Febbraio.
Un consiglio agli studiosi delle donne: osservino i loro diversi
modi di far fermare il tranvai, di sulla strada e di dentro, e ne
ricaveranno gran lume a giudicare del loro carattere. Alcune agitano
l'ombrellino in alto, da lontano, come un capitano di cavalleria
agita la sciabola, o gridano un _alt_ imperioso, corrugando la
fronte e tendendo il braccio come per dare un ordine perentorio a
un marito ribelle; altre muovono la mano all'altezza della spalla,
come chi chiama a sè qualcheduno, o l'alzano graziosamente con due
dita tese e col capo un po' inclinato da una parte, sorridendo,
nell'atto della scolaretta che chiede il licet alla maestra: mogline
sottomesse, parrebbe. E infinita e piena di significati psicologici
è la gamma degli _alt_ argentini e gravi, tremoli e dolci come note
di tortora o interiezioni amorose, o duri e taglienti come i _no_
d'una virtù inespugnabile. Quelle che hanno l'_alt_ soave, per lo più,
s'affrettano a salire, chiedendo scusa del ritardo con uno sguardo
timido e sorridente; le altre, invece, se anche sono d'un bel tratto
lontane, fanno il comodo loro, non badando agli atti d'impazienza dei
passeggieri che aspettano, o mostrando un viso di regine offese. E sono
anche più diversi i modi di far fermare per discendere. Le une s'alzano
di scatto e danno una strappata alla correggia del campanello come
padrone irritate che chiamino il servitore; le altre fanno un cenno di
preghiera al fattorino perchè tiri lui, o se stanno sulla piattaforma,
premono delicatamente con l'indice la spalla del cocchiere e gli
domandano all'orecchio, come in confessione, se vuol _far il piacere_
di fermare _un momento_. E si capisce che in molte, specialmente della
classe alta, deriva da un concetto esagerato della brutalità degli
uomini del popolo e del loro mal animo contro i signori la cortesia
eccessiva e quasi umile che usan con loro; con la quale cercano
d'ammansirli, come cagnacci ringhiosi, per timore di villanie gratuite;
ed è altrettanto palese che quelli rispondono malamente, in molti casi,
a quella cortesia soverchia, appunto perchè ne intuiscono la cagione, e
se ne adontano.
*
Stavo riandando queste osservazioni, fatte per l'addietro, quando salì
accanto a me sul tranvai dei Viali, vicino alla Mole Antonelliana,
un bel giovanotto di mia conoscenza, una specie di fanciullo erculeo,
sano e fresco come un fiore, figliuolo d'un ricco proprietario di case,
dilettante di pittura a ore perse, simpatico per un misto originale
d'ingenuità e d'arguzia, e compagno di chiacchiere piacevolissimo,
perchè conosceva mezza Torino. Seguitai con lui a voce alta il corso
dei miei pensieri.
— Ah! — esclamò, — lei fa degli studi sui tranvai. E anch'io. — Aveva
fatto egli pure delle osservazioni sull'“erotismo tranviario„, ma
s'occupava d'un ordine particolare di fatti: era uno _specialista_ del
bel sesso. S'interruppe per guardare una signora seduta dentro; poi mi
domandò se mi ricordavo dove quella signora fosse salita. In piazza
Vittorio Emanuele, mi pareva. — E scusi — ridomandò — ha osservato
che abbia preso il biglietto di coincidenza? — Non l'avevo osservato.
Rimase un po' pensieroso; poi disse piano: — L'ha preso di sicuro.
È strano. Gira su tutte le linee e prende sempre la coincidenza. Ci
dev'essere un perchè: forse per sconcertare i curiosi, o per sviare
qualche spia, che sospetta d'aver alle calcagna. — Gli domandai
chi fosse. Lo sapeva; ma non lo disse. — È la signora.... delle
coincidenze — rispose sorridendo. E mi parlò della sua “specialità„.
Egli si divertiva a indagare i misteri amorosi. C'era, per esempio,
una signorina di famiglia conosciuta, che saliva sempre sul tranvai
con la sua cameriera, ma fingendo di non essere in sua compagnia, e
a un dato punto scendevano tutt'e due, e l'una pigliava da una parte,
l'altra dall'altra, come se non avessero nulla a che fare fra di loro:
c'era lì sotto un segreto, che non aveva ancora potuto scoprire. Ah i
tranvai, che agevolezze avevano portato agli amori e che tormenti alle
gelosie! Egli sapeva di mariti gelosi che proibivano assolutamente alla
moglie di salirvi; che piuttosto di salire con essa sulla piattaforma
affollata, quando dentro non c'era più posto, facevano due miglia a
piedi sulla neve, e che quando eran costretti a ficcar la loro metà
in quella calca d'uomini in piedi, vigilavano le facce circostanti con
occhi di basilisco soffrendo delle torture d'inferno. Ne aveva inteso
uno, in un salotto, chiamare l'istituzione del tranvai immorale, e
definire i carrozzoni veicoli di scandalo, case ambulanti di mala fama.
Ma d'altra parte, era un'“istituzione„ assai comoda per il servizio di
polizia coniugale. Egli conosceva una signora che cercava gli scontrini
negli abiti di suo marito per accertarsi ch'egli fosse veramente andato
dove aveva detto, e che spesso, quando egli usciva dicendo: — Vado nel
tal sobborgo — usciva essa pure, subito dopo, per pigliare un'altra
linea convergente allo stesso punto; per il che accadeva qualche volta
che in capo alle due corse, alla barriera di Nizza o di Casale, moglie
e marito si ritrovavano di fronte, lei contenta d'averlo riconosciuto
sincero, lui arrabbiato d'esser stato seguito; e ne seguìva una scena.
— La linea dove avvengono più incontri d'amanti — disse poi —, è quella
da piazza Castello alla barriera di Nizza. — Gli domandai perchè. —
Non lo so — rispose —, ma è quella. Ne riparleremo. — E mentre stava
per scendere, si rattenne per dirmi: — Guardi là, intanto, un quadretto
curioso per lei.
Era un quadretto amenissimo, infatti; una famiglia numerosa,
raggruppata da un lato del viale, due vecchietti, tre ragazze e due
bimbi, che accennavano al cocchiere di fermare agitando tutti insieme
nella nebbia una canna, quattro ombrelli e non so quanti fazzoletti,
con le braccia in alto, con un movimento regolare e continuo, come un
gruppo di naufraghi sopra uno scoglio, che chiedessero soccorso a un
bastimento.
— Frequenti la linea della barriera di Nizza — mi ripetè il pittore
discendendo; — ci troverà molti _documenti_.
*
Dovetti appunto in quei giorni frequentar quella linea per andar a
visitare un vecchio amico malato, che stava sul corso Galileo. E fu un
piacere nuovo per me, in quelle mattinate grigie d'inverno, correndo
quella lunghissima via diritta, a cui la grande stazione affumicata
della ferrovia, i camini delle officine, il via vai fitto dei carri e
la folla e la nebbia danno l'aspetto d'una via di Parigi o di Londra,
osservare nella rapida corsa come la città via via dirada, rappicinisce
e si acqueta fino alla barriera di Nizza, dove par che nelle cose e
negli uomini incominci la pace della campagna. In pochi giorni conobbi
la linea. Andando verso le dieci vedevo venir giù la _vivandiera_,
il carrozzone consolatore che porta in piazza Emanuele Filiberto
la colazione dei fattorini e dei cocchieri, il carico dei canestri
sospirati, gli uni per gli scapoli, dati dalla Cucina economica della
_Società Torinese_, gli altri portati alla Società o rimessi man mano
al conducente lungo la via e raccomandati come bambini dalle mogli e
dalle figliuole, appostate ogni giorno a quell'ora in quei dati punti,
come per un convegno amoroso. Ritornando verso mezzogiorno incontravo
il tranvai della “corsa degli impiegati„, quello che, partendo da
piazza Castello alle undici e mezzo, raccoglie lungo il tragitto
tutti i _travet_ che vanno a desinare a casa in borgo San Salvario,
sbadigliando a bocca squarciata, con la faccia lunga dalla fame e gli
occhi rotanti dall'impazienza. Ritornando invece a notte fatta, trovavo
nel carrozzone illuminato delle famigliole borghesi che andavano al
teatro, eccitate dall'avvenimento insolito come se venissero a Torino
da un'altra città, strette in conversazioni scolarescamente vivaci,
come brigate giovanili partenti per un viaggio notturno d'avventure.
E tra una corsa e l'altra, osservando i cavalli mentre aspettavo la
partenza alla barriera, cominciai a prender simpatia per quelle povere
bestie, venute la più parte dall'Ungheria, comprate alle fiere di
Lunigo, di Novara e di Padova, alcune ancora belle e vigorose, altre
con le gambe davanti già piegate e sformate dagli strapazzi, distinte
con ogni specie di strani nomi, trovati dalla fantasia degl'impiegati
intinti di lettere, — Sparta, Ovo, Falò, Rabagas, Romanziere, Ministro,
Bibi, Colonnello, Episodio, Camelia, Passerotto, Senato, — destinate
a passare un giorno dai tranvai alle _cittadine_, alle carrette, alle
macine, ai carri mortuari, ai carrozzoni dei saltimbanchi, per dare poi
all'uomo anche la carne e la pelle e le ossa, dopo aver faticato dieci
anni al suo servizio e lasciato la vita sotto la sua frusta....
