--Senti,--uscì a dire il cieco improvvisamente,--poichè

abbiamo tempo, voglio parlarti

d'una cosa. Ti ricordi quando, dopo avermi spiegato

il tuo sistema filosofico... la materia cosmica

eterna, le forze, la materia organica, i vasi, le

fibre, i tessuti, che so io, mi domandavi se mi avevi

convinto, ed io ti rispondeva che era inutile, tenessi

tu le tue idee, terrei io le mie...

--Sì,--proseguì il dottore,--e le tue idee erano

di non averne alcuna, di lasciar che le fibre e i

vasi compissero le loro funzioni senza dartene pensiero.

--Te ne ricordi?... Ti dicevo: Se ci è qualcosa

dopo di noi, lo vedremo, se non c'è nulla, buona

notte; e quanto alla materia cosmica non sono io

che le impedirò di godersi in pace la sua eternità.

La vuoi eterna?... te la do eterna, a patto che lasci

in pace la mia materia organica che non è eterna...

Te ne ricordi?

--Altro!

--E dicevi, tirando mia moglie a far la trinità:

«noi tre rappresentiamo le tre scuole filosofiche

del secolo: il materialismo che combatte--io--lo

spiritualismo che sogna--lei--l'indifferentismo

che vegeta--tu.--»

--Testuale.

--Ebbene, allora non ci volevo pensare... da due

mesi ci penso--e vuoi che ti dica la mia opinione

sulle tue opinioni?

--Dilla.

--La tua materia cosmica eterna mi pare sorella

del caos dei credenti; il tuo ignoto di genere

femminino, che chiami forza, mi pare parente prossimo

dell'ignoto, di genere mascolino, che mia moglie

chiama _Dio_, Quanto ai nervi, alle fibre, ai vasi,

ho paura che tu confonda la vita, gli affetti, i

pensieri cogli stromenti dei pensieri, degli affetti,

della vita.

--Sono le solite risposte degli spiritualisti; non

hai trovato nulla di nuovo.

--Se le ho trovate alla prima, appena mi sono

fermato a pensare, non hanno da essere rare nè

curiose; ma l'averle trovate alla prima non significa

forse che sono vere?

--No, significa solo che sono volgari.

--Senti, Agenore mio, tu non sai che cosa sia

vivere due lunghi mesi nel buio, nel vuoto, tu non

sai quanto si acuiscano i sensi, e che parole si

odano nel silenzio, e che immagini si disegnino nel

fondo nero. Non lo senti tu mai, nel mezzo della

notte, quando tutto tace, quando nulla ti distrae

nell'insonnia, un bisbiglio sommesso, un linguaggio

che non è della vita e che pure tu comprendi? Non

vedi fisonomie note e non prima vedute, manine che

si allungano nel vuoto a carezzarti? Sei là, piccolo,

debole, nell'immenso vuoto, nell'immenso buio,

e non hai paura... qualche cosa di te si allontana

nello spazio, non si perde, ritornerà per dove è partita,

nel raggio d'una stella, come in un sentiero

tracciato... Tutto questo, Agenore mio...

--Tutto questo, Leonardo mio, è buon indizio;

prova la sensibilità della tua retina, la forza del

tuo nervo ottico; tu continui a guardare ed a vedere

senza servirti della pupilla oscurata; ecco il

mistero.--

Il cieco sorrise.

--Dov'è ora Ernesta?--domandò poco dopo.

--Si è curvata a guardare una pianta... pare che

non la conosca... perchè continua a guardarla.

--Che pianta è?

--Una ferraria... «Una ferraria!»--gridò poi

affacciandosi alla finestra.

Si udì la voce argentina di Ernesta che rispose:

«Grazie;» poi tutto tornò nel silenzio.

--Non è mai venuta a Milano quando ero assente?

--Chi?

--Ernesta.

--Sì, una volta.--

Era inconcepibile per Leonardo come l'amico dottore

stentava a mettere fuori le parole. Mutò discorso.

--Sai tu perchè il mondo è pieno di cattivi?

