Quali diritti vantava Leonardo sopra di lei? Nessuno:

potendo serbarne, non aveva voluto. E in

fondo chi era Leonardo? Uno, in compagnia del

quale ella aveva fatto un breve sogno ed un lungo

viaggio circolare; uno che aveva abitato nella stessa

casa, che le dava del _tu_, e le consentiva il diritto

di portare il suo nome--null'altro. Nè i bisogni li

avevano stretti di più, nè gli affetti si erano sostituiti

ai bisogni. Sentimenti, idee, abitudini, credenze,

tutto era contrario fra di loro, o per lo meno diverso,

o per lo meno ignoto. In fondo chi era Leonardo?

Un estraneo.

Che dirà il mondo?... Il mondo! una grossa parola.

In quanti sono a fare il mondo? E quali sono?

Cinquanta avventori del Caffè, cinquanta del Circolo,

una ventina di amiche e di conoscenze--ecco il

mondo! Bisogna avergli riguardo, poveretto, perchè

è molto maligno, molto ciarliero e molto annoiato.

Bisogna recitare la commedia del sagrificio per questo

scioperato che non crede alla virtù, che fa il

cinico per mancanza di spirito, che fa lo scettico

per nascondere la vacuità del pensiero.

Tolto l'amore che santifica, il sagrifizio si misura

per quello che vale. E quanto potrebbe valere il

suo? E sapeva ella se Leonardo stesso non preferisse

le cure accorte d'una infermiera già pratica

a quelle d'una infermiera novizia?

Quando Ernesta aveva risposto a tutte queste domande,

ci pensava ancora; era come una lotta con

un nemico invisibile e forte solo della sua inerzia.

Fu in una di queste tregue che venne recata una

lettera col bollo di Milano. Era della cuginetta. Diceva

in caratteri calligrafici alla cara Ernesta che

«il cuore le consigliava di scriverle, e che scrivendo

essa sapeva di compiere un dovere;» annunciava

la cecità di Leonardo e notava con lirismo alquanto

prolisso come il disgraziato non dovesse più

vedere «le belle stelle, i bei fiori, il verde dei prati,

l'azzurro del firmamento.» Scongiurava Ernesta tornasse

nel tetto coniugale, avvertendo fra parentesi

che ella sapeva tutto; finiva col dire in bel modo

che ella sarebbe «orgogliosa e felice d'aver indotto

la cugina a rientrare nella via del dovere....»

Oh! questa proprio ci voleva per non farla muovere

da Bellagio! Il dispetto divampò un istante

nei begli occhi lucenti, poi si spense.

E da capo Ernesta si rifece a pensare.

Mezz'ora dopo essa scriveva:

«_Amabile Cuginetta_,

«Il desiderio di concorrere a farmi rientrare

nella via del dovere non ti ha fatto affrettare

abbastanza. La tua lettera ha trovato le mie valigie

pronte. Ti ringrazio infinitamente dell'intenzione,

ma sarai lieta anche tu di sapere che

la tua eloquenza tenera non entra per nulla nella

determinazione che ho presa. In fretta.--Ernesta.»

Più tardi gli stornelli si staccarono come un nugolo

dal tetto della casa e parvero accompagnare

la padroncina che se ne andava.

X.

Cieco!

Per via era stata sorretta dall'entusiasmo del sagrificio;

ma come fu a Milano, Ernesta sentì venir

meno il proposito preso, e solo per quella specie di

forza d'inerzia che continua gli effetti della prima

determinazione, giunse sino alla soglia di casa sua.

Entrò.... le batteva il cuore forte.

Bortolo, vedendola, levò le braccia al cielo, e

pianse in silenzio; Ernesta strinse fra le sue le

mani del vecchio, snodò i nastri del cappellino e

non se lo tolse dal capo, consegnò la valigetta al

servitore e sedette sopra uno sgabello dell'anticamera.

Stette alcuni istanti immobile in faccia al

vecchio che la guardava crollando il capo canuto,

poi si rizzò in piedi, ma non si mosse. Finalmente

si avviò a passi lenti, attraversò le camere, si arrestò

innanzi all'uscio socchiuso della stanza dell'infermo.

Bortolo veniva dietro come trasognato, colla

valigetta in mano.

