CAPITOLO QUARTO.

Aprile.

Libero in questo mese da ogni altro pensiero, posso dedicar maggior

tempo ai miei viaggi circolari _intra muros_, e scrivere distesamente,

giorno per giorno, le mie osservazioni. Eccone una: il tranvai,

istituzione educativa. E non è celia. Nel contatto quotidiano con

gente d'ogni ceto i superbi perdono sul tranvai un po' della loro

muffa; gli egoisti contenti odono discorsi di miserie e di dolori

che li fanno pensare; la signora che tiene un figlioletto sano fra

le braccia domanda pietosamente alla donna del popolo che cos'ha il

bambino pallido che ripiega il capo sul suo petto, e la madre dura,

che ha visto ammirata dai circostanti la floridezza e la grazia della

sua creatura, discende col cuor raddolcito dalla carezza fatta al suo

orgoglio. Ed è ancora una scuola di cortesia la carrozza di tutti

poichè, a furia di veder altri cedere il posto alla donna, finisce

con cederlo pure, quasi per istinto d'imitazione, il popolano che

non ci aveva mai pensato; e dall'esempio dei cortesi che porgon la

mano al vecchio che sale o sorreggono per il braccio la vecchia che

scende sono indotti anche i villani a far l'atto stesso, e si corregge

a poco a poco la volgarità degli atteggiamenti e delle mosse perfin

nell'uomo più volgare sotto lo sguardo dei molti occhi in cui egli vede

un'espressione di rimprovero o di disgusto, che lo ferisce nell'amor

proprio. Sì, quei cento carrozzoni che girano per la città tutto l'anno

sono cento piccole scuole ambulanti, dove le diverse classi sociali

imparano l'una dall'altra molte cose utili; per esempio, che non c'è

grande differenza fra di esse se non nella scorza; che basta a poveri

e a signori l'astrarre un po' col pensiero da questa per sentirsi

spinti gli uni verso gli altri dagli stessi impulsi che ravvicinano

fra loro gli eguali; che molti dissensi e rancori cesserebbero fra

chi è in alto e chi è in basso per il solo fatto di parlarsi e di

conoscersi a vicenda; che le avversioni sociali non nascono tanto dalla

disuguaglianza della fortuna quanto dal sospetto reciproco dell'odio

e del disprezzo, e che la cortesia è un'alta sapienza e una grande

forza benefica. Queste cose pensai stamani vedendo nel carrozzone un

grosso signore e un giovane operaio chinarsi tutti e due a un tempo

per raccogliere lo scontrino che una vecchia campagnuola aveva lasciato

cadere sotto la panca. Vent'anni fa il secondo non si sarebbe chinato,

e forse.... neppure il primo.

*

Una conoscenza nuova: il _marchese_. È un fattorino che, per rispetto

al galateo, sta sulla sommità della scala, di cui Tempesta occupa

l'ultimo gradino. L'ho conosciuto in questi giorni sulla linea del

Valentino, andando a trovare Angelo Mosso. L'hanno soprannominato

il _marchese_ i frequentatori della linea. È una figura di tenorino:

biondo, pallido, svelto, con gli occhi azzurri e una bocca d'occhiello,

perpetuamente sorridente sotto due baffetti d'oro arricciati. Saluta

porgendo lo scontrino, risaluta ricevendo i soldi, chiede “pardon„

nel passarvi davanti, aiuta le signore a salire e a discendere

mettendo loro delicatamente la punta delle dita sotto il gomito,

prende sul predellino degli atteggiamenti eleganti di cavallerizzo

ritto sul cavallo, salta giù a raddrizzar l'ago alle biforcazioni e

risalta su con una grazia di ballerino, e ha un suo modo particolare,

amabilissimo, di mettere il resto nelle piccole mani inguantate,

come si mette una chicca nella palma d'un bimbo, sorridendo col capo

inclinato e fissando negli occhi della creditrice, senza varcare il

segno del rispetto, uno sguardo soave, che la costringe a fare un cenno

di ringraziamento. Appartiene alla famiglia degli erotici sentimentali.

Pare un galante padron di casa che faccia gli onori del suo salotto

a una comitiva d'invitate. Si capisce che l'aver che fare col bel

sesso signorile è una dolcezza della sua vita. Un sorriso, un segno

di compiacenza, uno sguardo di curiosità o di simpatia d'una signora

o d'una signorina gli danno una scossa così viva, che per un momento

par che gli manchi il respiro; e poi respira forte e s'arriccia i

baffetti con la mano agitata, mandando baleni dagli occhi. Dev'esser

stato ballerino al Teatro regio, o modello di pittore, o cameriere

di fiducia di qualche vecchia nobile. Perfin nel segnare i numeri

sul libretto ha un certo modo artistico di menar la matita come se

schizzasse il ritratto delle sue passeggiere. Se ha un'innamorata della

sua condizione, la povera ragazza dev'essere terribilmente gelosa al

pensare che, mentre essa è a casa o in bottega al lavoro, lui se la

scarrozza in mezzo alle gale e ai profumi del bel sesso, distribuendo

scontrini e sorrisi e accogliendo ogni soldo come un fiore, e deve con

l'immaginazione inquieta far sulla linea tutte le corse regolamentari,

sospirando il fanale bianco dell'ultima, come un segnale di

liberazione.

*

Sulla stessa linea del Valentino, questa mattina, nell'atto che facevo

fermare il tranvai, uscendo di casa del mio amico, rividi finalmente

la “vergine morta„ che dal febbraio non avevo più ritrovata. Sedeva

sull'ultima panca della giardiniera: bianca, serafica, impassibile

come sempre, spiccante fra le altre signore come una madonna del

Fiesolano in mezzo alle figurine d'un giornale di mode. Standole

dietro ritto sulla piattaforma potei ammirare da vicino la ricchezza

dei suoi finissimi capelli castagni, sotto la quale s'inchinava, come

sotto un peso soverchio, il suo collo bianco e delicato; così bianco

da far pensare che il bacio d'un bimbo v'avrebbe lasciato una traccia

purpurea, così delicato da parer che una leggerissima stretta delle

dita sarebbe bastata a soffocarvi la vita. Aveva sulle ginocchia non

so che di rotondo, rinvoltato in un foglio della _Stampa_, e lo teneva

fermo con una mano sottile e nivea come il suo collo; la quale non vi

doveva pesar su più di un petalo di giglio. Il suo lungo corpo leggiero

non aveva un fremito, come se per lei non fiorisse la primavera, come

se la sua natura angelica fosse insensibile al mutare delle stagioni;

nè le sue guance dalla linea purissima erano più colorite in quel

tepore d'aprile che non fossero nelle giornate rigide dell'inverno; e

non uno dei suoi capelli di seta si agitava sulle sue tempie fresche

di bambina, benchè l'aria si movesse; e quieti come i suoi capelli

erano senza dubbio anche i suoi pensieri. L'osservai per un pezzo,

e mi riprese più acuta la curiosità di saper chi fosse, poichè non

riuscivo a immaginare alcuno stato o occupazione o scopo delle sue

corse che convenisse al suo aspetto tanto dissimile da ogni altra forma

di fanciulla ch'io avessi veduta mai. E anche stamani cercavo con la

fantasia, e tutto quanto trovavo mi pareva discordante, impossibile

a conciliarsi con quel freddo candore, con quella serenità di cielo

d'inverno, con quell'apparenza di ignoranza claustrale o di sovrana

indifferenza pel mondo. Il mio pensiero non riposava che immaginandola

come m'era apparsa la prima volta, coronata di rose e ravvolta in un

velo bianco, distesa sopra un feretro, con le braccia incrociate e

un sorriso sulle labbra, rivolto a un mondo sovrumano. Ebbene, mentre

così l'immaginavo, in un momento che il tranvai, sboccando sul corso

Vittorio Emanuele, faceva un sobbalzo, l'involto ch'essa aveva sulle

ginocchia si schiuse, e la corrispondenza strana, quasi miracolosa di

quello ch'io vidi con quello che immaginavo, mi diede un brivido di

terrore.

Era un teschio.

Il mistero era svelato; ebbi come una visione istantanea di lei in

mezzo agli orrori d'una sala anatomica, e rimasi come trasognato; la

verità era l'ultima cosa a cui avessi mai potuto pensare. Studentessa

di medicina!

