d'una baldanza insolita che si mesceva ad una insolita
tenerezza, e guardava innanzi a sè fantasiando.
Una sfinge, che si sollevava e si abbassava
tenendosi sospesa sul calice dei fiori, le passava
rasente e già era lontana, lieta del suo bottino; un
frosone tardivo attraversava l'aria frettoloso, senza
perdersi in ciancie; un'allodola piombava dall'alto
come un corpo senza vita, a poche spanne da terra,
allargava le ali ed andava a nascondersi fra i solchi;
i pipistrelli uscivano dai fessi e si disegnavano
come alati sgorbi nell'ombra. Dovunque Ernesta
figgesse l'occhio, si accendeva una luce; ad una
ad una si affacciavano le stelle, in ogni zolla balenava
il segnale amoroso delle lucciole. I grilli venivano
sul limitare delle loro gallerie a trillare a
gara, i ranocchi terrestri dall'alto degli alberi facevano
la parodia dei passeri, ed in lontananza il cuculo
provava la sua terza minore.
E la sfinge e il frosone e le lucciole e i grilli e
perfino le rane ed i pipistrelli erano i messi della
Natura e recavano tutti la stessa ambasciata: «salute!»
lo stesso consiglio: «rimani con noi;» lo
stesso conforto: «qui è la pace infinita, qui s'abbreviano
le vie che dalla terra conducono al cielo,
qui si palpita dell'eterno amore, si contempla l'eterna
bellezza, si ode l'eterna armonia.»
Gli stornelli, geometri alati, disegnavano ancora
nell'azzurro cielo i loro circoli neri, componendosi
a varie forme, ora triangoli, ora rettangoli, ora quadrati;
ad ogni viaggio si posavano sul tetto della
palazzina, si vedeva un brulichio d'ali, si udiva un
ciaramellio confuso: «vieni qui» «no, là» «sotto
quella tegola» «in quel vano» «te la fa.» E poi
uno scoppio di risate, seguito da un nuovo volo
della carovana decimata. Ad ogni volta i viaggi divenivano
più brevi e le figure geometriche più piccine;
finalmente gli uccelli si posarono un'ultima
volta sul tetto e nissuno più ne partì. «Ci sei?»
«Ci sono.» «Buona notte!»
E le ombre si addensavano, e le stelle ammiccavano
più fulgide, e i grilli trillavano più forte, e
il cuculo inanimito appaiava più di frequente le
sue note.
E quando quelle voci tacevano un istante per ascoltare,
la Natura ne sprigionava altre mille per mandare
un messaggio ad Ernesta. «Salute,» le diceva
il venticello blando baciandola sulle guancie e tentando
di scioglierle i capelli. «Rimani qui» ripeteva
una frasca sospinta sul viale; e la voce solenne
che si levava dal lago e la solenne voce dei
boschi che scendeva dalle montagne si accordavano
a dire: «Qui si contempla l'eterna bellezza, qui si
ode l'eterna armonia.»
Ernesta fantasticava sempre: oh! vivere sotto il
tetto che era nido agli stornelli, nella solitudine
che affina i sensi, farsi della sfinge l'amica del crepuscolo,
dei grilli e delle rane gli amici della notte,
dell'usignuolo l'amico di tutte l'ore; ascoltare i passeri
biricchini, il cuculo armonista, ricevere la visita
delle farfalle e dei mosconi e passare così la
vita...!
«Fino ad oggi ho vegetato, finì col dire a sè stessa,
sono stata cieca, sorda, muta; incomincierò da domani
a vivere, non perderò una nota, non mi sfuggirà
un colore, e griderò a tutte le creature che
mi passeranno vicine: «Salute, io sono una donnina
felice!»
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Otto giorni dopo, colla data del 6 giugno, Ernesta
scriveva al dottor Agenore:
«Caro Dottore--Mi annoio mortalmente: le è
possibile anticipare l'ordinazione dei bagni al suo
amico Leonardo e mandarlo a Spa, perchè io possa
passare una quindicina di giorni a Milano?»