--Ma è proprio pieno di cattivi?--domandò il

dottore;--io non me ne sono mai accorto.

--Tanto meglio per te... tu sei buono... ma io intendo

cattivi tanto coloro che insidiano l'onore,

le sostanze, gli affetti del prossimo, quanto quegli

altri che non si fanno scrupolo d'offendere un amico,

per la vanità di dire una scioccheria spiritosa; ebbene,

sai tu perchè ci sono tanti cattivi al mondo?

--La frenologia ha provato...

--Perchè ci sono troppi spensierati; perchè le

piazze, i caffè, i circoli, i palchetti dei teatri formicolano

di gente che teme di servirsi del proprio

cervello. Un uomo che pensa finisce con accorgersi

della sua e dell'altrui miseria; dà l'importanza che

meritano alle cose che lo circondano; scende i gradini

di quella piramide che è l'egoismo e si mescola

alla folla, non se ne sta immobile sul vertice

a credere il mondo creato per sè solo; ai sofismi

del proprio interesse, delle proprie passioni, sa contrapporre

i sofismi degli interessi e delle passioni

contrarie, e dal cozzo cava la scintilla del vero...

Ah! il pensiero è una forza!

--Verissimo, il pensiero è una forza, e gli spensierati

non hanno mai fatto male a nessuno, perchè

sono inermi e deboli; Tizio obbedisce all'istinto,

e, senza pensarci quasi, ti accompagna per servirsi

della tua carrozza e del tuo palco; digli che pensi

molto, ed il pensiero gli darà la corazza dello strozzino.

Sempronio ha la vanità di sapersi fare il più

bel nodo della cravatta del mondo incivilito; digli

che pensi molto e vorrà i giavellotti di deputato

o lo spadone a due tagli di Ministro di grazia e

giustizia; gli Ercoli dell'egoismo e dell'ambizione

sono gente che ha pensato molto. Credi a me: l'organismo

oscilla, ma non si muta; chi ha la cattiveria

nel sangue la conserva, finchè dura la circolazione;

vuoi guarirlo, svenalo.

--Sì, l'organismo non si muta; nè gl'istinti si

mutano; sono con te; ma io, irascibile, diventerò

padrone di me stesso, imparando a conoscermi col

pensiero, e le ire e le collere del mio istinto serberò

contro gli uomini cattivi e le cose cattive.

Ambizioso d'onori, diventerò ambizioso di bene;

cattivo marito, apprenderò a rispettare il culto della

famiglia, e vorrò esserne il sacerdote...--

Il sospiro di Leonardo, dopo queste parole, s'incontrò

e si confuse con un sospiro del dottore.

Dopo di aver sospirato all'unisono, entrambi stettero

zitti, poi il cieco disse sorridendo:

--E se non il sacerdote... il predicatore; dillo

pure, lo hai sulle labbra... ma già è così: sono molto

mutato e non ne ho colpa o merito, come ti piace;

la mia maestra è la sventura... Dimmi, si è fermata

molto in Milano?

--Chi?

--Mia moglie.

--Un paio di settimane.

--E tu la vedevi spesso?

--No... cioè... così.

--Ci veniva altri a vederla?

--La cugina, gli zii...

--Nessun altro?

--Credo di no; ma perchè mi fai queste domande?

--Perchè vorrei sapere se Ernesta, nell'abbandono...

È bella Ernesta.... avrà avuto intorno qualche

vagheggino?--

Il dottore non fiatava; ed il cieco con voce sommessa

e carezzevole:

--Agenore, non mettermi alla tortura; ho ancora

delle debolezze, mi vergogno, ho paura di farti

ridere... dovresti indovinare tu...--

L'amico sprigionò un sospiro lungo lungo, poi

disse:

--Non ci vuol molto ad indovinare... sei innamorato

di tua moglie...

--È vero,--disse Leonardo facendosi rosso in

viso;--ma chi sa se ella potrà amarmi ancora....

--Io non lo so...

