IL FASCIO DEL CAVALIERE

Il cavaliere don Mimmo Li 'Nguanti era tornato a casa con un diavol per

capello, accompagnato da tre o quattro dei suoi più fidi partigiani che

tentavano invano di calmarlo. Anche questa volta la lista del cavaliere,

lista di opposizione al Municipio, era stata sopraffatta in modo

indegno. Sfido io! Esattore, Ricevitore del registro, Agente delle

Tasse, Sindaco, Assessori, tutti legati a refe doppio! E minaccie, e

promesse e quattrini!... Chi avrebbe potuto resistere? E lui intanto

voleva vincere onestamente, far trionfare la moralità, la giustizia, e

così spazzar via dal Municipio quella congrega di ladri che manometteva

ogni cosa senza neppur rispettare le apparenze! Sfido io! Protetti dal

Sottoprefetto e dal Prefetto, che erano in mano del Deputato del

Collegio e avevano paura di lui, mentre il deputato aveva paura del

sindaco e degli assessori, ora che si avvicinavano le elezioni generali!

Don Mimmo Li 'Nguanti però non se la prendeva tanto col Deputato e col

Prefetto, quanto con quella canaglia di elettori che lo aveva tradito

all'ultim'ora... Senza l'incredibile tradimento!...

Il notaio Pitarra, rifatti i calcoli con la lista elettorale in mano,

per provare che questa volta la vittoria del partito era sicura,

esclamò:

-- Ma voi, caro cavaliere, voi non volete capirla. Quattrini ci vogliono,

quattrini!

Il cavaliere, in risposta, fece un energico gesto che significava:

-- Mi dovranno tagliare le mani prima che io metta fuori due soldi!

E non lo diceva per tirchieria o altro, ma per la dignità della cosa.

-- E allora non ne parliamo più! -- conchiuse il notaio. -- Moralizzare il

popolo, sì, è una bella idea; la vera morale però, -- egli soggiunse

quasi subito, strofinando l'indice e il pollice -- per molti, pei più,

consiste soltanto in questi qui!

-- Vedrete, notaio!... Vedrete!

Don Mimmo, rizzatosi tutt'un tratto dalla seggiola su cui si era buttato

entrando in casa, aveva pronunziato quelle parole, alzando

minacciosamente il braccio, in tono quasi profetico.

Un'idea, una grande idea gli era balenata tutt'a un tratto nella mente,

e se n'era sentito sùbito invasare. E sorrideva, crollando il capo,

stropicciandosi le mani, andando su e giù per la stanza; e si accendeva

sempre più, di mano in mano che l'improvvisa rivelazione gli si

schiariva davanti.

Il notaio Pitarra e gli altri stavano a guardarlo, muti, meravigliati,

aspettando che il cavaliere parlasse.

-- Chiamatemi Cipolla! -- egli disse finalmente.

E Cipolla, _factotum_ di casa Li 'Nguanti, che era di là a raccontare, a

modo suo, alla signora e alla signorina le peripezie di quella giornata

campale, accorse sùbito e si fermò su l'uscio, facendo, per abitudine,

il saluto militare:

-- Comandi.

-- Tu che sei stato caporale... Ecco... Io penso... Quanti siete in paese

i militari in congedo?

-- Centinaia, eccellenza.

-- Bene. Sappi dunque che dobbiamo fare _Il Fascio dei Reduci_...

Capisci?

Il notaio Pitarra e gli altri applaudirono.

-- Sì, un _Fascio_ tutto cosa nostra, come sono del partito avverso il

_Circolo degli Agricoltori_ e il _Circolo degli Operai_...

-- Mah... -- fece Cipolla,

-- Che ma?

-- I reduci, eccellenza, sono più poveri di me; e pel _Fascio_ ci

vogliono quattrini e di molti... Il locale, le trombe...

-- Le trombe?

-- Sicuro, le trombe; un fascio militare senza trombe farebbe ridere i

polli... Ne ho visti parecchi _Fasci di Reduci_; tutti con le trombe,

eccellenza.

-- E avrà le trombe anche il nostro! -- esclamò il cavaliere, picchiando

con una mano su l'altra, in segno di viva soddisfazione.

Così fu concepito il famoso _Fascio dei reduci_ che doveva poi dare

tanto travaglio al municipio di Doguara. --

*

* *

La cosa era stata organizzata alla chetichella, perchè il Sindaco e il

suo partito non prendessero ombra e non cercassero d'impedirne

l'attuazione. Lo stesso Cipolla si era tenuto apparentemente in

disparte, servito bene da mezza dozzina di giovanotti ai quali l'idea

delle trombe aveva fatto girare la testa.

Dal _Circolo degli Agricoltori_, il Sindaco che n'era presidente

onorario e i suoi partigiani osservavano, sorridendo, i lavori di

riattamento che venivano allestiti là di faccia per trasformare le due

botteghe di erbaiuoli destinate a sede del _Fascio dei Reduci_. Ma il

Sindaco e gli altri risero male il giorno dell'inaugurazione, quando in

coda a quelle due centinaia di reduci, che marciavano con in testa otto

trombe assordanti, videro il cavaliere, il notaio Pitarra e tutti gli

altri del partito di opposizione.