*
Fin dal primo giorno conobbi su quella linea un cocchiere tipico; e
do a questa parola il suo vero significato, perchè era un di quelli
che in ogni famiglia d'impiegati o d'operai par che condensino in sè
tutti i malumori, tutte le stizze, tutti gli spiriti ribelli della
famiglia. Era un traccagnotto col capo nelle spalle, con un viso
color di terra cotta, che pareva enfiato, con gli ocelli di bragia, la
barba di setole, una voce di tuono. Gli muggiva in corpo una tempesta
perpetua. Eruttava “accidenti„ smozzicati, di continuo, contro le
biciclette che passavano, contro i monelli che spaventavano le bestie,
contro i carrettieri che gl'ingombravan la via, contro chi saliva e
chi scendeva, contro i cavalli, la frusta, il campanello, il colore
del tempo. E quando non sacrava a voce, sacrava con tutti i moti della
persona, col modo di frustare, di tirar le redini, di girar la testa
e lo sguardo, di stringere il freno e di pestare i piedi; e quando
non se la pigliava apertamente con nulla o con nessuno, faceva dei
soliloqui stizzosi inintelligibili guardando in alto, come se dei
nemici visibili a lui solo lo provocassero, danzandogli davanti per
aria, o si sfogava soffiando nel suo fischietto, cacciando dei fischi
prolungati, rabbiosi, senza necessità, come se fischiasse la creazione.
Da piazza Castello alla barriera non lo vidi un momento rabbonito;
pareva che portasse dentro l'ira d'un popolo; non potevo capire come
non schiattasse. Pensai che, se aveva moglie, la povera donna doveva
aver il paradiso assicurato. Intesi che lo chiamavan _Tempesta_, e il
soprannome gli tornava a pennello. Dei passeggieri se ne lagnavano,
brontolando; ma a me fece compassione, perchè un povero diavolo che
passava la giornata a quel modo si condannava da sè al più miserando
dei supplizi che gli potesse augurare la più vendicativa delle sue
vittime; e mi pareva anche da compatirsi perchè per ogni Tempesta
cocchiere c'era bene una decina di Tempesta passeggieri, che mettevan
la pazienza dei suoi colleghi alla stessa prova a cui egli metteva la
nostra.
*
Apparteneva alla famiglia dei Tempesta il grosso signore coi baffi
tinti e la caramella all'occhio, che la mattina dopo fece cenno di
fermare all'angolo di piazza Carignano e di via Amedeo. Fece cenno
in modo che il cocchiere, un perticone dal naso a becco, credè
che lo facesse al tranvai di Vanchiglia sopraggiungente, e datagli
un'occhiata, tirò via. Quegli si mise a correre accanto al carrozzone,
col viso acceso, agitando la canna e gridando ira di Dio, e quando
fu sulla piattaforma, ansante, investi il cocchiere. — Che maniere
son queste? T'avevo fatto segno dì fermare; non ti faceva comodo, è
vero? Queste sono facezie da _birichin_! — Il cocchiere, risentito, si
difese; ne nacque un battibecco; venne innanzi il fattorino, un giovane
biondo, dall'aria per bene, che ebbe il torto di pigliar le parti del
compagno. L'altro imbestialì, gridò che sarebbe ricorso alla direzione.
— Quando avrà tolto una giornata di pane alla mia famiglia, — rispose
il cocchiere, — non avrà ragione per questo. Intanto, non mi deve
trattare col _tu_.
Il signore tinto lo guardò con stupore; parve più punto da quella
osservazione che dall'altre parole. — Conosco la regola, — disse
bruscamente — si dà del _lei_ al controllore, del _voi_ al fattorino e
del _tu_ al cocchiere.
— È una regola rispose l'altro — che riguarda il personale, noi fra di
noi, non i passeggieri.
— È quello che saprò dalla direzione, — ribattè il signore, tirando
fuori un taccuino per segnarvi il numero del carrozzone.
— Faccia pure.
— Non ho bisogno del suo permesso.
Il fattorino s'interpose da capo con buone parole, e quegli,
borbottando, s'acquetò; ma rimase ritto sulla piattaforma
nell'atteggiamento d'un nume corrucciato. Dove m'era già apparso quel
viso? Non mi ricordavo; ma avevo visto certo molte persone che avevan
con quella un'aria di parentela, ne avevo visto in ogni paese, in mille
occasioni, leticare con camerieri d'albergo, con giovani di caffè, con
commessi di negozio, con fiaccherai e con facchini, anche più vecchi
di trent'anni di loro, dando del tu a tutti, con lo stesso piglio di
quello, e mostrando con tutti quasi un risentimento d'istinto. Era uno
di quei tanti per cui la società pare che si divida in bianchi e in
negri, e che non capiscono come in questi ci possa essere qualche cosa
di somigliante all'amor proprio; che, trattando coi negri, giudicano
naturale e logico di adoperare il Galateo dei bianchi rovesciato; che
non adoperano più il bastone, come i loro padri antichi, soltanto per
paura dei pugni, ma, per forza d'atavismo, lo alzano ancora qualche
volta, e più sovente ne parlano; e che con queste tendenze accordano
per lo più le loro idee politiche, abbracciando tutti coloro che
parlano di libertà, d'eguaglianza, di diritti degli umili con una sola
e vasta designazione: — _I baloss._ — I mascalzoni.
L'uomo tinto discese sdegnosamente sul corso Vittorio Emanuele; il
fattorino biondo lo seguitò un tratto con gli occhi, e poi mise un
soffio.
— Cattiva pratica, eh? — gli domandò un passeggiere.
Quegli scrollò il capo. Lo conosceva da anni. Era una calamità di
quella linea: vi faceva due corse il giorno; non passava settimana
che non l'attaccasse con qualcuno. Una volta aveva fatto una scena
perchè il fattorino, prima di dargli il resto, aveva esaminato il suo
biglietto da una lira _con diffidenza_. Era ricorso un'altra volta alla
direzione perchè a un suo rimprovero il cocchiere aveva risposto con
un _sorriso sarcastico_. Un altro giorno aveva minacciato di ricorrere
perchè lo stracciare gli scontrini, in segno di controllo, _sulla
faccia_ dei passeggieri, invece di bucarli con le tanagliette come
fanno sulle strade ferrate, era una mancanza di rispetto. E “ricorreva„
infatti. Alla direzione ci dovevano aver già un mucchio di lettere sue.
Tutto il “personale„ della Società lo conosceva. Lo chiamavano _tintura
Migone_ per via dei baffi. Quando saliva lui sul tranvai, si mettevan
tutti sulle difese, preparati a un assalto. Poi soggiunse: — E se fosse
il solo!
— Ce n'è dunque molti di quella semenza? — domandò il passeggiere di
prima.
Il fattorino lo guardò e diede una forte soffiata nel corno, che fu
insieme una risposta a lui e un segnale al tranvai del Valentino, che
sopraggiungeva. Poi commentò la suonata. Di prepotenti come quello,
pochi; ma di rompiscatole infaticabili, di stuzzichini, di brontoloni
meticolosi e noiosi che attaccavano ogni momento una bega, o per gli
scontrini troppo piccoli e di carta troppo sottile, o per i vetri che
lasciavan passar l'aria, o per le tende delle “giardiniere„ troppo
corte, o per il puzzo che mettevan nel carrozzone i cocchieri sedendovi
dentro durante le fermate, o per il tavolato fradicio, o per le panche
incomode, o per i battenti duri, ce n'era un reggimento. — Bisogna
proprio dire — esclamò — che c'è della gran gente che non ha nulla da
fare! Ah, non è la vita del Michelaccio la nostra... — Poi, accennando
davanti a sè, disse con accento di rassegnazione filosofica: — Però,
quando si vedon questi....
Guardai dove accennava e vidi venirci incontro un carrozzone pieno
stipato, tutto di giovani. Quelli sulla piattaforma davanti stavan
rivolti verso i cavalli, diritti, immobili, impettiti, col mento
alzato, in atteggiamenti di statue: eran tutti imberbi e pallidi, con
qualcosa di comune nell'espressione del viso, non so che di chiuso e
di triste, come se avessero tutti un solo pensiero, come una squadra
di condannati. Il carrozzone correva. Vidi dentro di sfuggita due
schiere d'altri visi immobili, eretti, con quella medesima espressione
indefinibile, quasi di raccoglimento severo, come se tutti fossero
assorti nell'audizione d'una musica grave che venisse dall'alto e
ciascuno di essi si credesse solo ad udirla. Anche la piattaforma di
dietro era affollata di quelle statue viventi, dal viso scialbo e senza
sorriso, rigide e mute, e v'eran tra quelli dei ragazzi che avevan la
stessa espressione degli adulti, come se appartenessero a una razza
non dotata che di una gioventù fisiologica, nella quale la vita dello
spirito fosse già una vecchiaia pensierosa. Passarono così rapidamente
che non ebbi il tempo di riconoscerli, e mi diede un brivido la voce
del fattorino, che disse: — Sono i ciechi dell'Istituto di via Nizza;
prendono sempre un carrozzone per loro soli, a prezzo ridotto.
*
Non vidi nessuna di quelle scene amorose che m'aveva preannunziato
il giovine pittore: non era buona luna; ma mi toccò su quella linea,
proprio l'ultimo giorno, una delle “migliori„ corse possibili; poichè
(lo debbono aver tutti osservato) si danno sui tranvai le corse
buone, in cui non s'hanno che incontri e impressioni gradevoli, e le
cattive, che sono una sequela di piccoli dispiaceri. La buona ventura
mi cominciò sulla linea del Martinetto, andando a piazza Castello per
pigliarvi il tranvai della barriera. Era il tocco e mezzo, una giornata
splendida. Trovai sulla piattaforma _Carlin_, il fattorino africanista,
felice della partenza del colonnello Pittaluga per Assab, donde si
diceva che sarebbe entrato nell'Harrar con un corpo di spedizione. Il
suo piano di prender gli abissini fra due fuochi stava per attuarsi;
egli ne discorreva con una guardia municipale. — Son suonati! —
esclamava — son suonati! Cani di negri! Non uno, non uno n'ha da
ritornare al suo canile! — Pareva che avesse suggerito lui l'operazione
al ministro della guerra: raggiava vittoria dagli occhi. Ma riconobbi
che la sua curiosità non si pasceva soltanto, nei giornali, di politica
guerresca, poichè, poco dopo, gl'intesi domandar spiegazioni a un
passeggiere intorno a quel “professore dell'Austria„ dotato, come
dicevano, di due occhi diabolici, che vedevano dentro alle scatole
chiuse. Capii dalla risposta che intendeva parlare dei raggi Röntgen e
m'accorsi che la spiegazione gli confondeva, invece di chiarirgli le
idee: cosa frequentissima, fra dotti e ignoranti, anche in politica.