--Sapesse almeno che sono mutato, che cambierò

vita!...--

Il sangue, i nervi, le fibre, i tessuti, gli umori di

quell'organismo saldo che si chiama il dottor Agenore,

entrarono a tumulto; un momento di lotta

acre e rabbiosa, poi tornò l'equilibrio; il sagrifizio

era consumato: Agenore rinunciava ad Ernesta.

Ridano gli sfaccendati del caffè e del circolo, io

giuro a chi legge che in quel solenne momento il

dottore Agenore era bello. E non si sono udite mai

parole più generose di queste che egli pronunciò

forte, stringendo vigorosamente la mano del cieco,

per farsi cuore:

--Glielo dirò io!

--Oh! grazie... quando?

--Subito, se vuoi, corro in giardino, me le getto

ai piedi come tuo rappresentante, e le faccio la mia,

cioè la tua dichiarazione in regola.

--No, aspetta... che fa ora Ernesta?--

Agenore, non vedendo la bella dove l'aveva lasciata

poc'anzi, si affacciò alla finestra per cercarla;

in quel mentre si udì un passo leggiero ed

un fruscio d'abiti.

--Eccola,--disse Leonardo, ed aggiunse con accento

di preghiera: «non ora, non ora.»--

E il dottore, che già si era mosso per andare

in salotto, si fermò dinanzi all'uscio.

Entrò Ernesta e sorrise; entrò la signora Virginia

Rinucci e chinò gli occhi a terra.

Agenore si credette in dovere di fare un saluto;

ma la vergine arrossì. E per un quarticino d'ora, ad

ogni volta che al dottore senza avvedersene accadeva

di guardare la signorina o di rivolgerle la parola,

la signorina arrossiva e chinava gli occhi a terra.

Agenore trovò quel quarticino d'ora eterno, sebbene

lo spendesse a studiare coscienziosamente l'organismo

del pudore, e finì ad andarsene dicendo che

con un organismo simile era un peccato che la signorina

Rinucci rimanesse zitella, e che il mondo

le doveva un marito...

E in così dire rideva, il disgraziato!...

XVII.

Un sogno ad occhi aperti.

Nel giorno successivo, quando il dottore venne a

visitare il suo ammalato e gli ebbe toccato il polso,

fu l'ammalato che toccò il polso al dottore e gli

disse sottovoce, perchè Ernesta non intendesse:--oggi

no, Agenore, oggi no.--

L'amico, che non aveva dimenticata la promessa

ambasceria, e ruminava anzi in mente un discorsetto

per parere un ambasciatore disinvolto, comprese

subito e rispose: «va bene...» Ma Leonardo

non parve rassicurato, ed appena ne ebbe agio, ripetè

con accento di preghiera: «Non oggi, non

oggi.»

Che diancine era dunque accaduto? Il dottore almanaccava

invano, guardando in faccia ora l'uno

ora l'altro dei due coniugi, e quando si trovò un

istante solo col cieco, domandò senza preamboli:--Che

è stato, che c'è di nuovo?

--Nulla,--rispose Leonardo,--nulla... ma ci ho

pensato ancora.... non oso... che dirà di me? Dillo

tu, che dirà di me?

--Io non lo so davvero: che vuoi che dica?

--Dirà che sono un egoista, che non occorre

molta virtù per cambiar vita, ora che sono condannato

alle tenebre, e che non vi è merito, ridotto

nel mio stato, ad amare un'infermiera così

attenta, così premurosa, così bella... questo dirà,

non è vero?

--Non mi pare...--balbettò Agenore.

--Dirà--proseguì il cieco con accento melanconico,--che

io doveva aprir gli occhi quando ci

potevo vedere, ed accorgermi che avevo in casa un

tesoro, quando passavo il mio tempo al circolo; dirà

che allora dovevo darle o domandarle amore, quando

essa domandava ed offriva amore ad uno scioperato...

e che ora è tardi, dirà, e non sa che farsi

dell'amore d'un cieco. Non è vero forse?--

Il dottor Agenore, il quale avea dato tante prove

d'eroismo, non venne meno in questa difficile congiuntura

ed accettò di buon animo, mettendo sulle

labbra un sorriso lievemente melanconico, la parte

di confortatore.

