una lacrima

negli occhi ed esce il fiato a stento dalle labbra tremanti, come se

la gioia li soffocasse. E fanno uno sforzo per contenersi; ma a un

certo punto la mamma non ci regge più: bisogna che si stringa al cuore

quella creatura benedetta a cui deve l'ora più bella della sua vita; e

Taddeo, per dissimulare la sua commozione, voltando verso di me il viso

raggiante sotto al velo d'un'indifferenza forzata, mi dice con voce

tremula e quasi spirante: — Pare che il tempo si sia rimesso; ma.... è

difficile.... che duri.

*

Il secondo che ritrovai fu il pittore, che mi saltò accanto una mattina

sopra una giardiniera di via Roma, allegro come se avesse avuto il

primo premio all'Esposizione triennale. — Già _rinurbato_? — gli

domandai. — No, — rispose, — sto ancora a Perosa; ma mi _rinurbo_ tre

volte la settimana. — Tre corse a Torino la settimana, per uno che

non aveva affari e che stava a due ore e mezzo di strada ferrata, mi

parvero molte; e raffrontando la sua nuova allegria con l'umor nero

dell'ultima volta, pensai che dovesse avere qualche forte cagione.

Gli domandai in qual modo gli fosse passata quella grande avversione

per la geometria di Torino, per le file dei cubi gialli, per le strade

tutte pari, dove gli pareva di ritrovarsi sempre alla stessa cantonata.

Mi rispose sorridendo che era passata; ma in qual modo, non disse. —

È l'antipatia per le figliole di Borea, per gli angioli d'alabastro,

per le signorine tutte ritagliate con un solo giro di forbici sopra un

foglio ripiegato in cento? — Ah! — rispose, — era un brutto periodo per

me.... Tutti ne hanno. Ma ora.... tutto è cambiato. —

— Ha dunque rinunciato alla ricerca coniugale sui tranvai? o ha già

trovato?

Si mise a ridere, colorandosi un poco alla sommità delle guance,

e cambiò discorso subito, affollando le parole. Aveva rinunziato

definitivamente a scoprire il mistero della signora delle coincidenze.

— Ah, è più forte di me! — disse. — Non ce la posso! — E mi raccontò

che un giorno, incaponito, aveva voluto tenerle dietro a ogni costo.

Trovatala sulla linea dei Viali, l'aveva vista scendere all'imboccatura

di via Cristina e salire sul tranvai di Ponte Isabella; ed era sceso

e salito anche lui; ma, arrivata in piazza Cavour, quella era scesa,

e aveva preso il tran vai della barriera di Casale; e lui giù e su

da capo; e lei giù per la terza volta in piazza Vittorio Emanuele,

dov'era rimasta a aspettare il tranvai di Vanchiglia; e giù lui pure ad

aspettare lo stesso tranvai a venti passi di distanza; ma all'arrivo di

questo, vedendo ch'essa lo lasciava passare, benchè ci fosse posto, per

aspettare il successivo, egli aveva finalmente desistito dall'impresa

e se n'era andato via, con la curiosità in corpo, più arrabbiata di

prima.

Durante una di quelle corse, appunto, le aveva visto aperto fra le mani

uno di quei piccoli album da dieci centesimi, della casa di pubblicità

del Massarani, nei quali sono segnate in rosso, sul tracciato delle

strade, tutte le linee di Torino, ed essa l'andava sfogliando e

osservando pagina per pagina, come un ufficiale di Stato Maggiore che

studi la carta topografica delle grandi manovre. Chi sa che vasti piani

di strategia tranviaria, che intricate combinazioni andava escogitando,

di corse e di controcorse e di finte mosse e di giri viziosi, e chi

sa mai con che scopo, e per forviare chi, e per riuscire dove? Mistero

profondo! Era meglio non pensarci più; l'impresa era disperata.

Ma mentre diceva questo io vedevo bene che pensava ad altro, che aveva

in cuore una contentezza a cui quel racconto serviva come il ventaglio

alle signore per nascondere certe espressioni involontarie del viso.

Tra una frase e l'altra guardava di qua e di là tutti i tranvai che

passavano vicino o lontano, aguzzando gli occhi, come se in ciascuno

ci potess'essere qualche persona ch'egli cercava; e il suo aspetto

e i suoi modi eran quelli di chi ha un pensiero bello e felice che

s'intromette in tutti i suoi pensieri, un'immagine a cui parla in

segreto anche parlando ad altri d'altre cose, e che danza tra lui e

tutti gli oggetti come i globi di fuoco che vediamo per aria dopo aver

fissato gli occhi nel sole.

A un certo punto non mi potei più tenere e gli dissi ex abrupto: —

Andiamo, a che serve fingere? Mi dica la verità. Lei _ha trovato_, e

non mi vuol far la confidenza per timore ch'io la metta nel mio libro.

Questa volta diede in un ridere così forzato e stonato che tenni per

certo d'aver colto nel segno. Sì, il timore soltanto di esser messo

in stampa lo tratteneva dal farmi la confessione. E continuò a dir

di no, scrollando il capo e sorridendo, e guardandosi la punta d'uno

stivaletto, come se ventilasse in cuor suo se doveva persistere a

negare o sfogar la sua voglia di dirmi tutto. — Ebbene.... — cominciò.

Io porsi l'orecchio per ricever la confessione.

— Ebbene.... no — disse ridendo — se fosse vero.... cioè, quando sarà

vero, lo dirò a lei prima che a ogni altro; ma.... non è ancora.

— Il suo _non è ancora_ è una traduzione traditrice di _è già_. Non

mi può dire almeno la linea su cui l'ha veduta la prima volta? È un

indizio così vago!

— Ebbene.... la linea del Ponte Isabella.

— Carrozzone chiuso o giardiniera?

— .... Carrozzone chiuso.

Ed era tanto rimbambinito nella sua passione che, detto quello, mi

guardò con una certa diffidenza, come se io avessi già tanto in mano

da poter scoprire la persona. — Non importa, — gli dissi — le assicuro

che la scoprirò prima che lei si confessi. — E mentre scendeva, gli

domandai se fosse proprio preso sul serio.

Egli mi mise una mano sulla spalla e la bocca all'orecchio e con

un accento di passione di cui non l'avrei mai creduto capace, così

inaspettatamente caldo e profondo che mi diede una scossa: — Ah! —

esclamò — da perderne la testa!

E messo il piede a terra, mentre il tranvai ripartiva, si voltò da

un'altra parte per nascondermi la vergogna d'essersi tradito così, da

quel buon fanciullone ch'egli era.

*

E finalmente, dopo tre mesi e più, riecco una mattina donna Chisciotta,

che esce quasi di corsa dalla Stazione di Porta Susa e sale sul tranvai

della barriera di Casale, tirandosi dietro tre marmocchi e un facchino

carico di roba, tutta infiammata nel viso, con un cappellino bellicoso

messo alla diavola e un panierino alla mano, dal quale spuntano delle

ciambelle. Dove aveva preso quei tre piccoli mobili, dalla testa

rapata, vestiti tutti a un modo e puliti come specchi, ma visibilmente

di razza povera, che le stavano appiccicati e le sorridevano come a

una mamma? Che ne avesse fatta “qualcuna delle sue„ lo indovinai alla

prima; ma per capire di che specie fosse dovetti aspettare ch'essa

attaccasse conversazione con una vecchia signora, che la interrogò per

indiretto, accarezzando i bimbi, e guardando lei curiosamente. I due

maschietti, disse, s'eran rimessi bene; bastava guardarli in viso; ma

la bimba non era migliorata gran che. Le bisognava una cura lunga, e

per questo ella si sarebbe intesa con sua madre, a cui la riportava.