Che un uomo avesse una vista così forte da vedere a traverso il legno,
per quanto fosse strano, lo poteva comprendere; ma la spiegazione dei
raggi elettrici fece nella sua mente un buio fitto. Rimase un po' sopra
pensiero; poi ritornò alla guerra d'Africa, nella quale, almeno, vedeva
chiaro.
C'era sulla piattaforma posteriore il cavaliere _Bicchierino_, che non
aveva trovato dentro il suo posto solito, e nell'interno, in fondo, la
ragazza di borgo San Donato, poveretta, con una pezzuola verde sopra un
occhio. All'angolo di via Siccardi, come sempre, salì il giovane, il
suo supposto fidanzato, che la salutò col solito sorriso malinconico,
e le sedette di fronte. Il cavaliere, ritto in faccia a me, leggeva la
_Gazzetta del Popolo_: aveva certo la consuetudine di leggerla ogni
giorno anche a quell'ora, forse per riparare alle dimenticanze della
lettura mattutina, o, più probabilmente, la leggeva mezza la mattina
e mezza fra il tocco e le due. Incontrando per un momento il suo
sguardo capii che non m'aveva perdonato il mio giudizio offensivo per
la via Garibaldi. L'aria era limpidissima: per le imboccature delle
venticinque vie laterali il sole metteva altrettanti torrenti luminosi
nell'ombra severa della via lunghissima, e da una parte le grandi
Alpi bianche e azzurre, dall'altra la facciata classica del Palazzo
Madama, con tutte le vetrate fiammeggianti, formavano uno dei prospetti
più ammirabili che la natura e l'arte, fronteggiandosi, possan fare
ai due capi d'una via cittadina. Essendo salito a un certo punto il
primo segretario del Municipio, che è poeta e artista, gli dissi: —
Guardi, che bellezza è via Garibaldi! Non par di essere nello stesso
tempo a Parigi, a Napoli e ai piedi delle Alpi? — A quelle parole il
cavaliere alzò il capo dalla _Gazzetta_, diede un'occhiata alla strada
e alle Alpi, e poi una a me, rapidissima, e dignitosamente benigna, che
significava quasi il perdono. Sia ringraziato il cielo, pensai; eccomi
aperta la via alla conquista del suo cuore. — La corsa principiava
bene.
All'angolo di via Botero un'apparizione straordinaria riscosse tutti i
passeggieri. Salì e sedette dentro una coppia matrimoniale: inglesi,
parevano; sposi, senza dubbio; ricchi, si vedeva; due dei più belli
e poderosi esemplari della razza anglo-sassone ch'io avessi veduti
mai, un atleta e un'amazzone, tutt'e due coi capelli d'oro, gli occhi
di zaffiro e le guance di rosa, due splendori di gioventù, di forza,
d'amore e di fortuna, di quelle creature che la natura sembra aver
fatte l'una per l'altra, per mostrare _quantunque ella può_, e che
lasciano per tutto dove passano un fremito d'ammirazione e d'invidia.
Tutti gli occhi si fissarono su di loro; perfino Carlin uscì in
un'esclamazione ammirativa: — Che bella _pariglia_! — Ah, quei due
poveri fidanzati malaticci di San Donato, con quei panni logorati
dalla spazzola, come parevano più poveri e più meschini vicino a quei
due grandi e splendidi fiori britannici! N'ebbi un senso di pietà
vivo, quasi doloroso, come a veder le vittime d'un atto d'ingiustizia
crudele. La ragazza, in special modo, mi colpì. Guardava la signora,
che le sedeva accanto e la sorpassava di tutto il capo, voltando il
viso in pieno, per vederla con quell'occhio solo che aveva scoperto;
la guardava come una creatura tanto al di sopra di lei che non la
potesse neanche invidiare, e quel suo occhio dilatato e fisso esprimeva
un'ammirazione così ingenua, una simpatia così buona e insieme una
così dolce e umile rassegnazione all'inferiorità propria, che in
quel momento era bellissimo, bello come una di quelle sante parole
che in certe grandi prove della vita ci rivelano a un tratto, in
un'anima, un tesoro infinito di bontà e di gentilezza. Osservai tutti
i suoi movimenti. Dopo un poco essa fissò lo sguardo, con la stessa
espressione benevola, ma meno viva, sul signore, e poi cercò quello
del suo amico, e si guardarono tutti e due per qualche momento, e parve
che si dicessero: — Come sono belli, come sono fortunati, non è vero?
Ma, vedendoli, io mi stringo ancora più fortemente a te, perchè penso
ch'essi hanno tanti altri beni ed io ho te soltanto, e che siamo fatti
l'uno per l'altro noi due pure. — Quando essa s'alzò per discendere in
piazza Castello, ed egli le tese la mano, il suo viso si colorì d'un
leggiero rossore; forse perchè pensava che i presenti facessero in quel
punto un confronto fra di loro e quegli altri due; e il suo rossore
ebbe un riflesso leggerissimo sul viso di lui. Pudore della bruttezza e
della povertà, più bello, più rispettabile di quello dell'innocenza.
Nella piazza, fra la gente che aspettava la partenza del tranvai della
barriera, mi diede nell'occhio un ometto sbarbato di mezza età, con un
viso e un vestito di commediante povero, il quale stava osservando con
viva attenzione, e con gli occhi sorridenti, i due cavalli attaccati.
Li osservai io pure. Si accarezzavano come due fratelli amorosi:
l'uno faceva scorrere il muso sulla criniera dell'altro, ravvicinavan
le teste toccandosi con le tempie, si strofinavano, si mettevano a
vicenda la bocca accosto all'orecchio, socchiudendo gli occhi, come se
si parlassero, come se si confortassero l'un l'altro della dura vita
presente con la predizione dei lunghi sonni che avrebbero dormiti nei
loro ultimi anni davanti alle porte dei teatri e delle stazioni, sotto
la guardia dei fiaccherai sonnolenti. A un tratto l'ometto sbarbato
mi rivolse la parola, come a un conoscente, con una vocina d'uccello:
— Come si vogliono bene, eh? Effendi e Calice; quattro e cinque anni;
sono ancora ragazzi; ma male appaiati: l'uno forte, l'altro debole: non
fanno mica un buon servizio insieme. — Un “tranvaiofilo!„ Non m'occorse
altro per riconoscerlo. Soggiunse subito dopo: — Gran bella linea
questa! — Era un amatore della _Società torinese_. Riprese infatti
il discorso sulla piattaforma, quando si partì, dicendomi i profitti
quotidiani e straordinari della linea di Nizza “la regina delle linee„
con quell'accento di compiacenza e d'alterezza con cui sogliono molti
poveri diavoli numerare e magnificare le ricchezze dei milionari
celebri e farsi quasi suonar nella mente i loro sacchetti, come se
dessero in quel modo a sè stessi l'illusione momentanea e il godimento
del possesso.
Il tragitto da piazza Castello in là fu amenissimo. Vicino alla
piazzetta Lagrange, mentre il tranvai correva, una giovane signorina,
graziosamente vestita, che stava aspettando sul marciapiede, prese
la corsa, spiccò un salto, e piantato un piede sul montatoio,
senz'afferrarsi alla colonnina, restò un momento ritta in quell'atto,
come un acrobata che aspetti l'applauso: poi aperse l'uscio ed entrò
in mezzo all'ammirazione generale. Il mio vicino soltanto non mostrò
alcuna maraviglia. — È una maestra di ciclismo per le signore, — disse,
o meglio, gorgheggiò; — vinse anche un premio alle corse, due anni fa.
— E inteso ch'era la prima volta ch'io vedevo una signora salir sul
tranvai a quel modo: — Lo credo, — rispose, — è ben raro; a Torino non
ce n'è che quattro.
La sicurezza con cui fece quell'affermazione, come avrebbe detto: —
Non c'è che quattro monumenti equestri, — mi stupì. Egli specificò,
contando sulla punta delle dita. — C'è questa, dunque; ce n'è una sulla
linea della Crocetta, un'ex cavallerizza del Circo Amato, che prese
marito; c'è una serva sulla linea del Valentino, mi pare.... ma quella
è una mezza matta; e una fioraia, che sta dalle parti di Porta Palazzo.
Lo guardai con ammirazione: era un uomo prezioso per me. E continuò,
dicendo che la più straordinaria era la fioraia, perchè, sebbene
ancor giovane, era un pezzo da ottanta, un centinaio di chilogrammi
a far poco. Saliva tutti i giorni alla stess'ora, sul tranvai di
Ponte Isabella, a una cantonata di via Milano. Parecchi andavano
là apposta per vedere il salto, e quando sul carrozzone c'erano dei
giovani allegri, gridavano tutti insieme: _Hop! Hop!_ nell'atto che
essa pigliava la rincorsa, e poi: — Là! Brava! Bene! — applaudendo, e
lei, ch'era una burlona, ringraziava prima di sedersi, col gesto d'una
ballerina alla ribalta. — Ah sui tranvai, — concluse, — per chi non ha
occupazioni.... è uno spasso.
