Marzo.
Per molta gente, che esce poco di casa e che per pigrizia o per età
o per incomodi non si serve più delle gambe, il tranvai è diventato
il solo mezzo di comunicazione col mondo, l'ultimo ponte mobile che
li unisce ancora alla città in cui vivono solitari. Costoro fanno
sul tranvai le loro passeggiate igieniche di “andata e ritorno„ o “il
giro di circonvallazione„ come lo chiamano, per pigliare una boccata
d'aria; sul tranvai cercano i piaceri della conversazione, fanno nuove
conoscenze, raccolgono notizie, rivedono qualche volta gli amici, e
quando rincasano, non parlano che della gente e dei piccoli casi veduti
nelle loro corse, come se per essi non ci fosse più altra società
fuori di quella che corre dalle sette e mezzo della mattina alle dieci
della sera sulla gran rete di ferro della Società belga e della Società
torinese. Posso dire d'aver fatto parte di questa famiglia per tutto
il tempo che impiegai a mettere insieme il mio libro. Anche stando in
casa, cercavo il più sovente col pensiero le persone che solevo trovare
sui tranvai, a ogni passaggio di carrozzone sotto le mie finestre mi
balzavano davanti le loro immagini, e ogni mia curiosità, quand'uscivo,
si volgeva a chi avrei incontrato, a che sarebbe accaduto, a che avrei
scoperto quel giorno nelle mie scarrozzate. Il tranvai era diventato
per me quello che è per certi vecchi pensionati il caffè, dov'essi
vanno a interrogare l'opinione pubblica intorno agli avvenimenti del
giorno. E la mattina del due di marzo, riavutomi appena dallo sgomento
delle prime notizie d'Abba Garima, corsi al mio caffè ambulante per
osservarvi gli effetti dell'avvenimento terribile.
Capitai nel carrozzone di Carlin, sulla linea del Martinetto. C'eran
seduti dentro sei o sette signori accigliati, tutti col giornale
in mano, che non si guardavano, come se ciascuno avesse temuto di
legger sul viso degli altri qualche notizia peggiore di quelle che
aveva lette stampate; e mostravan tutti, oltre al dolore, un'amarezza
sdegnosa, un'irritazione sorda, che mi pareva il rimorso e la vergogna
della credulità stupida, degli entusiasmi bamboleschi con cui s'erano
prestati per tanto tempo all'enorme inganno sanguinoso, dal quale
uscivan bruscamente quella mattina, come da un sogno di briachi. Tutti
tacevano: il carrozzone pareva un gabinetto di lettura d'ipocondriaci.
Il solo Carlin era agitato. Quando venne da me sulla piattaforma, con
la sua faccia zanardelliana più secca del solito, strappò lo scontrino
dal libretto con un gesto nervoso, dicendo: — Inzipiensa! Inzipiensa!
—; una parola imparata dai giornali, senza dubbio. — Cosa s'ha da dire
d'un _assortimento_ compagno? — Finalmente appariva chiara, pur troppo,
la bestialità commessa, di non aver preso il nemico tra due fuochi,
quando s'era ancora in tempo! Ma cercava di consolarsi, affermando
(di scienza propria, poichè notizie al proposito non n'erano ancora
arrivate) che le nostre artiglierie avevano fatto una strage inaudita;
e poi aveva gran fiducia nel maggior Prestinari, e aspettava miracoli
dal Baldissera, che avrebbe “spazzato tutto„. Invitto Carlin! Tutta
la sua lunga persona spolpata fremeva guerra e vendetta. Egli voleva
mandar laggiù cento mila uomini, duecento mila, quattrocento mila, e
fino all'ultimo cannone dei nostri arsenali, pur di aver con quella
canaglia di negri _l'ultima parola_. E dicendo questo continuava a
staccar gli scontrini vigorosamente, come se ad ogni strappo avesse
portato via un brandello della pelle del Negus.
Per alcuni giorni non ebbi altro oggetto d'osservazione che lui.
Scopersi che non era soltanto un africanista ardente e un curioso della
scienza; ma un osservatore dei suoi simili. Essendo in servizio da
molti anni, conosceva su tutte le linee un gran numero di persone, di
cui sapeva a che ora e dove salivano e a che punto scendevano, e sulla
condizione e sugli affari loro, ignorando chi fossero, almanaccava
con la fantasia, osservandoli con occhio scrutatore. E si capiva che
quel continuo salire e scendere di gente conosciuta e sconosciuta e
quei mille frammenti di discorsi che raccattava lungo il giorno lo
divertivano. Un giorno me lo disse: — Se si guadagnasse un po' di
più e si faticasse un po' meno, questa _professione_ sarebbe di mio
gusto. — Era uno di quegli uomini d'immaginazione viva e curiosa,
pei quali lo spettacolo del mondo è un godimento. A ogni discorso
che sentisse, su qualunque argomento, di persone che gli paressero
colte, tendeva l'orecchio e l'arco dell'intelligenza; raccoglieva
frasi, bocconi di notizie e mezze idee; le rimasticava in silenzio,
e poi le smaltiva storpiate, impasticciate, trasformate nei modi più
strani ai colleghi e ai passeggieri di condizione umile, mostrando di
sapere assai più di quanto diceva, come un uomo che vivesse in una
sfera intellettuale superiore al proprio stato. Sempre serio, con
la fronte corrugata; soltanto quando entrava nel carrozzone qualche
donna equivoca vistosamente elegante, socchiudeva un occhio e sporgeva
le labbra in modo lepidissimo, dandosi l'aria d'un conoscitor fine e
profondo del genere. Per attaccar discorso buttava là una parola, come
un amo nell'acqua, non rivolgendosi direttamente ad alcuno, e se un
passeggiere mordeva, egli scioglieva la lingua, se no, non aggiungeva
altro, aspettando miglior occasione; oppure cercava un'entratura
nominando a bassa voce le persone che salivano. — Quello lì è il
segretario capo del municipio, quello che fa tutto: gran testa. —
Quella è la signora Valdata, la prima donna del teatro piemontese, che
sale ogni domenica a quest'ora, per andare al _Rossini_, alla recita
diurna. — Questo è il cavalier Benotti, veterano del quarantotto, che
va al caffè Londra.... col cane.