*

È scritto: non riuscirò mai, mai a conquistare il cuore del cavalier

“Bicchierino„. Quest'oggi gli sono caduto in disgrazia da capo. L'avevo

accanto sul tranvai, in via Garibaldi, alla solita ora della mattina.

Anche sulla giardiniera, come nel carrozzone chiuso, se non trova

libero il posto a sinistra della panca in fondo, piuttosto di sedersi

da un'altra parte, egli rimane in piedi sulla piattaforma. Avevamo in

mano tutti e due la _Gazzetta del Popolo_. Io ritardai la lettura per

ammirare la pacatezza e la precisione meccanica con la quale, dopo

letto la prima pagina, per legger l'altra senza tagliare, egli ripiegò

il foglio di mezzo e fece scorrer le dita sulla piegatura, e poi piegò

un'altra volta il foglio intero, e corresse anche la seconda piegatura

con la mano aperta e lenta, premendosi il giornale sul petto come una

cosa sacra. E mentre faceva quel lavoro, lo vedevo nel suo ufficio

fare ogni mattina quegli stessi passi contati, riporre sempre la penna

allo stesso posto, appuntare il lapis ogni tanti giorni a quell'ora,

uscire ogni giorno a quel dato minuto preciso, e pensavo che i suoi

pensieri si succedevano e si riproducevano certamente con lo stesso

ordine e la stessa lentezza, e che doveva essere un'immagine della sua

mente la sua casa assestata e lucida di buon _travet_ torinese, celibe

e tranquillo. Celibe senza dubbio, perchè era impossibile che un uomo

simile si fosse messo in casa il disordine vivente d'una moglie. E

come mai, pensando a tutto questo, io potei commettere sotto i suoi

occhi l'imprudenza imperdonabile che commisi? Per cercare una notizia

nella seconda pagina della _Gazzetta_, vi cacciai dentro la mano e

lacerai il foglio con le dita tese. Egli si voltò, come se un istinto

l'avesse avvertito dell'atto vandalico, osservò con gli occhi allargati

la dentellatura orribile che aveva fatto la mia mano nei margini, e

poi, alzato lo sguardo al disopra degli occhiali, mi fissò per qualche

momento con un'espressione indescrivibile di stupore e di riprovazione.

Compresi allora l'enormità del mio sproposito, e dissi in cuor mio:

— Son perduto; mai più, mai più mi potrò rialzare nella sua stima. —

E infatti, nella cura ostentata con cui ripiegò il giornale prima di

scendere vidi chiaramente l'intento di farmi comprendere che nessuna

relazione amichevole sarebbe mai stata possibile fra di noi due.

Ebbene, sì, egli ha ragione: ci dev'essere una differenza enorme di

temperamento, di vita e di opinioni tra chi straccia il giornale come

faccio io e chi lo ripiega come fa lui. Dimmi come tratti la _Gazzetta

del Popolo_ e ti dirò chi sei.

*

Ho girato tutta la sera della domenica per godermi lo spettacolo

curiosissimo degl'incontri delle giardiniere affollate. Strana è

quella visione fuggitiva di trenta facce, che paiono d'uno sciame

umano volante: facce curiose, facce esilarate, facce impassibili, facce

istupidite dalla digestione difficile d'una mangiataccia domenicale,

o brillanti d'una sbornietta discreta, o sorridenti della dolcezza

d'un riposo onesto; begli occhioni neri o celesti che vi gittano un

raggio di fuga, coppie d'amanti che conversano, vecchi coniugi che

sonnecchiano, teste bionde di bimbi, che agitano le braccia in segno

di festa verso di voi. È un momento; ma se sul tranvai che passa c'è

una signora bella o un vestito elegante o un cappellino bizzarro, non

sfugge all'occhio d'alcuna donna che stia sul vostro, e tutte le teste

femminili si voltano; e in quei rapidi incontri persone si riconoscono

di qua e di là, e si scambiano scappellate a scatto, apostrofi tronche

e saluti della mano, che ripetono a distanza, come da poppa e da prua

di due vaporini. Vedete prima trenta visi in pieno, poi trenta teste

di profilo, poi trenta nuche e trenta dorsi: la comitiva vi si presenta

sotto ogni aspetto come un gruppo statuario sopra il trespolo girante.

Incontrate delle giardiniere allegre e chiassose in cui predomina la

giovinezza e paion tutti compagni di festa; altre che par che portino

un carico di musoneria, tutte facce gravi o insonnite; qualcuna con

una guardia civica davanti e due carabinieri in fondo e qualche soldato

dai lati, che pare una carrozzata di condannati tradotti alle carceri.

E più curioso è lo spettacolo a notte fatta, quando passano di volo,

illuminati dai raggi bianchi della luce elettrica o dai raggi gialli

del gas, e variamente colorati dai lanternini dei carrozzoni, gli

uni vermigli, altri verdi, altri mezzo accesi e mezzo oscuri, visi

intontiti di briachi, visi languidi d'amanti, bambini addormentati,

teste di donnine appoggiate sulla spalla del marito, braccia maritali

strette intorno alla vita della moglie, e mani amorose intrecciate, e

bocche e orecchie che si toccano, e musi lunghi di solitari, oppressi

da una giornata di noia. Oh quante noie e delusioni, e rammarichi del

denaro sciupato, e impazienze febbrili d'innamorati, e speranze e sogni

d'amori nascenti, e presentimenti tristi d'amari diverbi coniugali

portano a casa la sera tutti quei carrozzoni! E qualche cosa d'amaro ho

portato a casa io pure. In una giardiniera che passava ho riconosciuto

il mio buon nemico _Siapure_. Era ritto anche lui sulla piattaforma

di dietro, e aveva accanto una ragazzina di otto o dieci anni, il suo

ritratto, somigliantissimo; una figliuola di cui ignoravo l'esistenza,

graziosa, con due grandi occhi neri e buoni, già un po' velati dal

sonno. Ci passammo accanto alla distanza di due passi sotto la luce

d'una lampada elettrica; i nostri sguardi s'incontrarono; avremmo avuto

tempo di stringerci la mano.... e voltammo il viso tutt'e due dalla

parte opposta. Ah vecchi bambini vergognosi!

*

Il tranvai, ottimo osservatorio per studiare la tirchieria. Ecco un

signore obeso che scomoda dieci persone e si fa venir le budella in

bocca per cercare un soldo caduto; ecco un facsimile di senatore, con

tanto di pelliccia in dosso, che fa una scenata perchè il fattorino gli

ha dato col resto un soldo greco; ecco un grasso provinciale che non

vuol pagare un soldo di più per l'ultima corsa perchè il suo magnifico

orologio d'oro non segna ancora le dieci precise. Era una famiglia

agiata, si vedeva, quella che è salita questa sera sul tranvai della

barriera di Casale, in piazza Solferino: marito e moglie, tre ragazze

e un bimbo sui tre anni, che teneva in mano un cannocchiale da teatro;

e il marito, che mi dava le spalle, aveva certo nei capelli tinti,

divisi a filo sulla nuca, tanto di cosmetico quanto valeva il biglietto

che s'è rifiutato di pagare per il posto del suo bimbo, disputando col

fattorino dall'imboccatura di via Santa Teresa fino a piazza San Carlo.

— Il bimbo ha l'età....

— Ma su questa stessa linea, ieri l'altro, non ha pagato.

— Non c'ero io.

— Non sono obbligato a ricordarmene.

— Basta ch'io glie lo dica. Non debbo mancare al regolamento perchè ci

ha mancato un altro.

— Eh, il regolamento ve lo fate ciascuno a modo vostro.

— Io non me lo faccio a modo mio: osservo quello della Società.

— La Società prescrive anche di rispondere in un altro tuono.

— Io rispondo nel tuono in cui mi parlano.

— Siamo educati!

— Ma tutti e due.

Apriti cielo! Mi sarò ingannato, perchè non l'ho potuto vedere in viso;

ma dalla punta dei baffi e dall'accento con cui disse: — R_icorrerò

alla direzione_ — m'è parso quello stesso personaggio, soprannominato

Tintura Migone, che aveva fatto una scena simile sulla linea della

barriera di Nizza. Discese, voltandomi le spalle, all'angolo di via

Plana, e lo vidi andar con la famiglia al Teatro Gerbino a spendere

sessanta volte la moneta per cui aveva alzato tanta polvere. O

miseranda pitoccheria signorile, che per vanità o per piacere butta

via lo scudo da una parte e letica il soldo dall'altra con una tenacia

rabbiosa che fa avvampar dalla vergogna chi veste gli stessi panni!