Mentre egli parlava s'eran seduti dentro, nel mezzo, l'uno di faccia
all'altro, un vecchio frate cappuccino, piccolo e secco come una
mummia, e un sottotenente degli alpini giovanissimo, che si guardavano
a vicenda con molta attenzione, come due esseri strani l'uno per
l'altro, che avessero per la prima volta l'occasione di esaminarsi
dappresso; e questi e una bella baliona di Viù, che era seduta in
fondo, con la sua grande cuffia bianca e il grembiale rosso, imperlata
come una madonna, facevano tra l'altra gente uno spicco così vivo e
fra di loro un contrasto così forte d'aspetto e di natura, che gli
occhi di tutti i passeggeri correvano vivacemente, sorridendo, dall'uno
all'altro, come su tre personaggi di commedia che rappresentassero una
“situazione„ straordinaria.
Stavo osservando il quadretto, quando il tranvai s'arrestò, l'ometto
sbarbato discese, e salì e sedette dentro, con un ragazzino sulle
ginocchia, una donna del popolo, dalle forme robuste e dal viso ardito.
Il fattorino le andò a porgere due biglietti. Essa porse due soldi
soli. — Deve pagare anche il bimbo, — disse quello, con uno spiccato
accento modenese.
— Un bimbo di questa età? — domandò bruscamente la donna.
— Appunto perchè è di quell'età, — rispose il fattorino. — Il
regolamento non esclude che i lattanti. Il suo è lattante?
— Cosa vuol dire?
— Se prende il latte.
— Sicuro che lo prende, tutte le mattine appena levato.
— Non mi pigli in giro: voglio dire se prende il latte della mamma, — e
accennando col dito alle fonti: — il suo.
— Oh, dico, — rispose la donna risentita, — porti rispetto! —
Tutti diedero in una risata; essa girò sui passeggieri un occhio
minaccioso.... e poi rise anch'essa, confessando così schiettamente, in
quel modo, d'aver finto di offendersi per imbrogliar la questione, che
risero tutti un'altra volta.
La compagnia era di buon umore. All'angolo di via Baretti, salì una
grossa signora sui cinquanta, rotonda e fresca come un cavolfiore, e
tutt'ansimante, con un cappellino che pareva un cespuglio e un vaso
di fiori stretto al seno. Entrando, mentre i cavalli ripigliavan
la corsa, per andarsi a sedere al posto rimasto vuoto nel mezzo, si
voltò troppo presto, perdette l'equilibrio e cadde seduta sopra un
ginocchio dell'ufficiale, gettando uno strillo. Fu un momento solo;
ma lo spettacolo di quel donnone sfereggiante e ansante, con quel
faccione rosso, con quel cespuglio in capo e quel vaso al seno, seduta
come una bimba sulle ginocchia di quell'ufficialetto sgomentato, era
così stranamente comico che ne schiattò dal ridere la compagnia, e
poi l'ufficiale, e finì con ridere essa pure, benchè tutta confusa,
mettendosi a sedere sulla panca, con una mano sul viso.
Ma non era finita. Arrivati in piazza San Salvario, fa cenno di
fermare una piccola signora bionda, che tiene due bimbi per mano. Il
cocchiere ferma. Quella s'avvicina alla piattaforma anteriore e porge
uno dei bimbi al fattorino che lo tira su e lo fa entrare: un bel bimbo
biondo d'un paio d'anni, sorridente, che è accolto con carezze. Subito
dopo entra il secondo, somigliantissimo al primo, vestito tal quale,
sorridente anche lui, e ricevuto a festa come l'altro. Pareva che fosse
finito; ma non s'eran visti quelli che la signora aveva dietro di sè.
Il fattorino ne tira su e ne mette dentro un terzo, una copia un po'
ingrandita dei due primi. Allora la compagnia cominciò a esilararsi,
a scherzare: — E tre! — È un collegio. — Staremo qui un'ora. — Ne
comparve un quarto: fu un coro d'esclamazioni. Comparve ancora una
ragazzina sugli otto anni: fu uno scoppio d'allegria. Salì finalmente
la signora, il ritratto miniato di tutti e cinque, rosea e serena come
loro, e al suo apparire tutti tacquero; ma al vedere che n'aveva in
corso di stampa un sesto, tutti si rallegrarono da capo, con un sorriso
di simpatia ammirativa e un mormorio rispettoso di congratulazioni; e
la gaiezza di tutta quella gente che carezzava i bimbi, e quei cinque
visetti biondi che sorridevano tutti insieme, senza saper perchè,
eccitati dal sorriso degli altri, e la giocondità amorevole di quella
mammina snella e fresca come una ragazza, felice della sua fecondità
trionfante, furono per alcuni momenti uno spettacolo delizioso.
L'ultima la godetti io solo. V'erano sulla piattaforma due uomini sulla
quarantina, che discorrevano a voce bassa, l'uno in piemontese, l'altro
in lombardo. Questo non faceva che esclamare di tratto in tratto: — _Ah
che loder! Ah che baloss!_ —; l'altro raccontava in tuono di lagnanza
una lunga storia d'un tale, che, essendo suo socio in un affare,
aveva prima tentato di soppiantarlo, poi s'era valso del suo nome per
riscotere dei crediti comuni, e, rotta l'associazione, oltre al negare
con una faccia di bronzo le sur birbonate, aveva ancora preteso da
lui dei risarcimenti, minacciandolo d'una lite. E concluse: — Questo
ebbe la faccia di farmi, capisci: come si chiamano queste azioni? — A
questa domanda, il lombardo si levò la pipa di bocca, e con l'accento
più naturale del mondo, senza la minima pretensione apparente di dire
un'arguzia, come chi si serve d'un motto già entrato nel patrimonio
della lingua comune, rispose pacatamente, dando a me un'occhiata
distratta: — _Hin azion de comendator._
A un cento passi dalla barriera, mentre i cavalli galoppavano, la
maestrina di ciclismo uscì sulla piattaforma, si mise ritta sul
montatoio, col viso alto e il velo al vento, e dondolato un poco il
piede nel vuoto, discese senza una scossa, come se l'avessero posata
in terra due braccia invisibili. Fra i passeggieri che si affacciarono
ai finestrini per vederla scendere, vidi il viso del vecchio frate,
stupito, che pareva dire: — Ma che razza di donne si fanno adesso!
E così terminò la corsa fortunata, una di quelle rare corse a traverso
al mondo, nelle quali i nostri simili non ci si presentano che in
aspetti graziosi e lepidi, dandoci quasi una passeggiera illusione che
la vita non sia che una commedia piacevole, di cui non si diverta che
chi non l'intende o chi è
.... malventuroso, e di piaceri
o incapace o inesperto.
*
Ma, ahimè, che bruschi voltafaccia ci fa la fortuna anche sui tranvai!
Trovo fra le note segnato il 9, domenica, come una giornata nefasta.
Era un tempo freddo, piovigginoso, grigio, come se piovesse cenere. Il
dopo pranzo, appena salito sul tranvai del Corso Vinzaglio, accanto al
buon Giors, che la pioggia pareva mettesse di buon umore, mi seguì un
piccolo accidente di malaugurio, che dovrebbe servir di ammaestramento
ai fumatori spensierati. Addentai il regalo che m'aveva fatto un
giornalista spagnuolo passando per Torino, uno di quei principeschi
sigari di Cuba, foggiati a punta, che a noialtri poveri italiani fanno
l'effetto che fa il pan bianco a chi vive di pan di segala. Alla prima
boccata di fumo Giors si voltò, e mise un'esclamazione: — _Ah che
bel bonbon!_... E che buon puzzo! — e cominciò a aspirare i nuvoli,
mettendovi il viso dentro, e inarcando la schiena e ridendo dal gusto,
come se succhiasse egli pure. Ma non tenendo il sigaro con la mano,
per non parer mal pratico della roba fine, a un traballar che fece il
tranvai nello svoltare in Via Cernaia, il _bonbon_ mi sguizzò di bocca
come una freccia e andò a cader capofitto nella mota. — _Ah, malheur!_
— gridò Giors, con un accento di sincero rammarico, come se fosse
saltato via dalle sue labbra; ma, guardatomi in faccia, vedendo che
avevo l'aria del corvo della favola a cui casca dal becco il formaggio,
diede in una risata di ragazzo. Si ravvide subito, però, osservando il
mio riso forzato, e disse in tono grave di compatimento: — Già.... per
fumare quei sigari lì.... è meglio prender la “cittadina„. — Ma fu egli
stesso così colpito dall'arguzia della sua sentenza che diede in un
nuovo scoppio di risa.
— Comincia male, — pensai; — su questa linea m'ha da capitare qualche
disgrazia.
E non tardò. Salì all'angolo del Corso Vittorio un ex professore
di ginnasio, mio antico conoscente, tutto zazzera e barba, un po'
strambo, una di quelle facce rettoriche di vecchi letterati, che
par che sian nati con gli occhiali; e mi si piantò davanti sulla
piattaforma. Io mi vidi perduto. Era un recitatore spietato dei propri
versi, che ammazzava gli amici a colpi di cetra. Questa razza crudele
è particolarmente terribile sui tranvai, dove non potete sfuggire al
supplizio e siete costretti a ricevere i colpi a bruciapelo, in piena
faccia, col naso del carnefice a contatto col vostro. Per mia disgrazia
appunto, essendo la piattaforma affollata, m'era impossibile movermi,
ero in sua balìa con le braccia e con le gambe legate. Fatta una
prefazione brevissima al suo ultimo “parto„, egli m'appuntò contro il
petto un indice lungo e nodoso, e incominciò a dire i versi, prima a
voce bassa, poi, infervorandosi, forte: — _All'uomo!_ — Non era che un
sonetto; ma steso tutto quanto in una forma interrogativa, che pareva
stata scelta apposta per metter l'uditore alla berlina. Cominciava:
_Uom, chi sei tu?_ e a ogni coppia di versi ritornava questa domanda,
alla quale il poeta, pessimista nerissimo, dava una serie di risposte
vigorose, l'una più offensiva dell'altra per il re del creato —
_Uom, chi sei tu?_ — I passeggieri discosti, che non potevano capire
ch'egli mi recitava una poesia, vedendo l'atto e non afferrando che
qualche parola, credettero che m'apostrofasse insolentemente, e si
voltarono tutti a guardare. E quegli da capo, appuntandomi il dito
contro il mento: — _Chi sei tu? Con te stesso empio e mendace._ —
L'attenzione dei passeggieri si fece più viva. — _Chi sei tu?_ — I
più vicini sorridevano; ma gli altri sporgevano il viso stupito e
inquieto, aspettandosi ch'io alzassi le mani. — _Chi sei tu?_ — E tirò
via a darmi dell'_insetto_, della _vana bolla_, della _larvata iena_,
un sacco d'ingiurie sanguinose, senza che il rossore che mi saliva
alle guance e le smorfie di tormentato ch'io gli facevo sul viso gli
destassero il più leggiero sospetto del mio stato d'animo. Il primo
verso dell'ultima terzina terminando in _stile_, presentii con un
fremito la botta finale, una patente di viltà solennissima; e tentai
di pararla coprendo la sua voce con un colpo di tosse; ma l'aguzzino
ripetè il verso. Eravamo in quel punto davanti alla stazione; io
avrei dovuto proseguire; ma, vergognandomi di restar là dopo essermi
asciugati in silenzio tanti improperi, e anche per disingannar la gente
mostrando che s'era buoni amici, discesi con lui nella piazza, dove mi
presi nel fianco destro un altro sonetto....
