CAPITOLO QUINTO.

Maggio.

Una mattinata bella.... e una conversazione sciocca di benpensanti, a

proposito della data del mese, sul tranvai di Vanchiglia. Eran certo

di quelli stessi che, quando il primo maggio era tumultuoso, dicevano:

— Facciano la loro festa pacificamente, se voglion che sia rispettata!

— Diventata la festa pacifica, si facevan beffe delle riunioni

private e delle passeggiate campestri dei rinsaviti, attribuendo il

rinsavimento a cagioni ignobili. Non c'è gente più stomachevole dei

paurosi che, appena rassicurati, scherniscono e accusano di viltà chi

li ha impauriti. E ragionarono un pezzo per dimostrarsi a vicenda una

cosa di cui erano già tutti convinti: l'assurdità dell'Idea che la

festa esprime. Ma li ascoltavo quasi con piacere, pensando al tempo

in cui sarebbero parsi altrettanto strani quei ragionamenti quanto

paion tali al presente i ragionamenti opposti. Strana cosa, infatti,

degna d'una favola d'Esopo: l'onda del mare che si stupisce e s'adira

d'essere incalzata da un'altr'onda, e le grida: — Va indietro! — Ma

quel piccolo mormorio di voci ingrate si perdette ben presto in quello

grande, ch'io sentivo nella mente, d'altri innumerevoli benpensanti

come quelli, dicenti le stesse stessissime cose, percorrendo sui

tranvai altre centinaia di città, vicinissime e lontanissime, di là

dai monti e dai mari, di cento aspetti diversi, mentre si preparavano

intorno a loro, come ai loro amici ignoti di Torino, altre adunanze e

feste e passeggiate campestri, nelle quali, per la seconda volta sulla

terra, milioni d'uomini avrebbero espresso in venti lingue gli stessi

propositi e le stesse speranze che ai miei vicini parevan follia. E mi

pareva che l'aria di maggio che m'alitava in viso mi portasse un'eco

vaga di quelle voci infinite, confuse in un suono solenne e dolce, come

un sospiro del mondo, risvegliato dal sentimento della primavera.

Eppure ero triste; con la data del mese mi ritornava in capo di

continuo il pensiero d'un edifizio, già eretto e compiuto con cinque

anni di fatiche, di cure amorose e di passione ardente; il quale un

giorno, in un momento di potente chiaroveggenza critica, avevo visto

tutt'a un tratto, come per un crollo di terremoto, spogliarsi del

suo intonaco, aprirsi dal tetto alle fondamenta e rovinare in mille

frantumi. Quella data riconduceva forzatamente il mio pensiero fra

quelle rovine, che non avrei più potuto ricomporre che con altri più

anni di duro lavoro, e dopo che mi si fosse rifatta serena la mente

per concepire un nuovo disegno; e quel ricordo d'entusiasmi vani, di

speranze deluse, di veglie perdute, e il dubbio che una prova eguale si

potesse ripetere con una fine egualmente miserevole, mi sgomentava come

l'idea d'una condanna alla tortura perpetua.

Fui scosso all'improvviso da una voce gaia: — Primo maggio! — e,

voltandomi, mi vidi accanto sulla piattaforma un viso noto, un bel

giovane biondo, vestito a festa, con un garofano all'occhiello,

rosso come la sua bocca di vent'anni. Tutt'i miei pensieri tristi

fuggirono all'aspetto di quella gioventù sfavillante d'allegrezza.

