situazione strategica; non hai da perdere tempo,
se no Ernesta ti scappa. Ieri soltanto la facevi da
vincitore che concede una tregua, oggi sei alla vigilia
di levare l'assedio e di battere in ritirata.
Bada un po' che ti capita: i Leonardi ciechi furono
da tempo immemorabile l'ideale di tutte le Erneste
ridotte a capitolare nelle braccia d'un dottore; e
invece eccoti una moglie, che pareva disposta a
fare la sua eroica scappatella fuor del territorio
coniugale, rimanervi perchè il marito non ci vede!
Ernesta ha una testolina bizzarra che pensa le
cose al rovescio delle solite testoline bizzarre; ma
tu non puoi già cambiarla, spianarne i bernoccoli,
rimpastarle il fosforo; ti conviene pigliarla com'è,
o lasciarla, ed ahi! è più difficile pigliarla che lasciarla!
Ricapitola le idee, raduna le tue forze, decidi.
La condizione è ancora buona, ma minaccia
di farsi pessima; ciò che oggi è scrupolo, domani
può diventare sentimento; lascia fare alla compassione,
e la tua bella assediata ti casca nel tenerume;
e se per poco stringe alleanza col marito,
quello che hai avuto hai avuto.... E che cosa hai
avuto? Fa bene i tuoi conti, totale: zero. Sei stato
troppo generoso, dottor Agenore. Un uomo della tua
fatta, grande, grosso, belloccio, con una testa espressiva!...
Via, è una vergogna; lo specchio istesso ti
canzona.... Al punto a cui sono giunte le cose la
guerra d'astuzie non giova.... bada, il nodo della
cravatta non è preciso, tiralo più a diritta... troppo,
più a mancina, così va bene.... ma non hai a credere
che basti; è vero, hai molto trascurato finora
il nodo della cravatta, ma ad ogni modo non basta;
fi sei fidato ai vezzi della tua zazzera tirata indietro,
alla debolezza della fibra femminina, ed anche
questo non basta: il più ed il meglio doveva farlo
l'audacia.... Confessalo, sei stato timido come un
seminarista.... Però non dimenticare di raderti;
barba rasa di fresco è mezza bellezza. Due colpi di
rasoio in fretta.... aggiusta ancora il nodo della cravatta
che è andato di sghimbescio.... così.... indossa
il farsetto da mattina, fa spuntare i polsini, nè
troppo nè troppo poco, pianta il cappello a tubo
perpendicolarmente sulla nuca, un'ultima guardatina
allo specchio.... sei in arnese, non ti manca
nulla.... tranne la bacchetta di giunco ed un programma:
Ecco la bacchetta ed ecco il programma:
arrivi in casa dell'amico Leonardo verso le dieci
del mattino, e appena ti trovi innanzi ad Ernesta
te la stringi al cuore senza fiatare. Il silenzio è
necessario. Il resto verrà da sè. Tutto sta ad abbracciarla;
se non l'abbracci, dottor Agenore, ti
scappa.--
Il dottore, che si era fermato un istante sulla
soglia di casa sua, a questo punto girò la maniglia
dell'uscio e scese solennemente le scale.
XIII.
In cui il dottor Agenore ne fa una grossa.
Alle nove venne annunciata la visita della pietosa
Virginia Rinucci, la quale fece dignitosamente il
suo ingresso nella camera della cugina. Ernesta le
venne incontro e notò a bella prima che faceva il
bocchino in un modo insolito, indizio infallibile di
maggior solennità. In fatti ella recava cose fauste,
nientemeno che l'annuncio ufficiale d'una visita di
babbo e mamma Rinucci; la corporazione coniugale
doveva venire al mezzodì in punto.
Ernesta riuscì a dissimulare la propria commozione
per questo avvenimento e si accontentò di
dire che gli zii Rinucci farebbero molto piacere a
Leonardo.
Qui venne naturale che l'amabile cuginetta domandasse
se Leonardo era visibile. Era visibile. All'atto
di uscire dalla camera, Virginia fu impressionata
dall'ordine, eccessivo in quell'ora, che vi
regnava.--
«Ho dormito sopra un divano--disse Ernesta.