E colla data del 10 il dottor Agenore rispondeva:
«Carissima signora--Il mio amico Leonardo
parte domattina, colla prima corsa.»
VIII.
Voci della città.
Ernesta tornò in città, e con lei Olimpia, il cuoco
ed i canarini.
Entrando nelle sue stanze, rivedendo i suoi mobili,
aprendo i suoi cassetti, frugando nei ripostigli
noti a lei sola, la bella si avvide con stupore di provare
una gioia tutta cittadinesca pari press'a poco
a quella tutta campagnuola che aveva provato rivedendo
dopo tanto tempo le acque del lago di Lecco,
i colombi e la pineta dall'alto del suo villino di Bellagio.
Questa scoperta la indusse ad una breve considerazione
filosofica che terminò in un sospiro, ma
non le tolse di abbandonarsi intera alla festa di
quel mutamento.
A calcoli fatti ella doveva rimanere in città venti
brevissimi giorni, chè tanto doveva durare la cura
idropatica dell'_amico Leonardo_; si proponeva dunque
di stare allegra, di compensare coll'intensità la
breve durata del diletto. Al programma della festa
non aveva pensato, ma che dovesse riuscire una
magnifica festa chi poteva dubitarne?
La prima persona che vide nel giorno successivo
all'arrivo, fu lei, proprio lei, l'amabile cuginetta.
Non dico che in un programma festoso non potesse
entrare una visita della signorina Virginia, ma è
certo che se Ernesta avesse avuto tempo di fare un
programma, l'avrebbe messa da ultimo, od in un
intermezzo da non saper proprio come occupare
altrimenti.
L'amabile cuginetta venne sola, a piedi, accompagnata
dal vecchio servitore, poco dopo il mezzodì,
quando il sole batteva a piombo ed il lastrico delle
vie pareva infuocato. La povera creatura s'era sagrificata
così in nome del dovere, aveva esposto i
suoi capelli di stoppa e le suola de' suoi stivaletti
al pericolo di pigliar fuoco, per amore della virtù
minacciata e del decoro offeso. In altri termini i Rinucci
sapevano tutto; il grande affetto aveva loro
svelato ogni cosa; pel vivo attaccamento eransi tenuti
informati di quanto accadeva... ed ahi! (un gran
sospiro) accadevano cose che essi erano ben lungi
dal prevedere e che se avessero potuto prevedere....
Ernesta allo spettacolo di tanta solennità ebbe il
crudele pensiero di stare ad ascoltare attentissima,
anche quando la signora Virginia non sapeva più
come andare innanzi. Un altro sospiro tappò alla
meglio la frase. Dopo di che l'amabile cuginetta si
contorse sulla sedia cercando di mantenersi nel proprio
sussiego e ripigliò a dire:
«Perdona se sono schietta, non so essere altrimenti;
e sai se ti voglio bene.»
Ernesta non potè far di meno di rispondere alla
muta:
«Oh! questo sì poveretta!
--Ebbene, per l'amore che ti porto mi duole
che si possa dire di te....
--Che si dice?
--Si dice che non ami Leonardo, che vi siete separati,
che te ne andasti in campagna per non stare
con lui.
--E chi lo dice?
--Il mondo.»
Ernesta fe' uno sforzo per sorridere.
«Il mondo è un chiaccherone maligno, ne dice
tante!
--Non è vero dunque?--domandò Virginia con
impeto di desiderio che pareva genuino.
--Leonardo non ama la campagna, a me piace
molto... è naturale che io ci vada e lui rimanga.»
E vedendo che la cuginetta aveva pronta un'obiezione
e lottava senza probabilità di resistere alla
propria naturale schiettezza, la prevenne:
«Sono qui per pochi giorni, per dar sesto alla
casa.»