Non si udiva alcun rumore. Ernesta spinse lentamente

l'uscio e s'inoltrò in preda ad una commozione

insolita. Da principio non vide nulla; gli occhi

suoi, ancora impressionati dalla luce viva, non

riuscivano ad afferrare un raggio nelle ombre fitte;

quasi prima di vederlo, intese un passo, ed indovinò

il dottore e sentì la larga mano posarsi sulle

sue. Si fece ancora innanzi, e vide un'ombra nera

nel mezzo, ed avvezzando l'occhio alla scarsa luce,

riconobbe Leonardo seduto sopra un ampio seggiolone,

colla testa appoggiata allo schienale e cogli

occhi bendati.... Le si strinse il cuore, si sentì invadere

da un'onda di pietà e non giunse in tempo

a soffocare un singhiozzo.

Leonardo volse leggermente il capo dalla parte di

Ernesta, e parve stare in ascolto; non udendo più

nulla, ripigliò la positura di prima. Ernesta rialzò gli

occhi ancora lagrimosi e circondò con uno sguardo

di tenerezza il quadro melanconico! Quell'uomo già

così irrequieto, così vivace, così ciarliero, così ridente,

ora rimaneva immobile, muto; la faccia scialba

si era composta ad una gravità insolita; il lungo

corpo come inchiodato sopra un seggiolone aveva

tutta la solennità della sventura.

Il dottore Agenore mandò via con un cenno Bortolo,

e come fu solo con Ernesta, volle prenderle la mano,

che la bella divincolò dolcemente; allora egli si fe'

presso all'infermo, gli toccò il polso e lo chiamò

sommessamente a nome:

--Leonardo!--

Ernesta si appoggiò allo schienale del seggiolone

e si tirò indietro come per nascondersi.

--Leonardo!--ripetè Agenore,--ma non ebbe

risposta.

Il dottore fece il giro badando a non inciampare

nelle gambe allungate del cieco, e venne presso ad

Ernesta.

--Dorme,--disse sottovoce,--sicuramente

dorme; cara signora, ella fa un'azione generosa; riconosco

la sua bell'_anima_.--

L'ultima parola torturò alquanto le labbra del

dottore, il quale cercò di compensarle della fatica

fatta con un bacio sulla manina bianca della bella

donna. Ma Ernesta si sciolse da quella stretta con

un movimento brusco, guardò il volto dell'infermo,

poi disse senza collera, ma con dignità, accennando

Leonardo:

--Egli non ci vede....

--Sicuramente no,--rispose Agenore,--appunto

per questo.... se ci vedesse, non dico.--

Ernesta non si lasciò persuadere, si staccò lentamente

dal dottore ed andò a sedere in un canto.

Agenore le venne presso.

--È proprio cieco del tutto?--domandò poco

stante la bella.

--Del tutto.

--Una cateratta?

--Sissignora; a Spa ebbe un febbrone, un'infiammazione

della pleura, poi una granulazione che

affrettò la cateratta, la quale ora è perfetta e quasi

matura per l'operazione.

--È un'operazione facile?

--Facilissima.

--Dolorosa?

--Dolorosa.

--Molto?

--Molto.--

Ernesta tacque un istante; poi ripigliò:

--È almeno sicura quest'operazione?

--Sicurissima.

--E riesce sempre?

--Riesce sempre.

--E ridona perfettamente la vista?

--Qualche volta sì....

--Come?

--La riuscita d'un'operazione non dipende dal risultato

finale; si dice che un'operazione è riuscita

benissimo, quando tutte le regole dell'arte si sono

potute mettere in atto senza contrasti fisiologici nè

accidentali.... All'anfiteatro anatomico si fanno, per

norma degli studiosi, centinaia e centinaia di operazioni

che riescono quasi tutte bene, e pure si

fanno sopra gente che non ci guadagna nulla, e che

dopo l'operazione rimane morta nè più nè meno di

prima.

--È almeno facile la guarigione?--domandò Ernesta.

--Facile no; molte volte, dopo un'operazione ben

riuscita, la cateratta si riproduce; oppure....

Ernesta l'interruppe posandogli una mano sui

braccio.

--Si muove....--

Il dottore andò presso l'infermo, gli toccò il polso

e gli parlò con accento di tenerezza.

--Leonardo....

--Agenore.... rispose una voce dolente che fece

palpitare il cuore della povera donna.

--Come ti senti?

--Bene.

--Ti bruciano gli occhi?

--No....