--In camera di Leonardo?
--Già.--
Virginia rispose al monosillabo con una stretta
di mano silenziosa. Era impossibile con minor numero
di parole e con maggiore sussiego dire alla
cugina:
--Brava, sono contenta di te.--
La cugina non si mostrò eccessivamente lusingata
di questa tacita approvazione, e levando lo
sguardo al soffitto parve invocare mentalmente la
misericordia del cielo su quella testina di stoppa.
Quando Virginia fu innanzi al cieco, la sua pietà
divenne mutola; stette così un bel tratto, finchè
Leonardo stesso domandò chi fosse nella camera;
allora facendosi forza si nominò e ripetè il fausto
annunzio della visita dei coniugi Rinucci; poi si
guardò intorno cercando argomenti, e non trovandone
tacque, rifece il bocchino, ripigliò il sussiego.
Poco stante Leonardo disse che voleva levarsi da
letto; Ernesta chiamò Bortolo perchè aiutasse il
suo padrone a vestirsi e fece atto di uscir dalla
camera, preceduta dalla cugina; ma quando costei
era già per metà fuori dell'uscio, essa tornò frettolosamente
al capezzale del marito a dirgli con
voce sommessa:
--Vuoi nulla da me?
--Nulla.
--Sono nel salotto; quando chiamerai, verrò.
--Grazie,--rispose Leonardo.
Nello stesso tempo s'intese un lieve grido dietro
l'uscio che si riaprì; apparve il dottor Agenore.
Aveva la faccia arrossata, non salutò nemmeno Ernesta
ed entrò in funzione ex abrupto domandando
all'ammalato il polso e la lingua.
Che cosa era avvenuto?
Ecco: il dottore Agenore entrava dall'anticamera
piena di luce nel salotto, in cui si faceva di buon
mattino la guerra al sole; era giunto tentoni fin
presso all'uscio che metteva nella camera del cieco,
quando l'uscio si aprì ed apparve una figura femminile.--Abbracciala,
se no ti scappa.--Ed egli
aveva schiuso le braccia per tirarsi sul petto la
bella. Ma la bella, che veniva da una camera più
oscura, vide l'atto, ne comprese l'intenzione, e diè
indietro gridando al par d'una tortora spaurita. Il
dottor Agenore riconosciuto l'errore stette un istante
a braccia aperte come un crocifisso, e nella confusione
finì alla meglio l'atto, stringendo con soverchia
cordialità le due mani dell'amabile Virginia
Rinucci.--Scusi.... buon giorno... come sta?--disse,
balbettò, spinse l'uscio e si pose in salvo.
Ernesta guardò un istante il dottore con un impercettibile
sorriso di malizia, poi andò a raggiungere
la cuginetta.
Per tutto il tempo impiegato da Bortolo nell'aiutare
a vestire il padrone, Agenore parve affaccendarsi
singolarmente egli pure intorno all'amico Leonardo;
in realtà non faceva nulla, pensava.
L'avea fatta grossa! La misurava coll'occhio da
tutti i lati--l'avea fatta grossa!
Che cosa doveva argomentare la signorina Rinucci
da quella ginnastica incominciata in un amplesso
e finita in una stretta di mano bislacca? Una
cosa sola evidentemente, il vero. Oltre che l'equivoco
era evidente, egli aveva dovuto confessarlo
chiedendone scusa. Dunque? Dunque Ernesta era
compromessa, dunque la pace di lei era minacciata,
minacciata la sicura oscurità del piccolo adulterio
preparato con tante fatiche... Ah! non se ne sapeva
dar pace.
Quando Leonardo fu accomodato nel seggiolone e
le due donne rientrarono nella camera, il dottor
Agenore avea il naso sopra una specie di taccuino.
Per non leggere di peggio sulla faccia della signorina
Virginia, leggeva il manuale medico. Finalmente
si arrischiò a spingere pian pianino uno
sguardo innanzi a sè, facendolo strisciare sui fogli,
e vide... Quello che vide, se non gli ridonò la baldanza,
almeno gli fe' rialzare il capo del tutto: vide
Ernesta sorridente e l'amabile cuginetta che chinava
gli occhi pudibondi a terra e si faceva rossa
rossa--uno spettacolo da tentare un pittore
d'idillii.