Era questi uno dei frequentatori della linea; l'avevo visto salir molte
volte al numero 43 dì via Garibaldi; portava sempre all'occhiello
il nastrino della medaglia commemorativa. Aveva settant'otto anni,
e coglieva tutte le occasioni per far sapere la sua età, di cui
era altero. Quando saliva, si scusava della lentezza, dicendo:
— A settantott'anni non si può esser lesti.... — Quando i vicini
sorridevano dell'atto con cui afferrava a due mani la colonnina a un
sobbalzo del carrozzone, sorrideva egli pure e diceva: — Eh, non si
scherza mica; son settantotto suonati.... — Era un vecchietto pulito
e cortese, al quale un principio di rimbambimento dava un aspetto di
grande bontà; sorridente a tutti, in specie ai bambini, a cui carezzava
la guancia con la punta d'un dito, quando si trovavano col viso davanti
al suo, stando in braccio alla mamma; espansivo, bisognoso tanto di
discorrere, che qualche volta parlava da sè, scotendo il capo in atto
d'approvazione continua. Era curvo; ma si drizzava di tratto in tratto,
come se gli scattasse dentro una molla, alzando la fronte e guardando
fieramente davanti a sè, riscosso forse all'improvviso da qualche
ricordo delle antiche battaglie; per pochi momenti, però; poi ricascava
nell'atteggiamento solito, come se la molla si spezzasse, e rifaceva il
viso ilare e ossequioso. Aveva un piccolo cane che chiamava Ciuchetto,
un volpino giallognolo con la coda arricciata, il quale accompagnava
continuamente il tranvai, trottando accanto alla piattaforma e alzando
ogni momento il muso a guardarlo; ed egli guardava lui, per lunghi
tratti, sorridendogli amorevolmente, e lo cercava con occhio inquieto,
voltandosi a destra e a sinistra, ogni volta che il passaggio d'una
carrozza o d'un carro glielo nascondeva. E si capiva che quel cane
era per lui un amico, una consolazione della vita, la sola compagnia
ch'egli avesse durante le lunghe giornate in cui il cattivo tempo o
gl'incomodi dell'età lo tenevano rinchiuso in casa. Era anche un po'
sordo il vecchietto; ma tanto più cortese per questo, che acconsentiva
spesso col capo, sorridendo, a persone che non parlavano con lui, e
prolungava l'atto approvatorio anche quando non parlavano più, con
un'aria d'attenzione profonda. E fu appunto uno di questi casi, di
cui altri risero, che mi fece scrivere il suo nome, per impulso di
simpatia, nell'elenco dei miei personaggi....
*
Il marzo, peraltro, non s'annunziava bene; pareva che il disastro
d'Abba Garima avesse disperso tutti i miei conoscenti; passavano i
giorni, e su nessuna delle tre linee ch'ero solito di percorrere,
anche percorrendole in ore insolite, non m'imbattevo più in alcuno di
loro, nè mi si offrivano altre persone o casi che mettesse conto di
registrare. Ahimè, mancava la materia! E mi prese un dubbio triste:
d'aver fondato il mio edifizio sopra un'illusione; che la realtà
non bastasse a sorreggerlo; che senza lavorar di mio, ossia, senza
fabbricarlo diversamente affatto da come l'avevo immaginato, non lo
avrei potuto compiere; e di giorno in giorno volgendosi il dubbio in
certezza, stavo per rinunciare un'altra volta, tristemente scoraggiato,
al mio proposito....
Furono quei due benedetti amanti di borgo San Donato che mi fecero
riprendere la penna. Li trovai una mattina alla prima corsa sul
tranvai del Martinetto, salendo in piazza Statuto. Era la prima volta
che vedevo la ragazza venir dal sobborgo con lui, solito di salire
all'angolo di via Siccardi. Stavan seduti l'uno accanto all'altro,
vicino all'uscio anteriore. Al primo sguardo vidi un mutamento in
tutti e due; in lei più notevole. Aveva un cappellino nuovo, un
vestito che non le avevo mai visto, e non so che di più sereno nel
viso, di più dolce negli occhi, un atteggiamento come di dignità
nuova, un'espressione vaga quasi di appagamento della coscienza.
Tutt'e due parlavan più liberamente, si sorridevano più spesso, con
un'aria di sicurezza, che per l'addietro non mostravano. Avrei dovuto
capir subito; ma non capii che dopo qualche minuto d'osservazione.
S'erano sposati. Non c'era dubbio. Guardai la mano destra di lei:
ci vidi l'anello. Ebbene.... n'ebbi un vivo piacere. Poveri ragazzi!
Eran dunque contenti. Chi sa con quante privazioni avevano raccolto a
soldo a soldo quel po' di fondo per metter su il loro quartierino in
via San Donato! Poichè era certo che stavano lì e che dovevano avere
una sola camera, con una nicchia di cucina, se pur non serviva di
cucina il caminetto. Guardandoli, vedevo quella camera al terzo piano,
mobiliata appena dello stretto necessario, con un vaso di fiori alla
finestra, con un piccolo lume a petrolio sopra un piccolo tavolo, dove
essa cuciva la sera, e lui, forse, faceva qualche lavoro straordinario
di copiatura, dopo aver cenato con un po' d'insalata; e immaginavo
la loro vita, nella quale eran contati i minuti e i centesimi, dette
ogni giorno, in quei dati momenti, quelle medesime parole, letto per
dei mesi uno stesso libro, una pagina per volta, vagheggiata per due
settimane una serata in seconda galleria al teatro Alfieri; e in quella
vita povera e oscura indovinavo un pensiero comune, l'aspettazione d'un
essere desiderato, allietata dalla speranza d'una grazia della natura,
d'un essere diverso da loro, florido e bello, che avrebbe portato fra
quelle quattro povere pareti luce, allegrezza, alterezza, coraggio. Sì,
certo, quel tenue chiarore che traspariva dal viso di quella donnina
di nulla, consapevole della propria bruttezza e rassegnata al posto
umilissimo che le aveva dato il destino nel mondo, era quella speranza,
l'intimo albore della maternità, già biancheggiante nell'anima, prima
che l'astro esistesse; il piccolo essere, forse non ancora concepito
che nel pensiero, era già amato e accarezzato; essa vedeva già la forma
indefinita, qualche cosa di bianco e di roseo, movere per la piccola
camera, agitarsi accanto a lei nel tranvai, drizzarsi sulle ginocchia
del giovane che le sedeva di fronte. Come al solito, essa s'alzò per
discendere in piazza Castello: continuava dunque a andare al lavoro.
Povera donnina! Nell'alzarsi fece un atto insolitamente vivace, e
quanta grazia si poteva mostrare in quel piccolo corpo così poco
femmineo vi si mostrò in quell'atto, che era tutto per il suo sposo, si
capiva. Quando fu a terra, aspettando che il tranvai passasse, gli fece
un saluto con la mano, sorridendo. Era la prima volta che faceva così:
un saluto di moglie a marito. Fu per me come un annunzio indiretto di
matrimonio.