E si diffuse in particolari sulla malatina, fissando ogni tanto su

quel visetto pallido l'occhio inquieto e amoroso, come se volesse

colorirlo con lo sguardo. In fine, capii che erano poveri ragazzi mezzo

rachitici, di tre famiglie diverse, ch'essa aveva presi in tre soffitte

della propria casa, e portati per venti giorni in Val Sesia, nella sua

villa, dove da vari anni manteneva ogni estate, a spese proprie, una

piccola _colonia alpina_ di bimbi gracili. E poichè la vecchia signora

la lodò, dicendole dolcemente che se tutte le signore avessero fatto

altrettanto, migliaia di ragazzi poveri avrebbero riacquistato la

salute, essa respinse la lode, scrollando il capo, rattristata tutt'a

un tratto, sconfortata dal pensiero della propria impotenza, della

povertà dei suoi sforzi solitari di fronte all'immensità dei bisogni,

alla moltitudine innumerevole dei bambini malaticci che rimangono in

città nei mesi caldi a bere l'aria avvelenata di stamberghe sudicie

e oscure. E ripeteva, certo senza saperlo, il grido del Tolstoi: —

Che cosa fare? Ma! Che cosa fare? — con un accento così caldo e così

doloroso, da far comprendere che quel pensiero le soffocava in cuore

ogni soddisfazione dell'opera buona compiuta; e anche più del suo

accento lo dicevano aperto i suoi grandi occhi neri e sporgenti che,

nel fissarsi su quei tre visi, esprimevano una pietà scontenta, un

amaro rammarico che fossero così pochi, tre! tre soli, e non trenta,

e non trecento, e non trenta mila, come la sua ardente carità avrebbe

voluto. — Ma! Che cosa fare? — Fui a un punto dal risponderle: — Quello

che fai tu, intanto, o anima bella! — Ma vedete un po': questa risposta

così gentile e rispettosa, se glie l'avessi fatta davvero, anche col

_lei_, m'avrebbe valso una presa d'impertinente o di matto; tanto

le convenienze fittizie, nel commercio sociale, fanno a pugni con la

sincerità e con la poesia! Ma poichè la risposta glie la posso dar con

la stampa, _imprimatur_.

*

Per vari giorni non ritrovai più altri; ma in compenso, raccogliendo

dei frammenti di discorsi nei carrozzoni e nelle giardiniere, feci

la scoperta d'una nuova famiglia d'originali: gli sbeffatori della

villeggiatura e dei villeggianti: cittadini che, trovandosi bene a

Torino anche nel cuor dell'estate e preferendo il _Caffè romano_ e

le corse serali in tranvai a tutte le delizie campestri, si burlano

di tutti quegli imbecilli, i quali, per ubbìe igieniche o per

ostentazione di signoria, rinunciano a tutti i comodi della città e

si vanno a rintanare in bicicocche solitarie, anche in rasa pianura,

dove arrostiscono dal caldo e cascano a pezzi dalla noia. Giorni fa

era un grosso signore sbracato che canzonava con molt'arguzia certe

famiglie, le quali dalla villa tempestano di lettere supplichevoli gli

amici lontani perchè vadano a sbattere con una visita la malinconia

mortale delle loro giornate, e quando uno ce ne casca, lo accolgono

con tale espansione di gratitudine da moverlo a compassione della

loro esistenza. Avantieri era un impiegatuccio rinfichito che si

rallegrava della stagione pessima pensando ai villeggianti di montagna,

i quali, sorpresi dal freddo precoce, condannati alla reclusione

dalla pioggia, devono covare il fuoco come in gennaio, per giornate

eterne, sospirando amaramente Torino, rabbiosi di non aver il coraggio

di ritornarvi. E ieri sera, da un vecchietto elegante, con la bocca

tutta da una parte, intesi mettere in burletta una famiglia che, per

la vanità di farsi credere in campagna, tien tutte le persiane chiuse

e non esce che di notte, menando una vita miseranda e vergognosa di

malfattori braccati dalla polizia. Non tutti, peraltro, sentono il

bisogno feroce di condire il proprio piacere con rimmaginazione del

dispetto altrui. Trovo sul tranvai delle facce ilari di giubilati

che si godono l'estate con tutti i sensi, nuotando voluttuosamente

nel caldo addormentatore dei loro incomodi, contenti della città meno

affollata e meno rumorosa, e delle giornate lunghe che dimezzano il

tormento dell'insonnia, riavuti dal sole come le biscie. Fra questi è

il mio buon veterano, il quale, uscendo una mattina dal suo numero 43,

sale sulla giardiniera di via Garibaldi con Ciuchetto fra le braccia,

e mi rivolge la parola amichevolmente, con quell'effusione allegra e

verbosa che dà ai vecchi il sentimento insolito della piena salute. E

sta bene davvero, e sarebbe pienamente felice se il suo piccolo amico

non avesse avuto una zampa sciupata dalla ruota d'un carretto; per

cui da una settimana egli è costretto a portarlo in braccio a “prender

aria.„ Povero vecchietto! Sentendosi forte, ha fatto uno sproposito:

una gita ai laghi d'Avigliana, con biglietto d'andata e ritorno, tutto

solo, e ne è tornato soddisfatto, niente stanco. E poi è contento

dei “grandi onori„ con cui è stato ricevuto da Makonnen il Nerazzini,

_uomo di testa_, che dà a sperar bene dei negoziati, ed esprime tutta

la sua gioia di devoto monarchico per il matrimonio del principe di

Napoli, e una tenerezza paternamente ammirativa per la principessa; —

_bella persona, bella persona_. Parla di questo matrimonio come d'un

avvenimento ch'egli avesse bisogno di vedere per viver tranquilli

i suoi ultimi giorni e chiudere gli occhi in pace. — Se mi guarisse

presto questo qui! — dice poi, accarezzando il cane, che mugola dalla

gratitudine e tira a leccargli il viso. — Creda, è stato un _dispiasì

gross_. È l'ultimo amico del povero vecchio. Già, non si scherza: son

settantotto e mezzo, sa lei? Del resto, non mi lamento. Digerisco bene

da un tempo in qua, e non tutti, all'età mia, possono dire altrettanto.

Giusto, ci ho un vecchio camerata, che non sta punto bene. Vado ora a

trovarlo. Questo tranvai mi porta proprio sull'uscio. Gran comodità,

non è vero? Con queste belle giornate, in special modo. Lei scende

già? Ah no, badi; non scenda fin che sia fermo. _Si ha un bell'esser

giovani_, una disgrazia è presto accaduta. Così, grazie, e altrettanto.

Buona passeggiata. _Cerea._ — È felice! O anima umana, mal paga del

mondo, assetata dell'Infinito, e contenta di così poco!

