dopo di aver sì lungamente parlato il linguaggio
degli angeli; la rivelazione era compiuta.
Non rimaneva più nulla a dire che già non sapessero:--Mi
ami proprio?--Sì, tanto.--Ripetilo.--Sì,
tanto.--Anch'io, anch'io.--Il più bel vaniloquio
della terra.... Poi di nuovo tacevano, e le mani
si stringevano più forte, e le labbra tremanti scoccavano
baci sommessi, ed i petti pieni di felicità
rompevano in brevi singhiozzi.
--Siediti qui, sulle mie ginocchia; disse il cieco,--lascia
ch'io ti veda bene--ed accarezzando colle
mani la fronte, i capelli, le guance, gli occhi della
leggiadra creatura, andava ripetendo con una specie
d'entusiasmo melanconico:--come sei bella!
Come sei bella!--
Poco dopo soggiunse:
--Ecco il visino tondo che mi piacque tanto la
prima volta che lo vidi; ecco gli occhi dolci conditi
di malizia.... ed ecco i labbruzzi di fuoco che sorridono,
e le guance che paiono due rose.--
Ernesta rispondeva ai baci, alle parole no; pensava;
un mondo di fantasie meste o gioconde le si
schiudeva dinanzi; e se staccava l'occhio da quegli
incerti fantasmi dell'avvenire, l'aspettavano altri
fantasmi, già paurosi ora benigni, quelli del passato,
quelli delle lunghe noie, dei profondi sconforti,
delle aspirazioni interminate che mozzavano il respiro....
e allora, come se obbedisse ad un segnale,
dall'ippocastano del giardino lo stornello mandava
la sua nota stridula, penetrante, compendio di tutto
un tempo che non era più che una memoria:--è
lui! è lui!--
--Qui, in mezzo al mento, ci è una fossetta,
proseguiva il cieco,--ed ora che ridi ce ne sono
altre due sulle guance; quante volte le avrei colmate
di baci se avessi avuto giudizio!
E le colmava ora.
Ma a quelle baldanze, a quegli impeti, a quei
guizzi di felicità che gli mandava sul volto la nuova
fiamma, succedeva presto il buio d'un pensiero melanconico
e pauroso.
E allora ripeteva il ritornello assiduo dell'inno
eterno:
--M'ami proprio?
--Sì, tanto.
--E perchè m'ami?--
Ernesta ci pensava senza trovar risposta.
--Dillo, perchè mi ami?
--Non lo so; e tu perchè mi ami?
--Perchè sei bella, perchè sei buona.
--E anch'io t'amo perchè sei buono, perchè sei
bello....
Quale sorriso passò sulle labbra di Leonardo!
--Sono bello io?
--Sì, sei bello.... ma non per questo t'amo.
--E perchè dunque?
--Non lo so....
--Hai ragione,--disse poi,--eri bella, eri
buona anche quando non ti volevo bene. Ci deve
essere stato qualcuno a parlarmi di te, ad aprirmi
gli occhi, a farmi vedere quale dovea essere la mia
festa, quale dovea essere il mio tesoro. E temei
d'averti perduta per sempre, e t'invocai compagna
de' miei giorni mutati in notte senza fine, non osando
sperare. E quando accorresti al fianco della mia
sciagura, non al mio fianco, riconobbi il tuo passo,
indovinai i tuoi movimenti, compresi che eri tu
l'angelo del conforto; ma non osai sperare di più.
Ed ora che tu stessa me lo dici, che ti stringo
fra le mie braccia, anche ora temo di fare un
sogno troppo bello e mi domando che ho fatto io
per meritare l'amor tuo. Tu non sai perchè m'ami;
nemmeno io lo so. Le cose dell'amore si sentono,
non si sanno. L'amore ha la benda agli occhi....
come me.--
Un bacio lungo lungo cancellò dalle labbra del
disgraziato ogni traccia d'un melanconico sorriso.
--Che ne dici, Ernesta, guarirò?
--Guarirai,--rispondeva la poveretta facendosi
forte.