--Non mi pare; tua moglie è buona, ha un'indole

affettuosa, ha bisogno d'amare qualcuno, e...

--E chi sa se questo qualcuno sono ancora io?

--E chi vuoi che sia? Non ti accorgi della premura,

con cui ti sta intorno?

--Sì, mi accorgo di tutto, medito ogni sua parola,

ogni sua intonazione di voce, il passo, i movimenti,

ogni cosa. Ma non mi basta. Cerco la tenerezza

che è figlia dell'amore, e trovo solo la tenerezza, che

è figlia della compassione...

--Della compassione che è la nonna dell'amore,

perchè sua figlia la tenerezza va a nozze col desiderio

e genera l'amore, che poi rigenera quell'altra

tenerezza. Sono casi di parentela molto complicati,

vi è dell'incesto in mezzo, ma tanto è così.... Oh!

manco male, ti ho fatto ridere!

--Di che si ride?--domandò Ernesta ritornando.

--Debbo dirlo?--chiese il dottore sottovoce all'infermo.

--Non oggi, non oggi.

--Si ride,--proseguì Agenore, accomodando la

benda al cieco,--e si ride a torto, della teorica

dell'amore di un filosofo tedesco, Arturo Shopenhauer,

la teorica del completamento, secondo la quale gli

organismi cercano istintivamente di completarsi coi

loro contrarii, l'uomo sanguigno colla donna linfatica,

l'uomo bruno colla donna bionda, il grosso....--

Stava per dire colla «sottile,» quando si rizzò

quanto era grande e grosso, levò la testa bruna

e si vide dinanzi la signorina Virginia Rinucci, più

bionda e più sottile del solito, ma meno linfatica, a

giudicarne dalle guancia imporporate dal rossore, la

quale era entrata dietro ad Ernesta senza dir nulla.

Agenore salutò scusandosi di non averla veduta,

senza altro risultato che di farla arrossire più forte.

--E viceversa,--aggiunse premurosamente per

correggere l'effetto d'una involontaria dichiarazione,--i

piccini coi donnoni, i biondi colle brune. L'ideale

dei completamenti, il completamento tipico sarebbe

quello d'un nano con una gigantessa, coniugi spaiati

che si fanno vedere alle fiere.--

Ernesta rise, non so se dell'immagine o dell'intenzione

del dottore.

Ma la pudica Virginia avea ricevuta una dichiarazione

e se la teneva, e non ci era verso di fargliela

restituire; e questa volta come le altre, Agenore

dovette finire con lasciare il campo, infilando

l'uscio.

Anche la cuginetta, le cui visite da qualche tempo

coincidevano con quelle del dottore, non tardò ad

andarsene.

Ernesta e Leonardo rimasero soli.

Era l'ora del mezzodì; dal cortile soggetto, attraverso

le imposte chiuse in modo da lasciare passare

insieme un filo d'aria e di luce, giungevano le vocette

di alcuni fanciulli schiamazzanti.

--Ti disturbano?--chiese Ernesta,--vuoi che

dica loro di star zitti? Sono buonini, mi obbediranno;

o vuoi che chiuda la finestra del tutto?

--No,--disse Leonardo melanconicamente,--lasciali

fare, mi par di essere tornato fanciullo,

quando giocavo a mosca cieca coi miei compagni,

ed uno alla volta ci mettevamo la benda sugli occhi...

come io ora... lasciali fare, giuoco anch'io

con essi.

--Povero Leonardo!--disse Ernesta.

--Povero Leonardo!--ripetè il cieco.

Non disse altro; pur comunque si adoperasse a

nasconderlo, egli era inquieto, crollava ogni tanto

il capo, come cercando nel buio, si muoveva, apriva

la bocca per parlare, taceva.

--Conducimi a spasso--disse poco dopo.

Ernesta gli offrì l'omero perchè vi si appoggiasse

e lo menò in giro per le camere, finchè egli disse:--Basta.