*

Faccio un'altra scoperta, di natura opposta alla precedente e ristretta

al solo bel sesso: quella d'uno stato d'animo che si potrebbe definire:

la _musoneria settembrina_. Vedo sui tranvai molti visi di signore e

di signorine di cattivo umore, come tormentate da un dispetto sordo

e immobile, che traspare dagli occhi fissi e guizza sulle labbra

strette; e ne leggo la cagione nelle occhiate oblique che, al passar

vicino alle stazioni, lanciano sulle signore in abito da viaggio, a

piedi e in carrozza, che vanno dal lato della partenza, con un gran

corredo di cappelliere e di borse. Ah, esse non appartengono, no, alla

famiglia degli sbeffatori della campagna. Sono mogli e figliuole di

poveri borghesi, ai quali la professione o la borsa vietano le dolcezze

del “silenzio verde„, sono condannate e non rassegnate al domicilio

coatto cittadino, rabbiose contro Torino, e contro la schiavitù o la

pitoccheria coniugale o paterna, e contro le amiche partite, di cui

prevedono, al ritorno, gli sguardi trionfanti e le interrogazioni

compassionevoli. Come s'indovina tutto quel che mulinano quelle piccole

teste fiorite durante le lunghe corse delle giardiniere! È il mese

dei viaggi, delle gite alpestri, delle regate sui laghi, delle feste

d'addio nelle case di bagni, delle chiassose scarrozzate da villa a

villa, rallegrate d'incontri inattesi e d'ardite galanterie e di dolci

colloqui nell'ombra e d'una gioconda libertà spensierata che la città

coi suoi mille occhi aperti e la casa con le sue mille piccole cure

non consentono. Tutte queste visioni danzano davanti a quegli occhi

socchiusi che guardan lontano, al di sopra delle teste ciondolanti dei

cavalli, in fondo ai viali lunghissimi e bianchi, l'orizzonte velato

dai vapori estivi. E dietro a quelle fronti accigliate si preparano

intanto le allusioni amare, le satire coperte, le rampogne, che

ricadranno all'ora di desinare e di dormire, in suono di lamento o di

condanna, sulle spalle d'un infelicissimo, ridotto ad aver paura della

tavola e del letto come di due macchine di tortura. In verità, vedo dei

bei visetti in cui la musoneria settembrina è così dura e provocante

che, quando salgono o scendono, mi scanso con timore, come si fa con

quegli spadaccini attaccalite che cercano un pretesto per bucar la

pelle al primo venuto. E sono alle volte molte insieme, son giardiniere

cariche di rancori coniugali, di polvere da guerra domestica, nelle

quali mi piglia un malessere come a viaggiare in un treno che porti

delle sostanze esplosive. E toccano anche a me degli sguardi ostili

che dicono: — Devi essere anche tu uno di quei mariti aguzzini che

fanno spasimar la moglie in città nel mese di settembre; — e se mi par

qualche volta che uno di quegli sguardi s'addolcisca incontrando il

mio, la mia vanità è castigata subito da uno sbadiglio mal frenato, che

mi dice in faccia: — Ooooh.... non s'illuda; mi secca anche lei.

*

Eppure, anche sul tranvai, aiutandosi un po' con la fantasia, si può

goder la campagna. Io ci fo delle escursioni piacevolissime. Percorsi

per la prima volta tutta la linea della barriera di Lanzo, e fu per

me un vero viaggio di scoperta: l'osservatore s'ingrandisce il mondo.

Passato il ponte sulla Dora e svoltato da via Ponte Mosca sul largo

corso Emilia, si sente come il piacere dell'uscir da una folla: il

respiro, lo sguardo, il pensiero più libero, un rasserenamento dello

spirito che mette voglia di cantare. Attraversata la strada ferrata

di Lanzo, non par più di essere a Torino. La città, a poco a poco,

si traveste di gran signora in borghesuccia di campagna, spianando la

fronte e prendendo un aspetto placido e ingenuo. Le case diradate si

parano di lenzuola e di pezze di bimbi, come per il passaggio d'una

processione; le botteghe sporgon fuori le insegne di cent'anni fa; le

piazzette si congiungono con gli orti, le vie laterali si stringono in

viottole che si perdono nel verde ai campi, e si va fra lunghi muri

di cinta d'officine e di ville solitarie, fra assiti di giochi di

bocce e larghi fossi, dove corre l'acqua fino agli orli, cantando la

ninna nanna alla via che sonnecchia. Poi appaiono i primi terrazzini

di legno, con le scale di fuori, le prime aie, i primi usci a cui

è attaccata l'immagine d'un Santo da un lato e dall'altro un avviso

della Prefettura; e qua e là vacche pascolanti, bimbi arsi dal sole e

donne coi piedi scalzi; e in ogni parte una quiete, un silenzio, che

il rumor del tranvai, dov'è con me un solo passeggiere addormentato,

vi echeggia ed empie l'aria come lo strepito d'una corriera in

un villaggio deserto. E là veggo scritto sopra un usciolo chiuso:

_Teatro Gianduja_, e trovo degli annunzi in stampatello d'altri teatri

sconosciuti: _Teatro della barriera di Lanzo, Teatro Manzoni_; nel

quale si rappresenta _Kean, sublime capolavoro di Alessandro Dumas_.

O che malinconia è questa che mi salta addosso tutt'a un tratto di

venirmi a chiudere in una di quelle piccole case dormenti, pure sapendo

che ci vivrei di tristezza, anzi appunto per viverci così, per sentir

più profondamente la solitudine sul confine della città rumorosa?

Tentazioni nere di soldato imbelle della vita! Ma questi pensieri volan

via alla barriera, dove la piccola stazione della Madonna di Campagna,

il sobborgo arioso che mi s'apre di fronte, e il via vai delle guardie

daziarie, dei carrettieri e delle donne in mezzo ai carri e ai banchi

di frutta e sull'alto cavalcavia della strada ferrata, mettono una

vita, una gaiezza di movimento cittadino e di lavoro campestre, che

m'entra nell'animo. Discendo per aspettare che si riparta, m'affaccio

per curiosità all'uscio d'un carrozzone senza finestre, e là dentro,

in un gruppo di fattorini e di cocchieri pasteggianti allegramente in

mezzo alla batteria dei canestri, riconosco il giovane dantista, che

sgranocchia una frittata col tegame in mano, e che, appena vedutomi, —

Oh diamine — esclama; — come mai è venuto fin qua, ai confini del mondo

abitato! Guardi, guardi che bella sala da pranzo....

e come il pan per fame si manduca.

*

Il tranvai s'era già mosso quando lo fece fermare un operaio che veniva

dalla parte di Madonna di Campagna, barcollando e brontolando, con la

testa ciondoloni. Ci mise un bel pezzo a salire e si lasciò cascare

sulla panca come un sacco. Allora soltanto riconobbi _Desbottonass_,

che si doveva essere sborniato in qualche osteriaccia dì fuor di porta,

impolverato da capo a piedi, coi capelli sulla fronte, una cicca in

bocca e la cravatta sciolta. M'accorsi subito che in quei due mesi

caldi trascorsi dopo l'ultimo nostro incontro la briachite cronica

aveva fatto in lui dei guasti terribili. Mi fissò un momento con gli

occhi imbambolati; ma non mi riconobbe. Si capiva dal modo come girava

intorno lo sguardo irritato che aveva una gran voglia di attaccar lite.

E l'occasione era bell'e pronta.

Quando il fattorino dantista sì presentò a domandargli: — Da due o

da tre! — egli stette un po' pensando, e poi bofonchiò: — _Mi voo a

la Crocetta_; — e senza dubbio s'era fissata quella meta lì per lì,

senza un determinato proposito, per quella smania che hanno i briachi

d'andar lontano, alla ventura, verso osterie sconosciute, per allargar

l'orizzonte della sbornia.

— Allora, — riprese il fattorino — da tre.

L'uomo tirò fuori lentamente un soldo dalla tasca dei calzoni e glie

lo mise nella mano; poi, dopo aver molto frugato in un'altra tasca, ne

tirò fuori un altro e lo aggiunse al primo; e punto.

— Per la Crocetta son tre — ripetè il fattorino; — ancor uno.

Quello scattò. — Ma che tre! _Questa l'è nœuva!_ E perchè tre?... _Mi

ne paghi duu.... Mi n'hoo semper pagaa duu_....