Mezz'ora dopo ritornai dov'ero sceso per prender la linea dei Viali,
salii sulla piattaforma d'un carrozzone pien di gente, e mi trovai
davanti.... Maledetta giornata! Ecco un altro caso fastidiosissimo,
non possibile che sui tranvai: trovarsi faccia a faccia, a contatto,
costretti a guardarsi e quasi a confonder gli aliti, con un antico
amico, col quale s'è rotta l'amicizia da quindici anni, e che da
quindici anni non v'ha più guardato in viso. Se è un nemico che v'odia
e che odiate, se n'esce subito: gli voltate bruscamente le spalle, o
ve le volta lui. Ma se la rottura non avvenne che per una discussione
giovanile stonata, nella quale aveste tutt'e due una parte di torto,
e di cui vi pentiste, e supponete ch'egli si sia pentito, se non solo
siete certi che l'orgoglio soltanto lo trattenne per tanto tempo dal
ritornare a voi, ma sentite che è il sentimento stesso che impedì a
voi pure di fare quel passo, quanto è penoso allora l'incontro! Per
fortuna, due passeggieri discesero dopo un momento, ed essendosi fatto
un po' di spazio, quegli potè adagio adagio, scostandosi un poco,
voltarsi dalla parte opposta, senz'aver l'aria di farmi uno sgarbo.
Ma fu quasi peggio perchè, non avendo più il suo viso davanti, ebbi
libero il pensiero, che prese la via dei ricordi. Egli era là, con la
nuca a un palmo dal mio mento; da una contrazione appena visibile della
sua guancia capii che doveva essere un po' commosso; gli vedevo per la
prima volta molti capelli grigi; mi ricordai delle allegre serate che
avevamo passate insieme, dei discorsi pieni di confidenze reciproche,
delle lunghe passeggiate fuor di porta che avevo fatto con lui; mi
ricordai del riso di buon figliuolo con cui accettava il soprannome
di _Siapure_, che gli avevamo posto, perchè nelle discussioni diceva
_sia pure_ a ogni tratto, come un intercalare; mi ricordai che in
fondo era un caro amico, un po' troppo pronto, un poco affettato, ma
d'indole affettuosa, incapace d'un'azione ignobile; mi rivenne anche
in mente che, sette o otto anni addietro, aveva perduto sua madre,
morta miseramente, d'una caduta di carrozza, e che per vari mesi dopo
l'avevo visto pallido e accasciato; pensai che sarebbe spettato a me
di coglier quell'occasione, di toccargli la spalla con la punta delle
dita, chiamandolo per nome, e di fargli, al suo voltarsi, un sorriso
che fosse un invito, una preghiera.... E mi mancò il coraggio di farlo.
E allora, vilmente, riandai col pensiero quella tal discussione,
rimasticai le sue parole offensive, attenuai cavillando le mie,
m'irrigidii nell'orgoglio, e stetti così, duro e muto, finchè egli
discese senza guardarmi, e infilò via San Massimo, sotto alla pioggia.
Ma allora rimasi male, pentito, con la coscienza d'essermi portato da
anima piccola, e d'aver meritato la chiusa dell'_Uom, chi sei tu_. — Ah
povero mondo! — pensai — Me ne riserba altre, quest'oggi, la carrozza
di tutti?
Me ne riserbava ancor una, di fatti, e proprio sulla stessa linea, che
presi in Corso San Maurizio per tornare a casa, dopo aver visitato
gli apparecchi del carnevale in piazza Vittorio Emanuele. E anche
questo fu un caso d'appiccicamento forzato; ma d'indole comica: uno di
quei mezzi briachi espansivi che vi s'attaccano come mignatte. Era un
operaio sui cinquanta, bassotto, col cappello arrovesciato indietro
e un ciuffo di capelli grigi sulla fronte; che pareva si fosse preso
tutta la pioggia della giornata, tant'era fradicio da capo a piedi.
Stava solo sulla piattaforma, masticando un mozzicone di Virginia, con
una faccia che mostrava un gran prurito di chiacchierare. — Appena
salii, mi guardò fisso con due occhi lustri, e si rivelò meneghino
alle prime sillabe: — _Pisson d'on temp!_ — Con questo fiore di lingua
attaccò la conversazione. Aveva fatto una passeggiata fuor di porta
(si vedeva) _cont on amis_, nel quale s'era imbattuto la notte, _a la
vœuna e mezza_, dopo tanti anni che non si vedevano, un compagno d'armi
del 1866, che s'era trovato con lui a Rocca d'Anfo, _sotto Garibaldi_.
— _Hoo minga bevu tropp_ — disse, — .... _duu gott_.... — Era un po'
allegro, ne conveniva; ma questo non gli avrebbe impedito d'andar la
mattina dopo al lavoro: era lavorante in ferro. Poi disse ex abrupto:
_Vedaremm, vedaremm_, queste prossime elezioni. _Cossa el ne pensa
lu?_ — Ma, senz'aspettar la risposta, mi guardò in viso, col capo un
po' inclinato da una parte, sorridendo maliziosamente, e, appuntandomi
l'indice al petto: — _Lu el dev vess de l'oposizion!_
Parendomi pericoloso il fargli delle confessioni politiche, mi
contentai di sorridere. Egli picchiò il pugno nella mano in atto
di trionfo e gridò: — _Ah! el disevi mi! Mi conossi la gent da la
fisonomia._ — Egli aveva dato il suo voto allo Zavattari. — _Cossa ne
pensa lu del noster Zavattari?_
La mia risposta lo soddisfece.
— _El credi mi!_ — esclamò. — _E del noster Cavallotti, sentimm on
poo...? E del noster Imbriani?_
Ma le mie risposte, troppo laconiche, non finivano di contentarlo.
Me ne fece dell'altre, a cui non risposi più che con cenni del capo.
Allora scrollò una spalla, dicendo: — _Hoo capii: el vœur minga
desbottonass._ — E sorrise in atto di compatimento. Poi, tutt'a un
tratto, come se gli fosse venuta su un'ondata di vino, mi fissò negli
occhi uno sguardo torvo, e voltandosi verso di me con un movimento
brusco che gli fece fare un traballone: — _Ovèi, disi.... el me
credariss forsi on confident de questura?_
Caspita! Bisognava rispondere. — Che cosa le passa per la testa? —
dissi con gravità. — So bene che uno che s'è battuto con Garibaldi non
può far di questi mestieri.
— Ah! — esclamò rasserenandosi. — Ecco una parola giusta! — E provò a
ripetersi la mia risposta per gustarla meglio. — _Ben ditt!... Ah lu
l'è fin! Lu el m'ha daa una risposta che ghe fa onor!_ — E poi da capo:
— _Ch'el me disa donca_ — domandò con un sorriso sarcastico —, _cossa
el ne pensa lu de Francesco Crispi?_
Ma non aspettò la risposta: si voltò verso la strada e, tirando un
moccolo, mostrò il pugno all'orizzonte, come se il fantasma del suo
nemico sorgesse dietro la collina di Superga. E poi un'altra volta, con
un'ostinazione mulesca: — _Ma ch'el me disa propri quel ch'el pensa del
noster Zavattari?_
E continuò così, implacabile, per tutto il tragitto. Salirono altri;
speravo che s'attaccasse ad altri. Ma no, egli rimase incollato a me,
seguitando a tempestarmi di domande, ora stizzendosi del mio laconismo,
ora approvando calorosamente le mie mezze risposte, ora interrogando
e rispondendo in vece mia, e lodandomi della risposta che s'era fatta
egli stesso. Ma alla fine si dichiarò malcontento. — _L'è inutil....
l'è inutil_ — concluse scrollando il capo, con un sogghigno amaro: —
_El se vœur propri minga desbottonà_.... — E voltatosi ancora una volta
a guardarmi prima di discendere, diede in una gran risata, e esclamò: —
_Ah! che politicon!... Ah che maggia!_
Discese, respirai. Ma fatti appena quattro passi, mentre era ancora
fermo il tranvai, si voltò indietro: tremai che risalisse; non
risalì. Mi ripetè soltanto con un sorriso furbesco, tendendo la mano e
tentennando sulle gambe: — _E pur.... lu el dev vess de l'oposizion!_ —
Detto questo, se n'andò. Ero libero; ma il divertimento era durato per
la bellezza di duemila e quattrocento metri. E così si chiuse per me
la nefasta giornata del 9, della quale, rientrato in casa, presi nota
con dispetto, maledicendo alla poesia tranviaria, alle amicizie rotte e
alla politica brilla, quasi infastidito del mio soggetto....