--L'infiammazione cessa; tanto meglio.... mi

raccomando, bevi la tua pozione, mangia le minestrine,

e non agitarti; procura di dormire.... io me

ne vado, tornerò stanotte.

--Grazie--disse Leonardo--rimango solo?

Prima di rispondere, Agenore guardò Ernesta, la

quale gli fe' cenno di non dir nulla.

--No.... qualcuno starà sempre in camera con

te.... ed in ogni caso.... ecco il cordone del campanello....--

Agenore parlava al cieco coll'accento, con cui si

parla ai fanciulli quando sono malati; in fondo egli

voleva bene a Leonardo, il che non toglieva agli

occhi suoi la legittimità dei propri diritti sopra

Ernesta.

Questa volta comprese che bisognava rispettare

le prime impressioni e se ne andò, accontentandosi

di un saluto dei più semplici. Marito e moglie rimasero

soli. Ernesta sentiva un impaccio singolare,

una debolezza nuova; combattuta fra gl'impeti della

pietà e le riluttanze della fierezza, tratteneva il respiro

come paurosa di svelarsi.

Per alcuni istanti il silenzio fu profondo.

--Bortolo!--chiamò poco dopo l'infermo.

Ernesta sussultò leggermente e non rispose.

--Bortolo!--ripetè Leonardo colla stessa inflessione

di voce--ho sete....

La povera donna si staccò con uno sforzo dalla

seggiola, venne presso al cieco e gli porse il bicchiere

contenente la pozione.

Il disgraziato cercò la mano e la lisciò leggermente,

bevette un sorso e riconsegnò il bicchiere

senza dir nulla.

Ernesta tremava da capo a' piedi; guardò il volto

pallido del marito, ed alla povera luce che vi batteva

sopra vide due lagrime uscire lentamente di

sotto alla benda nera; allora sentì sciogliersi i nodi

che la trattenevano, si fece innanzi, prese una mano

dell'infermo e la strinse fra le sue. Non trovò parole.

Leonardo si scosse.... sorrise.

--Ernesta! disse poco dopo.

Non disse altro.

Un singhiozzo gli rispose.

XI.

Crepuscolo e notte.

Che dissero quelle lagrime? Che disse quel singhiozzo?

Che disse il tremito delle mani congiunte?

E il palpito affrettato dei due cuori riavvicinati

dalla sciagura che disse?

Un pezzo stettero come ad ascoltare a vicenda,

poi Leonardo ed Ernesta si composero ad una serena

gravità, e finalmente essa si sollevò mostrando

il volto bello d'una bellezza nuova.

Il povero cieco non fece atto di trattenerla, ma

parve raccogliersi in sè stesso come per meglio

udire il fruscio della veste ed il passo leggiero, e

quando si avvide che quel fruscio e quel passo si

dirigevano verso l'uscio, sospirò forte. Allora Ernesta

si arrestò sulla soglia, stette un istante dubbiosa,

e ritornò nel mezzo della stanza. Poco dopo

affacciandosi alla portiera chiamò Olimpia, a cui

diede sottovoce un ordine; la cameriera tornò quasi

subito recando una veste da camera, la signora si

spogliò silenziosamente degli abiti polverosi da viaggio

e vestì gli altri.

Leonardo aveva seguito con attento orecchio tutti

quei movimenti. Quando la moglie venne ancora ad

assiderglisi presso, egli lottò dentro di sè e finalmente

ruppe il silenzio ripetendo con voce affievolita:

--Ernesta!--

La povera donna die' un sussulto, come se avesse

udito la voce d'un defunto, e facendosi forza e guardando

il marito con espressione di profonda pietà,

riuscì a balbettare:

--Che vuoi, Leonardo?

--Nulla,--rispose l'infermo, crollando il capo,--nulla.

Volevo sentire la tua voce, ora sono contento.--

E tacque.

Mal sapeva Ernesta vincere una certa riluttanza,

pur vi si provava; guardando la faccia impallidita

del cieco, la sua fronte per la prima volta corrugata

dal pensiero, le sue labbra ora sorridenti senza

fatuità, il suo lungo corpo già dinoccolato e dimesso,

vera immagine dell'indolenza, composto ora

ad una rigidezza insolita, comprese tutta la solennità

della sventura, e disse a sè stessa che la sventura

cancella ogni colpa.