*
E subito, il giorno dopo, come se con quei due mi si fosse aperto un
buon periodo, scopersi un'altra coppia, della quale era destinato
che mi dovessi occupare curiosamente per tutto il corso dell'anno.
Erano le quattro dopo mezzogiorno, quando salì sul tranvai della
linea Vinzaglio, in via Garibaldi, una signora sui trent'anni,
bruna e bellina, vestita con garbo, un po' timida, con due occhi
chiarissimi e un bocchino di bimba; la quale, appena seduta dentro,
in un angolo, girò sui presenti uno sguardo rapido, con una leggera
espressione d'inquietudine, che immediatamente disparve. Era una di
quelle figure di cui si suol dire al primo vederle: — Ecco una donna
onesta. — Aveva un cappellino nero guernito di mazzetti di viole, che
tornavano mirabilmente al suo visetto bianco e modesto di fanciulla.
Dopo quella prima occhiata non guardò più nessuno, e parve che si
raccogliesse nell'osservazione delle scarpette d'un bambino che teneva
sulle ginocchia una donna seduta dall'altra parte. Quando il tranvai
arrivò allo sbocco di via Roma in piazza Castello, dove s'aggruppano
i giovani eleganti per veder sfilare le passeggiatrici dei portici,
salì senza far fermare un bel capitano di fanteria, alto e snello, con
un berretto nuovo fiammante e i guanti bianchi freschissimi, entrò e
sedette dì fronte a lei. Si guardarono di sfuggita, e poi voltarono
tutt'e due il capo dalle parti opposte, l'uno verso il marciapiede di
destra, l'altra verso quello di sinistra. Che imprudenza! Se si fossero
salutati e messi a discorrere, non avrebbero forse destato alcun
sospetto. Ma quello scambio d'occhiate indifferenti e quello sguardo
rivolto intorno da tutti e due insieme come per assicurarsi che nessuno
avesse notato il loro incontro, li tradirono. E li tradì anche più un
rossore leggerissimo che salì alle guance di lei, nonostante lo sforzo
ch'ella fece per rattenerlo, accusato dal movimento del suo petto. Il
rossore svanì in un attimo; ma rimase visibile il suo turbamento, un
non saper che fare dei propri occhi, la coscienza d'essere osservata
dai passeggeri, e come un sospetto pauroso della strada, alla quale
lanciava ogni tanto, con simulata distrazione, degli sguardi furtivi,
che percorrevano un tratto dei marciapiedi. Quel convegno sul tranvai
doveva essere il primo, una concessione di compenso fatta da lei dopo
aver rifiutato un convegno altrove. Fra quattro pareti, doveva aver
detto, ma di legno e di cristallo, per ora. E chi sa per quante altre
coppie il tranvai è un'anticamera! E chi sa perchè mi si piantò nel
capo l'idea che quella signora fosse la moglie d'un impiegato delle
Poste! Forse per una vaga rassomiglianza di visi, o per qualche ricordo
nascosto nella mia mente. Il fatto è che il viso di suo marito mi si
presentò inquadrato in uno sportello delle lettere raccomandate, e mi
restò davanti in quella cornice così fermo e netto, come se ce l'avessi
veduto davvero. E n'ebbi pietà al pensare che in quel momento, forse,
a poca distanza di là, egli stava tastando con le dita una lettera,
per assicurarsi che fossero saldi i suggelli. Ah, non c'è nulla di
saldo a questo mondo, povero travet: tutto è fragile come la ceralacca
e passeggiero come una lettera. Ma pensai a un punto che non sarebbe
trascorso lungo tempo prima che la traditrice dello sportello fosse
punita, perchè gli occhi scintillanti del capitano, mobilissimi e
sorridenti come quelli d'un fanciullo, che si chinavano ogni momento
sui galloni della manica o si fissavano sul vetro del finestrino
in cui brillava il riflesso argenteo del berretto nuovo, non davano
indizio d'una grande profondità di passione. E già incominciavano per
lei i piccoli affanni dell'amor criminale. A ogni persona che saliva
sulla piattaforma, il suo sguardo correva a cercar chi fosse; ad ogni
passeggiere che entrava, il suo viso si rimbruniva, scemando in lei
la speranza di rimaner sola un minuto con lui; e ogni volta che uno
sguardo scrutatore la fissava, i suoi occhi eran costretti a rifugiarsi
tra le scarpette del bimbo che le sedeva di faccia. Ah, signora: la
camera di legno e di cristallo preserva la virtù dalla gran caduta, è
vero; ma è pure una gran camera di tortura. Intanto, i loro sguardi
s'incontravano di tratto in tratto, e dalla fiamma morente sotto le
palpebre di lei, che si abbassavano subito, si capiva che il destino
dell'uomo dello sportello era deciso. Ahimè, sì, la Società Belga
avrebbe guadagnato ancora qualche soldo da tutti e due, e poi i suoi
carrozzoni sarebbero riusciti insufficienti: si sa, per dieci centesimi
non si può dar tutto. Quando discesi in piazza Carlo Felice non
rimanevano più sul tranvai che cinque o sei persone. Mi parve che il
capitano dicesse tra sè: — Un importuno di meno, — ed io gli risposi in
cuor mio: — Due personaggi di più.