*
Mi rinfrescarono l'ispirazione tutt'a un tratto le “giardiniere„
che fecero la solita apparizione transitoria negli ultimi giorni di
carnevale. Quelle grandi carrozze leggiere e aperte da ogni lato, in
cui i passeggieri siedono gli uni dietro gli altri, tutti rivolti da
una parte, in modo che, stando ritti sul davanti, un po' di sbieco,
s'abbracciano con lo sguardo ventotto visi disposti in sette file,
come nella platea d'un teatro minuscolo, presentano un molto più largo
e più vario campo all'osservatore che i carrozzoni chiusi. Vi potei
far subito delle osservazioni nuove sulla famiglia amenissima degli
erotici, che, non potendo più giovarsi della confusione e del serra
serra, vi si mostrano più scopertamente. I più arditi, i giovani per
lo più, s'appoggiano con impostature eleganti al parapetto anteriore,
voltando le spalle ai cavalli, e passano in rassegna il bel sesso della
piccola platea volante, come usano di fare, tra un atto e l'altro,
dalle sedie chiuse. I più timidi, che sono anche gli osservatori
più profondi e i goditori più raffinati, stanno ritti in fondo, di
dove non vedono i visi, ma godono di molti altri aspetti della forma
femminile, che pare li compensino largamente di quella privazione. Di
là, in fatti, possono accarezzare con lo sguardo i colli bianchi, i
ciuffetti di capelli agitati dall'aria sulle nuche, i piccoli recessi
candidi e rosati intorno alle orecchie, i saldi nodi delle capigliature
morbide sporgenti sotto ai cappellini e le lunghe trecce cadenti sulle
schiene giovinette; e possono anche osservare a bell'agio i diversi
atti graziosi, risoluti o languidi, artificiosi o semplici, con cui le
belle persone siedono e si assettano, e misurare con gli occhi le vite
snelle e le braccia rotonde, e spingersi pure, senza farsi scorgere,
ad osservazioni più delicate sulle passeggiere dell'ultima panca,
chinando lo sguardo quasi a piombo sulle linee moventi che s'inarcano
dai colli alle cinture e sulle curve ferme che scendono dalle cinture
ai ginocchi. Si sale di rado in una giardiniera, in cui non si possa
osservare qualcuno di questi osservatori cogitabondi, che col luccichìo
delle pupille dicono chiaramente con che cosa si stia trastullando il
loro pensiero.
Un bell'originale di questa famiglia conobbi sulla linea dei Viali il
dopopranzo della domenica grassa. Stava ritto accanto a me, in fondo
alla giardiniera. Era un signore attempatotto, rotondo e roseo, senza
un pelo di barba, con una bella capigliatura grigia ondulata che gli
scappava di sotto a un piccolo cappello a tuba: tutto vestito di nero e
impiccato in un alto solino bianchissimo. L'avrei preso per un pastore
evangelico se non avesse mandato intorno un profumo acuto d'essenza di
rose. La giardiniera era piena di signore e di signorine. I suoi occhi
celesti e vivi scorrevano senza posa su quella folla di cappellini che
offriva l'aspetto d'un'aiuola fiorita, accompagnavano per un tratto
ogni signora che scendeva, squadravano, avvolgevano, scrutavano ogni
signora che saliva, non perdevano uno solo dei movimenti che faceva
ciascuna per alzarsi, per voltarsi indietro, per aggiustarsi le vesti,
per far posto ad un'altra: pareva che egli pigliasse degli appunti
mentali. Ma non v'era ombra di sensualità nel suo sguardo: v'era
un'espressione come di compiacenza artistica, un continuo leggerissimo
sorriso di godimento puro e tranquillo dell'immaginazione. A un dato
momento vidi i suoi occhi dilatarsi fissandosi sulla spalliera mobile
dell'ultima panca, alla mia sinistra; guardai: egli aveva colto sul
fatto una crestaina, salita poco prima con un giovanotto, la quale,
tenendo le braccia ripiegate indietro sopra la cintura, e facendo
l'indiana, agitava le dita fra le mani dell'amico, ritto dietro di
lei, indianeggiante egli pure; e mi parve che quella scoperta lo
rallegrasse, gli destasse un senso di gioia benevola, come quella d'un
padre che vede scherzar la figliuola col fidanzato. Un tal colore,
se altro non era, egli dava abilmente al suo sentimento. Lo giudicai
uno di quei vecchi fortunati, sani di temperamento e di spirito, che
dal bel sesso sono ancora attratti, ma non turbati, che ammirano una
bella donna come una bella aurora, che davanti allo spettacolo della
bellezza e della grazia femminile e degli amori e delle ebbrezze della
gioventù, dignitosamente rassegnati alla parte di spettatori, non
provano che un senso di dilettazione serena, scevra d'ogni invidia e
d'ogni rimpianto. Seguitai un'altra volta il suo sguardo, che si fissò,
con un'espressione di maraviglia, all'estremità d'una delle panche del
mezzo.... e riconobbi là il profilo purissimo della “vergine morta„;
la quale subito, nella mia fantasia, si distese sopra un panno nero,
in mezzo a quattro ceri, con gli occhi chiusi e lo braccia in croce,
ravvolta in un velo bianco e coronata di fiori.
Era anche questa volta sola, vestita con la semplicità di tutti
i giorni, con una rosa bianca sul cappellino; bianca come il suo
viso immutabilmente sereno di creatura sovrumana, che non potesse
nè arrossire, nè ridere, nè piangere, intangibile ad ogni passione
terrena. Il chiodo della curiosità mi si ficcò anche più addentro che
la prima volta. Chi poteva essere? Qualcuna delle signore vicine,
di tratto in tratto, si voltava a guardarla: pareva che non se
n'avvedesse. Ma della sua impassibilità maravigliosa diede una prova
anche maggiore. In un momento che s'era fermi, passò lentamente in
bicicletta, venendo in direzione opposta alla nostra, dal lato dov'ella
sedeva, un bel tenente dei bersaglieri, il quale la fissò, e tirò via.
Ma appena si ripartì, quegli tornò indietro e prese ad accompagnare
il tranvai, come un aiutante di campo una carrozza reale, col viso
rivolto verso la ragazza. Molti s'accorsero della manovra e si misero
a guardarli tutti e due. L'ufficiale sorrise, un po' confuso, ma non
si scostò; essa non diede il minimo segno nè di compiacenza, nè di
suggezione, nè di dispetto, come se sulla bicicletta ci fosse stato
un bambino di sei anni: osservava le ruote e il movimento alternato
dei pedali col suo sguardo tranquillo e limpido, come se studiasse
il meccanismo. Quegli ci fiancheggiò ancora per un po', continuando
a guardarla; poi fece forza, passò avanti e disparve; e lei girò sui
passeggieri che la guardavano i suoi grandi occhi d'angelo senza sesso,
nei quali non era indizio d'alcun pensiero, come se nulla avesse visto
e nessuno l'avesse guardata. Ma era veramente un miracolo d'innocenza o
d'austerità d'animo, oppure un prodigio di simulazione? Questo sospetto
mi fece riflettere. E doveva aver fatto in tutti un'impressione assai
viva poichè, quando discese all'angolo di via Gioberti, tutte le teste
dei passeggieri, come se un colpo di vento le voltasse, si girarono
a guardarla, e vidi che la sua smilza figura di bambina cresciuta
in furia, la modestia monacale del suo vestire e la sua andatura
stranamente fanciullesca accrebbero in tutti lo stupore, come in me la
curiosità. Ma chi poteva mai essere? E avrei fatto la sciocchezza di
scendere e d'andare a chiederne informazioni al portinaio della casa
dov'entrava, se la mia curiosità non fosse stata attratta in quel punto
dal viso d'un bimbo, che stava ritto sopra una delle prime panche, in
mezzo a una signora e a una governante, e che mi pareva d'aver visto
altre volte.
Mi pareva quello a cui sua madre aveva fatto abbracciare la bambina
bionda, sul carrozzone di Giors, l'ultimo giorno di gennaio. Riconobbi
infatti la madre ai capelli un po' scomposti e al profilo ardito,
mentre si voltava a sinistra, a parlare con una persona che non vedevo.
Essendoci un posto vuoto sulla panca dietro la sua, mi ci andai a
sedere alla prima fermata, curioso di veder da vicino quella signora
originale, a cui avevo ripensato molte volte, ricordando le vampate
rosse che le salivano al viso quando s'accalorava e l'aria di suora
di carità intrepida che spirava dai suoi grossi occhi neri. Parlava
con una ragazzina povera di tredici o quattordici anni, col capo nudo,
magrissima, che pareva convalescente, e tossiva. Mi stupì la sua voce
robusta, calda, un po' velata, come di chi ha molto gridato; ma assai
di più il modo com'essa parlava a quella poverina, alla quale rivolgeva
delle domande e pareva facesse delle raccomandazioni, che il rumore
del carrozzone non mi lasciava intendere. Era un'espressione del
viso, un atteggiamento, un accento di sollecitudine e di cortesia, che
rispondevano mirabilmente a un'idea ch'io avevo in capo della maniera
da usarsi dai signori coi poveri; nella quale la benevolenza non
abbia ombra di curiosità nè di sforzo, e sia delicatamente rattenuta
la manifestazione della pietà, e questa non apparisca punto di natura
diversa da quella che noi sentiamo per i dolori dei nostri eguali, e
la familiarità non si mostri concessa per proposito, ma data per moto
spontaneo dell'animo, senza coscienza di darla.
Eravamo a metà del corso Cairoli quando un pezzo d'uomo barbuto,
una figura di fattor di campagna arricchito, che dava le spalle alla
signora, non mostrando di sè altri connotati che due enormi orecchie
vermiglie, accese un sigaro Cavour e si mise a far fumo come un camino.