Avendo scelto la parte di confortatrice, a lei spettava

prima di tutto togliersi alla contemplazione

del passato che era una barriera alla carità. Non

trovava nulla; non le veniva sulle labbra una frase

naturale che, senza averne l'aria, dicesse: «Leonardo,

mettiamo l'amicizia dove non fu mai l'amore.»

--Ernesta! ripetè poco dopo il cieco.

--Sono qua.... vicina a te....

--Lo so, mi è parso anche di sentire i tuoi

sguardi fissi sopra di me.... e anche ora li sento....

non è vero forse?

--È vero.

--T'annoierai, sono un melanconico compagno;

e poi devo star molto male con questa bendaccia

sugli occhi.--

Sorrideva.

--Perchè non mi parlavi?--domandò mutando

tono di voce.

--Credevo che tu dormissi.

--Non dormivo, pensavo.... sai? non sono più lo

spensierato d'una volta.... mi par di esser solo, in

un mondo vuoto e nero, in un tempo immobile come

l'eternità, e se voglio che il tempo cammini, e se

ho da veder qualche cosa intorno a me, bisogna

che pensi....--

A questo punto s'udì lo scattar della molla d'un

orologio a pendolo; Leonardo ammutolì e stette in

ascolto contando lo ore sottovoce.

--Sette!... Non è vero? Proprio sette!... Bisogna

aprire la finestra, è l'ora.... il sole se ne è andato, non

vi è pericolo che la luce troppo viva mi faccia male.--

E siccome Ernesta indugiava, non sapendo se

dargli retta o no, il cieco soggiunse:

--Me l'ha concesso Agenore, che è pieno di

scrupoli. È lui che ha voluto le finestre chiuse e

la benda nera e fitta.... e tutto ciò per impedire ad

un cieco di veder la luce....--

Ernesta si accostò silenziosamente alla finestra

e ne aprì le imposte.

--Anche la vetrate....--disse Leonardo.

E quando sentì alitare sul viso la brezzolina della

sera, fece atto di levarsi in piedi, ma Ernesta corse

a lui e lo trattenne.

--Grazie,--disse il cieco melanconicamente,--anche

tu sei paurosa come Agenore; ma sono forte,

la finestra è là, e mi sento d'andarvi solo.... sta a

vedere.--

Ernesta cercò di dissuaderlo, ma vedendo che non

riusciva, prese il braccio destro del marito e se lo

pose sull'omero, e reggendolo colla mano manca,

lo trasse fino al davanzale non tralasciando di dire:--Bada,

un momento solo!--

La finestra metteva come le altre in giardino.

Leonardo stette alcuni istanti in silenzio, poi disse:--Sento

la brezza, mi par di vederla.... ecco, rasenta

il suolo, curva i fiori e gli alberelli a piedi

del vecchio ippocastano che risponde a quegli inchini

con cortese dignità. Non è così?...

--È proprio così--rispose Ernesta commossa.

--E l'usignuolo e le rondini che fanno?

--L'usignuolo--rispose Ernesta,--si dondola nel

fitto d'un salice, le rondini interrompono i voli rapidi

per posarsi sopra un ramo e pigliar parte alla

generale altalena.

--E all'immenso susurrar delle frondi,--proseguì

il cieco,--l'usignuolo e le rondini frammettono

volate rotte a mezzo, gorgheggi sommessi

e interiezioni di piacere.--

Colle mani appoggiate al davanzale continuò a

stare immobile, intento, non perdendo una nota di

quel concerto. Ernesta non lo aveva abbandonato

interamente a sè, gli teneva ancora una mano appoggiata

sul braccio e con lievissima violenza sembrava

dirgli:--Basta, basta, ti farai del male!--Ma

il cieco non comprendeva, non le badava neppure;

tutto immerso in un'estasi melanconica veniva

a poco a poco accendendosi, trasfigurandosi

in volto. Poco dopo disse con voce sommessa e

lenta non cessando d'ascoltare:

--Perchè non ho mai guardato attentamente il

mio giardino? ora mi parrebbe di vederlo, lo vedrei

ora! Ne ho solo una memoria confusa; veggo

l'ippocastano nel mezzo, distinguo il susurro d'un

salice qui sotto, e lo vedo.... il resto si smarrisce

nel verde.... forse se mi levassi la benda....

--No,--disse Ernesta con voce di preghiera.