--Buone nuove,--disse allora facendo uno sforzo
per rientrare nella sua gravità dottorale,--buone
nuove; l'_infiammazione del bulbo_ è quasi cessata,
fra qualche giorno spero che più nulla s'opporrà
all'operazione.--
Virginia Rinucci, facendosi di tutti i colori e
guardando Agenore languidamente, si arrischiò a
domandare se la cateratta era matura.
--È maturissima--rispose il dottore cercando
invano d'ingrossar la voce,--e l'operazione è indicata,
indicatissima, quanto allo stato caterattoso;
però ci è l'infiammazione del bulbo, e l'infiammazione
del bulbo è una _contro indicazioni temporanea_.....
mi spiego?
--Perfettamente.
--Oh!... cessata l'infiammazione del bulbo, faremo
l'operazione; parlerò al dottor Q... _specialista_
celebre...
--Non sarà lei l'operatore?--domandò Ernesta.
La signorina Rinucci stava evidentemente per
fare la stessa domanda, perchè aprì la bocca e la
richiuse guardando prima Ernesta e poi il dottore.
--Signore no,--rispose Agenore modestamente;--non
sono da tanto; le operazioni di questa
fatta richiedono uno _specialista_; io sarò l'assistente.
--Grazie,--disse Leonardo;--e quando vedrai
il dottor Q...?
--Domani.--
Stettero tutti in silenzio immaginando che Leonardo
parlasse ancora; ma egli non disse più nulla.
La conversazione cadde di peso. Poco dopo il dottore
era tornato al suo primo pensiero e guardava
ogni tanto alla sfuggita la signorina Rinucci, la
quale ad ogni volta chinava gli occhi pudicissimamente.
Solo Ernesta non sorrideva più; si era fatta
seria in viso e contemplava la faccia melanconica
del cieco.
--Ah!--esclamò il dottore ad un tratto.
--Che cos'ha?--chiese Ernesta.
--Ho... ho...
Aveva un'idea luminosa, il modo di rattoppare
la sbadataggine. Tutto oramai si riduceva a questo:
far sapere all'amabile cuginetta che l'amplesso rudimentale,
di cui ella era stata vittima, portava
un altro indirizzo, che apparteneva come provento
d'ufficio alla cameriera, ad Olimpia, e che era un
innocente amplesso reo di questa unica colpa, di
essere stato dato in salotto e non in anticamera.
--Ho....--soggiunse Agenore,--che è quasi
mezzogiorno... e che a quest'ora dovrei essere....
--Il babbo sarà qui a momenti,--osservò Virginia.
--Signorina,--le disse il dottore che le si era
avvicinato approfittando dell'attonitaggine di Ernesta--signorina,
poc'anzi io.... bisogna che le
spieghi...
La pudica Virginia chinò gli occhi a terra.--Parli
al babbo...--disse, rialzò il capo e ripetè più
forte della prima volta:--il babbo sarà qui a momenti...--
Alle prime parole il dottor Agenore spenzolò le
braccia lungo i fianchi e rimase senza fiato; alle
ultime si scosse, strinse la mano dell'amico Leonardo,
salutò le due signore e prese la fuga.
XIV.
Primi bagliori nel buio.
Passarono i giorni, simili nel muto dolore ma non
monotoni nè angosciosi, come Ernesta aveva immaginato.
Sotto l'infinita melanconia di quella casa abitata
dalla sventura s'indovinava ora una inalterabile
serenità, un'armonia sommessa, una specie di gioia
nascosta e mille soavi sentimenti senza nome. I due
cuori, aperti per lo innanzi alle iruzze terrene, si
erano chiusi a tutto ciò che non venisse dall'alto.