--Se fosse vero! Poterti vedere, poterti guardare
a lungo, specchiarmi negli occhi tuoi! Se fosse
vero! Perchè così si soffre troppo; ho sofferto troppo....
tu non lo sai che io sono geloso....
--Geloso?
--Sì, geloso; geloso di tutti quelli che ti guardano,
di tutti quelli che ti vedono, di tutti gli indifferenti,
ai quali tu sei costretta a dare lo spettacolo
della tua leggiadria, mentre a me solo è
negato, mentre io solo ti guardo e non ti vedo. Ho
sofferto, non te ne ho detto nulla, perchè era la
mia espiazione; la gelosia ha punito l'indifferenza,
ora sei vendicata.... sei contenta ora?...
--Sì,---rispose Ernesta,--sono contenta perchè
m'ami, perchè t'amo.
--E perchè m'ami? Non lo sai; nemmeno io;
ma so perchè hai finito ad amarmi....
--E perchè?
--Perchè sei buona, perchè hai cominciato dalla
pietà, perchè ti ho fatto compassione.... non è vero?
Nessuna risposta. Era vero.
--Senti,--proseguiva il cieco animandosi,--guarirò,
voglio guarire, è necessario ch'io guarisca....
e allora, senti.... non andrò più al caffè nè al
Circolo.--
Ernesta rideva.
--No non ci andrò più, staremo sempre insieme,
andremo in campagna; ho tante cose da dirti, non
mi annoierò; una volta ero uno spensierato, ora invece
penso; ti dirò cose che ti faranno ridere, perchè
tu già le saprai, ma che mi sono care perchè
non le ho lette nei libri, e le ho trovate io.... ah!
non mi annoierò al tuo fianco!--
Poco dopo soggiunse mestamente:
--Agenore dice che l'operazione sarà dolorosa,
non è vero?...
--No.... balbettò Ernesta.
--Si, sì.... lo ha detto; ebbene, non importa, io
saprò soffrire;--ed aggiunse provando a scherzare:--Mi
hai sempre creduto un fanciullo, ho bisogno
che tu sappia che in questo lungo tempo sono cresciuto,
mi sono fatto uomo. Guarderò in faccia il
dolore che deve ridonarmi la tua bellezza.... Ti sei
fatta mesta? Pensi al domani?... Non ci pensare,
vedi me, io non ci penso.... sorridimi....
--Che idea!
--Sorridimi.... mi fa bene sapere che tu mi sorridi,
io non ti vedo, ma la mia anima si illumina
d'una gran luce.... sorridimi.
--Ecco....--disse Ernesta;--ma una pietà profonda,
uno sgomento mal definito si ribellavano al sorriso.
--Così.... così, diceva Leonardo.
--Sai?--prese a dire dopo una muta contemplazione--ho
pensato alla filosofia di Agenore ed alla
tua fede.... ci ho pensato molto....
--Ebbene?
--La tua dev'essere più vicina al vero....
--Ah! sono contenta! Credi anche tu che gli
spiriti sopravvivano e possano comunicare con noi?
--Può essere....--
Di nuovo lo stornello lanciò le sue note allegre
attraverso il vano della finestra.
--Sta a sentire--disse Ernesta,--sai che cosa
mi sono messa in capo?... Che quello stornello sia
mandato da mia madre.... sarà una sciocchezza, ma
mi fa bene....
--Non è una sciocchezza se ti fa bene,--sentenziò
il cieco.
--E sai tu che cosa mi va dicendo ora?--chiese
scherzosamente la bella.
--No,--rispose Leonardo ridendo--non ne capisco
nulla.
--Perchè non ci hai pratica; mi ripete una cosa
che so benissimo, ma lo fa a fine di bene, poveretto!--mi
ripete:--è lui! è lui!--Lo senti?
--E significa?
--E significa che sei tu, che sei tu....
--Che cosa?--
La risposta scoccò pronta, ardente, lunga dalle labbra
di Ernesta, e s'impresse sulle guance del cieco.