--E perchè no? non potrei riacquistare la vista,

come l'ho perduta? A volte mi pare che, radunando

tutte le mie facoltà in un unico atto visivo,

dovrei rompere il velo che mi nasconde la luce....--

Leonardo pronunciò queste ultime parole con un

accento strano--un misto di trepidanza e di energia--e

non aveva finito di nominare la luce, che

già sbarrava gli occhi spenti cercandola, e la benda

gli ricadeva sul petto.

--Nulla, nulla, nulla!--ripetè crollando il capo;

e senza opporre alcuna resistenza si lasciò guidare

da Ernesta, che col cuore oppresso dall'affanno, lo

trasse dolcemente a sedere sul seggiolone e gli rimise

la nera benda sugli occhi.

Scese la notte. Finchè dalla finestra semiaperta

penetrava, insieme colla blanda carezza del venticello,

un raggio di luce pallida, Ernesta stette silenziosa,

coll'occhio fisso sull'infermo, pieno il cuore

di una dolcezza serena e melanconica; quando ogni

luce si spense e nel nero vano della finestra scintillarono

le stelle lontane, si scosse, fu in piedi d'un

balzo e suonò leggermente il campanello. Leonardo,

che pareva assopito, non si mosse, solo come Ernesta

gli fu presso, egli domandò con voce dolente:

--È notte?

--È notte.

--E siamo all'oscuro?

--Ecco.... portano il lume.--

Il cieco intese i passi del servitore, il cigolìo della

porta, il romore del lume posato sul marmo del

caminetto.... e continuò ad ascoltare.

--Perchè è rimasto Bortolo?--domandò.

E siccome s'indugiava a rispondergli, soggiunse:

--È vero, sono stato su più del solito.... guai se lo

sa Agenore.... Bortolo dammi mano.... senti, tira

vento.... si spegnerà il lume.... non bisogna che si

spenga.--

Bortolo venne presso al padrone e l'aiutò a rizzarsi,

intanto Ernesta chiudeva la finestra, ed usciva

sulla punta dei piedi.

Leonardo si lasciò condurre al suo letto e spogliare;

quando fu sotto le lenzuola levò una mano

ad accarezzare la testa tremante del vecchio servitore,

e domandò sotto voce:--se n'è andata?

--Ritorna.

In fatti Ernesta tornava. Era andata a dare ordini

ad Olimpia ed al cuoco, aveva ripreso le redini

della casa.

--Bortolo,--disse ella,--tu dormirai stanotte,

hai gli occhi gonfi dalla veglia, rimarrò io qui....

--Starà male....

--Sul divano starò benissimo, e poi non ho sonno,

domani vedremo.--

Il vecchio chinò il capo ed uscì; di nuovo Ernesta

e Leonardo rimasero soli.

--Come sei buona!--disse l'infermo.

--Taci,--rispose Ernesta pigliando un accento

di graziosa autorità; è tardi, bisogna stare in silenzio,

riposare il cervello, dormire.--

Leonardo sorrise e stette zitto. Un'ora dopo dormiva,

e la giovane donna, stanca delle commozioni

patite, si buttava sul divano e chiudeva gli occhi

mormorando una preghiera.

Era ancora notte fitta quando si svegliò; nel

sonno sua madre era venuta a vederla, l'aveva baciata

in fronte con un bacio lieve lieve, le aveva

parlato dell'avvenire con un linguaggio di musica,

e finalmente, mostrandole dalla finestra una buia

via sparsa di stelle, le aveva detto all'orecchio:--Addio

Ernesta.--

La bella sognatrice udiva ancora l'eco del suo

nome pronunciato con un filo di voce sottile come

un soffio, ed alla debole luce della lampada ricercava

tutt'intorno la cara visione.

--Ernesta!--ripetè un filo di voce sottile come

un soffio.

--Leonardo!--

E d'un balzo fu al capezzale.

--Ti ho forse svegliata?--domandò il cieco,--ti

chiamavo piano piano per non destarti.

--Ero desta; che vuoi?

--È l'alba?

--Non ancora.

--Non ancora!--ripetè Leonardo con un sospiro:--ho

pure dormito molto ed è un gran pezzo

che sono sveglio; come è lunga la notte!

--Bisogna dormire.

--È vero, bisogna dormire; nel sonno mi par di

non essere più cieco; veggo buone faccie, ridenti,

bianche più della neve, con occhi splendidi più di

stelle, veggo campagne verdi come smeraldi, acque

di zaffiro e un cielo che par d'oro lucente; e veggo

il sole che mi saetta e mi avvolge co' suoi raggi e

non mi abbaglia e non riesce a farmi battere le

palpebre.