Nelle anime prima esacerbate dal puntiglio, dalle
stizze, era entrata una forza nuova che comandava
la pace; alle aspre guerricciuole combattute
a punta di spillo succedeva il santo rito d'una pietosa,
benedetto dalla gratitudine d'un infelice. Si
sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia
che corregge i guasti della sventura, la gran
dolcezza che si mesce agli sconforti più amari, la
solenne parola che pare scendere dal cielo, quando
mute sono le voci terrene: «coraggio,» e l'altra
che prorompe dal cuore e trova la via fra le lagrime,
quando tutt'intorno è il silenzio disperato:
«siamo infelici, amiamoci!»
Il dolore fa grandi, dà alle creature umane qualche
cosa della divinità.
Ernesta era ingegnosa nel ritrovare mille modi
per alleviare la buia solitudine del povero cieco.
--Passeggiamo--gli aveva detto un giorno,--ti
appoggerai al mio braccio; ti farà bene un po' di
moto.--
Leonardo avea accettato con riconoscenza, avea
posto una mano sull'omero della dama gentile ed
era andato in giro per le camere.
--Quando cammino,--diceva--se per poco
mi distraggo sembrami ad ogni passo di attraversare
una distanza enorme; a volte il fermarmi non
vale a cancellare questa impressione, il mondo nero
continua a passarmi dinanzi; è una specie di passeggiata
nel caos.
--E ti spiace?
--No, perchè sono teco,--rispondeva sorridendo,--e
tu mi dai coraggio, mi rassicuri
che sotto i miei piedi non ci è l'abisso, e che se
mi cacciassi a perdermi nel vuoto mi tratterresti.
No, non mi spiace, mi sembra di tornare bambino,
quando chiudevo gli occhi sulle ginocchia di mia
madre per vedere il vuoto che a poco a poco si
popolava d'immagini giranti a turbine, finchè anch'io
diventavo un atomo di quel caos e giravo
anch'io a turbine.
--Facevo io pure così,--diceva Ernesta con
un riso melanconico;--qualche volta lo tento ancora,
ma non mi riesce; è un giuoco che va fatto
fra le ginocchia della mamma.--
Queste brevi passeggiate chiamavano sempre il
sorriso sulle labbra dei due poveretti: era raro che
Leonardo non si fermasse d'un tratto per dire un'idea
faceta o bambinesca che gli veniva allora.
--Facciamo un giuoco, disse una volta.
--Facciamolo--disse Ernesta.
--Tu mi condurrai per mano, mi farai girare per
le stanze, qua, là, cercando di farmi perdere, poi
ci fermeremo ed io dovrò indovinare.
--Ho capito, lo chiamavamo giuocare al labirinto;
chi non indovinava faceva la penitenza.--
Leonardo indovinava sempre, e non solo sapeva
dire in qual camera, ma anche in qual punto, vicino
a qual mobile si trovasse: Ernesta raddoppiava
gli artifizi, gli inganni, le giravolte e finiva
sempre con dire:--bravo!--
Spesso a quei puerili trastulli succedeva uno sconforto
più intenso, un pensiero più tetro, un'immagine
più melanconica.
«È proprio vero che ci sono le stelle nel cielo
azzurro ed i profili fantastici delle piante nella
notte, e di giorno il verde immenso, le nuvole di
porpora e d'oro, i riflessi del sole? È proprio vero?
A volte penso che non io sia cieco, ma che tutto
siasi cancellato per sempre dallo spazio, che i colori,
i contorni, siano andati perduti nel buio senza
fine.... Dimmi che tu vedi le nuvole d'oro e il verde
della campagna... dimmelo, Ernesta.
«Lo vedo, lo vedrai tu pure,--balbettava la
povera donna con accento carezzevole.
Nulla rispondeva Leonardo, lagrimava in silenzio,
ed alla voce sommessa, piena di singhiozzi frenati,
che lo scongiurava di acquetarsi, diceva finalmente
con un nuovo impeto melanconico:
«Oh! lascia ch'io pianga; non mi rimangono occhi
che per piangere!»
Poi si diradava il nugolo e ricompariva la sola
luce di quell'esistenza, un pensiero gaio, la sola luce
di quel pallido volto, il sorriso.