Ciò detto strinse la mano della visitatrice, le domandò
notizie della sua salute e di quella degli zii
Rinucci, chiese informazioni del cappellino alla calabrese
e dell'avvenire dello strascico....--Benissimo
mamma e babbo Rinucci; gran voga il cappellino
alla calabrese, minacciato un'altra volta lo
strascico, probabilità di ritornare alle vesti corte
ed agli stivaletti alla scudiera...--Queste notizie
furono date con singolare parsimonia di parole e
conchiuse con un terzo sospiro che era in verità
un preamboletto; in fatti la cuginetta ripigliò ingenuamente:
--Ah! sono proprio contenta che non vi sia nulla
di vero nelle dicerie che mi erano venute all'orecchio!--
Ernesta stette zitta.
--E che Leonardo e tu vi vogliate bene come
nei primi giorni!--
Ernesta zitta.
--E dimmi un po' dove è andato tuo marito?
--A Spa per fare i bagni.
--È ammalato?
--Agli occhi.
--Gravemente?...
--Spero di no....--
Tutte queste domande imbarazzavano molto Ernesta;
ancora un paio e la non avrebbe saputo che
rispondere.... fortunatamente entrò in quella il dottor
Agenore.
--Il dottor Agenore--la signorina Rinucci mia
cugina.--
Dopo l'inchino di prammatica, la signorina Rinucci
domandò al nuovo venuto con una esitazione
ben simulata:
--Ella è forse il dottore?...--
E guardava la cugina per eccitarla ad aggiungere
una nota esplicativa alla presentazione pura e semplice.
--Sicuro,--disse Ernesta,--è il dottore che ha
ordinato i bagni di Spa a Leonardo.
--Ah! ed è dunque gravemente ammalato negli
occhi quel povero signor Leonardo?--domandò
Virginia rivolgendosi direttamente al dottore.
--Disgraziatamente sì,--rispose Agenore non
comprendendo il significato dell'occhiata della padrona
di casa--è minacciato da una cateratta.
La sensibilissima Virginia si lasciò sfuggire un
piccolo grido di terrore.
--Cieco!... Cieco!... E tu non mi dicevi nulla,
Ernesta?--
Ernesta volle rispondere, ma il medico prese la
parola:
--Quando parlo di _cateratte_, distinguo; ve n'ha
di molte specie: cateratta semplice, complicata,
centrale, posteriore, argentea, calcarea, capsulare,
piramidale, linfatica, lattea, parziale o totale, unilaterale
o bilaterale, eccetera; avere una cateratta
non vuol già dire essere ciechi; anzi nei più dei
casi si ha la cateratta e non si è perfettamente
ciechi.
--E che cateratta è quella del signor Leonardo?
--Cara signora, non è propriamente una cateratta,
è la minaccia d'una cateratta, vale a dire un
intorbidamento catarattoso corticale.... mi spiego?...
che qualche volta guarisce da sè....
--Qualche volta?...
--E per cui i più celebri autori consigliano le
frizioni di joduro di potassio, l'uso dei mercuriali
ed i bagni, specialmente quelli di Karlsbad, di Eger,
di Spa....
--Ed ha ella fiducia nei bagni?
--Perchè no?... alla peggio, se non si riesce a
scoprire i momenti patogenetici della formazione
della cateratta, non resta altro al medico se non
aspettare pazientemente che la cateratta sia _matura_
per l'operazione....
--E non è riuscito a scoprire quei momenti?
--Nossignora, nè io nè altri--e perciò l'ho
mandato ai bagni.
--A maturare!...--
E qui la tenera Virginia Rinucci si coprì gli occhi
colla mano.
La mestizia di Ernesta, cui le parole del medico
suonavano dure per la prima volta, faceva una meschina
figura al confronto di quell'acuto dolore.