*
A questo punto, poco mancò ch'io non mettessi da parte tutti i miei
personaggi per dar corpo a una nuova idea che mi venne percorrendo
per la prima volta tutta la linea da piazza Emanuele Filiberto al
corso del Valentino: la descrizione di tante corse a traverso a
Torino quante sono le linee di tranvai che l'abbracciano; una _Guida_,
sì, una modestissima _Guida_, ma scritta con amor di figliuolo e di
poeta, nella quale si succedessero di volo i quartieri, i monumenti,
le memorie, le colline, le montagne, nella luce e nei colori diversi
di ogni ora e di ogni stagione, come si succedono, fuggendo, allo
sguardo di chi sta sul tranvai, portato via dai cavalli a trotto
rapidissimo. Cedo l'idea a chi la vuole. Sarebbe stata la prima la
linea del Valentino, la più serpeggiante e la più varia di tutte,
che par stata tracciata, con diversità ed armonia d'intenti ad un
tempo, da uno storico e da un artista. Si parte di mezzo ai banchi
e alle baracche pittoresche del mercato di Porta Palazzo, e dopo un
breve corso per quel grande viale Margherita, che dalla riva del Po
par che giunga ai piedi delle Alpi, s'entra nella quiete ombrosa
della via della Consolata, dove si succedono a breve distanza gli
avanzi infossati delle mura romane, la statua aerea consacrata dal
Consiglio civico del 1835 alla Vergine scongiuratrice del coléra,
e l'obelisco mortuario del Foro ecclesiastico, sorgente in mezzo a
quella malinconica piazza Savoia, che par che lo guardi in aria di
pentimento e di rimprovero. Rotta l'onda rumorosa di via Garibaldi,
si fiancheggia il vasto giardino della Cittadella, vedendo da lontano
Angelo Brofferio che arringa le balie e i bambini ruzzanti in mezzo
agli alberi e intorno alla fontana, si passa fra la statua del buon
ministro Cassinis e la testa solitaria del giornalista Borella, ed ecco
la bella via Cernaia, dove squillarono le trombe dei primi francesi
nel '59 e la grande caserma merlata del Lamarmora, e il vecchio mastio
coronato di guardiole, e il Micca di bronzo che brandisce la miccia,
e di qua e di là portici e giardini e fughe d'ippocastani e colori
ridenti di città giovanile. Svolta il carrozzone nell'ariosa e romita
piazza Venezia, riesce per via Alfieri dietro al gran cavallo morente
del duca di Genova in mezzo ai palazzi multicolori di piazza Solferino,
passa accanto al Lafarina pensieroso, corre lungo l'Arsenale fumante e
sonoro, e aperta la folla chiassosa delle scolaresche di via Oporto,
e salutato in piazza San Quintino il vecchio Paleocapa sonnecchiante
sulla sua poltrona di marmo, sbocca nell'allegra ampiezza di corso
Vittorio Emanuele. Un po' più oltre, a sinistra, Massimo d'Azeglio
disegna il suo bel capo d'artista sul gran pennacchio bianco della
fontana, dietro al quale nereggia in lontananza il piccolo pennacchio
nero di Emanuele Filiberto, e davanti, in fondo al corso, lontanissimo,
biancheggia confusamente il monumento dei morti in Crimea sul fondo
scuro delle colline di Val Salice. Si svolta ancora in via Nizza fra
il moto affrettato di gente e di carri che rumoreggia intorno alla
stazione di Porta Nuova, si svolta da capo nella piazza dove _fu
giurata_ nel '21 _la libertà d'Italia_, e per il largo viale che va
diritto al fiume si arriva finalmente dinanzi al superbo castello di
Maria Cristina, donde gli occhi e lo spirito affaticati dalla visione
di tante cose e dal passaggio di tante memorie, si riposano nella
solitudine silenziosa del parco del Valentino e sulla grande linea dei
colli ondeggiante dalla cima della Maddalena alla vetta di Superga con
una grazia lenta e leggera che par che sorrida.
*
Se per tornare a casa di là non avessi preso a caso la linea di Borgo
Nuovo, forse oggi ancora non saprei nulla d'uno dei personaggi più
originali e più simpatici della mia compagnia. Fu una buona ispirazione
che mi fece salire sul tranvai che parte dall'Orto botanico. Ed è
quella pure, sotto l'aspetto storico, una delle linee più belle.
Usciti dal grande viale del parco e percorso un tratto del corso
Cairoli fino a pochi passi dalla statua di Garibaldi, che, ritto sullo
scoglio, par che fissi lo sguardo sulla fiumana delle sue camicie
rosse irrompente verso di lui per la via dei Mille, si svolta in
via Giuseppe Mazzini. Quante memorie, non istoriche, mi s'affollano
alla mente passando davanti agli sbocchi di quelle vie laterali per
cui si vedevano un giorno i famosi _giardini dei ripari_, dove tanti
amori sospirarono e si preparò il fallimento di tanti esami! Certo,
ingombravano bruttamente la città quegli alti terrapieni a zig zag che
tagliavano le vie come bastioni di fortezza; ma avevo vent'anni. Ah!
fortuna che il tranvai va di volo! Ecco la porta della tomba del caffè
Perla, dove, giovinetto, andavo a sorbir timidamente un moka apocrifo
per contemplare di sott'occhio gli emigrati illustri e i giornalisti
celebri della capitale. Ecco laggiù in fondo il conte Cavour, ritto in
mezzo a piazza Carlina come un lungo fantasma bianco che si levi al
cielo da un catafalco. Ecco qua il Lamarmora a cavallo che minaccia
con la sciabola in pugno i socialisti accorrenti per piazza Bodoni
al Comizio del vicino teatro Nazionale, convertito da palestra delle
Muse in tempio malfamato dell'utopia vermiglia. Si svolta di corsa
in via Lagrange, si passa dinanzi alle case dove il Gioberti mise il
primo vagito e il conte Cavour l'ultimo sospiro, si sbocca in piazza
Carignano dove tremano ancora nell'aria, fra il palazzo del parlamento
e il teatro, le grida amorose di Adelaide Ristori e le apostrofi
tonanti d'Angelo Brofferio, e poco più in là si vede riflesso il
tranvai nelle vetrate del vecchio Cambio, la trattoria elegante dei
ministri e dei deputati della Mecca antica. Ah, come sono antico io
pure! E per liberarmi da questo pensiero mi volto a destra; ma torno
a voltarmi subito dalla parte di prima per non vedere la libreria
dell'editore di Pietro Cossa, di quel benedetto Casanova eternamente
biondo, che può esser là dietro ai vetri a mettermi invidia e dispetto
con la sua gioventù invulnerabile....
*
Fu, come dissi, una buona ispirazione la mia di pigliar quella linea
perchè arrivai in tempo per l'appunto a salire in piazza Castello
sul tranvai del Martinetto, nel quale, stando sulla piattaforma di
dietro, vidi seduta in mezzo ad altre signore la mia brava incognita
dai capelli arruffati, la sfidatrice del fumatore, col suo inseparabile
bambino sulle ginocchia; e mi riuscì poco dopo, per caso, di sapere chi
fosse. Mentre, come al solito, lavoravo d'immaginazione sull'essere
suo, vidi alla cantonata di via XX Settembre, dopo più d'un mese che
non lo vedevo, quel simpaticone di pittore, che stava osservando gli
stivaletti d'una signora che passava; lo chiamai e gli feci un cenno
premuroso perchè salisse. Conosceva mezza Torino, mi poteva forse levar
la curiosità. Salì d'un salto. Gli accennai la signora.
— Come? — mi domandò. — Lei non conosce donna Chisciotta della Mancia?