E intanto lo scrupoloso stornello continuava a
gridare a gola spiegata.
--Sì--disse poco dopo Leonardo porgendo ascolto,--pare
proprio che dica:--è lui!... Ma se pure
fosse un inganno della fantasia, ecco un inganno
santo! Credere che i nostri cari, anche quando pare
ci abbiano lasciato, ci siano vicini, ci vedano, e giudichino
le nostre azioni; e ad ogni atto che stiamo
per compiere domandarci:--che ne dirà mia madre?--ecco
il vero culto dei morti; tu educhi il
semprevivo in cuore, mentre la volgare pietà lo educa
nei cimiteri!
--Prendi anche questo--interruppe Ernesta--perchè
tu parli come un angelo.--
Leonardo prese e restituì, e ancora si udì per l'aria
la musica di due baci sonori.......
Verso il crepuscolo venne il dottor Agenore, e
trovò i coniugi dinanzi alla finestra spalancata,
muti, estatici, intenti ad ascoltare il canto dell'usignuolo,
a cui i grilli facevano l'accompagnamento.
--Ah!--disse Ernesta voltandosi.
--Agenore!--aggiunse il cieco.
--Io proprio; avrei potuto star qui fino a domani,
che non vi sareste accorti di me.
--Io me n'era accorto--disse Leonardo,--ma
credevo che tu pure ascoltassi quello che dice l'usignuolo.
--Non ne ho l'abitudine, la piglierò quando avrò
moglie....
--E prego Dio che sia presto!--disse Ernesta
scherzando.
--Ed io prego il suo Dio di tapparsi le orecchie....--
--Vediamo, siamo stati savi?... Leonardo.... si
sono fatte poche ciancie? Si sono evitate le commozioni
troppo forti?...--
Ad ogni domanda. Leonardo ed Ernesta facevano
di sì col capo come due scolari che vogliono farla
al signor maestro.
--Sentiamo il polso.... abbastanza regolare.--
I complici, respirarono liberamente; il momento
difficile era passato.
Nella faccia ilare, nell'accento scherzoso, nei modi
composti ad un sussiego straordinario, il dottore dimostrava
un'intenzione che sfuggiva alle occhiate
scrutatoci d'Ernesta.
--Cara signora,--uscì egli a dire all'improvviso,--vorrebbe
usarci la cortesia di lasciarci un
momento soli? Scusi la ruvidezza.... è il vizio dei
medici....
--Mi manda via....--rispose Ernesta ridendo,--me
ne andrò!...
--Perchè la mandi via?--chiese Leonardo, e
udendo il passo della moglie che si allontanava,
stette in ascolto finchè fu uscita, poi disse sospirando:--Che
cosa vuoi da me ora?
--La lingua--disse il medico.
Leonardo cavò la lingua.
--Come ti senti?
--Bene.
--Saprai resistere ad una commozione?
--Sì.
--Ebbene, allora sappi che io ti ho ingannato...,
ho detto tutto a tua moglie.
--Ah!
--E tua moglie, indovina.... è innamorata di te.--
La rivelazione che Agenore aveva circondata di
tanto mistero, non fece l'impressione temuta sull'animo
del cieco; un dolce sorriso apparve sulle sue
labbra, null'altro.
--Grazie,--disse Leonardo.
--Si figuri,--rispose Agenore, canzonandolo--niente,
è una bazzecola!
--Grazie,--ripetè Leonardo--lo sapeva.--
Allora il dottore diè un balzo, spalancò l'uscio
del salotto e chiamò Ernesta.
--Venga, venga, signora mia; sono io di troppo....
e me ne vado.--
Due risate squillanti lo accompagnarono un tratto.
Poi il medico ritornò a raccomandare serio serio
«non si commettessero imprudenze» e ad avvertire
che sarebbe venuto il domani molto di buon'ora.
--A domani--disse Agenore.
--A domani--ripeterono melanconicamente Ernesta
e Leonardo.
Di nuovo l'allegria si spense sulle faccie dei poveretti.
XX.
La luce?