--Basta; ora sediamo, qui nel salotto, io nel

seggiolone, tu al pianoforte... suonami qualche cosa.

--Un walzer di Strauss,--disse Ernesta aprendo

il pianoforte dimenticato.

--No, una romanza mesta, un notturnino.

--O una marcia funebre,--aggiunse la bella

ridendo.--Ecco il notturnino... incomincio, se sbaglio

non ci badare, non lo faccio a posta.--

E incominciò.

Leonardo ascoltava estatico, e quando l'ultima

nota si perdette, egli ancora ascoltava.

--Ti basta?--chiese la bella.

--Sì, non bisogna guastarmi la cara impressione;

ogni pezzo di musica ha il suo linguaggio; bisogna

ascoltarne attentamente uno e meditarvi su...---

Ernesta chiuse il pianoforte e venne presso al

marito.

--Siedi,--disse Leonardo provandosi a sorridere,

obbedisci al tuo tiranno...

--Ecco fatto,--disse Ernesta.

--Ed ora dormiamo...

--E se non avessi sonno?

--Sarebbe un peccato... mi piacerebbe che tu

dormissi così accanto a me... è un capriccio.--

Ernesta non rispose.

--Che fai?--chiese Leonardo dopo un breve

silenzio.

--Dormo.

--Davvero?

--Mi provo.--

Succedette un silenzio più lungo, dopo il quale il

cieco domandò con un filo di voce:

--Ernesta!

--Leonardo.

--Ah! lo vedi, non dormivi....--

Era incomprensibile per Ernesta il capriccio del

cieco.

--Ora dormirò davvero,--disse, e chiuse coscienziosamente

gli occhi, e si tenne immobile, abbandonata

sulla spalliera del seggiolone, aspettando il sonno.

Un quarto d'ora dopo, quando parevale che oramai

il marito dormisse, lo udì ripetere come prima:

--Ernesta!--

Non rispose, aprì gli occhi. Il cieco si curvava

innanzi ad ascoltare, e ripetè sottovoce:

--Ernesta!--

Tacque un istante e di nuovo chiamò a fior di

labbro:--Ernesta!--

Allora si rizzò in piedi lentamente, senza far rumore,

come uno spettro, mosse un passo leggerissimo

brancicando per cercare il seggiolone, e trovatolo,

si trattenne ad ascoltare la respirazione di

Ernesta, si curvò sopra di lei, e colle labbra tremanti

le sfiorò le guancie. Si drizzò, stette in ascolto, come

un ladro che ha carpito un tesoro, tornò senza far

rumore al suo seggiolone e, quando si credette al

sicuro, sorrise.

Ernesta, che lo guardava ad occhi aperti, lasciò

scorrere una lagrima dove si era posato il primo

bacio d'amore di suo marito.

XVIII.

Una rivelazione del dottor Agenore.

Nella sera di quel giorno medesimo, che era un

giovedì, il celebre dottor Q... tornò a far visita al

cieco, ed avvertì il suo collega che l'operazione si

sarebbe potuta fare il sabato, se egli non avea nulla

in contrario.

La clientela del dottor Agenore non avea fortunatamente

nulla in contrario, dunque il dottore Agenore

nemmeno.

Per altro il giorno successivo, levandosi da letto

e dicendo: «domani!» non si sentiva ben rinfrancato.

Siffatta era la solennità dell'avvenimento per

lui, che nemmanco la laurea dottorale lo avea tanto

commosso. Fu necessario un esame di coscienza.

«Agenore mio, disse egli, sta per entrare in ballo

la tua riputazione di medico, la quale non è veramente

gran cosa, ma ha il suo valore; l'estrazione

d'una cateratta è delicatissimo negozio anche per

l'assistente; bisogna che il dottore Q... abbia un

aiuto e non un impaccio; a teoriche, se non sei un

milionario, ne hai da spendere; ma in pratica corri

rischio di sembrare un pitocco; se domani non riesci

a tenere stirata abbastanza la _rima palpebrale_ del

paziente, o per allargarla troppo cagioni un _arrovesciamento_,

e guasti il tuo decoro e l'amico Leonardo....

la fai così grossa, così grossa, che non

avrai bisogno di farne altre in tutta la tua carriera

di medico..... Tu non sei uomo da tentennare

nei gran momenti, ma ti conosco, non sai fare l'eroe

dinanzi ad uno che soffre.... basta.... basta.... Intanto

oggi tocca a te preparare il paziente.... farlo stare

in gran quiete stanotte, perchè domani all'alba....