O razza spregevole d'esosi, che con infinite piccole taccagnerie

spandete intorno a voi tanti semi d'ira e d'avversione, veri eccitatori

dell'odio fra le classi sociali, quando finirete di disonorarvi dieci

volte al giorno per cinque centesimi?

*

Mi è caro il tranvai anche perchè mi dà modo di studiare i bambini,

che per la strada mi sfuggono. Lì posso averli sotto gli occhi per un

po' di tempo e ammirarli a mio comodo, in specie sulle giardiniere,

grazie al vezzo che hanno tutti d'inginocchiarsi sulle panche, dando

le spalle ai cavalli, e di appoggiarsi alla spalliera come a una

balaustrata di terrazzino, col viso rivolto verso i passeggieri.

Faccio ogni giorno qualche conoscenza. Già due volte, tornando a

casa dal Giuoco del pallone, ho potuto ammirare così una bambina di

due anni, che padre e madre portano ogni sera verso le sei a fare il

giro dei Viali. M'è simpatica questa buona coppia, un _Taddeo_ e una

_Veneranda_ sulla quarantina, tutti e due piccoli, rotondi e floridi

come i famosi amanti del Giusti, con l'aria di gente contenta dei

propri affari. E scommetterei che quella bambina è il frutto unico

e tardivo dei loro placidi amori, venuto quando più non lo speravano

dopo averlo desiderato per molti anni, tante son le cure e le carezze

di cui l'affollano, divorandola con gli occhi, tanta è la compiacenza

con cui si sorridono a vicenda a ogni suo gesto e a ogni sua parola

e ringraziano con lo sguardo chi la guarda e le sorride. Questa sera

stava inginocchiata sulla panca in fondo e guardava me, ritto in

faccia a lei, col visetto volto in su, come avrebbe guardato la Mole

Antonelliana: un visetto rotondo di madonnina, illuminato da due begli

occhi azzurri e incorniciato in una finissima capigliatura castagna,

tagliata alla scozzese sulla fronte e ricadente sul vestitino color

di rosa. E sorrideva vagamente, guardandomi, come se si ricordasse

d'avermi già visto un'altra volta, con quella strana espressione tra di

benevolenza, di curiosità e di canzonatura, tutta propria dei bimbi,

che par che dicano: — Chi sei? Perchè mi guardi? Che vuoi da me? — e

intanto moveva le labbra e gonfiava ora una guancia ora l'altra come

se masticasse qualcosa. A un tratto si mise una mano in bocca e poi la

tese aperta verso di me per mostrarmi quello che aveva sulla palma:

un pezzetto di caramella; poi balbettò una parola che non capii,

si rimise la caramella in bocca e riprese a sorridermi, dondolando

la testina da una spalla all'altra. E io la guardavo, la guardavo,

ostinato a cercare il segreto di quel fascino divino dell'infanzia,

che, non parlando, ci dice mille cose dolcissime, confuse, lontane,

quasi sovrumane, impossibili a tradursi in parole; della potenza di

quello sguardo vago, che non penetra nell'anima nostra, ma davanti al

quale si nascondono, friggono, si disperdono tutti i pensieri tristi

ed impuri come un branco d'uccelli notturni al raggio dell'alba. E in

cuor mio le dicevo: — Guardami, guardami ancora, fa fuggir le misere

vanità, gli odî ignobili, le menzogne vili, l'egoismo, l'orgoglio;

fa fuggir ogni cosa.... — Ma un cane che correva dietro al tranvai

la distrasse dall'opera purificatrice, e non mi fu più possibile di

ricondurre la sua attenzione da quel cane sulla mia persona, nemmeno

mettendole una mano sotto il mento; benchè, per istinto amorevole, essa

appoggiasse sulla mano la guancia. Quella carezza fece voltare il padre

e la madre, sorridenti. Domandai loro che età avesse la bimba. Non si

può dir l'accento con cui mi risposero a una voce: — Ventitrè mesi. —

Non avrebbero detto con un altro accento: — Abbiamo ventitrè milioni.

— Sentii che quel numero segnava per loro la data d'una seconda vita,

che diceva da quanto tempo era discesa sulla loro casa la benedizione

e la gloria. Com'è dolce augurare sinceramente il bene ai propri

simili! Sentii una gioia vera a dir loro tra me: — Siate felici, vi sia

lasciata sempre, possa non aver mai un brivido di febbre, mai un nodo

di tosse, mai una notte agitata, mai il viso pallido neppur per un'ora!

*

Sullo stesso tranvai, tre sere dopo, ritrovai l'operaio lombardo del

_desbotonass_, quello che m'aveva dato del _politicon_ perchè non

m'ero voluto sbottonare sull'argomento della politica. Aveva anche

questa volta festeggiato la domenica, e lo diceva il ciuffo che gli

dondolava sulla fronte, e la cicca che gli spenzolava dalle labbra;

ma era frenato dalla moglie, una donnina secca, più attempata di lui,

seduta al suo fianco. Appena mi vide, mi piantò in faccia gli occhi

lustri: tremai che mi riconoscesse e la ricominciasse con lo Zavattari;

ma non mi riconobbe. Borbottò non so che della rivoluzione di Candia;

voleva andare a Candia; e bruscamente, alzando la voce, mi fece la

proposizione d'andar con lui. Ma lo distrasse il campanello del Viatico

che passava dall'altra parte del Corso San Maurizio. E allora ebbe un

litigio con la moglie. Quasi tutti, sul tranvai, si scopersero il capo;

egli no. Sua moglie gli disse di scoprirei: non volle.

— Ma non rispetti nemmeno il Santissimo? — gli ripetè la donna, in

dialetto piemontese, e allungò la mano per afferrargli il cappello.

Egli si dibattè violentemente, dandomi delle spallate. — _Dagh on

taj_ — gridò — _Corpo d'on...! Mì rispetti i idej di alter, vuj che

rispetten i mè.... Mì sont per la libertaa del pensiero_....

Ma la donna riuscì a scoprirlo; egli strepitò: poi, ripreso il suo

cappello, per rifarsi, se la pigliò col fattorino perchè faceva fermare

il tranvai per far salire la gente.

— Io faccio il mio dovere —, rispose quello; — non ha da salir chi

vuole?

No, non aveva da salir chi voleva, e per questa buona ragione: — _Cosa

vœur dì tranvai? Tranvai el vœur dì marcià.... marcià semper, e se el

se ferma tutt'i moment.... l'è minga pu on tranvai, l'è una tartaruga!_

Voleva pagare anche due soldi di più, ma a condizione di _andar

accelerato_, e ad ogni nuova persona che saliva, ribatteva il chiodo:

— _E on alter!... Ah sanguanon! Ma l'è ona robba de rid!_ — Poi,

tutt'a un tratto, rivolgendosi a me col viso grave, disse in italiano:

— Ed è così che si fa il servizio? — Ma, dicendo questo, mi fissò da

capo, come se gli passasse per la mente un barlume di reminiscenza, e

puntatomi l'indice al viso, soggiunse: — _Lu.... me par de conossel._

Per quanto si sforzasse, però, non riuscì a ricordarsi della

conversazione del _desbottonass_, e volle che gli rammentassi io dove

c'eravamo incontrati. Mi guardai bene dal contentarlo. E per fortuna,

fu distratto un'altra volta da una signora che saliva.

— _E on'altra anmò!_ — ricominciò a esclamare. — _E seguitemm

inscì_.... Ah questa sì che è una bella farsa! —

— Ma la finisca una volta, — gli disse il fattorino.

— Io la finisca? _Ah faccia de bogher!_ — e, levandosi in piedi, tese

il pugno verso di lui.

Ebbi una buona ispirazione: gli misi una mano sulla spalla e gli dissi

all'orecchio: — Andiamo, un vecchio soldato di Garibaldi non deve far

di queste scene.

Fu un effetto magico: si voltò a guardarmi, stupefatto. O come mai io

potevo sapere ch'egli era stato con Garibaldi? Ma non me lo domandò. Mi

guardò un pezzo, sorridendo; poi mi porse la mano e disse: — _E ben....

lu el gh'ha reson._

Detto questo, scrollò il capo in atto di disapprovazione per sè stesso,

e ricadde pesantemente sulla panca. E quando io discesi, non se ne

accorse: dormiva.