Si parlò ancora e sempre di cateratte; Virginia
era curiosissima, ed il dottore Agenore, impastato
egli pure di creta come tutti i dottori, sapeva di
non trovar ogni giorno un'occasione di sfoggiare le
sue reminiscenze scolastiche. Finalmente il supplizio
finì; Virginia baciò in volto la cuginetta promettendole
di tornar presto a consolarla; Ernesta mandò
un bacio ai cari zii Rinucci....
Rimasti soli, Agenore che aveva parlato quasi
sempre lui, dichiarò ad Ernesta che la signorina
Virginia era una donnetta amabile, non bella veramente,
ma amabile, soprattutto nel conversare.
--Sì--rispose Ernesta--è molto vivace.
--E piena di spirito.
--Senta, dottore--prese a dire Ernesta--bisogna
che ci mettiamo in regola; nella mia qualità
di moglie, io sono assai poco informata dei casi di
mio marito; mi informi, mi dica lei; mia cugina ha
promesso di venirmi a vedere presto, e siccome sa
il piacere che mi procura, non è donna da mancare....
mi tempesterà di domande....
--Sono ai suoi ordini, disse il dottore.
--Perchè è andato a Spa mio marito?
--Per fare la cura idropatica.
--Questo lo so; ma perchè a Spa piuttosto che
a Karlsbad o ad Eger? Ci sarà stata una ragione,
immagino.... e la cuginetta vorrà saperla.
--Ecco: Spa è un piccolo paradiso in estate, ha
colline boschive, dintorni leggendarii e deliziosi,
paesaggi pittoreschi, casette eleganti, clima saluberrimo
ed acque miracolose.... dicono.
--E ci è proprio andato per tutto questo il suo
amico Leonardo?
--Per questo, ed anche per altro.... per esempio,
perchè ci vanno i più danarosi; perchè vi è folla in
questa stagione; ed è folla di principini, di duchini
e di marchesini; qualche testa coronata e molte corone
senza testa... perchè vi sono corse di cavalli,
tiri ai colombi, esposizioni di quadri, partite di pesche
negli stagni, perchè vi è teatro aperto, infine
perchè... devo dirlo?
--Dica.--
Prima di obbedire, il medico si tirò più presso
alla bella donna e le prese la mano confidenzialmente:
--Perchè ce l'ho mandato io, e ce l'ho mandato
col cuore leggiero, senza badare molto alla scelta....
voleva divertirsi e si divertirà.
--È vero che il suo amico è minacciato da una
cateratta?
--Sì, signora, da una cateratta, da una pleurisia,
da una malattia di cuore,--rispose il dottore
sospirando per l'interruzione.--È un organismo
che si dissolve.
--E delle cateratte si guarisce coi bagni?
--Qualche volta; se poi non si guarisce, almeno
non si peggiora, e si tira in lungo.
--Quanto tempo?
--Dieci anni, venti, fino alla tarda vecchiaia;
la più parte delle cateratte, di cui si fa l'operazione,
sono cataratte senili.--
Di nuovo il dottore cercò di volgere destramente
il discorso, ma fu interrotto, e quando più tardi
ritentò, ancora fu interrotto. Finì con andarsene
senza aver avuto altro premio della sua docilità,
fuor che un sorriso ed una stretta di mano, l'elemosina
che ogni bella donna fa al primo venuto.
Ernesta trovò male spesa quella giornata, ed anche
pensando alle venture per occuparle meglio,
non potè sollevarsi interamente dall'oppressione del
brutto esordio.