To'!... e l'ambasciata di Leonardo? bisogna farla;

egli dice di no, perchè tu faccia di sì, questo s'intende.

Ah! (un sospirone)--ti toccano tutte, Agenore

mio, metti per conto tuo l'assedio in regola ad

una bella donna, nelle condizioni più felici per la

conquista, ed eccoti a far le parti dell'ambasciatore,

a trattar l'alleanza per conto d'un altro... Quando

si dice!.... Ha da venir in mente a lui, proprio a lui,

al marito cieco d'innamorarsi di sua moglie e di

sceglierti per confidente ed.... ambasciatore!.... Ah!....

basta.... Hai rinunciato ad Ernesta.... hai promesso

a Leonardo.... il poveraccio aspetta un conforto, e

tu glielo devi oggi.... perchè domani....»

Pensando al domani, il dottore si grattava la

nuca e si prometteva di vegliare una parte della

notte per ripassare il suo manuale d'oculista, al

_quesito: cateratte_, come già in Pavia alla vigilia

degli esami.

Quel giorno Agenore anticipò la visita, parlò al

suo ammalato con una vocina anche più carezzevole

del solito, tanto da farsi rivolgere da Ernesta

tenere occhiate riconoscenti, a cui due giorni prima

non avrebbe forse saputo dare la giusta interpretazione.

Raccomandò questo, quello, quest'altro; non si

stancò di raccomandare, e per quanto facesse il

disinvolto, e ripetesse ad ogni tratto che il domani

era un giorno come un altro e l'operazione una

_cosa da nulla_, non pensava egli stesso che al domani

ed all'operazione.

Prima d'andarsene raccomandò ad Ernesta, per

carità facesse rispettare appuntino le ordinazioni

del medico, ed accostandosi a Leonardo gli disse per

l'ultima volta:

--Senti, oggi hai da stare tranquillissimo; faresti

bene a prendere un purgante blando.... No?

Lascia stare, non è assolutamente necessario, ma

la tranquillità sì è necessaria, e la voglio. Il dottor

Q..., non potendo venir oggi a vederti, ti ha

affidato a me, e se domani non ti trova come devi

essere, converrà differire ancora.... E ti garba l'aspettare?...

scommetto di no.

--No, no,--disse il cieco,--starò tranquillo.

--Va bene, ed ora me ne vado proprio....

Ma Leonardo gli stringeva la mano e non lo lasciava.

--Vuoi qualche cosa?--domandò Agenore;--ah!

ho capito!....

--No, non hai capito....--soggiunse il cieco

come mormorando fra sè e sè, ma in modo da essere

inteso dall'amico:--Non oggi, non oggi.

--Sta bene,--disse il dottore, ed uscì facendo

un cenno ad Ernesta.

La bella lo seguì nel salotto; si faceva forza, ma

tremava, aveva paura di qualche penosa rivelazione....

--Che vuol dirmi, dottore? Qualche brutta notizia?...

--No, anzi--rispose Agenore, cacciando le dita

nei taschini del panciotto per darsi un contegno,

tutt'altro.... ho un'ambasciata da farle....

--Un'ambasciata? A me?

--Cioè, ieri era un'ambasciata.... oggi muta carattere,

diventa una rivelazione....

--Una rivelazione!--ripete la bella, fissando gli

occhi a terra come per cercare d'indovinare.

--Già.... ecco.... siccome....--

Ad ogni parola Agenore levava le dita d'una mano

da un taschino e ve le ricacciava, alternando; finalmente

si fece forza e disse tutto d'un fiato:

--La cosa è tale e quale.... mi stia a sentire; ieri

Leonardo mi aveva pregato di dirgliela ed io aveva

promesso, poi Leonardo non volle più per certi suoi

scrupoli, ma ora io voglio, sebbene Leonardo non

voglia, e gliela dico: Leonardo è innamorato di sua

moglie.... ora ci pensi lei.