*

Sono in un periodo fortunato d'incontri e d'avventure. All'uscita dello

Sferisterio, mi decisi a prendere il tranvai della linea di Vanchiglia

vedendo sulla piattaforma quel porcospino di cocchiere Tempesta, che

conobbi due mesi fa sulla linea di Nizza. La primavera non l'ha punto

raddolcito. Salendo, gli ruppi in bocca un'invettiva feroce che faceva

contro una cavalla chiamata _Balia_; dalla quale egli volse lo sguardo

sopra di me senza mutarne l'espressione, come s'io fossi un complice

della bestia. Tacque per un po', coi denti stretti; ma quando fummo in

piazza Vittorio Emanuele, essendo salita una donna che depose ai suoi

piedi un grosso cesto, egli cominciò contro il cesto una ruminazione

sorda di sacrati, che protrasse fin che si sboccò in via Principe

Amedeo; dove andò addirittura fuor dei gangheri contro una vecchietta

sorda alle sue fischiate, urlandole nella schiena: _O trombon! O

terremot! O tamburnassa!_ — con quanta vociaccia aveva in canna. Poi

ricominciò a grugnire vedendo di lontano la strada ingombra dalla

folla, che usciva dalla rappresentazione diurna del teatro Gianduia. E

forse la ragione di tutte quelle furie era nel canestrino ritto ch'era

ai suoi piedi, nel quale si raffreddava il suo magro desinare, ch'egli

aveva mangiato a mezzo alla barriera di Casale, e che gli premeva di

finire in piazza Carlo Felice. Povero Tempesta! Si capisce come la

fame, in un temperamento come il suo, dovesse fare un tristo lavoro.

Fermò davanti al teatro, infatti, dando al freno una girata furibonda,

come se lo volesse spezzare. E qui la sua violenta natura fu messa a

una prova durissima. Doveva salire con un nuvolo dì figliuoli grandi

e piccini una di quelle povere mamme piene di timori e di affanni,

per le quali una salita nel tranvai è come un imbarco per l'America.

Essendo sparsi qua e là i posti liberi, i figliuoli più grandi salirono

da varie parti, e fu una faccenda interminabile il mettere al posto i

più piccoli; e la mamma a gridare: — Dov'è Carlino? — Giulia, siediti

là. — No, Augusto, in piedi non voglio. — Carlino, vieni qua che c'è

posto. — Marietta, tienti bene alla colonnina —; e Tempesta, voltato

indietro in atteggiamento minaccioso, fremeva come un mastino alla

catena. Quando stava per sferzare i cavalli, la signora lo rattenne con

un gesto perchè uno dei figliuoli s'aveva ancora da sedere. Finalmente,

sbuffando come un bufalo, Tempesta ruttò l'_avanti_. Ma la mamma gridò:

— Un momento! È proprio questo il tranvai che va a Porta Nuova? —

Egli rispose un _questo_ con sette esse, partì, e tirando giù tutti

i santi, cominciò a flagellar la cavalla, che non andava a tempo e

faceva delle scartate, e a soffiar nel suo strumento, fra un moccolo

e l'altro, con tanta rabbia da parer che fischiasse Torino. Fischiò

il monumento di Carlo Alberto, fischiò la Posta centrale, fischiò il

palazzo dell'Accademia delle Scienze, e infilò via Lagrange con la

furia d'un guidatore di carro falcato irrompente contro il nemico. Ma

era destino che la finisse male. All'angolo di via Cavour si staccò

dal gancio l'anello del bilancino, i cavalli s'impigliarono nelle

tirelle, e s'arrestarono. Saltò giù Tempesta schizzando fiamme e,

mentre il fattorino riattaccava, prese a martellar di pugni i poveri

animali, saettando con gli occhi me e altri due che dalla piattaforma

gli gridavano di smettere, e inferocendo in special modo contro la

povera _balia_; la quale alzava ed agitava la testa, scalpitando,

tutta convulsa e tremante, ma senza mandare lamento, come una povera

donna che tace, per non chiamar gente, sotto la percossa del marito

bestiale, di cui non comprende e perdona l'insania. Indignati, stavamo

per scendere, quando accorse dalla cantonata un vecchietto in tuba,

un ometto di nulla, ma ardito e risoluto come un cavaliere antiquo, e

affrontò l'aguzzino, afferrandogli il braccio a due mani. Tempesta si

svincolò con violenza e lo trattò di _avvocato delle bestie_. Cascava

male. Era per l'appunto un avvocato delle bestie, membro della _Società

protettrice degli animali_, e se ne vantò, e tirò fuori un taccuino

per segnarci il numero della giardiniera, dicendo che sarebbe andato

in persona alla direzione. Tempesta risalì sulla piattaforma con la

faccia verde, masticando ira di Dio; ma, ripartito appena, udendo dire

dietro di sè: — _A l'a fait bin_ (Ha fatto bene) —, si voltò a guardare

il temerario con due occhi di fuoco. Chi aveva parlato era un uomo sui

quaranta, di viso serio a benevolo, che aveva l'aspetto d'un operaio

istruito. Questi sostenne serenamente la sua guardataccia, e gli disse

con pacatezza, in accento amichevole, e un po' a rilento, come chi

vuol ripetere esatta una frase letta in un libro-; — Sicuramente.... le

bestie sono i compagni di lavoro, non gli schiavi dell'uomo.

Tempesta non rispose.

*

Siamo in piena primavera. I tranvai dei viali corrono per lunghi tratti

sotto le grandi chiome degli ippocastani, dei tigli e delle acacie, ed

escono al sole e si rituffano nell'ombra, come carrozze erranti in un

parco; i vetri dei finestrini e i visi dei passeggieri si velano di

riflessi verdi; i predellini delle giardiniere strisciano i cespugli

che fiancheggian la via, e passan d'intorno per aria note d'uccelli,

farfalle bianche e profumi di rami in fiore; e il buon Giors nuota e se

la gode in tutta questa freschezza, aspirando a pieni polmoni l'aria

imbalsamata, che gli scava lo stomaco. Glie lo scava così addentro,

dice lui, che a rigor di giustizia, quando viene la primavera, la

Società gli dovrebbe dar doppia paga. Povero Giors! Questa mattina, sul

corso Vinzaglio, ebbe un vero dolore. C'era un garzonetto d'osteria,

ritto accanto lui, con quattro dozzine d'agnellotti crudi posati

sopra un'assicella, ch'egli teneva col braccio arrotondato fuor della

colonnina, per non impedirgli il maneggio del freno. A un tratto, uno

scossone della giardiniera gli fece perder l'equilibrio, l'assicella

piegò, e gli agnellotti si rovesciarono sulla strada. Non si può

descrivere l'atto di desolazione che fece il buon Giors a quella

vista: non c'è per nulla quello che fa don Baldazar-Ferravilla quando

la cuoca dei suoi ospiti gli porta via di sotto il naso il piatto

prediletto. E lamentò per un chilometro la “disgrazia„ scrollando

il capo tristamente; e messo così in un corso di pensieri tristi, mi

raccontò altre “disgrazie„ consimili di cui era stato spettatore, e non

ne pareva ancora consolato. Una vecchia signora venuta dalla campagna,

scendendo male dal tranvai, era caduta sul suo panierino pieno d'ova,

e n'avea fatto un lago, da cui l'avevan tirata su in uno stato! e ova

freschissime, che mandavano una delizia d'odore.... che peccato! Un

grullo d'ortolano, un'altra volta, aveva messo sotto la panca della

giardiniera, a un'estremità, un piatto di fragole ammucchiate, che a

ogni sobbalzo cadevano a mezze dozzine per la strada, dove un branco di

monelli, correndo e facendo un baccano indiavolato, le raccattavano,

senza che lui se n'avvedesse; e quando se n'era avvisto.... certi

fragoloni come palle, che profumavano il corso, una vera grazia

di Dio: disgraziato! A una povera ragazzina, in fine, proprio nel

momento che il tranvai si fermava in piazza Statuto, in capo alla

linea, s'era rovesciata dalla piattaforma una zuppierata di minestra,

ch'essa era andata a prendere all'osteria per suo padre; e gli aveva

fatto tanta pena quella povera _morfela_, a vederla inginocchiata in

terra a raccogliere singhiozzando le pastine e i piselli, che lui

e il fattorino avevano _fatto una sottoscrizione_, essi due soli,

mettendo ciascuno dieci centesimi, perchè la _morfela_ potesse andare a

ricomprar la minestra. — Ma a me — disse poi con un sorriso trionfante

— queste cose non sono mai accadute, nemmeno quando ero alto un palmo;

l'appetito m'ha fatto sempre stare in guardia; guardi, potrei giurare

che non m'è mai cascata di mano una ciliegia! — Bravo Giors! Egli m'ha

l'aria d'un uomo che non abbia mai mangiato a sua voglia in vita sua.

