Come? Ancora fuocatico? Ancora dazio consumo? Il cavaliere aveva
promesso che entrando in Consiglio avrebbe detto, avrebbe fatto! E che
diceva? Niente. E che faceva? Peggio degli altri. Ora si era messo a
perseguitare la povera gente con la scusa che avevano usurpato qualche
palmo delle strade comunali di campagna! Perchè non cominciava dai
_galantuomini_?
E c'era il _Bracco_ che soffiava nel fuoco. Il _Bracco_ si era iscritto
nel _Fascio_ da pochi mesi, appena tornato dal reggimento, e parlava
come un libro stampato col _lei_, col _mica_, col _ciao_, e bestemmiava
alla toscana, alla piemontese, alla romana, da far rizzare i capelli.
Raccontava, a quattr'occhi, ora in questo, ora in quel crocchio, che a
Palermo stavano per fare il comunismo e dividersi le terre e i quattrini
dei signori tanto per uno, com'era giustizia.
-- Domineddio ci ha fatti tutti eguali; perchè i ricchi debbono mangiare
come porci e noi morire di fame? Giustizia? Non ce n'è: dobbiamo farcela
con le nostre mani.
_Fascio dei Reduci_, _Circolo degli Agricoltori_, _Circolo degli Operai_
avevano fraternizzato dopo che il cavaliere era entrato a far parte
della Giunta comunale.
E il _Bracco_, che aveva poco da lavorare col suo mestiere di sellaio,
passava le giornate nei locali del _Fascio_ e dei _Circoli_, a fumare, a
sputacchiare, a far prediche; ascoltato meglio di un predicatore, perchè
col predicatore non si discorre e con lui si poteva chiedere
schiarimenti, fare obbiezioni, e gridargli bravo, quando esclamava, col
rinforzo di una bestemmia delle sue:
-- Faremo il comunismo anche noi! _Fascio?_ _Circoli?_ -- ripeteva
ironico. -- Ma li hanno messi su per comodo loro, per avere i voti. Che
siamo? Pecore? Schiavi? I consiglieri dovremmo esser noi, non loro. Ora,
lo avete inteso? aggravano il dazio consumo. Dicono: Ci vogliono
quattrini!... Ma che ne fanno? Si bevono il sangue di noi poveretti!...
Faremo il comunismo!
Dapprima lo avevano ascoltato con diffidenza, quasi con terrore; ma ora
aveva fatto scuola, e Cipolla si era legato con lui, e soffiava,
sottomano, anche lui nel fuoco del malumore che covava covava e già
mandava fuori un po' di fumo.
Il cavaliere se n'accorse la sera che, dopo tanto tempo, volle fare una
delle sue solite conferenze nel locale del _Fascio_. Correvano attorno
voci paurose, minacciose. I contadini facevano capannelli nella Piazza
Grande, e quando il sindaco passava tra i crocchi, non si cavavano più
il berretto per salutarlo, non si voltavano nemmeno; e le trombe non
erano più là pronte agli ordini del Cipolla per fare il saluto reale al
cavaliere, che passava davanti al _Fascio_, senza fermarsi, andando al
municipio anche lui. Cipolla soltanto gli faceva il saluto militare, per
abitudine; Cipolla che pensava notte e giorno a qual pezzo di terreno
gli sarebbe toccato in sorte, quando avrebbero fatto il comunismo o la
repubblica, che per lui volevano dire la stessa cosa.
Il cavaliere dunque quella sera si trovò davanti a una trentina di
persone, scarso uditorio, e non tutte del _Fascio_, ma del _Circolo
degli Agricoltori_ e del _Circolo degli Operai_, venuti colà più per
curiosità che per altro. Voleva appunto parlare di quelle voci paurose e
minacciose, ma ebbe la sorpresa di sentirsi interrompere dal _Bracco_:
-- Non vogliamo più dazii!
E tutti e trenta gli uditori erano scoppiati a parlare assieme, facendo
una gran confusione, senza nessun rispetto dell'oratore che avea dovuto
abbassarsi a discutere con loro.
-- Non più dazii? È presto detto! Ma...
-- Non vogliamo più dazii!
Il cavaliere, indignato, avea risposto:
-- Il municipio saprà fare il suo dovere!
Ed era andato via. Neppur Cipolla lo aveva accompagnato fino a casa.
*
* *
E da lì a due giorni le trombe del _Fascio_, tutte e otto, suonavano
sinistramente mentre la folla tumultuava nella Piazza Grande, e il
_Bracco_ sbraitava:
-- Ai casotti! Ai casotti!
E quando i casotti del dazio furono atterrati e arsi:
-- Al municipio! Al municipio!
Una fiumana di gente, uomini, donne, ragazzi! E dalle finestre del
municipio volavano giù nella strada seggiole, tavolini, divani,
scrivanie per fare il falò; e volavano registri e carte, che si
spandevano per l'aria come tanti uccelli di malaugurio, fra grida,
schiamazzi e urli feroci! La folla, ubbriacata da quel puzzo di arso,
ballava attorno al falò che mandava alte fiamme e grosse nuvole di fumo.
-- Abbasso i dazii! Le terre! Le terre! Vogliamo le terre!
Chi aveva gridato: Dal sindaco?
Chi aveva gridato: Dal cavaliere?
Non se ne seppe mai nulla. La folla irruppe per diverse vie, gli uomini
con le accette, le donne coi tizzi accesi!... Il sindaco non li aveva
aizzati contro il cavaliere? Il cavaliere contro il sindaco? Il
cavaliere non aveva predicato ai reduci: Voi soli siete buoni, voi soli
siete degni di rispetto, voi sfruttati e malmenati?