--Povero Leonardo! lo vedi, bisogna dormire.

--Povero Leonardo!--ripetè il cieco; e poco

dopo soggiunse:--Manca molto all'alba?

--Tre ore.

--Bisogna dormire.--

Egli si abbandonò sul guanciale, essa tornò lentamente

al divano.

Era il primo momento che Ernesta si sentiva padrona

del suo pensiero; finora aveva operato come

per obbedire ad un'ispirazione; una voce avevale

detto: «Il tuo posto è al capezzale di Leonardo

che soffre;» ed essa era corsa a Milano, si era

fatta forte per ribellarsi alla tirannia delle amare

ricordanze, aveva incominciato il pietoso ufficio.

Poi all'austero sentimento del dovere, era succeduta

una pietà infinita; aveva pianto, aveva tremato,

aveva sentito alla forza della coscienza mescersi

una debolezza invincibile. Ed ora, sola, nel profondo

silenzio della notte, alla povera luce della lampada

che minacciava di spegnersi, pensava, interrogava

sè stessa.

Era contenta, quasi lieta; non ostante la malinconia

del luogo e dell'ora, non ostante la solitudine

in quella stanza buia, in faccia ad un uomo dormente,

pallido, infelice... era contenta, quasi lieta.

Le si accendevano nel pensiero baleni di luce, le

correvano al cuore onde di tenerezza; non più il

vuoto senza contorni, l'ansia senza fine, la vita senza

legge; aveva ora uno scopo innanzi a sè, un ufficio

santo, e, comunque apparisse avvolto di melanconia,

un avvenire. L'idea di passare la vita al fianco

di un cieco, di alleviargli gli spasimi della noia,

d'essere per lui la luce, di essere per lui il mondo,

di vivere per chiamargli ogni giorno sulle labbra

un sorriso, più non le pareva superiore alle sue

forze di donna; il sagrifizio s'inghirlandava, diveniva

una festa. Dopo d'aver chiesto invano alla

natura qualche cosa che le riempisse il cuore e la

mente, sul punto di rivolgersi al mondo, agli uomini,

alla colpa, ecco ritrovava in sè stessa il conforto

cercato, udiva echeggiare nel cuore la parola a mille

voci domandata invano. Era fiera, orgogliosa di sè

stessa, d'una fierezza semplice, d'un orgoglio santo.

--Ernesta!--mormorò la voce del cieco.

--Leonardo.

--È l'alba?

--Non ancora.--

Un sospiro lungo, poi di nuovo il silenzio profondo,

misurato dai battiti sommessi dell'orologio.

Ernesta chiudeva gli occhi, ma non per dormire;

guardava dentro di sè, scandagliava il fondo del

suo cuore; era contenta, quasi lieta.

E quando dopo una lunga contemplazione aprì gli

occhi e li girò per la camera e non vide intorno

a sè altro che tenebra, e giù in fondo, lontano, nel

buio che non ha distanze, l'ultima luce azzurrognola

del lumicino che si spegneva, fissò lo sguardo in

quella povera aureola senza vederla, finchè, più che

la mancanza di luce, un impercettibile cigolio annunziò

che la fiamma era spenta. Allora il pensiero

la riportò a Leonardo. S'immaginò cieca anch'essa,

provò a sbarrare gli occhi, a fissarli nel buio, a

tentar di raccogliere i contorni degli oggetti che

ella conosceva, e invano, e provò a dirsi che quella

camera nera era un mondo nero, e che, dannata a

vagolare per le tenebre, non doveva più vedere un

raggio di sole.... Ahi! povero Leonardo!

--Ernesta--mormorò la voce del cieco.

--Che vuoi?

--È l'alba?--

Prima di rispondere, la povera moglie attraversò

tentoni la camera ed andò ad aprire le imposte

della finestra.

--È l'alba!--rispose.

E un filo di luce pallida mostrò ad Ernesta il

volto rasserenato del cieco, il letto, il divano, i

fiorami della tappezzeria, tutte le note fisonomie di

quella camera melanconica, che parevano animarsi

per sorriderle, per dirle:--coraggio, non sei sola,

noi siamo qui per applaudire alla tua anima generosa.--

XII.

Soliloquio.

Appunto in quel mattino il dottore fece un soliloquio.

Amore bendato · 第 4 / 8 段