«Debbe essere curioso vedermi attraversare le
camere vicino a te; che bizzarro contrasto! io
lungo lungo, tu piccina al paragone, tu piena di
vivacità, di grazia e di luce, io spento, impacciato,
stecchito. Ci deve essere una folla de' tuoi spiritelli che
si tira indietro e si nasconde nel vano delle finestre
per lasciarmi passare. Come devono ridere di me!»
Ogni giorno, spesso più volte in uno stesso giorno,
Ernesta faceva la lettura; era una festa pel cieco,
il quale indicava i libri come sapeva meglio, generalmente
per via di esclusione. Questo no, quello
nemmeno--li aveva letti tutti; infine i soli volumi
che non avesse letto erano i _Saggi_ del Montaigne,
le _Confessioni_ di Sant'Agostino, le Prose del Leopardi
ed i _Caratteri_ del La Bruyere, capitati non
si sa come fra il _Visconte di Faublas_, il _Linguaggio
dei Fiori_ ed i romanzi di Paul de Kock.
Ernesta leggeva bene, senza solennità, ma punteggiando
le frasi coll'accento e colle pause; aveva
una vocina morbida, chiara, dolce, che ingentiliva
il vecchio francese del Montaigne e dava un vezzo
singolare alla prosa volgarizzata di Sant'Agostino.
A mezzo d'un periodo, ad un epiteto forte, ad un
paragone strano, ad uno dei mille aneddoti, coi quali
il semplice e profondo pensatore francese infiora le
sue idee, Leonardo faceva cenno alla vaga leggitrice
di star zitta, si arrestava un istante in meditazione,
poi accennava di proseguire; dopo una mezz'ora di
lettura al più:
«Basta,--diceva,--non voglio che ti stanchi...
grazie.
--Non sono stanca....
--Grazie... devo ora pensare a quello che ho
letto...
E pensava; lungo tratto d'ora stava così immobile,
colla testa appoggiata alla spalliera del seggiolone;
spesso Ernesta credendolo addormentato camminava
sulla punta dei piedi per non destarlo, ed
allora egli si scuoteva mostrando a fior di labbra
un sorriso.
.... Passavano così i giorni, simili nel muto
dolore, ma non monotoni nè angosciosi. S'indovinava
un'inalterabile serenità, una specie di gioia
nascosta; si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria
l'armonia che corregge i guasti della sventura,
la gran dolcezza che si mesce agli sconforti
più amari.
Oh! sì, il dolore fa grandi, dà alle creature umane
un riflesso della divinità!
XV.
Inventario di cose e d'uomini.
«Stamane sono di buon'umore--disse Leonardo
alla sua compagna,--vieni meco, Ernesta, andiamo
a spasso; ti voglio fare l'inventario di tutti i mobili
della casa, incominciando dal salotto; vedrai come
li ho in mente! Se ne ho dimenticato qualcuno, me
lo ricorderai, ho bisogno di radunare le mie memorie--sono
esse il mio mondo. Quanti luoghi ho attraversati
frettoloso, sbadatamente, e che ora avrei
caro di rivedere col pensiero!... Per esempio il caffè
Cova ed il Circolo li ho scolpiti nel cervello.... è
qualche cosa, ma ci era posto anche per altro, ti
pare?»
Ernesta rispose con una stretta di mano, con una
muta carezza, accusandosi in cuore di essere stata
la prima a fare a Leonardo il rimprovero che ora
egli faceva a sè medesimo.
«Sì,--disse poi con accento ilare per sviare il
pensiero del cieco,--sì, andiamo a spasso, mi farai
l'inventario dei mobili della casa.
--Incominciamo dal salotto,--soggiunse Leonardo,
avviandosi al braccio della moglie.
--Senti questo ch'io tocco; che cosa è?
--Una tenda americana; vi è dipinta una pianta
a larghi fogliami, sopra un fondo color di porpora
che raffigura il cielo del tropico.
--Bravissimo, ora va innanzi.
--Nel vano della finestra vi è un tavolinetto
dipinto, con dorature ed intarsii di madreperla; il
dipinto rappresenta un paesaggio turco con un
crocchio d'uomini che fumano la pipa....