E insistendo il fattorino, egli si voltò verso un signore che aveva

accanto, e gli dimandò col viso sul viso: — _E lù, ch'el disa, quanti

ghe n'ha pagaa lù?_

Il signore rispose che n'aveva pagato due.

— _Ah! el ved donca.... e perchè lù duu e mi trii? Oh questa l'è ona

bella giustizia!_

— Ma il signore, — gli osservò il fattorino, — va soltanto fino a

piazza Carlo Felice, e fa due soldi; lei va a capo linea, e fa tre.

— Ma che capo linea! _Mi g'hoo minga ditt a capo linea!... Mi disi la

Crocetta.... Soo nanca coss'el sia el capo linea.... El regolament el

dis: — Duu!_ — e il resto son mangerìe.

E seguitò un pezzo, smozzicando le parole fra i denti e la cicca,

declamando, apostrofando ora l'uno ora l'altro dei passeggieri. Non era

chiara? Chiedevano di più per intascarli; era una camorra impiantata

per spogliare il popolo; tutti parenti di Casa Mangioni. Il fattorino

tentò ancora di persuaderlo, un po' sul serio, un po' ridendo; ma dovè

smettere per andar da altri, e passandomi accanto mi disse piano: — Ha

visto che tipo? A momenti lo piglio _per la cuticagna_; non c'è altro.

— Poi ritornò da lui e ricominciò la prova.

Ma quello non gli badava, inveiva contro un biciclista che accompagnava

da un lato la giardiniera, come un cavaliere di scorta a una carrozza,

discorrendo tranquillamente con un passeggiere suo amico, seduto

all'estremità d'una panca. Quell'accompagnamento in bicicletta, non

so perchè, pareva a _Desbottonass_ un abuso enorme, una intollerabile

mancanza di rispetto alla “compagnia„. Gridava al biciclista che se

n'andasse per i fatti suoi, che _l'era minga permess_, ch'egli non

aveva mai visto un'impertinenza simile.... Poi, tutt'a un tratto, balzò

in piedi, e appoggiandosi alla spalliera davanti come a una tribuna,

gridò ai baracconi di Porta Palazzo: — _Mi sont de l'opposizion!_ — e

ripiombò sulla panca.

Dopo un po', il fattorino ricominciò a ragionarlo, e pareva già quasi

persuaso, quando in piazza Carlo Felice, essendo salito accanto a lui

un signore che pagò due soldi per la Crocetta, egli mise un grido di

trionfo: — _Ah! el ved donca.... quest chi el và a la Crocetta e ne

paga duu.... Ma se 'l disevi!... E mi trii, eh, fiœui de cani, e mi

trii? E perchè mi trii?_

— Ma il signore è salito qui, — rispose il dantista, — e lei ha già

fatto due terzi di strada. Animo, tiri fuori il soldo; vuol obbligarmi

a chiamar le guardie? — E, ripassandomi accanto, mormorò: — _O sovra

tutte mal creata plebe!_ Veda con che razza d'animali abbiamo da fare!

— mentre che l'altro continuava a barbugliare: — _La reson l'è la

reson.... el regolament l'è el regolament_.... E ben venga la forza....

_Se se paga duu, se paga minga trii. Oh fiœu d'on todesch!_...

Come sia andata a finire non so; l'uomo tornava a dichiarar

solennemente di appartenere all'_opposizion_ quando io discesi dalla

giardiniera, rattristato d'aver ritrovato un gran tratto più giù sulla

china dell'abbrutimento quell'operaio che doveva esser stato buono,

onesto e intelligente; turbato dal pensiero che tutti gli sforzi coi

quali si combatte il vizio orribile non ne impediscano in alcun paese

l'incremento mortale; oppresso dal dubbio che ogni lotta col mostro

debba riuscire inutile, che l'umanità sia sospinta come da una condanna

fatale ad un segno, da cui l'immaginazione rifugge atterrita....

*

Son queste le linee ed è questo il mese in cui più sovente si fanno

lunghi tratti di corsa senza compagnia o con un compagno unico; nel

quale occorre spesso d'osservare l'espressione d'un sentimento curioso,

somigliante a quello che si prova in certi giardini o sale splendide

di grandi palazzi, quando vi si è soli: l'illusione fugace della

padronanza, la compiacenza immaginaria della ricchezza e del fasto. Si

vedono di questi passeggieri solitari, contenti e alteri d'esser tirati

per mezzo miglio da due cavalli che paiono correre per loro soltanto,

con un cocchiere davanti e un fattorino di dietro, che hanno l'aria

d'esser lì al loro servizio esclusivo; e si leggono sul loro viso dei

soliloqui fantastici di gran signori. Dove si potrebbe comprare per

dieci centesimi un altro così dolce diletto della fantasia? E sono

anche i tratti di strada in cui fattorini e cocchieri, liberi dal

pubblico e felici di quella breve libertà, chiacchierano, solfeggiano,

fischiano, salutano allegramente i colleghi che passano sugli altri

carrozzoni vuoti, e si lanciano a vicenda frizzi e saluti; nei quali

si manifesta quella familiarità fanciullesca che stringe tutti coloro

che hanno comuni occupazioni e noie e argomenti di riso, di lamento e

di critica, siano essi deputati o soldati o commedianti o collegiali.

Sono gli “incerti„ piacevoli, le ore di ricreazione di questi poveri

servitori di tutti; durante le quali, se gli riesce d'agguantare

qualche ascoltatore, il fattorino Carlin vuota con un gusto matto il

sacco di una intera settimana. Lo feci parlare per un pezzo in una

di queste corse solitarie, e compresi meglio che mai quale strana,

mostruosa confusione tutte quelle varie notizie di politica, di

scienza, di viaggi e di avvenimenti pubblici, ch'egli attinge giorno

per giorno dalle gazzette o dai discorsi dei passeggieri, possano

produrre nel cervello d'un uomo del popolo, in cui alla mancanza

della cultura necessaria a comprenderle e a coordinarle s'unisca un

certo ingegnaccio naturale e un'immaginazione vivace. In pochi minuti

accennò e commentò tutti i fatti principali del mese, collegandoli coi

più bizzarri ragionamenti e tirandone le più stravaganti deduzioni

che si possano immaginare. Nei terremoti dell'Islanda e di Messina,

nelle inondazioni del Ferrarese e nel ciclone di Messina egli vede

gl'indizi di qualche cosa di guasto nella macchina del mondo, i segni

coordinati d'uno sfacelo universale, che lo impensieriscono seriamente.

— Che cosa accadrà? E tutta questa gran scienza non può proprio far

nulla per prevenire quello che sta per accadere? — Poi si lancia d'un

salto nella politica con la mancanza assoluta, propria dei bambini e

degli uomini incolti, di quel pudore intellettuale che impedisce a noi

di saltar da un argomento importante ad un altro, per non mostrare

d'aver esaurito sul primo tutte le nostre idee e d'essere incapaci

d'insistere a lungo in un solo pensiero. Si è varata alla Spezia la

corazzata _Carlo Alberto_ e a Sestri l'incrociatore _Colon_, destinato

alla Spagna; dunque c'è un'alleanza della Spagna con l'Italia. Si parla

del trattato italo-tunisino: dunque una nuova triplice: l'Italia, la

Spagna e la Francia. Contro chi? E poi un altro salto. Quel Nansen che

ritorna, tanto festeggiato, a Cristiania, ha scoperto un nuovo mondo,

non è vero? Si discorre in questi giorni della scoperta dell'oro nella

Nuova Zelanda: ecco la scoperta del Nansen: un mondo pieno di tesori.