Al domani, avvezza a levarsi oramai all'alba, fu in
piedi prestissimo; aveva un mondo di cose da fare--diceva--quando
ebbe dato il miglio e l'acqua
fresca ai canarini, e messo in ordine la guardaroba,
si guardò intorno, non trovò più faccende. Prima
del mezzodì fu costretta a spolverare vecchi fascicoli
di musica ed a risvegliare gli echi sonnacchiosi
del suo pianoforte rauco. Dopo il mezzodì, si buttò
disperatamente sul divano e chiese un'altra porzione
di sonno. L'ottenne, ma fece i sognacci, si
risvegliò di malumore. Allora ricordò i suoi libri,
frugò negli scaffali, squadernò alcuni vecchi romanzi,
lesse alcune pagine cogli occhi, senza comprendere,
e finì col farsi commentare da Olimpia il
programma del desinare. Insomma fece tanto che
mentre al mattino meditava il modo più naturale di
risparmiarsi la seccaggine della inevitabile visita
del dottore, dopo il desinare si sorprese più d'una
volta a guardare l'orologio ed a trovare che il dottore
tardava più dell'usato. E quando finalmente
venne, gli mosse incontro giubilante.
Agenore avea momenti di furberia sopraffina;
quel giorno comprese che la bella si annoiava, e
credette di aver trovato la tattica vera per arrivare
al _capriccio_ di quella donna.
Ernesta, a parer suo, era una di quelle nature
battagliere, che, combattute con qualunque
arme, resistono, ma abbandonate a sè stesse, lasciate
inoperose e passive, si arrendono. La nuova
strategia del dottore si compendia in una parola:
_la noia_.
Il terzo, il quarto, il quinto giorno Ernesta si
annoiò, con minori spasimi e più metodo, ma non
meno profondamente del primo e del secondo. Ed il
dottore venne ad ora fissa a levare il suo sassolino
che allargava quotidianamente la breccia.
Qualche volta la bella apriva le finestre che mettevano
in giardino e passava un'ora in contemplazione,
astrattamente, senza diletto, e se le avveniva
di fermare l'occhio sull'ippocastano e sulle brevi
aiuole e di averne coscienza, usciva invariabilmente
in un confronto dispettoso tra il campione della
natura riveduta e corretta dall'uomo e tutta la natura
semplice e grandiosa, come le si mostrava a
Bellagio. Invano le rondini la salutavano nel passare.
Invano i passeri la chiamavano a nome dalle
grondaie, invano l'usignuolo esauriva il suo repertorio
d'ariette; le frondi, il venticello, gl'insetti le
parlavano all'orecchio invano.
E passavano i giorni, tristamente monotoni, lunghi,
pieni d'angoscia senza nome. Il dottore, a forza
di staccar sassolini allargando la breccia, si era
fatto un mucchio di rottami dinanzi: la diffidenza,
la beffa leggiadra, lo spirito, potenti ostacoli prima,
erano diventati nulli. Ernesta si lasciava indovinare
la noia nel viso; si lasciava leggere negli occhi
il piacere immenso che provava vedendo Agenore,
l'unico amico suo. L'_altro_, lo spirito famigliare,
l'aveva abbandonata; più volte essa aveva
voluto interrogarlo, trattenersi con lui, ed era invece
venuto a porla in croce, con risposte inaudite,
lo spiritello buffone di un anonimo, a cui aveva
ogni volta imposto in nome degli spiriti superiori
d'andarsene pe' fatti suoi.
Un giorno, presa dalla disperazione, sentì la curiosità
di penetrare nella camera di Leonardo.
Non v'era entrata quasi mai e ne serbava una
memoria confusa; come vi fu, si tenne in mezzo della
stanza, si guardò intorno curiosamente come un fanciullo
e per poco non battè le mani per la piacevole
commozione; era un'ora da occupare illegittimamente,
lo diceva essa pure, ma in modo piacevole.
Si aspettava mille rivelazioni curiose, non ne trovò
una; fruga e rifruga in cassettoni ed in cassettini,
le sole reliquie che potè raccogliere, non prive d'un
certo significato, furono il ritratto della B.... prima
ballerina assoluta _di rango francese_, una donnetta
come ce ne sono tante, ed un mazzolino di fiori dissecati.
Il ritratto portava una dedica _a' suoi ammiratori_,
non priva d'ingenuità o di spirito, priva
però d'un'_emme_; il mazzolino poteva essere un furto
ad una bella, se pure non era uscito dal paniere
d'una fioraia.