--Bravissimo.
--Sul tavolino un albo di ritratti, un grosso albo
con coperta di tartaruga e fermagli dorati.
--L'albo ci era, ma non ci è più; ha mutato
posto.... ora è sul tavolino di mezzo.... innanzi.--
Il suono del campanello interruppe il curioso inventario;
Ernesta volse gli occhi all'uscio d'ingresso
e Leonardo si tenne immobile nel vano della finestra.
«È Agenore,--diss'egli appena udì il rumore dei
passi nell'anticamera, e subito dopo aggiunse:--non
è solo.»
Era in fatti Agenore accompagnato dal dottor Q...
oculista celebre.
La festicciola scherzosa finì. Si cancellò dai volti
melanconici quel pallido riflesso di gioia, e l'inquietudine
tornò a battere al cuore di Ernesta più
forte che mai, e la rigidità della sventura incatenò
ancora le membra del cieco.
Stava per aprirsi uno spiraglio nell'avvenire.
Il dottor Q... entrò, fece un saluto cortese col
capo, e senza perdersi in parole inutili, sciolse
egli stesso la benda del cieco per esaminarne gli
occhi alla luce della finestra.
Perfino il cuore di Agenore batteva affrettato.
Ernesta collo sguardo intento spiava una buona
novella, un incoraggiamento, una speranza sulla
faccia del dottore, il quale rimase impassibile e
sereno. Solo quando ebbe rimessa la benda all'infermo,
l'oculista disse queste parole:--Fra una
settimana.
Un atto di contentezza di Agenore commentò la
frase monca così:
«Fra una settimana si potrà fare l'operazione.»
Ernesta avrebbe voluto che il celebre medico rispondesse
a cento domande, che essa non osava
fare. Si aveva certezza, o probabilità, od almeno
speranza di guarigione? Quando il medico fu per
andarsene, la povera donna si fece forte.
--Riescono bene queste operazioni? domandò con
un filo di voce.
--Riescono quasi sempre bene, rispose il dottor
Q.... con accento benevolo;--si faccia coraggio.
Per spiegar meglio quel concetto, Agenore aggiunse
sottovoce:
«Quanto a riescire, riescono.... ma!...»
E tenne dietro all'oculista promettendo di ritornare
dopo il mezzodì.
Ancora Leonardo ed Ernesta rimasero soli.
«Innanzi,--disse la povera donna facendosi
forza per nascondere il suo affanno,--innanzi; sei
rimasto al tavolinetto nero con intarsiature di madreperla.
--Che uomo è il dottore?--domandò il cieco.
--Un uomo di aspetto comune, ma con una faccia
buona.
--È vero, ha la voce affabile... è alto?
--No, mezzano.
--E come è? Voglio vederlo....
--Vedilo, disse Ernesta scherzosamente;--è un
poco tarchiato, ha i capelli grigi, niente barba, mustacchi
più neri che bianchi, fronte alta, naso medio,
bocca grande... Lo vedi?
--No, rispose Leonardo.....
--Aspetta: fisionomia seria, occhi lucenti....
--È inutile; me ne farei un'immagine fantastica.--osservò
il cieco; mi ricordo ora che prima
di conoscerti, quando si parlava di te in casa Rinucci,
mi fu descritto il colore de' tuoi capelli, dei
tuoi occhi, la forma del tuo naso....
--Povero naso!--chi sa come lo calunniava
la mia cuginetta!
--Ebbene,--proseguì il cieco sorridendo,--quando
vidi te la prima volta, ti trovai tutta diversa
da quello che t'immaginavo... Confrontando
ora l'immagine che mi ero fatta, e la tua, trovo
che, perchè mi avevano dipinta una bruna, io t'aveva
immaginata nera, e perchè avevano parlato d'una
donnetta piuttosto piccola di statura, io ti vedeva
nana.... Il dottore Q....--soggiunse dopo breve silenzio
con accento scherzoso che mal dissimulava
l'inquietudine,--è celebre... e nel caso mio la fiducia
ha da esser cieca... Proseguiamo l'inventario;
eravamo rimasti all'albo.... ov'è l'albo?