Era un tipografo, uno dei credenti più appassionati e più sereni, di

natura affettuosa e ingenua, un bersagliere ardente del partito, il

più svelto e fervido dei galoppini elettorali, divoratore infaticabile

di scale e di strade, sempre pronto a tutti i servizi, a conciliare,

a ammansire, a metter bene; non mosso da alcuna speranza di vantaggio

proprio nè prossimo nè remoto, ma pago e contento di esser l'ultimo

soldato dell'esercito; e altero della sua fede, compreso di un così

vivo sentimento di dignità di classe da accendersi di vergogna e da

patire un vero tormento alla vista d'un operaio ubbriaco; e zelante

come un missionario, primo sempre ad accorrere a tutte le riunioni,

nelle quali la sua testa bionda brillava fra mille come una luna d'oro,

e il suo fremito e il suo riso d'assenso agli oratori si trasfondeva

nei vicini come un fluido elettrico. Era felice, quel giorno; l'idea

della passeggiata campestre pomeridiana lo eccitava; aveva già corso

non so quante linee del tranvai per andar a sollecitare dei compagni

irresoluti; sapeva quello che si sarebbe fatto nelle principali città

straniere, pregodeva il piacere del leggere le notizie del dì dopo,

diceva: — I compagni di Bruxelles, di Berlino, di Vienna, di Parigi, —

facendosi suonar quei nomi all'orecchio con un sorriso di compiacenza,

come dei nomi di amanti; e interrompeva ogni tanto il discorso per

indicarmi i garofani rossi sui tranvai che passavano, come avrebbe

indicato dei trofei di vittoria. In fine, mostrandomi il suo garofano,

mi disse che era un regalo inaspettato che gli aveva portato a letto

la mattina la sua vecchia mamma, non perchè fosse “convertita„ ah!

tutt'altro; ma per fargli una sorpresa piacevole, e che prima di

darglielo gli aveva fatto mille amorose raccomandazioni d'aver giudizio

almeno per quella giornata, povera vecchietta! come se fosse stata una

giornata di battaglia. Poi saltò giù dalla piattaforma dicendomi che

andava a comprare una mezza dozzina di _numeri unici_ da distribuire

agli amici stangati, e fattomi un saluto vivace con la mano, scappò,

lasciandomi nell'anima un raggio della sua gioventù e della sua gioia.

*

Ma il giorno dopo scontai la festa. Pericoloso è il tranvai per quelli

a cui tocca di tanto in tanto di “correre per le bocche„ dei loro

fratelli in Cristo. Non sospettava certo ch'io stessi ritto dietro le

sue spalle il grosso signore brizzolato che sedeva sull'ultima panca

della giardiniera di corso Vinzaglio, sulla quale ero salito con lo

scultore Costa per andare all'Esposizione triennale. Aveva fra le mani

la _Stampa_ della mattina, in cui era riassunto un discorso fatto

da me il giorno avanti all'_Associazione generale_ degli operai, e,

parlando con un vicino, mi tartassava in un modo barbaro, con voce

lenta e pacata. Ah se si potesse intendere tutto quello che dice di noi

la gente che non ci conosce, saremmo le più volte meno offesi dalle

ingiurie che stupefatti, divertiti dalla stranezza e dall'assurdità

delle favole, impossibili a immaginarsi. Anche il Costa tendeva

l'orecchio; ma senza comprendere chi fosse il tartassato. Il buon

signore spiegava al vicino il vero perchè di quella ch'egli chiamava

la mia _rivolta_ (rivoltatura di giubba, voleva forse dire): egli lo

sapeva di certa scienza. Perduto quel po' di ben di dio col crac della

Banca Tiberina, avevo brigato, per campare, il posto di bibliotecario

civico, che m'era stato rifiutato; e, ridotto al verde, invelenito, per

puro sfogo di vendetta contro il mondo ingrato, avevo fatto il salto

nefando. E presagiva dove sarei andato a finire: in un luogo dov'egli

m'avrebbe chiuso subito, se avesse potuto. Illuminato a un tratto da

una parola, il Costa mi diede di gomito, dicendo: — Senti, senti....

sei in ballo tu.... — e intesa la chiusa, ch'era un epiteto, soggiunse

ridendo: — Beccati questa e serbala a Pasqua. — Stavo per ribattere;

ma mi balenò una speranza di rappresaglia, che mi fece tacere. La

speranza non fu delusa, in fatti. Svoltato il tranvai sul corso

Vittorio Emanuele, quando fummo vicini alla piazza, il grosso signore,

preso da un impeto improvviso di collera, tese il pugno verso l'assito

del monumento, e gridò: — E anche quest'auro! O quando sarà finita? E

bisogna essere minchioni come siamo noi.... — e taccio il resto. Allora

toccai col gomito il mio buon amico e gli dissi: — Questa mi farai il

piacere di beccarla tu e di serbarla a Natale. — Scoppiando tutti e due

in una risata, facemmo voltare l'oratore che, messo in sospetto, non

disse più nulla. Ma non occorreva che dicesse altro. Per i nostri dieci

centesimi, come osservò il Costa, ne avevamo avuto abbastanza. Regola

generale: andare a piedi il giorno dopo che s'è pronunciato un discorso

in pubblico.

