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Fino a che si era trattato di non spendere nulla, la signora Li 'Nguanti
non solamente non aveva fiatato, ma aveva preso parte attiva
all'agitazione elettorale in favore di suo marito. Lo avrebbe visto
volentieri assessore e anche sindaco; perchè no? Quei cosi del municipio
valevano forse meglio di lui? Suo marito, il cavaliere, come ella lo
chiamava parlando con certe persone, era galantuomo provato e aveva le
mani nette. Non si poteva dire altrettanto di tutti quei signori. E poi,
essere assessoressa o sindachessa non le sarebbe dispiaciuto, per far
arrabbiare quella malcreata della moglie del sindaco che una volta si
era permessa di dire del signor Li 'Nguanti: _Cavaliere di che_. Ah! Chi
lo aveva fatto cavaliere? Ma c'era nato, e non erano occorsi decreti
reali per dirsi tale!... Sicuro, del sindaco, marito della screanzata,
non si poteva dire: _Carrettiere per caso_; era figlio di carrettiere e
si vedeva. E... e... Quando entrava in quest'argomento, la signora Li
'Nguanti non la finiva più.
Per ciò nell'ultima lotta elettorale ella era andata di qua e di là, di
giorno e anche di notte, convinta che le donne in certe occasioni
valgono meglio degli uomini. Ora però che si trattava di buttar via
quattrini a palate, la questione diventava un'altra.
-- Siete ammattito? -- ella gridava al cavaliere. -- Non sapete che
farvene, se li spendete così?
-- Zitta! -- rispondeva il cavaliere dignitosamente.
-- Zitta un corno! Lo vedo io quel che si sciupa in questa casa da che vi
è saltata in testa la maledettissima idea del _Fascio_.
-- Zitta!
-- Perchè vi suonano le trombe? Bella cosa! Ma quando si tratta di
sganasciare, pane, vino, salami, formaggio, tutto deve uscire di qui!...
Il notaio Pitarra e gli altri non si scomodano. -- Viva il cavaliere! -- E
il _Fascio_... Dio non voglia!... farà andare questa casa a catafascio!
Già, non è il _Fascio_ l'abitazione vostra? Mattina e sera là. Credete
che ve ne saranno grati? Alle elezioni vi aspetto!
Il cavaliere la lasciava dire.
-- Benedette donne! Vogliono metter becco in tutto e non capiscono nulla!
-- E queste trombe che rompono i timpani alla gente, non potreste farle
tacere? Il padre di Vincenzino non ne può più; vi manda tanti accidenti
quante volte suonano... Ci volevano appunto le trombe per irritarlo
peggio! E vedrete che il matrimonio di vostra figlia, a cagione anche
delle trombe, andrà per aria!
-- Il padre di Vincenzino è un asino! Ora gli danno noia le trombe! Si
turi le orecchiaccie, si turi! Scuse, pretesti! C'erano forse le trombe
quando ha votato contro di me? E anche il signor Vincenzino...
-- Si è astenuto!
Il cavaliere, appena si toccava questo tasto, tagliava corto. Quel
matrimonio della figliuola rimasto in asso un po' per questioni
d'interessi ma più per dispetti elettorali, gli era una spina al cuore.
Ormai non se ne poteva ragionare, finchè le cose duravano così; ed era
inutile pensarci. La ragazza, che aveva più intelligenza della mamma,
non ne parlava mai, povera figliuola! Ma l'anno prossimo... dopo le
elezioni!...
E perciò il cavaliere si era dato anima e corpo al _Fascio_, al suo
Fascio, che infatti non veniva chiamato _dei Reduci_, ma il _Fascio del
cavaliere_. Egli aveva istituito anche la scuola serale domenicale, pei
soci che non sapevano leggere e scrivere. Metà dei reduci erano già
iscritti nella lista e, secondo lui, facevano fare cattivi sogni ai
signori del Municipio.
Ah!... Le trombe davano noia? Ma sarebbero state le trombe del giudizio
universale, in luglio, il giorno delle elezioni!
E con l'immaginazione egli si vedeva alla testa del suo piccolo
esercito, che correva a votare a suon di trombe, come a un assalto... E
sbaraglio!
Intanto, marce domenicali, e scampagnate; e vino e pane, e capretti al
forno e noci e fichi secchi, per tenere allegro e ben compatto il
_Fascio_, con gran disperazione di donna Beatrice che se la prendeva
anche con Cipolla, quando veniva a dirle:
-- Dice il signor cavaliere che il pane lo comprerà da Severino. Il vino,
di quello della botte piccola; lo battezzerò io, padrona mia!
E siccome scendeva in cantina lui, non lo battezzava affatto.
-- Andate a farvi benedire, tutti! -- esclamava donna Beatrice,
quantunque, ora che le elezioni erano vicine, sbraitasse meno. Voleva
star a vedere!
Uno spettacolo, quel giorno!
Le trombe del _Fascio dei Reduci_ parevano davvero le trombe del
giudizio finale, andando attorno per le vie del paese sin dalle prime
ore del mattino: _Tatà-Taratatà!_ E così tutta la giornata, e la sera,
dopo la vittoria del cavaliere, fino a tarda notte, come se il paesetto
fosse stato preso di assalto. -- Viva il cavaliere! Viva il cavaliere! --
E _Tatà-Taratatà_!
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La vittoria non era poi stata splendidissima; della lista del cavaliere,
due soltanto erano riusciti eletti, lui e il notaio Pitarra. E il
cavaliere, modestamente, aveva detto ai soci del _Fascio_:
-- Questa è vittoria vostra! Vittoria dei vostri diritti! Vittoria delle
vostre rivendicazioni! Io sarò la vostra voce in Consiglio, nient'altro!
Il sindaco che, quantunque nipote di carrettiere (e non figlio come
diceva donna Beatrice nei momenti di stizza), era un furbo di tre cotte,
alla prima seduta del Consiglio, appena il cavaliere entrò nella sala,
gli andò incontro, gli strinse la mano, si rallegrò di vederlo colà; e,
trattolo in disparte, gli disse:
-- Caro cavaliere, noi non abbiamo mai combattuto voi, ma le persone che
vi stavano attorno. Ed oggi infatti il Consiglio saprà darvi il posto
che meritate.
Quella domenica sera nelle sale del _Fascio_ ci fu gran baldoria per la
nomina del cavaliere ad assessore. Donna Beatrice avrebbe vuotato non
una ma due botti, e finito anche le provviste di fichi secchi e di noci,
tanto era contenta. Ma la mattina dopo disse al marito:
-- Ora basta; siete assessore! Pensate a vostra figlia piuttosto.
Don Mimmo volle fare l'assessore davvero. Poteva servire due padroni? E
dovette per forza trascurare il _Fascio_. Cipolla n'era dispiacente più
di tutti. Non più marce, non più scampagnate; e il cavaliere spesso
spesso ora lo mandava in campagna a lavorare come prima.