--Sul tavolino di mezzo....
--Lasciamo stare l'inventario, guardiamo insieme
l'albo.»
Ernesta obbedì senza dir parola, trasse il cieco a
sedere sul divano, gli pose sulla ginocchia il grosso
volume, l'aprì ed incominciò:
«Vittorio Emanuele II, il Principe ereditario, la
principessa Margherita....
--Saltiamo i principi,--disse Leonardo, voltando
alcuni fogli.
--Tuo padre e tua madre.»
Il cieco non disse nulla, stette un istante a capo
basso, come cercando di veder meglio quelle amate
sembianze, poi voltò la pagina lentamente.
«Un bel giovinetto, lungo lungo, con due baffetti
neri ed un'aria di storditello....
--Io,--disse il cieco; e rise forte.
--Una giovinettina piccina, quasi nana, molto
bruna, quasi nera, con un naso fatto così e così....
--Tu!--e rise più forte.
--Il baronetto William.
--Gli fui padrino in un duello.... un bel giovine
alto, elegante... lo vedo.»
Ad Ernesta venne, non so per qual via, l'idea bislacca
di ingannare la buona fede del cieco, collocando
mentalmente, subito dopo il ritratto del baronetto
William, un altro ritratto che ella sapeva
sepolto sotto un monte di libri.... e disse colla massima
indifferenza:
--La B.... prima ballerina assoluta di _rango francese_...
stagione di carnevale e quaresima alla Scala.--
Il cieco sorrise.
--Come fa a trovarsi nell'albo quel ritratto?
--Ma!...--
Quando furono giunti all'ultima pagina, Leonardo
stette immobile come per evocare nel buio le sembianze
di tanta gente nota, finchè Olimpia venne a
chiamare la signora per causa della minestrina del
signore.
Bisogna sapere che le minestrine andavano soggette
alla revisione di Ernesta, senza di che non
potevano ristorare l'organismo del signore.
Rimasto solo, il povero cieco riaprì l'albo che
ancora aveva fra le mani, fe' passare ad uno ad
uno parecchi fogli contandoli; leggiero come una
carezza, passò l'indice sopra una pagina; poi accostò
insieme il volume e la bocca, e le labbra
mormoranti una parola sommessa tenne a lungo fisse
sopra le sembianze d'una giovinetta nè troppo piccina
nè troppo bruna, ma con un naso fatto così e
così....
XVI.
Risultato ultimo d'una discussione filosofica.
Da molti giorni Ernesta non era uscita di casa.
--Ti ammalerai--aveva detto il cieco,--perderai
il roseo delle guancie, ed io non potrò nemmeno
accorgermene per dirti: «cattivella, vedi!»
Quel pomeriggio l'infermiera si arrese, accettò di
scendere in giardino a fare una passeggiata, a
patto che il dottor Agenore rimanesse a tener allegro
l'ammalato.
Dalla finestra dischiusa si scorgeva la bella donna
che passava nei viali, salutata dai passeri e preceduta
di albero in albero dall'usignuolo, ed Ernesta
anch'essa poteva vedere i volti ravvicinati del marito
e del dottore.
Un pezzo i due amici stettero senza parlare; Leonardo
pensava, e lo stesso Agenore, seguendo cogli
occhi la bella, si distraeva imperdonabilmente,
considerate le funzioni ciarliere che egli aveva accettate.
--Dove è ora Ernesta?--domandò il cieco.
--Fa il giro dell'ippocastano... si mette in un
viale... si allontana...
--Le farà bene un po' di moto.
--Le farà bene...
--Tanto più se vi era avvezza, perchè doveva
passeggiare molto in campagna... non è vero?
--Credo di sì...
--Non fosti mai a trovarla?
--Parecchie volte.--
Leonardo stette zitto aspettando che l'altro dicesse
di più, e finalmente osservò:
--Doveva annoiarsi in campagna!--
Il dottore zitto.
--Dov'è ora Ernesta?
--Sotto il padiglione.--
Nuovo silenzio.