L'aria mossa portò i nuvoli in viso alla ragazzina, che prese a tossir
forte, torcendo il capo e schermendosi con le mani.
La signora stette un po' incerta; poi sporse il capo avanti e, con
buon garbo, pregò il fumatore di smettere, accennandogli la ragazza che
tossiva.
Quegli voltò il suo faccione rosso, sgraditamente sorpreso, diede
un'occhiata alla signora e alla sua protetta, e continuò a fumare.
Alla signora venne su una delle vampate solite e si gonfiò il collo
come a una cantante che prepara una nota poderosa. — Signore, — ripetè,
meno cortesemente di prima —, abbia la bontà di smettere.... per
umanità, non per cortesia.
L'uomo scrollò una spalla e cacciò fuori un altro nuvolo.
— Mettiti al mio posto —, disse allora risolutamente la signora alla
ragazza, scattando in piedi, e soggiunse forte: — Che screanzato!
Quegli si voltò in tronco, con gli occhi larghi, dicendo con violenza:
— Guardi come parla!
— Parlo come debbo!
L'uomo s'alzò.
— Oh s'alzi pure; sono una donna; ma non ho paura! — E ritta in faccia
all'omaccione, mentre il fattorino ed altri s'interponevano, col viso
eretto e acceso e l'occhio imperterrito, stringendo a sè con una mano
il bimbo piangente e tenendo l'altra sulla spalla della ragazzina
impaurita, la piccola e brava signora era bella da baciarla in fronte.
Sopraffatto da un coro di voci ostili, l'uomo si rimise a sedere,
bofonchiando, senza levarsi il sigaro di bocca, ma non fumando più;
e pochi minuti appresso, arrivando il tranvai allo sbocco di via
Bonafous, la signora discese col bimbo e con la governante, dopo aver
salutato la sua protetta, e si perdette in mezzo alla folla immensa
accalcata intorno ai baracconi e alle giostre di piazza Vittorio
Emanuele, donde s'alzava un frastuono infernale di grida e di musiche
discordanti.
*
Per tre giorni le giardiniere furono infestate da un esercito di
_pierrots_ e di _bébés_, vestiti a centinaia d'un solo colore, come
se li avesse arruolati e mascherati la Prefettura, e ripetenti tutti,
dalla mattina alla sera, lo stesso eterno _ciao_ e _ti conosco_,
col medesimo grido in falsetto, acuto e molesto come i loro fiati
vinosi e le esalazioni della loro biancheria sospetta e della loro
pelle in sudore. Nel piccolo teatro del tranvai, con mio rammarico,
si sostituiva alla commedia piacevole di tutti i giorni il veglione
chiassoso, dove non potevo più osservare che la caricatura buffonesca
della vita. Di mala voglia, il dopo pranzo del martedì grasso, feci
una corsa da piazza Statuto alla Gran Madre di Dio. Erano giunte
dall'Africa le brutte notizie dei combattimenti di Seeta e di Alequà
coi ribelli. Intorno a me, fra i passeggieri, si commentavano i fatti,
e alle parole tristi che si scambiavano intorno alla strage, alle
sevizie usate ai feriti, alla morte dei tenenti Negretti e Caputo e
dell'ufficiale arso vivo, e ai pronostici che si facevano di altri
casi più funesti, si mescolavano le note festose delle trombette e dei
corni, gli strilli e i canti delle maschere che passavano e i lazzi e
le risa di quelle del tranvai; e in mezzo a quella baldoria mi parevano
più miserande e più terribili le immagini di quelle povere vittime
lontane della guerra maledetta. Ah, che cosa sono i lutti nazionali
quando cadono nei giorni destinati dal Calendario alla gozzoviglia e al
baccano!
Per un tratto di strada mi stette seduto accanto un uomo maturo, il
quale non aveva altra maschera che un gran naso orizzontale, e con
quel becco di cicogna sul viso, come se lo portasse per obbligo,
leggeva con gran serietà la _Gazzetta del Popolo_; poi un operaio
alticcio e mezzo assonnito, che, dimenticando d'essersi annerita la
faccia con sughero bruciato per divertir sè ed il pubblico, discorreva
con accento lamentevole di certi suoi dispiaceri di famiglia a un
amico addormentato. A metà di via Po, una graziosa mascherina verde,
scendendo dal carrozzone mi diede un lattone sul cappello e mi disse
nell'orecchio: — Abbasso il socialismo! —; ma non me n'offesi perchè,
agli occhi e ai modi, non mi parve, per quanto riguardava la sua
persona, una troppo fiera nemica della proprietà collettiva. Al posto
di lei salì poco dopo una vecchia signora, di capelli bianchissimi,
d'aspetto dignitoso e buono, che serbava ancora i segni d'una bellezza
gentile, e sulla panca davanti un giovanotto in maschera di pulcinella,
con gli occhi accesi dalle libazioni, che stringeva un sacchetto di
confetti con due mani rudi d'operaio. Ed ebbi allora un esempio di
quanto valga la gentilezza più dello sdegno a imporre rispetto anche a
un animo volgare. Colpito da quella bella canizie signorile, il giovane
s'appoggiò alla spalliera della panca, proprio in faccia alla signora,
sorridendole con familiarità impertinente, con l'intenzione manifesta
di dirle qualche facezia grossolana. Cominciò con la formola solita: —
Ah, ti conosco.... t'ho conosciuta quand'eri giovane.... cerca un po'
di ricordarti.... — Una risposta secca avrebbe provocato un'insolenza.
La signora rispose invece dolcemente, scrollando il capo: — Tu sbagli,
povero figliuolo; quand'io ero giovane tu non eri ancora nato....
La pacatezza, la grazia sorridente, velata d'una certa mestizia,
e l'accento di benevolenza quasi materna con cui ella disse queste
parole, tanto diverse da quelle ch'egli s'aspettava, fecero rimanere il
giovane come interdetto. Sorrise, scotendo il capo; volle ribattere, ma
non osò, e per uscirne tuffò la mano nel sacchetto e porse alla signora
due caramelle, che essa accettò; poi si mise a sedere, e non disse più
nulla.
Il tranvai, come un barcone scendente da un fiume in un lago, entrò
dentro alla folla enorme di piazza Vittorio Emanuele; e in mezzo
a quella moltitudine bamboleggiante attorno alle grandi giostre
scintillanti d'oro e di specchi, ai baracconi imbandierati, ai
pagliacci urlanti, ai fantocci mostruosi, dinanzi allo spettacolo
di tutta quella gente d'ogni condizione e d'ogni età che girava sui
cavalli di legno, sulle barche, sui velocipedi, sulle altalene e
accorreva agli squilli di tromba dei ciarlatani chiamanti a raccolta
l'imbecillaggine umana, la persona più seria, l'unico che paresse un
uomo, che mostrasse d'aver ancora un cervello nel cranio era il povero
cocchiere, un gobbetto di pelo rosso, che, rattenendo i cavalli,
s'affannava a fischiare, a gridare: — Attenti! — a rimovere dalle
rotaie i rimbambiti, molti dei quali gli rivolgevano delle ingiurie,
offesi dalla superiorità di giudizio ch'ei mostrava d'aver sopra di
loro. Che respiro tirò il pover'uomo quando si trovò all'aperto sul
ponte di Po, fuor del pericolo di storpiar senza colpa il suo prossimo
e della necessità d'aver cervello per mille! Tirò fuori il fazzoletto
turchino e s'asciugò la fronte grondante di sudore, e quando si arrivò
in faccia alla Gran Madre di Dio, staccati appena e riattaccati i
cavalli, afferrò il suo canestro, sedette sul predellino, e si mise
a ingozzare in furia una povera minestra fredda di riso e fagioli.
Io stetti osservandolo, aspettando che il tranvai ripartisse. Poteva
aver trentacinque anni; doveva esser un contadino, perchè portava due
cerchietti dorati alle orecchie, e all'udire il suo accento vercellese,
pensai che fosse uno di quei lavoratori delle risaie, che i loro
colleghi del tranvai chiamano burlescamente _mangiarane_, dicendo che
la vita dura del cocchiere è una delizia per essi, appetto a quella
d'inferno che menavano prima. Vedendo che l'osservavo, mi raccontò a
parole rotte, masticando, la storia della sua colazione; la quale era
in ritardo di quattr'ore, poichè quella mattina, essendo egli stato
mandato all'improvviso dalla linea dei Viali a quella del Martinetto
a supplire un assente, il canestro, che gli aveva portato sua moglie,
s'era sviato. e passando di tranvai in tranvai, aveva girato per
le linee dalle dieci alle due, prima di raggiungerlo. E il povero
gobbetto, digiuno dall'alba, mentre mangiava a precipizio, si voltava a
ogni boccone a guardar se l'altro tranvai arrivasse, già affannato dal
pensiero della folla che avrebbe dovuto riattraversare, spolmonandosi
a fischiare e a urlare, in piazza Vittorio Emanuele, in via Po, in
via Garibaldi, fino al capo opposto di Torino.... — Ah il carnevale —
esclamò — per noi altri!... Se conoscessi chi l'ha inventato! — E fece
l'atto di scaraventare il canestro in faccia a qualcuno.
Ripartii con lui; si ruppe un'altra volta l'onda umana della gran
piazza, in mezzo a un frastuono diabolico, e anche prima d'arrivare in
via Po, il tranvai era stracarico. V'era una mescolanza di cappellini
fioriti, di chepì, di tube, di capigliature arruffate, di berrettine
rosse e di cappelli a pan di zucchero e di cappucci di maschere,
un pigia pigia di gente con l'argento vivo addosso, che lanciavano
risa e grida, come scoppi di razzi e di petardi, agli alti tranvai
che passavano; dai quali rispondevano altre bocche spalancate e
braccia fendenti l'aria, come da tanti gabbioni di matti. A ogni
tratto la giardiniera si fermava, e molti scendevano, molti salivano,
disputandosi il posto, cadendo seduti e rialzandosi, strofinandosi
a vicenda per tutti i versi e scambiandosi urtoni, complimenti e
pizzicotti, con un cicaleccio e un vocìo che assordava. In piazza
Castello mi si venne a piantar davanti, sulla piattaforma posteriore,
un mascherone colossale, insaccato in un dominaccio nero che gli
dava l'aspetto d'un fratello della Misericordia, e costui e altri due
mascherotti vinolenti, quando furono in via Garibaldi, cominciarono
a tormentare una donna, che le loro schiene mi nascondevano,
tempestandola di domande buffe, e chiamandola _mare_ e _nona_, per
canzonatura.