Ed ecco, forse, perchè i Sovrani russi si dirigono verso la Danimarca e

la Norvegia, che son da quelle parti: per accaparrarsi l'oro pei primi:

è chiarissima. E tirò via in questo modo, fabbricando ogni specie di

castelli informi coi materiali disparati e monchi che s'ammucchiavano

nel magazzino semioscuro della sua testa; ed io, visto che le mie

spiegazioni non facevan che accrescere il disordine dei suoi concetti,

pensavo sospirando, senza più interromperlo, che fin che le migliorate

condizioni dei lavoratori non aprano a tutti gli adulti la scuola, ci

sarà sempre nel mondo la stessa quantità d'ignoranza, o una ignoranza

idropica di idee dimezzate e confuse, nella quale è forse più difficile

d'innestare un'idea netta che nei cervelli vergini d'ogni coltura.

Maraviglioso Carlin! Il suo cervello è in uno stato permanente di

ebullizione, e ci bolle un po' d'ogni cosa; ma son pur sempre i sogni e

i propositi di guerra quelli che gli vengon su più di frequente. Altri

seicento armeni macellati a Karput! Ma quando finirà questa storia

_infama_? — Ah giuraddio! — esclama, stringendo il pugno. — Andar là

coi nostri “colossi marini„, correre tutte le rive maledette, e bum

e bum e bum, far saltare in aria e bruciare ogni cosa fin che non

resti un brandello d'un turbante sulla faccia della terra! — E detto

questo, dà di mano al suo taccuino e segna i biglietti con un viso

risoluto come se facesse il conto dei cannoni occorrenti all'impresa;

poi, rimesso il taccuino nella borsa, si pianta sulla piattaforma

con le braccia incrociate e con gli occhi fissi all'orizzonte,

nell'atteggiamento d'un ammiraglio che spia dal ponte della corazzata

le fortezze nemiche.

*

E qui mi toccò un periodo (non il primo nel corso dell'anno)

somigliante a quei numeri di giornali della stagione morta, nei quali

non si trova da cima a fondo un cencio d'articoletto o di notizia, non

una riga di cronaca, non una parola che c'importi un'acca, come se la

vita del mondo, che il foglio rispecchia, fosse sospesa. Chi non ha

esperimentato sui tranvai di questi periodi morti? Per vari giorni non

ci trovate un uomo singolare, una donna bella, un bambino attraente; vi

son tutti sconosciuti i passeggieri come se la popolazione della vostra

città si fosse barattata con quella d'un'altra; tutti frontespizi

nuovi, per uno strano caso, gl'impiegati; e nè un accidente, nè un

discorso, neppure un inconveniente di servizio, nulla assolutamente che

rompa l'uniformità delle vostre corse, come se la gioventù, l'amore

e l'allegria avessero abbandonato l'“istituzione„ vecchia decrepita

oramai, e sul punto di morire alla sua volta, come gli omnibus di

antica memoria. Non vidi altro di notevole che una giardiniera, sulla

linea di San Secondo, tutta occupata da povere vecchie dell'Ospizio di

Carità, per le quali era il giorno settimanale d'uscita, vestite tutte

di grigio e curvate come da un vento che soffiasse dietro, e sopra

quella carrozzata di secoli, segnati sui visi da migliaia di rughe,

un grande annunzio arcato, in cubitali caratteri bianchi su fondo

azzurro, che diceva: — _Biblioteca romantica Sperani_. — Finalmente,

una domenica, trovai sulla linea di Madama Cristina il buon falegname

propagandista, con la sua eterna giacchetta di velluto stinto, stretto

in un vivo colloquio con un fattorino tarchiato e barbuto, dalla testa

enorme, piccolissimo di statura, che gli arrivava appena con la fronte

alle spalle.

Al primo sguardo indovinai che lo stava catechizzando, e pensai che

fosse una sua consuetudine di valersi di quelle ore morte del servizio

per portare il verbo tra gl'impiegati del tranvai. Appena mi vide, in

fatti, mi venne accanto, e m'accertò che non m'ero ingannato: egli

faceva delle corse apposta per predicar la sua fede a fattorini e

a cocchieri, e n'avea già convertiti parecchi. Soltanto quello là,

quella specie di nano irsuto, che non rideva mai, era duro e resistente

come un masso, per motivo di quattro palmi di mota e di sabbia che

possedeva sulla riva del Tanaro, dalle parti d'Alba: una proprietà

ridicola, che spariva ogni tanto sotto l'acqua e che non gli rendeva

la croce d'un centesimo; ma che aveva piantato nel mezzo, come un

albero di bastimento naufragato, un grande faggio, da cui egli sperava

di ricavare, abbattendolo, una sessantina di lire. — È un uomo che

capisce, — mi disse — non è mica corto di comprendonio.... Seguita il

mio ragionamento: da una cooperativa di produzione, di consumo e di

mutuo soccorso a un gruppo di cooperative di corporazione, e poi a un

gruppo di gruppi, e via via, dai comuni alle province, dalle province

a tutto il paese. L'idea gli piace e si capacita. Soltanto, quando si

passa dalla proprietà industriale a quella della terra, ecco che gli

si drizza davanti l'albero, e lui ci s'attacca, e non c'è più verso di

smoverlo. — Quell'albero era per il fattorino l'ultimo e invincibile

argomento in contrario all'Idea; il fusto di quel faggio si cacciava

in mezzo ai congegni della nuova gigantesca macchina sociale, che pure

egli ammirava, e ne arrestava di punto in bianco il movimento enorme,

sconquassando ogni cosa. E mentre il falegname diceva questo, fissando

per di dietro il fattorino che s'era scostato, io capivo che col

pensiero egli non vedeva la persona, ma l'albero maledetto, il supremo

impedimento alla sua conquista, il grande nemico, e che escogitava

il modo di abbatterlo facendo un lavorìo vivace dell'immaginazione,

visibilissimo nei moti impazienti delle dita, con cui si tormentava

il barbone rossastro e stropicciava un pacco d'opuscoli che teneva

in mano. Gli domandai dove andava: mi rispose, battendo la mano

sugli opuscoli, che andava a distribuirli all'estremità di Borgo San

Salvario, dove degli amici l'aspettavano. E quell'idea gli risvegliò

tutt'a un tratto un ricordo, che gl'illuminò il viso e gli fece

dare una risata; il ricordo d'un suo trionfo, d'uno di quei tiri

fortunati ch'egli faceva alle autorità, e che erano la sua gloria. Oh,

un'avventura impagabile. La polizia aveva fatta un'apparizione nella

sua bottega, sospettando ch'egli ci tenesse un deposito d'opuscoli

proibiti. Di roba proibita egli non ci aveva nulla e nemmeno di roba

permessa, perchè i libri e i giornali non li teneva lì; e strizzò

un occhio. Il brigadiere aveva adocchiato e frugato per tutto senza

trovare il più piccolo pezzo di carta stampata. Ma proprio sulla

parete di fronte all'uscio era attaccato un gran _Calendrier de l'an

1896_, nel quale era segnato a ogni data, con una parola fiammante

di commento, un avvenimento socialistico. Il brigadiere ci aveva dato

un'occhiata e, credendolo un calendario innocuo, era passato oltre e

se n'era andato via, salutando lui con buona maniera. Ah, che farsa!

A quel ricordo lo assaliva una ilarità irresistibile, una gioia

come s'egli avesse fatto all'autorità uno di quei tiri magistrali,

superbamente buffi e temerari ad un tempo, che rimangono nella

storia delle grandi astuzie rivoluzionarie, a perpetuo ludibrio delle

tirannidi. E ne rise per un pezzo fregandosi le mani e rinsaccando

il capo nelle spalle. Poi si fece serio ad un tratto per parlarmi

del congresso femminista internazionale di Berlino, perchè era pur

sempre la questione della donna il primo dei suoi pensieri; e a questo

proposito mi fece vedere sopra un taccuino logoro certe sue sentenze

contro la pornografia, scritte con la matita, in carattere minutissimo.