Venne l'alba aspettata con desiderio e con trepidanza.
Agenore, come aveva promesso, anticipò di molto
la sua visita.
--Sono contento di trovarti a letto--disse--bravissimo.
Ernesta notò che la sua voce aveva un lieve tremito,
e che volendola assicurare riusciva solo ad
ingrossarla. Anch'essa voleva parer serena, ma
aveva l'ansia, ed Agenore se ne avvide; le venne
presso, le strinse la mano. Tremavano leggermente
tutti e due.
--Dovrò rimanere a letto?--chiese Leonardo.
--Sarebbe meglio; ma il dottor Q.... dice che, se
preferisci alzarti, nel tuo stato non vi è pericolo.
--Lo preferisco--disse il cieco.
--Sentiamo il polso.... vediamo la lingua.... a meraviglia....
a meraviglia....
--E sarà proprio molto dolorosa l'operazione?
--Tutt'altro.... una bazzecola.... un paio di minuti
per occhio, supponendo, come credo, che il dottor
Q.... voglia operare i due occhi in una volta....
--Come?--balbettò Ernesta.
--Gli autori sono in contrasto,--disse il dottor
Agenore con molta disinvoltura; si danno ragioni
di peso da una parte e dall'altra; le probabilità di
buona riuscita si equilibrano nei due sistemi; da
quanto dicono i propugnatori di questo o di quello
sembra potersi conchiudere così: quando l'operazione
è dubbia, meglio tentare prima l'operazione sopra
un occhio solo; quando invece è sicura, meglio le
due operazioni in una volta.
--Ed a lei pare sicura?--domandò Ernesta.
--A me pare sicura.... sicurezza medica, s'intende,
che non è sicurezza matematica.--
Per quanto Agenore ingrossasse la sua voce di
falsetto, aveva l'ansia quasi al par di Ernesta.
Il più sereno dei tre era Leonardo, il quale in un
attimo fu vestito ed accomodato sul seggiolone.
Venne il dottor Q.... tranquillo, determinato,
schietto nei movimenti e nelle parole; si indovinava
in lui l'uomo padrone di sè; vedendolo tornò subito
un po' di coraggio ad Ernesta, e si rianimò la disinvoltura
agonizzante d'Agenore.
Si parlò di _narcotizzazione_; Leonardo rifiutò.
--Bravo!--disse l'oculista--tanto meglio!
--Bravo!--ripetè Agenore con un po' di tremito
nella voce--tanto meglio.... già è una bazzecola....
bisogna esser forti.--
Ernesta guardava sbigottita ora l'uno ora l'altro,
mentre il vecchio Bortolo andava e veniva obbedendo
agli ordini brevi e frequenti.
--Ernesta!--chiamò il cieco.
--Eccomi.--
Si fè presso al disgraziato e pose la mano nelle sue.
--Così--disse Leonardo--sarò più forte.--La
povera donna non rispose; cogli occhi sbarrati
dallo sgomento seguiva ogni movenza del dottore.
Vedeva preparare le fasciature di flanella bianca,
le compresse, i filacci, levar da un piccolo astuccio
certi ferretti lucenti, ed Agenore affaccendarsi
per far poco più di nulla, senza potere star fermo,
e l'altro solenne, pacato, silenzioso. E girando lo
sguardo intorno intorno con un movimento automatico
del capo, contemplava il letto, le seggiole,
gli armadi, i quadri appesi alle pareti, non parendole
vero che in un momento così solenne potessero
ancora essere i quadri, le seggiole, il letto
d'ogni giorno e serbare in tanto affanno essi soli
l'aspetto più indifferente dell'usato.
E ancora girava il capo come un automa, e ancora
fissava gli occhi sbarrati nel dottore.... Poco
stante lo vide muovere verso l'infermo e tremò tutta.
--Ci siamo?--domandò il cieco.
Nessuno gli rispose.
Il dottor Q.... volse il seggiolone in modo che la
luce non battesse sulla faccia del paziente, poi
spalancò la finestra, e guardò verso Agenore. Costui
era occupatissimo intorno alle compresse e se
ne distaccò a malincuore.