Quella novità delle trombe aveva messo sossopra Doguara. La piazza era

gremita di gente per vedere i militari. Su le due porte del Circolo,

fasci di alloro e di bandiere. Le sale non bastavano a contenere tutti i

membri. Le trombe, rimaste fuori, di tratto in tratto, a capriccio,

scoppiavano in segnali militari, dalla diana al saluto reale. E la gente

applaudiva. Dentro, in fondo alla seconda sala, sur una predella, seduto

a un tavolino, il cavaliere spiegava ai socii lo scopo di quel

santissimo fascio che raccoglieva le forze vive del paese, le più

giovani, le più disciplinate per cooperare al bene di...

-- _Tatà, taratatà!_ -- le trombe, da fuori, coprivano la voce

dell'oratore. Invano qualcuno, affacciandosi alla porta, imponeva

silenzio. Nei punti migliori, quando il cavaliere avea voluto destar nei

socii il sentimento militare per combattere incruente battaglie civili,

-- _Tatà, taratatà!_ -- le trombe lo avevano interrotto, facendogli

perdere il filo delle idee.

Ma già, per un'inaugurazione, egli avea parlato troppo. Ed era uscito

dalla sala fra un subisso di applausi, lasciando libera l'assemblea che

doveva eleggere il Presidente e il Comitato esecutivo; le trombe gli

avevano fatto il saluto reale.

*

* *

Cipolla, da _factotum_ di casa Li 'Nguanti, era diventato in pochi mesi

_factotum_ del _Fascio_ di cui il cavaliere era presidente, cassiere,

conferenziere e istruttore, coadiuvato in questo ufficio dal fido

ex-caporale di fanteria. Col pretesto di aprire, la mattina, e chiudere,

la sera, le stanze del _Fascio_, di spazzarle, di spolverare i pochi

mobili e custodire le otto trombe, Cipolla se la spassava in paese.

Si poteva dire che durante la settimana il locale servisse soltanto per

lui e per due o tre degli indispensabili trombettieri sempre pronti ai

suoi ordini. Quasi fossero stati in quartiere, le trombe suonavano la

diana all'alba, e poi il rancio e poi tutti gli altri segnali del

regolamento. Verso le undici, Cipolla si appostava davanti all'uscio per

scoprire da lontano il cavaliere che veniva a fare una visita alle due

dozzine di seggiole, ai quattro tavolini, all'armadio delle trombe,

perchè i reduci nei giorni di lavoro avevano ben altro da fare che

venire al _Fascio_, a conversare o a fumare qualche sigaro; e appena il

cavaliere era a venti passi di distanza, i trombettieri si schieravano

fuori, e _tatà taratatà_, quasi don Mimmo fosse stato Re Umberto in

persona. Egli si accostava impettito, serio, con cert'aria militaresca

di circostanza, salutava, portando la mano destra alla falda del

cappello, ed entrava.

I socii del _Circolo degli Agricoltori_, quelli del _Circolo degli

Operai_, gli sfaccendati, i disoccupati che ingombravano la Piazza

Grande gli ridevano dietro. Ma egli o non se ne accorgeva o non se ne

curava.

E spasseggiando su e giù per le due stanze, approvava con lievi mosse

del capo i progetti di Cipolla: esercizii, passeggiate, scampagnate.

Bisognava tener vivo il fuoco, altrimenti addio _Fascio_! Scampagnate

soprattutto!

In quella circostanza, dei socii del _Fascio_ neppur uno mancava. Si

sapeva che il cavaliere faceva le cose alla grande: carne, pane, vino,

noci, fichi secchi. Si passava una giornata allegra, si mangiava a ufo,

e si tornava a casa lieti e contenti, con le trombe che assordavano. --

Viva il cavaliere! Viva! -- E anche: -- Viva Cipolla! -- Le grida e gli

schiamazzi si udivano di lontano un miglio. È vero che la sera poi i

reduci sbadigliavano alla conferenza del cavaliere; ma non voleva dir

niente. Capivano poco, perchè egli soleva parlare _con la lingua di

fuori_, in punta di forchetta, spiegando lo Statuto egli la Legge

Comunale e i Diritti del cittadino; qualcosa però capivano, specialmente

quando lasciandosi prender la mano dal soggetto, e parlava di

rivendicazioni e di tante altre belle cose che aguzzavano l'avidità di

quell'udienza di contadini; o quando li incensava e li esaltava:

-- Voi soli siete buoni; voi soli siete degni, voi lavoratori della

terra, voi sfruttati e malmenati! E voi dovete prendere nella società il

posto che vi spetta! E lo prenderete, per Dio!

-- Viva il cavaliere! Viva il cavaliere!

Nuove "Paesane" · 第 10 / 19 题