In fine, quando discesi all'angolo del Corso Valentino, porgendomi la

sua grossa mano, mi disse all'orecchio, con quel suo vocione di basso:

— Ora ritorno all'albero.... Oh, ci lavorerò anche sei mesi, ma lo

butterò giù.... Glielo farò sapere. — E dalla piattaforma, quand'ero

già sulla strada, mi fece ancora, ridendo e strizzando un occhio,

l'atto di chi vibra un colpo d'accetta in un tronco.

*

Due giorni dopo, sulla linea di Nizza, cascai sopra Tempesta. Ecco un

soggetto che il buon falegname non convertirà mai. Era in un periodo

di furor nero contro le biciclette per via d'un caso occorsogli la

settimana addietro: d'un biciclista avventato che, volendo attraversare

il binario al sopraggiungere del tranvai, era stato urtato dal

parapetto anteriore e buttato a terra con le gambe in aria. Il danno

e il malanno eran stati tutti dalla parte sua: la macchina in pezzi,

la testa fessa e uno spavento maiuscolo, senza neanche la consolazione

di poter gridare un — _Si prutesta_ — come quel tale della banda di

Cécina, nel sonetto del Fucini. Eppure Tempesta n'avea perso i lumi,

come se avesse fatto lui il capitombolo. Da una settimana, mi disse

il fattorino, non sbolliva più. La vista d'una bicicletta gli faceva

erompere dalla gola dei fasci di saette. E quel giorno pareva che i

biciclisti si fossero dati convegno in via Nizza per tafanarlo. Egli li

vedeva spuntare in fondo alla strada a una distanza incredibile, come

i gauchos vedono i nemici all'orizzonte della pampa, ne accompagnava

la corsa con un monologo imprecatorio, li apostrofava al passaggio,

e quando qualcuno correva per un tratto accanto alla giardiniera,

squadrava con la coda dell'occhio le ruote, stringendo i denti, come se

si rodesse di non poterci dare delle pedate. Lo irritavano in special

modo i biciclisti attempati. — Passa via, _vei balotta_! — Scendi giù,

vecchio deposito! — Che il diavolo ti porti te e il tuo _ciarafi_!

— Allo sbocco di via Burdin passarono due signore, e contro queste

non imprecò; ma il sorriso sardonico con cui si voltò a guardarle

era da dipingere: valeva un libello di venti facciate. Poichè dovevo

andare dal mio amico Licia, direttore della _Torinese_, mi godetti

lo spettacolo fino alla barriera, dove ci venne incontro di fuori

porta un nuvolo di biciclette, e Tempesta, sopraffatto dai nemici, non

potendo più inveire contro ciascuno, dovette ricorrere alla maledizione

collettiva, gettata intorno a ventaglio, come semente di disgrazia.

E lì ebbi una sorpresa. Feci la conoscenza della sua famiglia: la

moglie e due ragazzi fra i cinque e gli otto anni, che l'aspettavano

col canestro della colazione. Avevo tante volte pensato alle povere

vittime condannate alla sua convivenza, che, vedendole finalmente, mi

feci a guardarle con pietosa curiosità. Ma ebbi un senso di sollievo.

Ah, erano tipi da poterci reggere. La moglie pareva sua sorella: una

tarchiatona di viso sanguigno e fiero, coi capelli per aria, con due

occhi di lottatrice, capacissima di far fronte alle sue furie, e non

soltanto a parole; i figliuoli, rassomiglianti a lui a un segno da far

ridere, due facce strane e torve da ragazzi del Dorè, due predestinati

provocatori della _Società protettrice delle bestie_, ai quali si

capiva ch'era già familiare una gran parte dei moccoli paterni. La

moglie gli porse il canestro con un gesto virile; egli lo afferrò con

un grugnito e, sedutosi sul predellino, si mise a mangiare senza far

parola, dando delle ganasciate da orso, sotto gli sguardi fissi dei

due orsacchiotti, accigliati e silenziosi. — È il solo momento della

giornata in cui si queti —, disse il fattorino, che l'osservava con me,

un po' discosto. E soggiunse sorridendo, con un certo accento benevolo:

— _Rustica progenie._

*

Trovo qui fra gli appunti, sotto il titolo di _rustica progenie_,

varie osservazioni fatte in quei giorni sulla cortesia degli uomini

con le donne sulla carrozza di tutti, e in special modo sull'usanza

di cedere a queste il posto da sedere; alla quale io non credevo che

ci fossero ancora tanti ribelli, e non in una sola classe sociale.

E che amena varietà c'è anche in questa maniera di villania! Il

buon Valentino Carrera, che aveva in petto un libro su _I villani in

Italia_, avrebbe raccolto sui tranvai un tesoro di documenti. Ci sono

gl'incoscienti che, stando seduti dentro a tutto comodo, guardano

in aria d'ammirazione la bella signora ritta sulla piattaforma a due

passi da loro, senza un sospetto al mondo di premere con le natiche il

Galateo, e quelli che restan seduti per pigrizia invincibile, ma che

ne senton vergogna e sfuggon gli sguardi della postulante, fingendo

di non accorgersi della sua presenza. Ci son quelli che s'alzano per

le signore, ma non si scomodano per le donne del popolo, e quelli che

cedono il posto alle giovani e lasciano sui pioli le vecchie. E c'è

chi nella villania raggiunge il sublime: chi sta seduto proprio con

la signora ritta davanti a lui e barcollante, costretta ad afferrarsi

alle maniglie in alto per non cadere, e qualche volta con un bimbo

in braccio o.... nascosto. Ma il caso più comico e più memorando fu

quello che vidi in via Garibaldi il giorno stesso della mia corsa con

Tempesta. Era notte, pioveva a dirotto; dentro al carrozzone chiuso,

dove non c'era più posto, discorrevano con giovialità rumorosa cinque o

sei omoni dell'aspetto di grassi negozianti, che alle facce vermiglie,

luccicanti sotto il raggio della fiammella, parevano usciti da una

ribotta; e sulla piattaforma posteriore stavano in piedi due signore, a

cui il vento sbatteva la pioggia sulle spalle. Quegli allegri amiconi,

seduti vicino all'uscio, non solo le vedevano, ma lanciavan loro

ogni tanto delle occhiate di curiosità galante; ed esse, celiando, ci

facevan su dei commenti esclamativi: — Oh che cavalieri! — E pare anche

che ci canzonino! — E ci vuole una bella disinvoltura! — Ma furono

per ricredersi a un tratto vedendo uno dei cavalieri alzarsi un po'

dalla panca e tendere la mano verso la maniglia interna dell'uscio....

Che baie! Il cavaliere gentile non fece che chiuder meglio perchè non

passasse il vento pel fessolino. E allora le due signore diedero in

uno scoppio di risa cordiale, a cui fecero eco gli altri passeggieri

ritti intorno a loro, mentre nel carrozzone ripigliava più allegro il

cicaleccio fra i faccioni rossi e luccicanti, beati di star lì dentro,

a bell'agio, al riparo dalla pioggia che immollava il bel sesso Latin

sangue gentile.