— O _mare_, come ve lo siete goduto il martedì grasso?
— Guarda che po' di sacco di confetti che ha vuotato!
— O una giratina sulla giostra a barche l'avete data?
— L'ho trovata io in un _Gabinetto riservato agli adulti_!
— L'ho vista in maglia nel _Padiglione orientale_!
Non udii alcuna risposta. Un minuto dopo, i tre buffoni saltarono giù,
e io riconobbi all'estremità dell'ultima panca la vecchietta di Pozzo
di Strada, che doveva esser salita, come sempre, all'angolo dì via
XX Settembre. Aveva il fazzoletto in capo, il suo sacco vuoto sulle
ginocchia, il suo solito atteggiamento umile e raccolto. Non mostrava
alcun risentimento delle beffe, come se non le avesse neppure intese:
guardava con lo sguardo attonito d'un bimbo le ragazze mascherate che
passavano in bicicletta, i drappelli di maschere che sfilavano accanto
al tranvai pestando i tacchi e ripetendo tutte in coro lo stesso grido
come branchi di capre, la doppia processione nera che andava e veniva
sui marciapiedi; ma pareva che non vedesse nulla. Vide però la chiesa
dei Santi Martiri, quando vi si passò davanti, e si fece il segno
della croce. Quel pensiero fisso, che già le avevo visto nel viso,
pareva che si fosse fatto più profondo e più inquieto; più sovente essa
socchiudeva gli occhi e chinava il mento sul petto e poi si riscoteva
come da un breve sogno angoscioso, e m'appariva più piccola, più
risecchita, più meschina, come se dall'ultima volta che l'avevo veduta
non avesse più dormito e fosse diventata più povera. Che cos'aveva? Non
immaginavo alcuna causa determinata del suo dolore; ma sentivo così in
confuso che la cognizione di quella causa era celata in qualche parte
della mia mente, e che quando l'avessi saputa mi sarei maravigliato
di non averla scoperta io medesimo. Si segnò di nuovo quando passammo
davanti alla chiesa di San Dalmazzo, chiuse gli occhi ancora una volta
quando si sboccò in piazza Statuto, e più su, vicino al monumento del
Fréjus, quando io discesi a destra per andare a casa, essa discese
a sinistra verso lo stradone di Rivoli. La vidi allontanarsi col suo
sacco vuoto sotto il braccio, a passi lenti e uguali, curva sotto il
suo dolore misterioso, come sotto un giogo invisibile, solitaria in
mezzo alla vasta piazza già oscura, piccola, compassionevole come
una formica smarrita. E con quel povero punto nero che si perdette
nell'orrizzonte silenzioso della campagna svanirono per me tutti gli
splendori e tutti gli strepiti del carnevale.
*
La ritrovai pochi giorni dopo sulla stessa linea, alla prima corsa
della mattina, e cercai subito un modo d'interrogarla, per scoprire
il suo segreto; ma mi distrasse da lei un nuovo spettacolo, un
corso d'osservazioni nuove sul singolare aspetto in cui si presenta
all'occhio del passeggiere dei tranvai la battaglia elettorale. Ferveva
già l'agitazione per quelle tanto aspettate elezioni amministrative,
che dovevan decidere finalmente della prevalenza del partito cattolico
o del partito liberale. I muri erano tappezzati di manifesti d'ogni
forma e colore che s'alzavano superbamente fino ai terrazzini e
scendevano umilmente fin sui marciapiedi, come per attaccarsi alle
gambe dei signori e per leccare le scarpe ai poveri. Su tutte le
linee si correva per lunghi tratti in mezzo a un coro visibile di
esortazioni, di promesse, di accuse, di preghiere, di minacce, fra cui
sonavano più alto, come note acute, centinaia di nomi noti ed ignoti,
aristocratici, borghesi, plebei, quasi gridati dai muri, come da una
folla, con mille diverse intonazioni allegre e solenni, imperiose
e supplichevoli; alle quali pareva che il carrozzone sfuggisse,
fischiando e scampanellando per dir di no, che non ci credeva, e
che aveva altre cure per la testa. A ogni fermata, tutte quelle voci
si facevan sentire più forti e più chiare, e poi si confondevano da
capo in un mormorìo sordo e lontano, in cui non si raccapezzava più
nè programmi nè nomi. Dentro al tranvai, peraltro, sorgevano dispute
concitate, delle quali non m'arrivava all'orecchio che qualche parola,
come _baloss_, _ciarlatan_, è tempo di finirla, la vedremo, e cose
simili; e c'eran dei signori che, senza disputare, aprivano l'uno in
faccia all'altro, in atto ostile, l'_Italia reale_ e la _Gazzetta del
Popolo_, altri che facevan pacatamente discussioni tutte aritmetiche,
in cui ritornavano a ogni tratto i cinque mila, i sette mila, i dieci
mila, come nei discorsi di guerra, e altri parecchi che, tendendo un
orecchio a quei discorsi, guardavan la fuga dei manifesti sui muri con
un sorriso canzonatorio continuo, come gente che si spassasse a un modo
dei neri, dei rossi e dei tricolori. Sugli altri tranvai che passavano,
intanto, vedevo dei giovani di mia conoscenza, che tenevan sotto il
braccio dei pacchi di stampati, con l'aria di gente affaccendata,
che corresse fin dalla prima mattina e dovesse correre fino alla
sera, stimolata a un tempo da un obbligo e da una passione: servitori
volontari e conscienti d'un'idea. E fu appunto uno di questi fattorini
apostolici che mi fece fare la prima scoperta riguardo a uno dei miei
compagni misteriosi di viaggio.
Ero sul tranvai del Martinetto, una mattina di nebbia, accanto al
cavaliere Bicchierino, che leggeva la sua solita _Gazzetta_, in
piedi. Salì sulla piattaforma un falegname mio conoscente, con un
gran cappello alla calabrese e una giacchetta spelata di velluto color
cacao, che gli vedevo addosso da cinque o sei anni, e un grosso pacco
di stampe sotto il braccio. Era un originale curiosissimo d'indole come
d'aspetto, che, a vederlo serio, con quel barbone rossastro e ispido,
con quelle folte sopracciglia irsute e quel collo taurino, pareva
un uomo terribile, e quando rideva, il più gran bonaccione di questo
mondo, benchè avesse una voce di cannone Krupp. Era un filosofo, il
quale esprimeva tutti i suoi pensieri in forma di sentenza, e ne notava
una gran parte in un taccuino, che portava sempre con sè, spaziando di
preferenza nel campo della morale, dei costumi, della rigenerazione
della donna e dell'educazione dei fanciulli. Non un pensatore
astratto, peraltro; ma “un propagandista individuale„ appassionato, un
ragionatore infaticabile, capace di “lavorare„ un amico renitente per
un anno di seguito, tutti i giorni, con la tenacia d'un missionario;
e buon lavoratore con questo, sobrio per istinto e per proposito,
tanto da privarsi del vino e del tabacco per dare il suo obolo alla
causa e per comperare opuscoli, giornali e anche ritratti e calendari
socialisti, di cui tappezzava le pareti della sua camera. Buono e
semplice, in fondo, e arguto: canzonatore benevolo della borghesia;
rallegrato da una sua idea fissa, che era di turbare i sonni al
Prefetto, di esser vigilato continuamente dalle Autorità, delle quali
soleva parlare con un tono comicissimo di compatimento, come se ogni
giorno sventasse qualche loro trama e facesse loro qualche bel tiro;
e prendeva in fatti per ogni suo atto più innocente ogni specie di
precauzioni sopraffini e superflue, sorridendo maliziosamente nella sua
grossa barba.
Appena salito, prese a discorrere con me, a bassa voce, ma con viva
soddisfazione, del movimento elettorale, che s'avviava bene. Gli
scappò una sola frase a voce alta: — Torino si scuote. — Il cavaliere
Bicchierino la sentì, e, alzati gli occhi dalla _Gazzetta_, lo guardò
un momento con un'espressione di grande stupore. Egli continuò a
discorrere; altri salirono. A un certo punto, guardandomi intorno, vidi
dall'altro lato della piattaforma gli occhiali e il pizzo grigio di
quel tal mio nemico misterioso, che quando mi vedeva da una parte del
tranvai saliva dall'altra. Egli guardava me e il mio conlocutore con
due occhi così dilatati e sporgenti, tirando rapidamente fra l'uno e
l'altro dei tratti di congiunzione così vigorosi, e con un'espressione
di sdegno così viva, che la verità mi si scoperse come al chiarore d'un
lampo. Era il socialista ch'egli odiava! E mi balenò nello stesso punto
un vago sospetto che fosse lui l'autore d'una lettera anonima che avevo
ricevuto il giorno dopo dell'assassinio del povero Carnot, intestata
col vocativo: — _degno amico di Caserio_....
Ed io che avevo fatto il disegno di conquistarlo! Indovinata la causa
dell'orrore che gli destavo, non c'era proprio da far altro che un
atto di mesta rassegnazione. Ma, insomma, il mistero era svelato; avevo
fatto nel mio piccolo mondo del tranvai la prima scoperta importante;
e poi.... chi sa mai! Intanto gli affibbiai nelle mie note il nome di
Guyot, il mangia-socialisti francese, per mio comodo.