Accortasi che parlavamo di lei, la signora ci fissò in faccia un
momento i suoi grandi occhi oscuri e sporgenti; ma con espressione di
assoluta indifferenza; si capiva che era abituata a “veder„ parlare di
sè.
Tutta Torino la conosce, — riprese il giovane. E la nominò. Donna
Chisciotta o Chisciottina era un soprannome. Suo marito era un
ingegnere putativo, ricco proprietario di case, e lei era la sua
disperazione. — Una mezza matta — disse — cioè.... un'esaltata, diremo.
Non l'intese nominare quattro anni fa quando ci fu il processo dei
due bottegai di Borgo Nuovo, marito e moglie, che fecero morire il
loro bambino? È lei quella signora che un giorno l'andò a strappare
dalle loro mani, graffiando gli occhi a tutti e due, come una tigre, e
buscandosi un pugno che la mise a letto. Durante il dibattimento, se si
ricorda, non si parlò che di lei e della sua “deposizione„ di fuoco.
— E seguitò. Era un'anima vulcanica, una specie di Santa Francesca
d'Assisi, che si sarebbe ridotta sulla paglia a furia di beneficenza,
e perciò in lite perpetua con suo marito, che, a darle retta, avrebbe
finito con ridurre in ospizi pubblici tutte le sue case. Era conosciuta
da tutta la poveraglia di Torino, ficcata in tutti i Comitati di
soccorso, protettrice di tutti i ragazzi tormentati, di tutti i cavalli
frustati, di tutti i gatti malmenati; sempre in giro per le soffitte
dove si lasciava ingannare anche dalle più sfrontate simulazioni di
malattia e di miseria; capace, in un accesso di mattana, di levarsi il
mantello di dosso in mezzo alla strada per gettarlo sulle spalle d'una
vecchia cerinaia intirizzita o di portare in braccio a casa sua un
ragazzetto smarrito, raccattato sul marciapiede. Dopo che aveva avuto
quel maschietto s'era quetata un po'; ma era raro il giorno che non
ne facesse una delle sue. Il primo dell'anno egli l'aveva vista in un
carrozzone levar di mano al suo figliuolo una bellissima “pecorella„
per darla a un ragazzetto povero che ci lasciava gli occhi addosso,
e discendere subito, col bambino strillante in braccio, per andarne a
comprare un'altra. Suo marito tremava ogni volta che la vedeva uscir
di casa; ma n'era innamorato perso. — Chisciottina la chiamano. E non
sarebbe mica brutta se non avesse sempre quel viso di spiritata, e si
pettinasse meglio. Un bel tipetto, non è vero, per lei che scrive sui
tranvai? Mezza socialista e mezza santa; una socialistoide, come ora
dicono. Se fosse mia moglie, le farei fare le docce.
Mentre io guardavo donna Chisciotta egli saltò a parlare della _signora
delle coincidenze_ che aveva vista tre giorni prima, all'angolo di
corso Oporto, saltar giù dal tranvai del Valentino facendo cenno
di fermare al tranvai del Foro Boario. Ma di lei non gli era ancor
riuscito di saper nulla, e d'altra parte non s'occupava più gran che di
quelle cose. — Ora — disse — viaggio sui tranvai con un altro scopo.
Gli domandai quale. — Cerco moglie — rispose.
Credetti che celiasse; ma diceva sul serio. E continuò, in fatti, con
la più grande serietà: — Mio padre vuole ch'io prenda moglie. Son
tre mesi che due volte al giorno, a tavola, non fa che batter quel
chiodo. Si capisce: è solo, son figliuol unico.... Del resto, c'inclino
anch'io. Sono stufo di far questa vita imbecille.
Restava però a sapere perchè cercasse moglie nei carrozzoni della
Belga e della Torinese. Glie lo domandai. — È una mia idea — rispose
seriamente. — C'è stato un esempio in famiglia. — E mi raccontò che
trent'anni avanti un suo zio, un po' stravagante, ma buon diavolo,
e pien di quattrini, tormentato continuamente da sua madre perchè
pigliasse moglie, un giorno, perduta la pazienza, le aveva risposto:
— Ebbene, sì; ma io non son uomo da cercare; esco di casa e sposo la
prima ragazza che trovo. — E detto fatto: aveva preso il cappello,
era sceso in istrada e aveva seguitato la prima ragazza in cui s'era
imbattuto. Era una maestrina d'asilo infantile, senza un soldo. L'aveva
sposata ed era stato fortunatissimo: aveva trovato una moglie, una
madre esemplare, che l'aveva fatto felice. — E poi — soggiunse —
come fanno gli altri? Girano per i salotti, cercano nelle famiglie.
Ebbene, e i tranvai sono salotti che corrono, e ci si trovano delle
famiglie. Oh, son ben risoluto. Non so su che linea la troverò, se in
un carrozzone chiuso o in una giardiniera.... ma questo non importa.
Sono certo di trovarla sulla rete. Il mio destino dipenderà da uno
scontrino di dieci centesimi, come da un biglietto di lotteria. Crede
lei che sarò io il primo? Chi sa quanti matrimoni si son già decisi
sul tranvai! — Qui troncò il discorso per dire: — Guardi quello là....
Quello è uno dei suoi erotici.
Era un bellimbusto già brizzolato e risecchito, un mezz'uomo tutto
bazza, con due baffetti a punta di spilla e un fiore all'occhiello,
che sedeva fra due giovani signore, quasi affogato in mezzo alle loro
maniche enormi come fra due piumini da letto, e si raggomitolava
per affogarvisi meglio, mostrando negli occhi socchiusi una dolce
beatitudine. — Alle volte, sa, — continuò il pittore, osservandolo
— quei sornioni lì, giocando con le mani, sotto la protezione dei
grandi mantelli delle signore, fingono di sbagliar di ginocchio.
Trovan qualche volta delle signore timide che, per non fare una scena,
mostrano di non accorgersene; altre volte incappano male e ci fanno
una figuraccia. È un gioco d'azzardo. — E soggiunse che, anni addietro,
per un certo tempo, s'era diffuso questo bel vezzo, come una specie di
prurigine epidemica; della quale avevano arrestato il corso parecchi
ceffoni memorabili, femminili e maschili, con successivo intervento di
guardie civiche.