E tacque aspettando l'effetto delle sue parole.

--Ci ho pensato,--rispose la bella sorridendo

e impadronendosi della mano che fu prima ad uscire

dal taschino--grazie; ella ha un cuor d'oro... ed

io.... lo sapeva.....

--Sapeva che ho un cuor d'oro o che Leonardo?,..--

La bella non lo lasciò finire.

--L'una cosa e l'altra.--

Disse, scrollò la mano del medico stupefatto, rise

forte e fece atto d'andarsene; ma Agenore la trattenne.

--Dunque sono un ambasciatore in ritardo?...

Non ho maggior fortuna a trattare gl'interessi degli

amici che i miei? dunque?...

--Ottimo amico!--disse Ernesta.--

Agenore sospirò.

--È qualche cosa.... ma non mi basta; la risposta....

voglio la risposta, l'ho da portar io a Leonardo....

ci tengo....

--Mi dia tempo a pensare,--rispose scherzando

la bella.

--Ho capito,--concluse Agenore,--ho capito....

non una parola di più, ho capito; tornerò stasera.--

Ernesta lo seguì collo sguardo, finchè fu scomparso,

poi andò rasserenata presso al marito.

--Che ti ha detto Agenore?--le domandò il cieco.

--Mi ha ripetuto quello che aveva detto.... di

farti riposare; pare proprio che sia necessario....

tornerà stasera....

--Non altro?

--Non altro.

--Non sa egli se guarirò?

--Lo spera.--

Tutto quel mattino Ernesta parlò a monosillabi;

era inquieta, andava e veniva, a volte si fermava

d'un tratto nel mezzo della camera, e rimaneva

così immobile, distratta, finchè la voce dell'infermo

la toglieva all'attonitaggine.

Dopo il mezzodì, all'ora medesima della vigilia,

vedendo che Leonardo non le diceva nulla, fu lei

la prima a proporre.

--Dovresti fare un sonnellino; è l'ora più calda

del giorno, fa molto caldo oggi.... ti farà bene riposare

il capo, perchè cessi dal farneticare intorno

al giorno di domani.... dormi, ho sonno anch'io,

dormiremo entrambi.

--Sì! disse il cieco con impeto di desiderio;--sì....--

Ernesta spinse un seggiolone vicino a quello del

marito, vi si adagiò, poi disse scherzosamente:

«buona notte.»

Scherzoso era l'accento, ma le batteva il cuore

forte.

Questa volta Leonardo non seppe aspettare un

pezzo, nondimeno, quando con un filo di voce chiamò:

_Ernesta_! la bella non rispose. Allora il poveretto

si rizzò in piedi, si piegò sull'amata donna come

alla vigilia e la baciò lieve lieve sulle guance....

poi volle allontanarsi, ma si sentì trattenuto da

morbide braccia che gli si stringevano attorno al

collo, ed udì una sommessa voce, carezzevole, trepida,

ripetergli fra i baci:--Leonardo mio! Leonardo

mio!--

Il poveretto non era più cieco, poichè vedeva un

paradiso.

XIX.

È lui, è lui!

La foga degli affetti inonda il cuore e lo sommerge,

la folla delle idee, invece di illuminare la

mente, la scombuia. Come le grandi gioie ed i gran

dolori, così le tenerezze grandi sono mute.

Tacquero.

Per un pezzo, stretti in quel laccio amoroso, carezzati

e carezzevoli, rimasero come estatici ad

ascoltare l'affrettato martello dei loro cuori; e

quando Leonardo ruppe il silenzio, mormorando coll'accento

dell'adorazione il nome di Ernesta, parve

quella l'estrema parola d'un poema che avevano

letto insieme, l'ultima nota d'una bella musica intesa

da essi soli.

Amore bendato · 第 6 / 8 段