La vista delle tavole di trattoria apparecchiate all'aria aperta,

questa mattina, gli dava dei brividi di voluttà. — Ah! — esclamava,

adocchiandole di passata, — con che gusto mi ci metterei a sedere! — E

si capisce come il sedersi a tavola, per lui che non ci siede mai, sia

un ideale epicuréo, uno scialo da milionari, il non plus ultra delle

raffinatezze della vita. E confessando che sarebbe disposto a mangiare

a ogni ora del giorno, ride; e dicendo che trecento volte all'anno fa i

suoi pasti sulle ginocchia, ride; e raccontando che s'è levato il pane

di bocca per salvar dalle busse una povera bimba, ride. Ah, quanto è

buono senza saperlo, e come mi fa bene il suo riso!

*

Una corsa memorabile, ma che vorrei dimenticare, sulla linea del

Foro Boario. Venivo di fuor di porta. Era una mattinata incantevole.

Partito appena dalla cinta, il tranvai si fermò davanti alla porta

delle carceri giudiziarie, dove salirono sei giovani, accompagnati da

due guardie di polizia, pallidi e malamente vestiti, ciascuno con un

involto di panni sotto il braccio. Erano sei prigionieri liberati che

le guardie conducevano alla questura centrale a ricevere il commiato

ammonitorio dell'autorità. Ma non occorreva che me lo dicesse il

fattorino; lo compresi, nell'atto che salirono, dal modo come girarono

lo sguardo intorno sugli alberi fioriti, sul corso inondato di sole

e sui passanti, bevendo a bocca aperta e a nari dilatate l'aria

luminosa delle libertà, che accendeva delle fiamme nei loro occhi e

faceva correre pei muscoli della loro faccia dei fremiti di piacere,

visibilissimi nonostante lo sforzo con cui cercavano di dissimulare

la rinascente ebbrezza della vita. Allo svoltar del tranvai in Corso

Vinzaglio, e poi nel Corso Oporto, a quell'aprirsi da ogni parte

di viali verdi, di fughe di palazzine e di portici, di vedute delle

Alpi e dei colli, voltarono il capo di qua e di là, con un movimento

di stupore grave, come se ad ogni svoltata crollasse un muro delle

carceri da cui non era uscita ancora tutta l'anima loro, e guardavano

curiosamente ogni passeggiere che saliva, come per molto tempo avevano

guardato ogni visitatore sconosciuto che s'affacciasse all'uscio della

loro cella. Osservavo con meraviglia che, passata la prima ebbrezza,

il loro viso s'andava già oscurando quasi dell'ombra d'un disinganno,

come se quell'ora tanto desiderata non mantenesse tutte le promesse

che aveva fatto alla loro fantasia, e li riafferrasse da lontano

la tristezza della prigione, quando, al punto di attraversare il

Corso Umberto, uno spettacolo anche più strano mi distrasse da loro:

una giardiniera dalla linea di San Secondo, tutta piena di monache

dell'ospedale Mauriziano, un mezzo monastero in carrozza, venti figure

grigie e bianche, immobili e silenziose, che passavano rapidamente

sulla curva, presentandosi tutte di profilo, con la fronte bassa e le

braccia incrociate, come tante statue della Meditazione, e svoltate

di corsa in Via Oporto, non mostrarono più che venti veli neri enfiati

dall'aria, e come fuggenti insieme a una tentazione del diavolo.

I liberati dal carcere discesero all'angolo di via Alfieri, il

tranvai proseguì verso via Santa Teresa. Eravamo a pochi passi dal

crocicchio quando vidi lontano in via Venti Settembre un affollamento

che la ingombrava da un lato all'altro. Mi voltai per domandare al

fattorino: — Che sarà? — lo vidi pallido. Egli aveva già capito.

Il cocchiere frenò i cavalli, che andarono lentissimi. Raggiunta la

folla, ci fermammo. Alcuni ci s'avvicinarono. Il tranvai precedente

aveva schiacciato un bambino di cinque anni, un povero orfanello, che

una mendicante teneva con sè e faceva accattare. Egli era sfuggito di

mano alla donna per attraversare la strada nel punto che i cavalli

sopraggiungevano; le ruote della giardiniera gli eran passate sul

corpo; era morto nell'atto; avevan portato il cadavere sotto il portone

d'una casa vicina, che la folla chiudeva. Una moltitudine di curiosi

s'accalcava intorno al cocchiere che era saltato giù, lasciando le

redini al fattorino, che aveva proseguito la corsa. Nel mezzo della

calca, al di sopra delle teste ondeggianti, spuntavano gli elmi di

due guardie civiche e il cappello d'un carabiniere, e fra questi il

berretto gallonato del disgraziato cocchiere, rovesciato indietro, che

lasciava vedere delle ciocche di capelli grigi. Mi apparve mi momento

il suo viso, bianco e stravolto, con la bocca aperta; poi si nascose.

Parlava e gestiva; ma il mormorio della folla copriva la sua voce.

Vidi le sue mani agitarsi per aria. M'arrivò all'orecchio un: _giuro!_

rauco, come il grido di un ferito. A un tratto, la folla s'aperse

come in due ondate violente e il cocchiere, stretto fra le guardie, si

mosse; ma, fatti tre passi, si fermò, e alzate le braccia come un prete

all'altare, girando intorno gli occhi smarriti e piangenti che non

vedevan più nulla, gridò con voce soffocata dai singhiozzi: — Giuro per

l'anima di mio padre e di mia madre, giuro che non l'ho visto! — Poi

si rimise in cammino barcollando, e la folla lo riavvolse. Il tranvai

ripartì.

Ah, perchè non tenni gli occhi fissi sulla mano tremante con cui il

fattorino scriveva, invece di rivolgerli a terra, sulle rotaie? Non mi

sarebbe stata così orribile la vista del misero corpicino schiacciato

come mi fu quella del suo povero sangue sparso fra i ciottoli;

orribile come qualche cosa di lui che vivesse e soffrisse ancora e

implorasse soccorso dal fondo della fossa. E dovetti scendere, preso

da un ribrezzo improvviso di quel carrozzone, come d'un complice

della strage, d'una macchina sinistra, nella quale, come nell'altra,

stesse rimpiattata la morte, in agguato, per afferrare al varco

altri bimbi. Ma non mi giovò fuggire. Per tutta la strada intesi quel

grido singhiozzante: — Giuro, giuro per l'anima di mio padre e di mia

madre.... — quel grido desolato, supplichevole, solenne; nel quale ne

sonava un altro esilissimo, la voce del sangue sparso, che anch'esso

chiedeva pietà per lui, in tuono di preghiera infantile. E per vari

giorni non scrissi più, e non potei salire sopra un tranvai senza un

sentimento di repulsione, come se tutti avessero le ruote insanguinate.

Ahimè! È dunque vero che anche la vita civile, come la creazione, è una

ruota terribile, che non si può muovere senza stritolar delle ossa e

dei cuori, e che l'uomo è condannato a sparger sangue in eterno?

*

Maravigliosa leggerezza umana! Ma forse non è tanto leggerezza

il parlare che si fa da tutti di cose futilissime anche fra gli

avvenimenti più terribili, quanto spirito dì ribellione, bisogno

di provare la libertà del proprio spirito davanti ad ogni argomento

imposto di riflessione e di discorsi gravi. Avevano l'uno e l'altro

il giornale in mano, questa mattina, i due signori che m'eran seduti

davanti sul tranvai, e che discutevano vivacemente; avevano letto un

momento innanzi la prima notizia della battaglia di Turcuf; era da

supporsi che discutessero della vittoria per cui era liberata Cassala.

Discutevano invece sul colore del fanalino che segna l'ultima corsa del

tranvai del Martinetto.

— Le dico che è bianco, l'ho visto cento volte.

— Ma lei confonde con quello dell'ultima corsa di Vinzaglio.

Dalla voce riconobbi il mio buon “tranvaiofilo„ l'amico di Giors,

benestante sferoidale e gran paladino della Società Belga. Il quale

continuò: — Il fanale dell'ultima del Martinetto è rosso. Verde tutta

la sera, rosso all'ultima corsa.