E la folla ora rispondeva: -- Lasciatemi fare! Farò giustizia di tutti! --
E le case fumavano! e il sangue correva! Voleva i loro palazzi, i loro
beni, le loro donne, si, sì, anche queste! E le trombe del _Fascio_ non
cessavano gli squilli sinistri; e dal nascondiglio dove si era rifugiato
per scampare la vita, con la moglie e la figliuola scappate di casa come
si trovavano, il cavaliere, pallido, tremante, incapace di dire una
parola, si turava invano gli orecchi per non sentire gli squilli!
*
* *
Don Mimmo Li 'Nguanti sembrava un reo davanti al Giudice Istruttore, al
Delegato e al capitano della truppa, mandati dal governo per fare il
processo agli incendiari, agli assassini, e ripristinare l'ordine
pubblico.
-- Quel Cipolla era persona di sua fiducia? -- gli domandò il giudice
istruttore bruscamente.
-- Ma, lei capisce bene... Traviato da cattivi consigli...
-- Lo difende?
-- No, no, non lo difendo; spiego... Io stesso non avrei mai creduto...
-- E le trombe? Le trombe le ha fornito lei...
-- Fornito!..... Lei sa come vanno queste cose... Il presidente... non lo
fanno presidente per nulla... anticipa la spesa...
-- Il _Bracco_, quel sellaio...
-- Lei deve figurarsi...
-- Lei capisce! Lei sa! Lei deve figurarsi! Ma io non capisco, non so,
non voglio figurarmi niente; chiedo una deposizione, fatti,
schiarimenti. È assessore, è presidente del _Fascio dei Reduci_... e non
gli si cava nulla di bocca. Ha paura? Prima fanno il male; per le loro
gare, per le loro ambizioni, soffiano nel fuoco... e quando il fuoco è
divampato e l'autorità accorre e vuole indagare, e vuol scoprire i rei,
lor signori stanno zitti, non illuminano la giustizia, e poi se la
prendono con le autorità, col governo!
-- Mi hanno bruciato la casa, mi hanno rovinato!... Sono vivo per
miracolo! -- balbettò il cavaliere.
-- Parli dunque, nomini qualcuno! Ha paura?
Sicuro, aveva paura, come tutti gli altri signori!
Donna Beatrice gli aveva raccomandato:
-- Non vi compromettete! I soldati all'ultimo se ne vanno, e noi restiamo
nelle peste!
E davanti al giudice istruttore egli si ripeteva mentalmente il
consiglio di sua moglie: Non vi compromettete!
Pensava anche alla figliuola. La paura avea riuniti tutti i _cavalieri_
in un vero fascio, e il padre di Vincenzino non si curava più
dell'opposizione, del Municipio, nè delle trombe che già erano state
sequestrate; il matrimonio, da lui osteggiato fin a poche settimane fa,
ora egli voleva affrettarlo, e il cavaliere e donna Beatrice n'erano
contenti. Appena restaurata la casa, appena rifatti i mobili, quelle
nozze, senza sfoggi e senza inviti, avrebbero messo una pietra sul
passato, a patto che il cavaliere non si fosse più mescolato di
elezioni, nè di nulla!
-- Questi sopraccapi bisogna abbandonarli ai minchioni, o a coloro che
vogliono mestare e che -- lo vedete? -- in qualunque circostanza cascano
ritti in piedi. Tanto, è inutile voler raddrizzare le gambe ai cani.
Cose del Comune, cose di nessuno!
-- Bravo! Siamo di accordo! -- rispondeva il cavaliere, quantunque in
fondo in fondo non fosse affatto di accordo.
Passata la paura, dopo che le condanne dei tribunali erano fioccate
peggio della grandine, colpendo un po' alla cieca, come sempre avviene
in simili casi, i furfanti rimettevano fuori le corna, si davano l'aria
di sacrificarsi riprendendo in mano le redini del Municipio.
-- Volete scommettere che il _carrettiere_ sarà di nuovo sindaco? --
diceva con rancore donna Beatrice.
-- Per me, possono farlo re, imperatore, papa!
Il cavaliere si segnava, quasi per cacciar via la diabolica tentazione
di mescolarsi di affari comunali.
Ma ragionandone col padre di Vincenzino, l'amarezza gli tornava a gola:
-- Volete scommettere che colui sarà di nuovo sindaco? -- egli ripeteva
come sua moglie.
E tutti i bei propositi andarono a gambe per aria, quando quel _figlio
di carrettiere_ si rifiutò di andare a sposare in casa la figlia del
cavaliere, come si era fatto sempre coi _civili_ fino a pochi mesi
addietro.
-- Caro cavaliere, la legge è uguale per tutti: il municipio è la gran
casa di tutti; non dobbiamo vergognarci di venir qui.
Ah! Ora predicava: La legge è uguale per tutti? Bravo, benissimo!
-- Lo vedete? -- disse il cavaliere al suocero di sua figlia. -- Ci tirano
pei capelli a fare quel che non vorremmo!
E il padre di Vincenzino assentì stringendo le labbra, strizzando gli
occhi, crollando il capo. E finita la cerimonia nuziale, salutò con gran
sussiego il sindaco, ripetendo un: -- Grazie! Grazie! -- che voleva
significare:
-- Arrivederci alle prossime elezioni!
E rimpiangeva fin le sonore trombe del _Fascio dei Reduci_ e il loro bel
_Taratatà_ che gli aveva fatto prendere tante arrabbiature due anni
addietro!