Mentre mi diceva questo, all'entrar del tranvai in piazza Statuto, una
signorina, salita poc'anzi e rimasta in piedi, s'era appoggiata con
una spalla allo spigolo dell'uscio davanti, col viso rivolto verso
l'interno, dove noi c'eravamo seduti. Era vestita di nero, con due
grandi penne nere di struzzo sul cappellino, e la sua persona elegante
si disegnava per metà sulle rocce del monumento del Fréjus e la sua
testa impennacchiata spiccava fortemente sulla bianchezza delle Alpi
che chiudevano il vano superiore dell'uscio. Quella figura nera e
snella incorniciata a quel modo e campeggiante in quel fondo luminoso
era bellissima. — Oh che bel quadro! — esclamò il giovane, rapito.
— Badi, — gli dissi, accennandogli lo scontrino che teneva in mano; —
potrebbe essere lo scontrino decisivo.
Egli scrollò il bel capo erculeo, e rispose con la sua serietà ingenua
di grande fanciullo: — No; ho in mente che non debba esser questa la
linea.
E quando discese mi fece ancora cenno di no, con un sorriso, buttando
in aria lo scontrino.
*
Fu in quel torno che ebbi turbati i miei lieti studi da una
contrarietà, di breve durata, ma forte. Cominciava allora e s'andava
estendendo rapidamente l'uso degli annunzi esteriori sui carrozzoni.
Dentro, questi n'erano già invasi da un pezzo: iscrizioni e figure
dipinte sui vetri, cartellini appesi, avvisi d'ogni forma e colore
appiccicati al cielo e alle pareti, che vi facevan l'effetto d'un vocìo
discordante d'importuni, i quali v'affollassero di offerte e d'inviti,
volendo lì per lì, a ogni costo, calzarvi e vestirvi, insaponarvi e
profumarvi, farvi cambiar di casa, pigliar l'abbonamento a un giornale
e intraprendere una cura idroterapica. S'aggiungevano a questi, in
quei giorni, gli annunzi delle lunghe assi piantate dalle due parti
del tetto, tinte di tutti i colori più chiassosi, con iscrizioni
bianche e nere in caratteri cubitali, vere insegne di alberghi e di
magazzini, leggibili a cento passi lontano, moleste agli occhi come
grida sgangherate agli orecchi, stonanti nel colorito generale della
strada come stecche acute in un coro di voci sommesse. Curioso che
si fosse discusso nel Consiglio comunale se questa offesa al buon
gusto si dovesse permettere nei tranvai, dopo che s'era permessa,
e ben più grave e barbarica, sui teloni dei teatri! Per alcuni
giorni ne fui veramente furioso. A salire in un carrozzone mi pareva
d'entrare in un bazar dove dovessi contrattare anche il biglietto, e
da cui non potessi uscire che con una bracciata di pacchi. O povera
poesia! Ammirare il profilo poetico d'una bella signora spiccante
sopra un vetro che annuncia delle pillole rilassative, veder due
giovani innamorati che prendono degli atteggiamenti idillici sotto
l'insegna della razzia per i topi, fantasticare sopra una signorina
gentile che volge gli occhi in alto come se fissasse una larva amorosa
dell'immaginazione e accorgersi che legge l'annunzio ciondolante d'un
nuovo concime misto! O villano furor bottegaio che sfrutta, invade,
ricopre, traveste, bolla, mercanteggia ogni cosa! Quando vedremo gli
annunzi delle acque minerali e dei liquori ricostituenti sulla fronte
delle statue e sui drappi delle bandiere? Ma l'uomo civile è così
duttile che finisce con piegarsi a tutto. L'insolenza crescente dello
sconcio, come spesso accade, attenuò il senso sgradevole prodotto
dalla sua prima apparizione discreta. Prima mi ci rassegnai; poi ci
divenni indifferente; poi, a poco a poco, quasi mi rallegrarono tutte
quelle insegne scarlatte, gialle, celesti, volanti da ogni parte come
stendardi spiegati al vento; e mi piacquero quelle pareti mobili che
ricordan le camere in cui i pazzi attaccano ai muri tutto quanto di
colorito e di stampato casca loro nelle mani; e quei volanti gabbioni
umani che di dentro e di fuori, con parole, con colori e con disegni,
vi offrono da bere, da mangiare e da leggere, vi danno dei consigli
igienici e v'invitano a consulti medici gratuiti, e vi chiamano alle
corse, alle regate, alle gare ciclistiche, al gioco del pallone e
all'Esposizione dei quadri, mi allettarono come una viva e strana
immagine dello spirito leggiero e irrequieto d'una grande città della
fine del secolo, oppressa di faccende, affollata di capricci, smaniosa
di strepito, affamata di piaceri, tormentata d'impazienze, portata via
dalla furia di divorare il tempo e di tracannare la vita.
*
_Pneumatici Dunlop originali_: ecco un annunzio che non dimenticherò
più. Lo vedo ancora dipinto in caratteri bianchi su fondo rosso come
lo vidi, pochi giorni dopo il mio incontro col pittore, sul primo
carrozzone che passò la mattina per piazza Statuto; sul quale trovai il
mio buon Giors, che tentava invano la solita arietta della _Carmen_,
allegro come un uccello. E ci trovai pure, ritta dietro di lui, col
suo sacco inseparabile, la povera vecchia di Pozzo di Strada, che non
avevo più vista dall'ultimo giorno di carnevale, ancora più triste,
ancora più chiusa in sè che quel giorno. Salì con me sulla piattaforma
anteriore un giovane biondo che attaccò subito conversazione con un
altro signore attempato, commentando l'ultimo assalto dato dai dervisci
al monte Mocram. Mi ricordo sempre che c'eran dentro una vecchia
signora, una guardia daziaria e due contadine. Era una bella mattinata
limpida e fresca. L'aria viva agitava una ciocca di capelli grigi sulla
fronte china della vecchia, che, secondo l'usato, guardava i talloni
del cocchiere con gli occhi socchiusi, tenendo un braccio sull'altro,
stretti alla vita. Mi pareva ancora rimpicciolita dall'ultima volta,
tanto da capir nella bara d'un fanciullo. Non doveva pesare molto
più del suo sacco, certamente. E non dava quasi segno di vita quella
mattina; respirava appena. E pensava, pensava. Ma che covava dunque
dietro quella fronte dolorosa, che pareva portasse confitto nel mezzo
un ferro invisibile? Qual'era mai il pensiero implacabile che teneva
sempre curvato quel capo come la mano d'un aguzzino che lo premesse
alla nuca?
Dall'assalto dei dervisci i due signori vennero a parlare del viaggio
dei Sovrani di Germania sulle coste d'Italia, e il più attempato diceva
che era “una buona cosa„ un'“attenzione„ che “rialzava il nostro
prestigio„ dopo la battaglia d'Adua. L'altro prese a parlare allora
della battaglia e cavò di tasca un foglio grande, che spiegò sotto gli
occhi del suo vicino.