— Verde tutta la sera, sì, — rispose l'altro, — ma all'ultima corsa,

bianco. Diamine! L'ho anche visto ieri sera.

— È impossibile.

— Oh cospetto! Mi vuol dare una smentita?

— Ma è lei che la dà a me, perdoni. Andiamo, vuol fare una scommessa?

Fattorino!

Il fattorino s'avvicinò sul predellino, e intesa la domanda, rispose

gravemente: — È bianco.

L'altro voleva ribattere, ma il “tranvaiofilo„ trionfante, gli tagliò

la parola. — A me la vuol insegnare, che conosco tutti i colori,

anche della _Torinese_? Bianco l'ultimo di Nizza, bianco Borgonuovo,

verde San Secondo, rosso Foro Boario, bianco San Salvario, rosso

Vanchiglia....

Sotto quel rovescio d'erudizione tranvaiesca l'avversario chinò il

capo, e non ribatte più sillaba.

Il tranvaiofilo stette ancora un po' pensando, poi soggiunse: — E

bianco l'ultimo dei viali.

Fu il colpo di grazia.

Suggellata così la sua vittoria, gittò gli occhi sul giornale che

teneva aperto sulle ginocchia, e voltatosi verso di me, col viso

spianato di chi passa da un discorso grave ad uno che ricrea lo

spirito: — Ottocento morti! — esclamò sorridendo. — Una bazzeccola! Ora

staranno quieti per un pezzo....

*

Sono scampato a un pericolo grave e mi son goduto una scena curiosa.

Appena mi riconobbe dal capo opposto della giardiniera affollata e mi

vide accanto un posto vuoto, l'uomo spietato sorrise di compiacenza

feroce, e sceso sul montatoio, afferrandosi alle colonnine, s'avanzò

verso di me come il ragno sulla tela per afferrare la sua vittima. Io

capii che era armato d'un sonetto da piantarmi nel cuore, e tremai.

Ma in quel punto saltò sulla giardiniera, proprio al mio fianco, mi

ufficiale dei bersaglieri, che occupò il posto a cui lo scellerato

mirava; e questi dovette ritornare indietro con le sue strofe nel

gozzo. Vidi che fremeva. Ma fu subito distratto egli pure da un

piccolo avvenimento comico. Salì sulla piattaforma davanti un signore,

il quale, lanciato uno sguardo all'ultima panca, vi riconobbe un

amico, forse non più visto da mesi, e dopo averlo salutato con molta

effusione, prese a discorrer a voce alta con lui, che rispose nello

stesso tono, senza darsi un pensiero al mondo dei trenta passeggieri

che li guardavano e li ascoltavano con grande stupore. Appartenevano

tutti e due a un ordine assai numeroso di originali a cui manca affatto

un sentimento che si potrebbe chiamare “il pudore sociale„ e che hanno

la facoltà singolare di far arrossire gli altri per loro.

— Tu a Torino! E da quando?

— Sono arrivato questa mattina.

— E riparti?

— Questa sera. Ho l'_andata e ritorno_.

— Son birbonate, dovevi scrivermi. E Gabriella?

— Benissimo. E a casa tua?

— Tutti bene. Gustavo è andato a Genova.

— Me lo scrisse l'avvocato. E l'affare di Troffarello?

— Niente di nuovo; son muli.

— Oh diavolo! — E strizzando un occhio, — Di', e a quando il Messia?

— (Sorridendo modestamente) Di giorno in giorno....

C'erano delle signorine; vidi dei visi di mamme che si cominciavano

a inquietare. Come Dio volle, qualcuno discese, e i due poterono

avvicinarsi e conversare in famiglia. Ma essendosi fatto spazio accanto

a me, mi trovai di nuovo esposto al sonetto. Vidi infatti il poeta

che scendeva da capo sul predellino. — Ah no! — dissi in cuor mio,

ricordando il supplizio orribile dell'_Uom chi sei tu_; — una seconda

volta non mi torturerai — e gridato un _alt_ risoluto, che avvertì il

cocchiere e lui ad un tempo, mi salvai dai quattordici colpi di pugnale

che mi minacciava.

*

Gran palestra di civetteria è la carrozza di tutti, e come vi si può

studiare la potenza del “femminino eterno„! Salì sulla giardiniera,

in via Maria Vittoria, una bella ragazza, che attirò lo sguardo di

tutti: piccolina, bruna, mirabilmente tornita, con le fossette nelle

gote, con un rosaio sul cappellino: vestita con un'eleganza un po'

teatrale, ma piacente nella sua stranezza. Non avevo visto ancora

un'arte di civetteria così varia, così profonda, così diabolicamente

raffinata. Era una continuità di leggerissimi, appena percettibili

movimenti ondulatori correnti dalle spalle ai piedi, un riso come

represso e diffuso su tutta la persona, un modo di girare il capo e

gli occhi, di guardar tutti e nessuno, di provocare e di fuggir gli

sguardi, un'arte d'addentarsi le labbra, d'inarcarle e di stringerle,

di far balenare le pupille, di velarle e di riaccenderle, qualunque

cosa guardasse, come se avesse voluto sedurre anche le cose, un

misto di monelleria, di finto pudore, di sensualità, di naturalezza,

d'affettazione e d'ingenuità bambinesca, da far cadere la penna di mano

al più potente descrittore di femmine della nuova scuola. Conquistò il

tranvai di primo colpo. Tutti i passeggieri si misero ad esaminarla

con occhio denudatore. Si voltava a guardarla di tratto in tratto

anche il cocchiere, e perfino una grave guardia civica, ritta in fondo

alla giardiniera, fissava su di lei uno sguardo affatto diverso dal

solito sguardo di servizio. All'angolo di via Bogino fece fermare un

vecchio generale in uniforme, un po' floscio di gambe, accompagnato

dal suo aiutante, e nell'atto di salire la guardò così fissamente che

mise male il piede sul montatoio e si dovè afferrare alla colonnina.

A un certo momento essa s'alzò e risedette un po' a sinistra, per far

posto a una signora, e in quell'atto così semplice e rapido mise tanti

guizzi e vezzi e grazie di colomba e di gatta, che lampeggiarono,

guardandola, gli occhi di tutti, come se tutti avessero bevuto a un

punto un bicchierino di Benedectine autentica dei frati di Chambéry.

Curioso che proprio al disopra del posto ch'essa occupava pendeva da

una traversa del tetto un cartellino d'annunzi, sul quale era scritto

in grossi caratteri: _Da vendere_, e il resto non si leggeva: una

villa, probabilmente. Ma era certo una calunnia del caso, o, almeno,

c'era d'aver dei dubbi per l'eccesso medesimo di quella civetteria;

la quale poteva non essere altro che un istintivo ardentissimo amore

dell'arte. Discese in via Plana. Le donne si voltarono a guardarla

con occhio severo, gli uomini.... con un altr'occhio. Ed essa si

allontanò col suo roseto sul capo, lievemente inclinato da una parte,

con un'andatura disinvolta e graziosa, mostrandoci ancora uno spicchio

di viso sorridente, da cui traspariva la coscienza d'aver lasciato una

dozzina di frecciole confitte in petto ai suoi compagni di viaggio d'un

quarto d'ora.