*

Ed ecco un'altra volta il conte, a proposito di cortesia. Il carrozzone

chiuso correva per via Cernaia, a notte fatta, sotto una pioggia

minuta. C'era in mezzo a noi, sulla piattaforma affollata, il nobile

fattorino che, allungando le mani bianche al disopra delle spalle dei

passeggieri, pigliava i soldi e porgeva i biglietti con la sua solita

garbatezza timida e premurosa di novizio zelante. Un signore con due

gran baffi a roncolo, mio conoscente di saluto, gli diede un biglietto

da una lira sbiadito. Quegli lo alzò di contro al fanalino e lo esaminò

attentamente. Il signore se n'ebbe a male e disse forte: — Bella

maniera.

Il fattorino arrossì. — Io debbo assicurarmi, — rispose.

— Ma che direbbe lei, — ribattè l'altro, — se io esaminassi il suo

resto in quella maniera?

— Ma.... — rispose il fattorino timidamente — direi che è padrone di

farlo.

— Già — replicò il signore — ciascuno intende la delicatezza a suo modo.

Il fattorino lo guardò un momento, chinò il capo come per inghiottire

la pillola, e si scostò.

Allora io dissi al mio conoscente che quello era un conte, un conte

autentico, e glie ne feci il nome. Credette che celiassi; gli accertai

la cosa, e allora, rimasto un po' sopra pensiero, esclamò: — Ma! Non

lo potevo immaginare. — L'accento di quella esclamazione mi colpì.

Era spontanea, esprimeva un senso di rammarico, voleva dire, insomma:

— Se l'avessi saputo, sarei stato meno duro, o non avrei detto nulla.

— Curiosa! E perchè? mi domandai. Perchè quello ch'egli credette uno

sgarbo, venendogli da un conte, che deve dare a ogni atto il suo peso,

non l'offende di più che venendogli da una persona incolta e volgare,

in cui si può supporre inconscienza della sgarbatezza? Perchè gli duole

di essere stato scortese e ingiusto soltanto perchè l'offeso è un par

suo, o di famiglia più signorile della sua? — Ma subito, interrogando

me stesso, pensai che se fosse occorso a me un caso eguale, avrei forse

fatto irriflessivamente, mosso dallo stesso sentimento ingiusto, la

stessa esclamazione illogica. — E per qual ragione? — Ma per nessuna

ragione! Quelle parole di rammarico sarebbero state in me, come in

lui, la voce improvvisa di certe idee sepolte, ma non morte, di vecchi

sentimenti ereditati, confusi, ravvolti nell'animo nostro dentro alle

idee e ai sentimenti nuovi d'eguaglianza e di giustizia, rimpiattati in

una parte di noi che noi stessi ignoriamo, e di cui restiamo stupefatti

quando per caso e per un momento ci si discopre; la voce d'una

coscienza antica, nella quale non penetra che a lampi e di rado il

nostro pensiero, ma che, se la scrutassimo a fondo, ci chiarirebbe come

non tutta la resistenza ostile che si oppone nel mondo alle nostre più

alte aspirazioni umanitarie e civili si eserciti fuori di noi medesimi,

come anche il più ardente apostolo delle nuove idee porti rannicchiato

nel cuore un nemico della propria fede.... E mi confermai in questo

pensiero osservando che il signore dai baffi a roncolo, quando il conte

ricomparve, evitò il suo sguardo.

*

25. _Giornata morta._ 26. _Sine linea._ 27. _Domenica. Suor Teresa,

dramma in cinque atti, rappresentazione diurna._ — Dall'Arena torinese

sgorga sul Corso San Maurizio un'onda umana, e salgono tre coppie

matrimoniali sulla giardiniera, dove non c'è più posto che per loro.

L'ultima siede davanti a me.... To'! I miei due piccoli sposi di borgo

San Donato. Ho tanto pensato e penso così spesso a loro che mi pare

strano che non mi conoscano, che non mi salutino come un amico. O

povera donnina! E che idea le è venuta, nello stato in cui si trova,

d'andare a farsi straziare il cuore dalla monaca agonizzante del

Camoletti? L'ultima scena l'ha fatta singhiozzare, il suo petto ansa

ancora, i suoi occhi sono ancora gonfi di lacrime; e la pallidezza del

suo viso dice che la commozione è stata troppo forte, che essa è andata

a un punto dallo svenire, e lo dice anche la sollecitudine ansiosa

e amorosa con cui suo marito la cova con gli occhi e la riconforta.

— La colpa è mia, — le dice, — non ti ci dovevo condurre. — Ma no,

essa lo scusa, e incolpa sè; è lei che ebbe la prima idea, e d'altra

parte, benchè abbia sofferto, non se ne pente. È la prima volta che

sento la sua voce buona, umile, un po' velata, e come stanca; la quale

forse tra un mese, forse tra pochi giorni, si farà anche più dolce e

più carezzevole per dir mille parole d'amore al capezzale della culla

che già aspetta in casa sua. Vecchio fanciullo incorreggibile! O non

ho messo tanto affetto a questi due poveri giovani sconosciuti da

pensare con inquietudine al giorno che essi sospirano, e che potrebbe

essere un giorno di sventura? La buona donnina è così poca cosa che, a

guardarla, debbo scacciar quel pensiero per non cedere al presentimento

triste di non averla a riveder mai più dopo quest'oggi. E appunto,

mentre il tranvai svolta sul corso Margherita, vedo allontanarsi giù

per il viale del Regio Parco un piccolo carro funebre nudo, seguitato

da due sole persone. Povera donnina! Il suo, forse, sarebbe seguitato

da una persona sola. Ma per uno di quei bruschi mutamenti che son

propri delle donne in quello stato, tutt'a un tratto essa s'asciuga gli

occhi e si mette a ridere; egli tira un sospiro e sorride; e il mio

presentimento svanisce. Come volentieri sporgerei il viso fra quelle

due teste e direi loro: — Non lo sapete che sono un vostro amico? Mi

volete per padrino del vostro bimbo? — Ed eccomi, vecchio fanciullo

incorreggibile, a lavorar d'immaginazione su quella traccia. — Come

continuerei? Che cosa direbbero? Che penserebbero di me? — Eppure....

un giorno o l'altro farò quel colpo; lo prevedo.

*

Un altro par di teste, fra le quali non avrei voluto sporger la mia,

lo vidi due sere dopo, a notte chiusa, in una giardiniera di via

Garibaldi; una coppia in tutt'altra condizione psicologica da quella

dei miei due sposi. Quantunque, stando ritto sulla piattaforma davanti,

li vedessi in faccia a tre panche di distanza, non li riconobbi subito,

perchè l'uomo era sotto “mentite spoglie.„ Solo in un punto che mi si

presentarono tutti e due di profilo, voltandosi l'un verso l'altro per

barattare una parola, ravvisai il bel capitano, in abito borghese,

elegante come un figurino, e la moglina ipotetica dell'impiegato

delle Poste (lettere raccomandate). Ahimè! Tutto finisce. Alla prima

occhiata vidi sui loro visi l'annunzio nero della felicità defunta.