--Bisogna star fermo,--disse l'operatore con
voce amorevole.
--Starò fermo,--rispose Leonardo.
Inginocchiata innanzi al marito, le labbra ardenti
impresse sulla mano che stringeva forte la sua, Ernesta
intese ancora la voce sommessa dell'oculista
che diceva: «Lei, dottore, tenga ben sollevate le
palpebre, così... mi raccomando--» poi chiuse gli
occhi.
Seguì un gran silenzio.
La povera donna radunava nel buio i fantasmi
del suo passato, andava raccogliendo gli atomi in
un caos vertiginoso per comporli a forme note--tutto
ciò senza coscienza; rivedeva Leonardo come
la prima volta gli era apparso, indifferente e cortese,
poi galante, poi assiduo, poi fidanzato, sposo,
marito--e di nuovo annoiato, freddo, indocile al
giogo della famiglia, e finalmente cieco, pentito... e
seguendo come trasognata i quadri di questa visione,
parevale d'udire un martello assiduo; era il
suo povero cuore in tumulto. Quanto tempo durò
quella visione? Un baleno. All'improvviso sentì tremar
forte il braccio di Leonardo e la mano di lui
avvinghiarsi alla propria; strinse vie più gli occhi
e le labbra, si sprofondò più addentro nel caos che
le si apriva dinanzi.... ancora uno di quegli istanti
che contano per anni nell'eternità, e finalmente un
grido acuto, penetrante, accompagnato dal tremito
convulso di tutto il corpo del paziente.
--Ecco, ecco, è fatto;--disse il dottor Q...
--È fatto,--balbettò Agenore.
Ernesta aprì gli occhi attonita.
Il dottore veniva assicurando una compressa sopra
l'occhio destro, da cui colavano lagrime e sangue.
Sul volto contratto dell'infermo ancora combattevano
il dolore e l'energia della volontà.
Nessuno vide l'occhiata supplichevole della povera
donna accasciata sul pavimento; Agenore toccava
il polso dell'amico, ma aveva tutta l'aria di non
saper quello che si facesse.
Il dottor Q... sembrava aspettare qualche cosa,
e un momento dopo disse con voce carezzevole:
--L'operazione è riuscita benissimo da una parte;
ora dall'altra.--
Ernesta diede un lieve grido e ancora s'accasciò
e nascose la faccia fra le ginocchia di Leonardo, il
quale tentò un sorriso ed accarezzò colla mano tremante
la testa dell'amata donna.
Nuovo silenzio, nuovi terrori, nuove visioni, e finalmente
un sospiro rumoroso di Agenore che ripigliava
fiato, e un grido selvaggio di dolore e di
gioia.
--Zitto!--ordinò il medico con bontà.
--La luce!--mormorò Leonardo abbassando docilmente
la voce.
Ernesta fu in piedi d'un balzo; aveva nello sguardo
il baleno d'una gran gioia....
Ma la fasciatura copriva già gli occhi del paziente--l'operazione
era finita.
--La luce?...---ripetè la povera donna interrogando
trasognata.
Agenore le venne presso, le strinse la mano, volle
dire qualche cosa e non potè dir nulla.
--Speriamo,--balbettò Ernesta come fuor di
sè,--speriamo, bisogna farci coraggio....
--Giusto,--rispose Agenore,--è quello che
volevo dir io.... speriamo, bisogna farsi coraggio....
XXI.
La luce.
Il medico aveva ordinato il buio, l'immobilità, il
silenzio.
Adagiato l'infermo nel letto, sopra un monte di
cuscini, per sei giorni non doveva più moversi, nè
per sei giorni parlare o cibarsi d'altro che di minestrine.
Le imposte della finestra furono chiuse sì
che a stento gli occhi avvezzi potevano vedere il
nero profilo degli oggetti. Un'ombra, non una donna,
vagolava assiduamente in quel buio--Ernesta, col
cuore traboccante, col labbro muto.