*

Fu la vergogna stupida di mostrarmi per la strada con un pacco fra

le mani, che mi fece salir sul tranvai di porta Susa per tornare a

casa; e sul tranvai fui punito. Stavano in piedi sulla piattaforma

un giovine operaio, sua moglie e un bambino, che non avevan trovato

posto dentro al carrozzone. L'operaio faceva uno sfogo col cocchiere,

in tono aspro. Era stato ingannato da un amico, che l'aveva fatto

venir dal Vercellese, assicurandolo che a Torino c'era lavoro; ma,

venuto qui, non aveva trovato nulla; da un mese batteva inutilmente

a tutti gli usci; un suo parente benestante gli aveva rifiutato un

piccolo imprestito; non sapeva più dove dar del capo. Il cocchiere

gli consigliò di rivolgersi alla Camera del lavoro. — Ma che Camera

di lavoro! — rispose scattando. — Buffoni! Se non trovo lavoro io,

me ne troveranno loro! — E seguitò, smozzicando maledizioni fra i

denti. Il suo bambino, intanto, succhiandosi la punta dell'indice,

teneva gli occhi fissi sul mio pacco. Io l'apersi e gli porsi una

caramella, ch'egli agguantò come se la rubasse, e prese a leccarla

rispettosamente, sorridendomi. Il padre, appena se n'accorse, si voltò

a guardarmi con occhio torvo, strappò il dolce di mano al bimbo e,

prima che riuscisse ad afferrargli il braccio sua moglie, lo gettò

nella strada. Mi sentii come il freddo d'una lama nel cuore, e poi

una vampata di sdegno, un rivolgimento precipitoso d'idee recenti,

un ritorno violento d'idee antiche, tutto in un punto, come se la mia

anima si rovesciasse. Ma fu un punto solo. — Ah miserabile, — dissi a

me stesso — basta dunque questo?... — Quegli riprese a sfogarsi col

cocchiere, a voce più bassa però, e dopo qualche momento sua moglie

— una povera donnina dall'aspetto buono e triste — voltandosi quasi

furtivamente verso di me, mi diede uno sguardo timido, che voleva dire:

— È povero, è disgraziato, è irritato.... lei capisce.... — E io le

risposi con gli occhi: — Capisco. — Allora il suo viso si rischiarò

un poco e parve che dicesse: — Gli perdoni.... — E io risposi con

uno sguardo: — Ho perdonato. — Ahi mentivo. E non voglio mentire una

seconda volta: non gli ho ancor perdonato....

*

Un'avventura più piacevole stamani, sulla linea del Martinetto. Stavo

sulla piattaforma di dietro con Carlin, il quale si fregava le mani,

molto soddisfatto della venuta dei famosi tre principi abissini al

collegio internazionale di Torino, ch'egli considerava quasi come una

rivincita; e andava ripetendo: — Questi tre qui, intanto, li abbiamo

nelle unghie! — Interruppe le sue espansioni un mio conoscente, che

salì all'imboccatura di via Garibaldi, un operaio lattoniere, che

aveva messo su bottega da poco, di trent'anni all'incirca, ma assai più

attempato all'aspetto, basso di statura e tarchiato, e serissimo. Era

un tipo degno di studio; un autodidattico di volontà ferrea, che aveva

frequentato l'Università in un periodo di disoccupazione, inteso quasi

unicamente a quistioni economiche e pratiche, intorno alle quali andava

raccogliendo da libri e da giornali note ed articoli che trascriveva

la notte in grossi quaderni; un socialista _sui generis_, non curante

del programma massimo, ristretto all'idea dell'organizzazione

del proletariato con lo scopo di conseguire una serie di riforme

parziali non isperabili dall'azione spontanea delle classi dirigenti;

_legalitario_, come egli stesso si chiamava, odiatore delle frasi,

disprezzatore dei capi matti, metodico in tutte le cose sue come un

impiegato, e così lucido e ordinato nelle idee e tenace nello studio

d'ogni quistione e nello sforzo di esprimersi chiaramente, che era

diventato in pochi anni uno dei parlatori più persuasivi del partito,

ammirato anche dai compagni di fede più colti.

Salutatomi con un tocco della mano al cappello, com'era suo solito, si

mise subito a discorrere d'un opuscolo sul _Salario minimo_, che aveva

in tasca; ma restò in tronco, dopo poche parole, vedendo passare a

traverso alla strada quattro giovani ammanettati, accompagnati da due

guardie di polizia; borsaioli, a giudicar dalle facce; due dei quali

vestiti decentemente, quasi con eleganza.

Carlin li giudicò con una delle sue frasi letterarie: — Ladri in guanti

gialli.

Ma un passeggiere, ch'era salito sulla piattaforma in quel momento,

un uomo sui cinquant'anni, dell'aspetto d'un capomastro malandato, che

olezzava d'acquavite, espresse un altro parere. — Siamo sotto il primo

maggio, — disse — sono socialisti. — E soggiunse, ammiccando a me, con

un sorriso ironico: — _Compagni_.... Sì, adesso, sono compagni proprio!

Gli lessi in cuore sull'atto. Avevo l'aspetto d'un signore, dovevo

odiare il socialismo; c'era nel suo scherzo l'intenzione ossequiosa di

guadagnarsi la mia simpatia dicendomi una cosa gradevole; apparteneva

alla famiglia degli striscianti. Per curiosità, l'incoraggiai con

un sorriso, e subito egli volle chiarirmi meglio che le sue opinioni

concordavano perfettamente con quelle che supponeva le mie.

— Ah che storie!... Un uomo che ha la testa a posto, un padre di

famiglia che lavora.... non si ficca lì dentro. Il mondo è com'è. Si

ha un bel far delle riforme, ci sarà sempre chi ne ha e chi non ne ha.

Badar a lavorare: non c'è altro.

Carlin interloquì. — Però, — disse — noialtri ci fanno lavorar

troppo....

— Ah quanto a questo — rispose l'altro — è un'altra quistione. — Io

pensavo che Carlin rispondesse che la quistione, invece, era proprio

quella, e che non si poteva risolvere non badando ad altro che a

lavorare. Ma mi persuasi che nella sua mente, tutta data alla politica,

l'idea dell'interesse della propria corporazione era affatto disgiunta

da ogni altra, come un lumicino solitario nelle tenebre. Infatti,

non seppe che cosa rispondere a quella risposta. E l'altro continuò,

sorridendomi con espressione lusinghevole: — Non è vero?... Bei tipi,

che vogliono rimpastare il mondo e non hanno che stramberie per la

testa.... Compagni! — E soggiunse ridendo: — Si chiamano compagni, e

son proprio compagni di pazzia!

A queste parole credetti che il lattoniere scattasse; ma, voltandomi

a guardarlo, fui maravigliato dell'atteggiamento del suo viso, affatto

diverso da quello che m'aspettavo. Egli guardava il parlatore con una

espressione di così sincera e profonda e tranquilla commiserazione,

che nessuna parola avrebbe potuto esprimere più chiaramente il suo

sentimento. Si capiva che in quel suo eguale, chiuso all'idea e alla

passione che avevan fatto di lui un altr'uomo, egli vedeva quasi

una creatura di razza inferiore; che lo considerava, come doveva

un cristiano dei primi tempi considerare un pagano, un impasto di

ignoranza, di servilità e di stupidaggine, da non poter nemmeno movere

l'ira. Ma quegli, tutto intento a finir di conquistarmi, non badò a

lui, che credeva per me uno sconosciuto, e ripigliò: — Per me, quando

qualcuno viene a tentarmi, lo mando a farsi scrivere. Non voglio finire

come quei “compagni„ che son passati adesso. Se a loro piacciono quegli

arnesi alle mani, si servano, branco di matti: ce n'è per tutti. Non ho

forse ragione? — E sorrise da capo, aspettando i miei rallegramenti.

Allora il lattoniere fece un colpo di scena che meditava forse da

un po'. — Ha visto — mi disse bruscamente — le dimissioni del nostro

Barbato?

Risposi che lo sapevo e che me ne rincresceva; ma che mi parevano

rispettabili le ragioni della persistenza nel primo rifiuto, le quali

dimostravano un animo onesto, senz'ambizioni, profondamente persuaso di

poter fare opera più utile fuori del campo parlamentare.

— È però un peccato, — rispose l'operaio, mettendo il piede sul

montatoio per discendere, — perchè è un sant'uomo; — e nell'atto di

stringermi la mano disse spiccando le sillabe: — Buon giorno, compagno.

— Buon giorno, — risposi, e mi voltai a guardare l'altro, che aveva gli

occhi spalancati e la bocca aperta, interdetto dallo stupore, come il

villano alla vista d'un gioco di prestigio. E un bel pezzo dopo, quando

discesi, mi guardava ancora.

*

Ah il socialismo sul tranvai! Sarebbe curioso a trattarsi, specie

per i cattivi incontri che ci fa e i brutti quarti d'ora che ci

passa, poichè la carrozza di tutti, finora, è assai più borghese che

popolana. Questa mattina appunto mi ritrovai accanto sulla piattaforma

della giardiniera, fra piazza Castello e piazza Carlo Felice, il

mio onorevole nemico Guyot, il mangiasocialisti, il quale mi vibrava

certe puntate di sguardi, in cui era evidentissimo l'influsso del 1.º

maggio imminente. Certo egli domandava a sè stesso quali scelleratezze

io andassi macchinando per domani, pensava ch'io girassi per Torino

a soffiar negli odi di classe, e almanaccava forse che nascondessi

qualche ordigno infernale sotto la sporgenza che mi faceva il soprabito

dalla parte sinistra del petto, dove fissava gli occhi di tanto in

tanto. E perchè no? Quattro anni prima, in quel giorno stesso, non

avevano certi buoni amici fatto credere a un Consigliere comunale,

eccellente uomo, ch'io ero stato arrestato perchè scoperto in

corrispondenza epistolare col Ravachol, inducendolo per giunta a metter

la sua firma a una loro petizione per ottenermi la libertà provvisoria?