Era una fotografia colorata che rappresentava il campo di Abba-Garima:
le montagne in fondo coronate di turbe abissine e di nuvoli di fumo,
i cannoni fiammeggianti qua e là sulle alture minori, torrenti di
armati precipitanti giù dalle rocce, e sul davanti una mischia feroce,
un viluppo orribile di carri d'artiglieria, di cavalli, di feriti, di
morti, di negri e d'italiani dalle facce stravolte, lottanti a corpo a
corpo con le lance, le daghe e le rivoltelle, insanguinati e furiosi,
io mezzo a pozze e a rigagnoli di sangue.
Sporgendo il viso verso il foglio vidi con maraviglia accanto al mio
braccio il capo della vecchia che, uscendo dalla sua immobilità di
statua, si faceva anch'essa innanzi per vedere. Il giovine signore,
cortesemente, si scansò un poco da una parte e le mise il foglio aperto
sotto gli occhi dicendole: — La battaglia d'Abba-Garima.
Essa osservò un momento con gli occhi dilatati; poi contrasse il viso
in un modo strano, come se ridesse, richiudendo gli occhi e mostrando
le gengive sdentate. Mentre domandavo a me stesso perchè quell'orrendo
quadro la facesse ridere, essa si coperse il viso con le mani e diede
in uno scoppio di pianto che mi fece fremere.
Tutti e tre ci voltammo verso di lei, uno pigliandola per un braccio,
l'altro per la mano, domandandole che cos'avesse. Non potè rispondere
subito. Poi disse fra due violenti singhiozzi: — Ci avevo un
figliuolo.... — e appoggiato un braccio al parapetto della piattaforma,
lasciò cascar sul braccio la testa, in atto disperato, singhiozzando
più forte.
E fu inutile scoterla, cercar di confortarla; neppure il buon Giors
riuscì con la sua mano vigorosa, sciolta dalle redini, a farle rialzare
la fronte, che era come inchiodata al parapetto. I singhiozzi scotevano
violentemente tutto il suo povero corpo incurvato, ed era un pianto
infantile, lamentevole, che pareva non dovesse finir mai più; pareva
che ella versasse tutte le lacrime rattenute da cinque mesi, che tutta
la vita le dovesse fuggire dagli occhi; e ripeteva fra gemito e gemito
una parola rotta, sommessa e dolce, con l'accento d'una madre che parla
al bambino in culla, una parola che non comprendemmo se non dopo averla
intesa molte volte: — _Giacolin_ —; il nome del suo soldato.
Ah, povera madre! Colpiva lei pure l'accusa di viltà che qualche
giornale lanciava in quei giorni contro le madri italiane!
Riuscì Giors finalmente a farle rialzare il capo e a ottener qualche
risposta. Insomma, che fosse morto di certo non lo sapeva, nessuno
glie l'aveva annunziato; ma il cuore le diceva che era morto, che non
l'avrebbe rivisto mai più.
— Ma che cuore! — le disse Giors, commosso. — Oh benedette donne!
Se non lo sapete di certo.... Sarà fra quelli che ritorneranno. Lo
troverete fra i nomi stampati.
Ma no, il parroco le aveva letto il giornale, il suo nome non c'era....
— Ma che parroco! ma che giornale! Cosa volete, in quella
confusione.... Chi sa quanti ne hanno scordati.... Vedrete fra qualche
giorno.... Andiamo, _mare_, non bisogna disperarsi.... Sarà fra i
prigionieri.
Ma la donna diede in un nuovo scoppio di pianto. Prigioniero per lei
voleva dire affamato, torturato, sepolto vivo, peggio che morto.
— _O benedtie foumne!_ — ripetè Giors. — Aspettate un poco.... Tutti i
giorni ne tornano.... tornerà anche Giacolin.... Siete tutte compagne,
voi altre _mare_, quando vi mettete un chiodo nella testa. — Poi disse
bruscamente: — Smettete di pianger così forte, giurabbaco, che mi
spaventate le bestie!
Nessuno di noi osava più di parlare; il giovane aveva stracciato
e buttato via il foglio; la vecchia continuava a piangere
silenziosamente, col viso nelle mani; e pareva più disperato, faceva
più compassione quel pianto in mezzo a quella via rumorosa, a tutta
quella gente affaccendata che passava senza badarci. Alla cantonata
di via Venti Settembre essa prese il sacco e discese. Giors sferzò i
cavalli e tentò il motivo della _Carmen_; ma smise subito, e passandosi
la punta del medio sull'occhio, esclamò con un sospiro: — Ah.... porca
guerra!
*
Per vari giorni, in tutti i carrozzoni e su tutte le linee, io vidi
l'immagine di quella povera vecchia curvata sul parapetto, col
fazzoletto sciolto e i capelli grigi scomposti, scossa da capo a
piedi dal singhiozzo violento della disperazione. E mi pareva più
tragica l'immagine in quel gran risveglio amoroso della natura che si
manifestava da ogni parte, nelle gemme degli alberi, nei bocciuoli
dei fiori, nella chiarezza del cielo e negli occhi delle ragazze.
Dalle piattaforme dei tranvai, andando per i sette bellissimi corsi
alberati che fanno cintura al centro di Torino e per i grandi viali
che corrono lungo il Po e lungo la Dora, si bevevano mille effluvi
sottili, un misto di fragranze leggerissime d'erba fresca, di terra
smossa, di campagna aperta, e si ricevevano nella fronte e nel collo
carezze morbide dell'aria, quasi mossa da invisibili ventagli odorosi,
soffi tepidi e puri, come aliti di bocche virginee, che facevan
rifiorire nell'animo, per brevi momenti, speranze rosee, ricordi lieti
dell'infanzia, simpatie spente, proponimenti giovanili di bontà, di
lavoro, di vita avventurosa e memorie lontane di care feste campestri
e di bei sogni sognati nei giorni più felici dell'età più bella. E si
mostrava questo primo influsso della primavera nei cavalli più agili,
nei cocchieri più allegri, nei fattorini più cortesi, nel modo di
salire, di scendere e di salutar della gente più lesto e più amabile,
e nella fioritura più rigogliosa e più vivace dei cappellini delle
signore a cui l'aria corrente sulle giardiniere aperte agitava sul
capo i nastri, gli steli e le penne, portando nel viso ai passeggieri
ritti in fondo delle ondate di profumi confusi di cipria, di viole e dì
giovinezza.