Più volte in uno stesso giorno la porta di quella
camera si apriva lentamente, un'altra ombra colossale
chiudeva il vano, stava un istante immobile,
poi si accostava al letto sulla punta dei piedi, un
bisbiglio sommesso rompeva quell'aria muta; allora
Leonardo sospirava dal suo letto per farsi intendere;
non gli si rispondeva: l'ombra si muoveva
poco dopo, la porta cigolava un'altra volta--Agenore
se n'andava com'era venuto.
Silenzio.
A quando a quando l'infermo chiamava sottovoce:--Ernesta?...--
Accorreva essa e gli ordinava con un bacio:--silenzio!--
Quanti fantasmi luminosi in quel buio, quante parole
confortatici mormorate da invisibili creature!
Le ore scorrevano lente, il cuore della povera
donna le misurava con un battito tranquillo.
Sentiva una vigoria insolita, le pareva d'essere
come una fortezza chiusa, in cui non potesse entrare
alcun affanno; e se uno, insistente, se ne affacciava
ogni tanto, ella vedeva accorrere mille
giocondi pensieri a cacciarlo, ed assisteva come impassibile
a quella breve lotta. Non sapeva altro che
sperare, altro non faceva che sognare ad occhi
aperti.
Il buio della camera era per lei come un velo
nero, dietro cui si nascondesse la felicità.
Cessato lo spasimo della ferita, Leonardo chiamava
ogni tanto la sua compagna--e la poveretta era,
ratta a chiudergli le labbra colle labbra.
--Sai? Ho visto la luce! disse una volta l'infermo,
ribellandosi al savio consiglio; mi è sembrato
di vedere i colori; non sono più cieco!
--Zitto! Zitto!
--E vedrò te, mia bella!...
--Zitto....--
Tornava il silenzio.
Mille fantasmi ridenti accorrevano ad ingannare
il tempo lungo.
Per ore intere al capezzale del marito, una mano
di lui stretta nelle proprie, Ernesta rimaneva immobile
nella contemplazione della tranquilla festa
dell'avvenire. Si vedeva al braccio di Leonardo non
più cieco, essa colla faccia rivolta in su, egli col
capo piegato teneramente verso di lei, e vedeva due
sorrisi d'amore scendere e salire per le fila tese da
due sguardi d'amore.
Camminavano sopra sentieri appena tracciati sull'erba
dei prati; le farfalle, gli uccelli, le piante, li
guardavano attoniti, e quante creature avevano un
movimento s'inchinavano a salutarli, e quante avevano
una voce intonavano un inno. Un mondo ignorato
si schiudeva ai loro cuori, comprendevano la
gran festa della fiducia senza reticenze, dell'amore
senza civetterie, del sentimento che non ha ridicole
paure, della poesia che ripudia ogni inganno di
metafora o di rima.
Guardavano in faccia agli spettri temuti, la noia,
la sazietà--parole vuote dovunque non entra spasimo
o febbre.
Così fantasticava Ernesta; e un sorriso dolcissimo,
che s'indovinava sulle labbra dell'infermo,
diceva che così pure fantasticava Leonardo.
Dal di fuori, attraverso le imposte serrate, giungeva
talvolta affievolita la nota dello stornello, unica
voce dell'immensa natura. Allora Ernesta si sentiva
voglia di correre a spalancare le finestre, di
lasciar entrare l'aria, la luce, i canti semplici, e di
gridare alle innocenti creature la buona novella...
Silenzio!... Bisogna star paghi alle visioni della
cameretta, al tranquillo tripudio del cuore. Un
giorno ancora!... Silenzio.
Il suo posto favorito era al capezzale dell'infermo,
dove poteva vedere il sorriso di Leonardo. Aveva un
modo così dolce di sorridere Leonardo! Non mai
per lo innanzi se n'era avveduta. Quel sorriso era
un madrigale; e chi sa quante volte gliel'avea visto
sulle labbra senza saperlo leggere!