Le avventure di Leonardo o non erano dunque
degne di nota od erano di quelle che non lasciano
traccia; rimaneva Leonardo. Eccolo, in piedi quanto
è lungo, che minaccia d'uscire dai margini del ritratto
di gabinetto. A vederlo così pare proprio un
bell'uomo, un po' patito, ma con una faccia espressiva,
e con due occhietti vispi e lucenti da non
potersi credere destinati ad un intorbidamento caterattoso
corticale.
Ernesta stette un pezzo con Leonardo fra le mani;
pensava.... a che pensava?
Finalmente ripose il ritratto nell'albo, cacciò la
prima ballerina _di rango francese_ sotto il monte di
libri, da cui l'avea disseppellita, chiuse le finestre
come le aveva trovate, ed uscì sulla punta dei piedi.
La sera il dottor Agenore venne e staccò il suo
sassolino.
Tornò il domani, e l'altro, e l'altro. Ernesta lasciava
fare. Ma un giorno le fu annunciata la visita
della cuginetta.
--Non sono in casa,--disse ad Olimpia.
--Ho già detto che ci è, non sapevo....
--Ebbene, di' che hai sbagliato e che non ci
sono.--
Olimpia tornò poco dopo a dire che la signorina
Virginia la pregava di aspettarla in casa il giorno
successivo all'una dopo il mezzodì.
Ernesta non rispose; il giorno, la sera, la notte
parve distratta al solito, e il domani all'alba fece
fare le sue valigie. Alle dieci e 35, lieta, giubilante
del tiro fatto alla cuginetta dalla testa di bambola,
ripartiva per Bellagio--e con lei Olimpia, il cuoco
ed i canarini.
IX.
In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta.
Passò un mese. «L'amico Leonardo non è tornato....»
aveva detto il dottor Agenore quindici
giorni prima; Ernesta si era accontentata di levare
gli occhi e di lasciarsi uscire di bocca sbadatamente:
«Ah!»--«L'amico Leonardo non è ancora
tornato:» aveva ripetuto il dottore la settimana
innanzi; Ernesta non aveva più risposto nulla.
Questa volta il medico non fiatava in proposito e la
bella non voleva interrogare. Il fatto è che, dopo un
mese, ancora Leonardo non era tornato dai bagni.
In questo tempo la strategia del dottore aveva
dato gran risultati; oramai la breccia, per cui egli
doveva entrare da conquistatore, era molto più che
una breccia; ancora un poco, e diveniva un arco di
trionfo. La virtù di Ernesta pareva diventata una
di quelle virtù in agonia, delle quali si dice: «sarà
per domani.» Non era lontano il giorno, in cui doveva
spirare fra le braccia del medico. Così almeno
diceva a sè stesso il medico.
Questo trionfo gli era costato un tesoro di sapienza
e di perseveranza; fortunatamente, per un
filosofo materialista la parola _apostasia_ non ha significato,
perchè altrimenti Agenore non avrebbe
saputo come legittimare la falsa credulità con cui
aveva accolto certi fenomeni soprannaturali. Per
esempio che gli stornelli possano o no recare le ambasciate
degli spiriti superiori, sarà vero o non
sarà vero--io non lo so--ma al dottore Agenore
doveva parere incredibile. Invece no; ci metteva
ancora qualche dubbio, perchè la bella missionaria
mettesse più fervore e nel fervore dimenticasse
la severità verso alcune arditezze dell'innamorato--ma
concedeva questo fenomeno ed altri, ed altri;
era disposto a concedere l'impossibile.