Quanto più guardava quel misterioso rigonfio del soprabito, tanto

più il Guyot si rimbruniva: la sua immaginazione più benigna doveva

essere di un pacco di proclami incendiari. Vedete un po'! Ed eran le

memorie di _Sant'Agostino_, ch'ero andato a prendere dal legatore.

Che strana cosa! pensavo. Desiderare ardentemente il bene di tutti,

sognare la pace e l'amore fra gli uomini, avere della società un nuovo

concetto, il quale, riferendo al suo ordinamento la causa dei mali che

si attribuivano prima all'egoismo dei fortunati, sopprime ogni ragione

d'odio contro di loro, sentire orrore della violenza e del sangue e

sdegno di tutte le ingiustizie e pietà di tutti i dolori, e da questo

desiderio del bene essere tormentati tanto da non godere più pace....

e in grazia di tutto questo vedersi guardare con occhio d'avversione

come se portaste dentro tutto quanto di più tristo e di più feroce può

covare un animo malvagio!... E pensare che chi vi guarda così è forse

un uomo sensato e buono, il cui sguardo intellettuale vede in voi tutto

rovesciato e falsato per il solo fatto ch'egli passa a traverso alle

lenti di un preconcetto irragionevole, e che, pur non consentendo nelle

vostre idee, quell'uomo vi diventerebbe amico se gli poteste parlar

per un'ora, ma che non gli potrete parlar mai, e ch'egli per questo

v'odierà sempre! Che strana cosa!

Mentre ciò pensavo il tranvai si fermò in piazza Carlo Felice per

lasciar passare un battaglione di bersaglieri, e il Guyot girò

da questi su di me uno sguardo acuto, in cui era manifesto il suo

pensiero: — Ecco chi vi terrà in riga domani! Tu li devi odiare,

costoro!

Ah le lenti! E dire ch'io amavo quei giovani tanto più di lui; non più,

come un tempo, per quello che erano in quel periodo della loro vita,

ma in loro stessi, nelle loro famiglie, nel loro avvenire, nei loro

futuri figliuoli, d'un amor non legato ad alcun sentimento nascosto

d'interesse di classe, ma purissimo e profondo e pensieroso, tanto

che mi pareva così angusto e leggiero in confronto al nuovo l'affetto

antico!

E così, quando il mio nemico discese e il tranvai infilò il Corso

Vittorio Emanuele, fiancheggiato da quelle due interminabili ghirlande

verdi e chiuso in fondo dalla gran mole del Rocciamelone, pensai

che non volava una volta il mio spirito, come fa ora, di là da quel

baluardo enorme, a dire a una moltitudine sconosciuta la santa parola

dell'amor fraterno e la speranza divina d'un avvenire senz'odi e senza

guerre di popoli. E confortandomi in questo pensiero, mi pareva che il

suono delle trombe soldatesche che s'affievoliva dalla parte opposta

del Corso morisse non nello spazio, ma nel tempo, come una voce del

passato.

*

Qui, mentre chiudo il mese d'aprile, mi si leva dinanzi uno stuolo di

fattorini e di cocchieri originalissimi, che mi domandano: — E noi? —

E hanno ragione; ogni uomo è un libro; peccato ch'io non possa dar di

loro che i titoli! Ce n'è uno che fu maestro, frate e volontario con

Garibaldi, una strana caricatura di Giove, con una gran testa bianca

riccioluta, così grave e maestoso, che par che stia sul tranvai come

sopra un carro di trionfo e dispensi gli scontrini come grazie celesti.

C'è un antico becchino, cocchiere, un capo amenissimo, di razza nana,

così buffo d'aspetto e di spirito, che fa torcer dalle risa tutti i

colleghi con piccoli gesti e con mezze parole dette sottovoce, di cui

nessun passeggiere riesce mai ad afferrare il significato. C'è un ex

cocchiere di famiglia nobile che nomina i padroni e le padrone di tutte

le carrozze stemmate che passano, con un sorriso vagamente misterioso

di familiarità e d'alterezza, come un patrizio scaduto a cui la vista

d'ogni stemma ricordasse un'amicizia o un amore de' suoi bei tempi.

Ce n'è un altro, un fattorino tetro e taciturno, che ha la bizzarra

passione di esercitarsi a scrivere in caratteri minutissimi, e che

dedica ogni momento libero a quell'esercizio, di cui fa vedere i saggi

ai passeggieri, senza parlare, dei pezzettini di carta come biglietti

di visita, segnati di zampe di mosca non leggibili da occhio umano. E

ci sono altri Carlin, divoratori di giornali e politicanti di color

vario, altri Marchesi vezzeggianti che porgono lo scontrino come un

fiore, altri Tempesta ringhiosi, che si mordon la coda dalla mattina

alla sera. E le loro donne, quale collezione! Ne ho conosciuto in capo

alle linee una varietà grande: mezze signore e cenciose, mogli canute

di giovanotti, mogli che paion le figliuole dei loro mariti, visi di

vittime rassegnate, scarmiglione ardite e appetitose che han l'aria di

approfittar malamente delle lunghe assenze coniugali, donnine alacri e

premurose, che, porgendo all'uomo affamato il canestro della colazione,

gli fanno mille raccomandazioni supplichevoli di non mangiar troppo in

furia, e stanno a vederlo mangiare spiando con occhio inquieto l'arrivo

dell'altro tranvai e contando con l'anima in pena le bocconate e i

secondi. Ah che dure e affannate esistenze ho indovinato durante quei

pasti, ed anche quante buone nature, quante modeste virtù, quante belle

e sane corrispondenze d'affetto!

E ieri sera appunto, sulla linea dei viali, verso il tramonto,

assistetti a una scena gentile. C'era sul tranvai quasi vuoto un

fattorino dai capelli e dai baffetti bruni, un bel giovane, di viso

un po' malinconico e di belle maniere. A una fermata sul corso San

Maurizio accorse da una via laterale una donnina in capelli, graziosa,

con un bimbo in braccio; la quale salì in fretta sulla giardiniera,

dopo aver lanciato intorno uno sguardo diffidente, come se venisse

a un convegno amoroso. Il fattorino le tolse di mano il bimbo con

premura, sedette, se lo mise sulle ginocchia e prese a accarezzarlo e

a baciarlo in furia, come per saziarsene tutt'in una volta, mentre la

giovine madre, seduta al suo fianco, guardava con un'espressione di

grande dolcezza il figliuolo e lui, che ogni tratto alzava il capo per

rivolgerle un sorriso, in cui appariva ancora l'affetto caldo e quasi

la curiosità dello sposo. Essa aveva colto l'occasione del tranvai

quasi vuoto per portare al marito quella consolazione del bambino, che

gli era concessa così di rado a casa sua, e misurava con gli occhi quel

che le rimaneva di cammino da fare insieme: un troppo breve tratto!

Alla prima fermata, infatti, discese alla lesta col suo piccolo carico,

che tendeva le braccia verso il babbo; e questi, ritenendola ancora con

la mano quando era giù sulla strada, le disse: — A questa sera.

— A che ora? — domandò essa, mentre già il tranvai si moveva,

fissandolo con uno sguardo d'amante, ma un po' triste, per il

presentimento della risposta.

Ed egli rispose con lo stesso sguardo e con lo stesso accento: — Al

solito.

— Alle undici?

— Alle undici, — rispose il fattorino, scotendo il capo.

La donnina mise un sospiro, e stette lì ferma in mezzo al Corso,

rivolta verso la carrozza che le portava via lo sposo. Ed eran così

belli quei due bei giovani che si guardavano a traverso lo spazio

crescente, tutti e due col capo un po' inclinato, egli stando voltato

indietro, essa porgendogli il bimbo da lontano, quei due poveri sposi a

cui pareva così lunga una separazione di quattro ore perchè era il loro

cuore che batteva i minuti e il loro bimbo che li voleva riunire!

La Carrozza di tutti · 第 8 / 33 题