Era bello Leonardo? Sì, era bello; dalla fasciatura
usciva la sua fronte alta, serena, il naso affilato; le
guancie aveva un po' smunte, ma non incavate, il
mento tondo; bei capelli ricciuti, baffetti neri e
belli... Era bello Leonardo!
E non poterglielo dire, non poterglisi buttar fra
le braccia, coprire di baci la sua fronte, le sue
guancie, dirgli cento volte:--sei bello, sei bello!--
Silenzio! È l'alba del sesto giorno, poche ore ancora!...
Silenzio.
Venne l'ora sospirata, venne il dottore, e dietro a
lui, frettoloso per timore d'essere in ritardo, Agenore.
Fu data un po' di luce alla camera, poi il dottore
fece a voce alta alcune interrogazioni all'infermo,
gli toccò il polso. Tutto andava benissimo. Allora
tornò alla finestra, temperò la luce studiandone la
direzione e di nuovo venne al capezzale e tirò la
coperta di colore fin sopra la rimboccatura, perchè
la bianchezza del lenzuolo non ferisse troppo vivamente
l'organo indebolito... Era venuto il momento.
Ernesta tremò e dovette reggersi al braccio di Agenore.
La lunga lotta combattuta con apparenza di vittoria,
quella lotta che aveva per premio la speranza,
era stata un inganno; ecco, i baldi fantasmi
fuggono dalla sua mente come un esercito di vigliacchi--e
quell'unico nemico, che pareva sopraffatto
e meschino, si rialza, ed è un gigante.
Se Leonardo non vedesse nulla!
Fu l'ansia d'un solo istante; cadde la benda, Leonardo
aprì gli occhi, li girò intorno e fissandoli
estatico sulla faccia paurosa di Ernesta, protese le
braccia chiamandola col gesto.
--Ti vedo! ti vedo!--
Ma la voce si ruppe in un grido, e il grido in
un singhiozzo.
Ernesta gli si gettò fra le braccia e mescolò alle
sue le proprie lagrime di gioia; anche Agenore piangeva,
ma voltava il capo dall'altra parte per non
farsi scorgere.
XXII.
Emicrania e mal di nervi.
La signora Virginia Rinucci venne troppo tardi,
quando il medico aveva rimesso la benda a Leonardo
e se n'era andato.
Non lo disse espressamente, ma lasciò capire che
era una disgrazia.
--Peccato!--mormorò; e mormorò quel peccato!
in guisa, che Ernesta dovette proporsi il quesito
se il danno fosse di Leonardo, di Virginia Rinucci
o di tutti quanti.
Ma l'amabile cuginetta non la lasciò lungamente
in dubbio, e dopo aver diluviato domande su ciò che
aveva detto e fatto il cieco rivedendo la luce, concluse
candidamente: «peccato! se ci fossi stata,
avrebbe visto anche me.»
--Sicuro,--disse il dottor Agenore,
--Sicuro,--ripetè Ernesta sorridendo.
Queste ciancie si facevano nel salotto, dovendosi,
per ordine del dottore, lasciare in pace l'infermo.
--Tornerò domani,--disse Virginia;--e siccome
non mi aspettereste, anticiperò.
--Brava!
--Brava!--
Alla prima approvazione scherzosa, che era di Ernesta,
la cuginetta rizzò il capo ed appuntò le labbra
pronta a combattere come un'eroina; alla seconda
approvazione, ch'era del dottore, chinò gli
occhi a terra al par d'una vergine imbelle.
--Non ha altr'arme che il pudore, ma evidentemente
ne abusa--pensò Agenore--fa il mulinello
continuo.--
Il giorno successivo Virginia anticipò, e giunse
appena in tempo; il dottor Q... entrava appunto
allora.
--Vedi un po' se avessi tardato qualche minuto!--disse
ad Ernesta entrando, dietro al medico,
nella stanza di Leonardo.
Ma ecco il dottor Agenore farsi presso alla signorina
Rinucci, e colla sua voce di falsetto dirle:
--Signorina, se Leonardo la vede corre rischio
di restare abbagliato....--