*

I discorsi che si sentono sui tranvai, che pascolo per la fantasia! Ne

feci uno studio particolare in quei primi giorni di maggio e mi parve

di raccoglier pagine e pezzetti di pagine di mille romanzi lacerati.

Eppure in quella varietà infinita c'è anche una grande monotonia. Quei

dialoghi a bassa voce fra ragazze del popolo, nei quali ogni venti

parole, infallibilmente, come il _paese_ nei discorsi elettorali,

vien fuori la parola _chiel_ — lui — l'eterno _chiel_, il protagonista

anonimo del racconto; quei ragionamenti politici, in cui potete esser

certi sempre di sentir pronunciare come giudizio proprio il giudizio

che avete letto la mattina sul giornale che il ragionatore tien nella

mano; quei discorsi sulla pioggia, sul caldo, sul freddo e sul vento,

fatti di parole che milioni di bocche ripetono da tutti i secoli ad

ogni variazione del tempo come se fosse sempre una cosa nuova, strana,

inaspettata! Una gran parte delle conversazioni degli uomini non sono

che sbadigli dell'intelligenza sonnecchiante. Ma va a giorni. Trovo fra

gli appunti d'una sola corsa la storia interminabile del cambiamento

d'un'unghia del piede, raccontata da un operaio al cocchiere, mentre

un medico, che gli stava accanto, spiegava a un terzo in che modo

dovesse far aprir le mascelle al suo cane da caccia per cacciargli in

gola ogni mattina una cucchiaiata di sale, che l'avrebbe guarito dal

raffreddore; poi una frase colta a volo da due ufficiali che parlavan

d'un duello: — Quando uno la dà, che gl'importa degli arresti! — e una

esclamazione soffocata: — Io la strozzo con le mie mani — intesa da

un Tizio che faceva uno sfogo confidenziale con un amico, nel tempo

stesso che due signori, dall'aria di gente di teatro, maltrattavano

il maestro Leoncavallo chiamando i _Pagliacci_, con fine sarcasmo, i

_Pagliericci_, e un tale che mi stava di dietro, discorrendo con non

so chi, spacciava intorno all'Argentina, dond'era ritornato da poco,

le più grosse panzane del mondo: per esempio, che ci si pagava dieci

lire per farsi fare la barba. Poi, in quello stesso giorno, stralci di

storie di malattie, di danari prestati e non resi, di liti coi vicini

di casa, d'avventure galanti, di gite ciclistiche, e vari di quei

discorsi che per un tratto par che si riferiscano a un dato argomento,

ma che da una parola si comprende che riguardan tutt'altro, un cosa

mille miglia lontana, senza parerci men balordi per questo. E non è uno

studio inutile, perchè ci s'impara fra l'altro a proceder cauti nel far

la critica su dei frammenti. Ecco ad esempio un dialogo che intesi fra

due ragazze nella mia ultima corsa sul tranvai di via Cernaia.

— Uno tra due.... è vergognoso.

— Ma che! Nessuno è lì a vedere.

— Ma ci vedono entrare insieme.

— Che importa? Chi sa quante fanno lo stesso. — Dopo una pausa: — È un

gran piacere.

— Sì, ci si sente meglio, dopo.

— È già più d'un mese.... Ne ho proprio bisogno.

— Diamine, — dissi tra me, — ci vuol della faccia. E mi sarebbe rimasto

di loro un concetto orribile se non le avessi viste, quando discesero,

entrare nello stabilimento di bagni di corso San Martino.

*

La Carrozza di tutti · 第 9 / 33 题