Dovevano essersi scambiati, durante la corsa, delle frasi di un

sapore “di forte agrume.„ Essa aveva l'aria afflitta e pareva ancora

agitata; il viso di lui non esprimeva che una noia compressa, la quale

cercava delle vie di fuga in rapidi sguardi lanciati a destra e a

sinistra sui caffè illuminati, sugli ufficiali “liberi„ che passavano

sui marciapiedi, sulle signore chiaro vestite che si scansavano

al passaggio della giardiniera; e lo sguardo di lei, ogni tanto,

accompagnava il suo, come per vedere dove s'andasse a posare. A un

certo punto, senza voltarsi, essa gli disse una parola, uno di quei

monosillabi, m'immagino, che sono come lo scoppio improvviso d'un lungo

soliloquio muto, ed egli le voltò un poco la spalla, rovesciando il

viso indietro e alzando gli occhi al cielo della giardiniera, come per

invocare il soccorso d'un Santo protettore. Non rifiatarono più. Ma

v'è nell'atteggiamento di certe persone sedute l'una accanto all'altra

qualche cosa d'indefinibile, da cui si capisce che i loro spiriti sono

divisi. Essi mi davano l'immagine d'un tronco spezzato in due parti,

le quali si toccano ancora, ma mostran la linea della spaccatura. Il

tranvai era stato il carro di trionfo, ed era allora il carro funebre

dei loro amori. Chi sa quante coppie consimili, quanti altri amori

morti o moribondi portavano in giro quell'altre giardiniere affollate e

illuminate, che correvano davanti, accanto e di dietro; amori che, come

quello, eran nati sulla carrozza di tutti, e ci s'eran dati i primi

ritrovi e ci avevan provato i primi terrori d'essere spiati e inseguiti

e pagato dieci centesimi le loro prime dolcezze! Chi sa quanti altri

amori avevano preso quella sera l'ultimo scontrino! Quando, uscendo

da questi pensieri, tornai a voltar lo sguardo alla panca, Marte

era volato via, e Venere, tutta sola, guardava lontano davanti a

sè, con gli occhi torbidi e fissi, che parevan dire l'ultima parola

dell'annunzio funebre apparsomi alla prima occhiata sul loro viso; —

_Una prece._

*

Era quella una serata limpida e fresca, come di primavera. Non

ricordo d'aver mai goduto come in quell'ora lo spettacolo mirabile che

presenta una città grande, vista così dal tranvai, in una bella notte

d'estate. Sotto le lunghe ghirlande di lampade voltaiche sospese in

alto sul mezzo delle strade, corrono i fanali delle altre carrozze,

somiglianti a grandi occhi rossi, verdi, bianchi, azzurri di grandi

teste invisibili, che ci vengano incontro di lontano; i mille lampioni

delle piazze e dei viali, fiammeggianti da ogni parte tra il fogliame

degli alberi, danno alla città l'apparenza d'una vastità infinita, e

quella moltitudine di gente che si vede di sfuggita, affollata davanti

ai caffè, a crocchi sugli usci, a gruppi sui terrazzi, a processioni

sui marciapiedi, quei visi innumerevoli che ci passano accanto, ora

imbiancati dalla luce elettrica, ora velati dall'ombra, ora dorati

dal gas, ora neri nell'oscurità, ora mezzo accesi dai fasci di luce

che erompono dalle botteghe, paiono d'un popolo fantastico, vivente in

una vicenda continua di giorno e di notte, sotto un cielo in cui danzi

senza legge una pleiade di lune. E qua e là appaiono altri contrasti

lontani di chiarori diffusi e di oscurità fitte, di masse brune di

vegetazione, che offrono aspetto di boschi stelleggiati dai fuochi

d'un bivacco, e di ampi spazi aperti in cui s'inseguono e s'incrociano

stelle multicolori, di file di case confuse in una sola enorme muraglia

nera e di schiere di palazzi su cui par che batta la luce dell'alba. E

a fuggir così fra quei mille giochi di luce, in mezzo a quel brulichìo

di gente riposata e svagata, in quell'aria profumata dall'erbe e dai

fiori dei giardini, nella quale si succedono e si confondono note

di cantanti di caffè, suoni d'orchestre di birrerie, ritornelli di

canzonette popolari e musiche erranti di mandolini e di fisarmoniche,

sembra d'attraversare una città maravigliosa, dove rida una festa

perpetua e siano sconosciuti gli affanni, le fatiche e la miseria. Ma

si rompe l'incanto se osservate il fattorino e il cocchiere. Ah, i loro

visi stanchi, in cui gli occhi si chiudono, le loro povere gambe, ritte

dalle quattro della mattina, che irresistibilmente si piegano, e la

loro voce fioca e sonnolenta vi richiamano al pensiero la moltitudine

di tutti quegli altri che, mentre una parte degli abitanti corre ai

piaceri, posano le ossa affrante sopra un povero letto, per ridestarsi

prima dell'alba a una rude vita di lavoro e di stenti.

*

Era una serata, l'ultima di settembre, limpida e fresca come quella,

quando sulla giardiniera di corso Vinzaglio, salendo all'angolo di

via Cernaia, trovai un buon amico mio, cav. avv. prof., e giornalista

pieno d'arguzia, con due ragazzine; delle quali riconobbi subito la

più grande, figliola sua; la sola ch'io sapevo che avesse. Era disceso

allora alla stazione di Porta Susa, venendo da una sua villa dei

dintorni d'Ivrea a ricondurre a casa la figliuola d'un suo parente,

ch'egli aveva ospitata per una settimana. — Lei lo deve conoscere, —

mi disse. Era la figliuola di _Siapure_! Stava seduta davanti a me,

in modo che la sua treccia bruna cadente toccava quasi le mie mani

appoggiate sulla canna; si voltò in quel momento, e la riconobbi. Era

cresciuta assai nei tre mesi da che non l'avevo più vista, e dai suoi

begli occhi neri, che si fissavano nei miei, compresi che anche la

sua intelligenza doveva aver fatto un gran passo. Tirai il discorso

a un altro argomento; ma per tutta la corsa non potei più staccare il

pensiero da quella bimba; la quale, voltatasi di fianco per ascoltare

la nostra conversazione, continuava a fissarmi in viso i suoi occhi

intelligenti e buoni, come se comprendesse che, pure parlando d'altro,

io pensavo a lei e a suo padre. Mi guardava, col capo un po' inclinato

dalla mia parte, come se volesse dirmi: — Oh, tu parlerai questa

volta; tu mi dirai di salutarlo; sarò io che porterò la parola della

riconciliazione; dilla dunque una volta quella buona parola. — E anche

questa volta la buona parola mi venne alle labbra dieci volte, e dieci

volte la rattenni. Mi dicevo: — Quando il tranvai sarà all'angolo di

Corso Oporto, la dirò. — E poi: — Quando sboccherà sul Corso Vittorio

Emanuele. — E poi: — Quando saremo vicini al monumento. — Ma al buon

punto la parola restava dentro, e ne pativo, e quella treccia che ogni

tanto mi sfiorava la mano mi dava il senso della punta d'un dito che

mi stimolasse, e quegli occhi fissi pareva che mi dicessero sempre più

dolcemente: — Ma parla; non hai che da dire: — Saluta il babbo, — e

tutto sarà finito, e tornerete buoni amici come prima, perchè vi siete

sempre stimati e voluti bene. — Ah svergognato! S'era passato già il

Corso Umberto e non avevo parlato ancora; l'amico doveva scendere in

piazza Carlo Felice; non mi restavano che tre minuti, avevo sdegno

di me, e pure sentivo che non avrei fiatato. Ma da che può dipendere

il fare o non fare una buona azione! Quando fummo vicini alla piazza,

dall'orchestra all'aria aperta del Caffè Mogna mi venne all'orecchio il

motivo della sinfonia dei _Vespri_, quel motivo largo e dolce, che è

uno dei primi ch'io ritenni da ragazzo, e che sempre mi ridesta mille

ricordi della fanciullezza, le prime commozioni del teatro, mia madre

giovane affacciata al palchetto, la scena riveduta in sogno, un misto

d'immagini liete e tristi, confuse, lontane, come d'un'altra vita. O

musica benedetta, nobile amica, misteriosa e benefica ispiratrice di

bontà e di gentilezza!

— Bambina, saluta tuo padre per me....

E il suo _sì_ vivo e soave mi parve una nota di quella musica.

La Carrozza di tutti · 第 14 / 33 题