Naturalmente egli non sospettava che tiro gli
giuocasse, all'alba ed al tramonto, quella birba di
stornello incaricato dell'ambasceria; egli non l'udiva
nei due crepuscoli ripetere con quanto fiato aveva
in gola; «non è lui, non è lui!» parlando appunto
di lui, altrimenti.... La bella, che lo stava ad ascoltare
estatica delle ore intiere, vi attingeva non so
qual forza virtuosa di tirare in lungo, di dire ad
ogni volta: «non oggi, non oggi.» E il _non oggi_
doveva essere scritto a grossi caratteri nel sorriso
di Ernesta; le occhiate, i silenzi, le strette di mano,
dovevano ripeterlo con un accento che gettava brividi
di voluttà nelle vene del dottore, perchè costui
non guastò mai la strategia con una mossa troppo
arrischiata o con un assalto repentino. Era uomo
metodico il dottore, se ne vantava; una volta venutagli
l'idea dell'arco di trionfo, egli lo trovava
non solo più comodo della breccia, ma più in carattere
colle proprie dottrine. Aspettava rassegnato,
paziente, assiduo. Quel giorno Ernesta fu la prima
a chiedere di Leonardo.
--Non è arrivato,--rispose il dottore colla sua
voce melliflua;--avrà trovato modo di darsi spasso,
si darà spasso. Vorrà fermarsi a Spa tutta la bella
stagione; quest'anno doveva esservi un'esposizione
di rose, non avrà voluto perdere l'esposizione di
rose; erano anche aspettate le dame Viennesi per
dare concerti al Casino, non avrà voluto perdere le
dame Viennesi; ve n'ha delle belline fra i violini....
Un caro matto il mio amico Leonardo, un caro
matto!--
Quel giorno come gli altri, il dottore si credette
giunto al possesso sospirato, ma quel giorno, come
gli altri, lo stornello si pose di mezzo, e la bella
dopo essere rimasta pensosa ad ascoltare la solita
ambasciata, finì a dire con un sorriso, con una stretta
di mano e con un'occhiata: «non oggi.»
Passarono così molti giorni, spesi nello stesso
modo, quando nella bella monotonia di quel cielo
senza nubi scoppiò la folgore all'improvviso--tornò
Leonardo... cieco!
Il dottor Agenore ne diede la notizia ad Ernesta
senza preamboli; secondo lui l'intorbidamento caterattoso
corticale si era felicemente mutato, per effetto
d'una granulazione, in cateratta bilaterale
perfetta e vicinissima alla maturità....
La prima impressione prodotta nell'animo di Ernesta
dall'inaspettato annuncio fu un perfetto sbigottimento,
senza pensiero, senza dolore; le idee si
sprigionarono poi in folla da quel vuoto, ma prive
d'ordine, di legame, di consistenza, balenando un
istante per sparire subito dopo e riapparire ancora;
solo di mezzo a quel caos, insisteva, giganteggiava
vie più, fino ad invadere tutto l'orizzonte del pensiero,
un'inquietudine, una domanda: «che fare?»
La prima risposta fu pronta come la parola dell'istinto,
determinata come il linguaggio della coscienza:--correre
a Milano, allietare la notte dello
sciagurato con un raggio di luce confortatrice, con
una parola affettuosa, con una carezza.
Poi la voce generosa tacque; altre voci svegliarono
gli echi del suo cuore:--vivere al fianco d'un
cieco, condannarsi ad aver sempre dinanzi una faccia
senza luce, ad udire una voce monotona e lamentevole,
rinunciare per sempre alle gioie della
vita, alle lusinghe mondane, spegnere la propria
gioventù in una noia melanconica, far l'infermiera
al capezzale d'un uomo che non ride, che cerca invano
nel buio un'idea vestita di gai colori, sagrificarsi,
distruggersi in un'intera dimenticanza di
sè medesima.... E perchè? E per chi?...--
Così pensava Ernesta.
Leonardo era suo marito, ma di nome soltanto,
non per affetti e per sentimenti comuni, per dolori
patiti insieme, per gioie insieme gustate; e non ora
solo la finzione della legge aveva ceduto alla beffa
della realtà; già avevano scelto di separare l'indistruttibile.