Avevano in quei giorni i tranvai una bellezza nuova: c'erano in quasi
tutti, la mattina, delle ragazzine vestite di bianco, che occupavano
in alcuni delle panche intere, spiccando fra l'altra gente come gigli
e camelie nivee in mazzi di fiori e di foglie brune. Apparivano di
sfuggita nelle giardiniere dei veli candidi scendenti sui vestiti e
sui guanti bianchi, e a traverso i veli, sotto alle corone di rose
e di margherite, occhi azzurri, bocchine purpuree, visetti d'una
freschezza infantile, che facevano un contrasto graziosissimo con
gli atteggiamenti raccolti e gravi delle piccole persone, ritte sul
busto, con le mani intrecciate sulle ginocchia e le scarpette chiare
congiunte. Da una parte all'altra delle piazze e dall'una all'altra
strada si vedevano biancheggiare sui tranvai quelle farfalle gentili
annunziatrici della Pasqua, e anche più della loro bianchezza risaltava
l'idea, ch'esse esprimevano, dello sposalizio celeste e dello stato di
grazia, in quelle carrozzate d'interessi mondani e di peccati mortali.
O carrozza di tutti, piccolo specchio del mondo, che raccogli e
ravvicini gli estremi più lontani della società e della vita, qualche
volta così gioconda e qualche volta così triste, dove si può veder mai,
fuor che in te, quello che io vidi in quei giorni?
Due giornate di pioggia avevano fatto uscir da capo i carrozzoni
chiusi; ma il cielo si rischiarava quando, verso l'undici della mattina
dell'ultimo di marzo, salii sul tranvai della linea dei Viali, fermo
nel corso Beccaria, sul punto di partire per Porta Palazzo. C'era
seduta dentro una donna, sola, che è ancora viva adesso nella mia mente
come se l'avessi avuta sempre davanti agli occhi durante un viaggio a
traverso all'oceano. I suoi capelli radi, neri d'una tintura grossolana
e mal diffusa, facevano parer più vecchio il viso giallo e rugoso,
nel quale, sotto due archi nerissimi, dipinti da una mano frettolosa e
malferma, sonnecchiavano due occhi glauchi e torbidi e rosseggiavano
di belletto le guance flosce e una bocca amara e stanca, atteggiata
come a un sorriso abituale, che appariva forzato, e quasi morto, come
quello d'una maschera, poichè la luce dello sguardo non l'accompagnava.
Se quel viso non avesse abbastanza chiaramente parlato, avrebbero tolto
ogni dubbio un garofano rosso ch'essa portava nella treccia e una lunga
traccia di polvere di riso che da una guancia le scendeva giù fino al
collo scarnito, cinto d'un nastrino azzurro; e quel fiore appunto e
quel nastro accrescevano tristezza all'espressione di vecchiaia precoce
dei suoi lineamenti risentiti e come tesi da un sentimento sordo
di rancore che ella covasse contro ai fantasmi a cui sorrideva per
consuetudine la sua bocca cascante. Era una di quelle figure miserande
in cui, caduto il velo lucente della gioventù, appare con un'evidenza
spaventevole l'abbiezione della vita, e dietro alle quali la fantasia
vede stanze immonde di lupanari, covi fumosi di taverne e di bische
e oscurità misteriose e sinistre dove giacciono corpi di briachi e di
feriti e lampeggiano coltelli e occhi feroci di belve umane.
Partito appena il tranvai, il fattorino entrò a porgerle il biglietto.
Essa tirò fuori con le mani un po' tremanti una borsetta di lana verde,
e ne cavò due soldi, che quegli prese, fissandola, con un barlume di
sorriso.
Arrivato in fondo al corso Principe Eugenio, il tranvai si fermò, e
prima s'udì un mormorio di voci argentine, poi salirono con allegra
furia da una parte e dall'altra molte ragazzine vestite di bianco,
accompagnate da due che parevano maestre, e sì slanciarono dentro il
carrozzone, agitando i veli trasparenti e le gonnelle candide, come
uno sciame di colombe con l'ali aperte. Fu come un soffio di primavera,
come la luce d'un'alba improvvisa che entrò con esse fra quelle quattro
pareti, e un vago odor d'incenso, di soppressatura e di capigliature
fresche, che parve portato da un'ondata d'aria. Erano forse le alunne
d'un piccolo collegio che avevan fatto la comunione e andavano a far
colazione in campagna. Le maestre restarono sulla piattaforma; le
alunne occuparono in un momento tutti i posti, cinguettando e ridendo;
la donna tinta restò in mezzo a loro.
E allora segui una scena indimenticabile. L'aspetto di quella donna
colpì qualcuna delle più grandicelle, che smisero di parlare e la
osservarono. Il loro silenzio fece tacere le altre, che, naturalmente,
si voltarono da quella parte dove le prime guardavano, e fissarono
anch'esse lo sguardo su quel garofano e su quel nastro, su quella
vecchiezza imbellettata e infarinata, su quella rovina d'ogni cosa,
resa più orribile da una maschera grottesca di gioventù; ed esse pure
fecero silenzio. Sul viso delle più piccole apparve un'espressione
di stupore, in alcune uno sforzo d'attenzione scrutatrice; alle più
grandi si stese sulla fronte corrugata come un'ombra di sospetto
e d'inquietudine, simile a quella che ci dà la vista d'un insetto
strano e sconosciuto. Guardai la donna, sola in mezzo a tutto quel
candore d'anime e di vesti, e vidi sul suo viso una leggiera e
istantanea contrazione dei muscoli come in una persona sorpresa in un
nascondiglio. Lanciò un'occhiata rapidissima alle due maestre, a me,
al fattorino; ma non guardò in faccia alle ragazze: guardò le loro
mani, i libri da messa e le scarpette bianche con uno sguardo velato e
fuggente; e dopo qualche momento, durando il silenzio e l'attenzione
di cui si sentiva l'oggetto, piegò lentamente il capo all'indietro,
appoggiò la nuca alla parete, e come presa tutt'a un tratto dal sonno
chiuse gli occhi, e non gli aperse più.
Il fattorino, che la stava osservando con curiosità, comprese, e mi
ammiccò sogghignando.
Ma io sentii una stretta di pietà che mi fece torcere lo sguardo da
quella infelice come se l'avessi vista trapassata e confitta da un
pugnale nella parete a cui s'appoggiava.
A Porta Palazzo essa si riscosse bruscamente e, senza guardar nessuno,
discese; le ragazzine ricominciarono a discorrere e a ridere, e il
tranvai riprese la sua corsa, allegro e sonoro come una gran gabbia
d'uccelli.