--Ella vuol sapere se sono felice; sissignore, sono

felice. Quanto? molto, troppo, tanto che ho paura di

qualche disgrazia. Ho ritrovato in campagna tutti

i miei giorni d'infanzia, uno per uno... quello in cui

stetti ad ascoltare il canto dell'usignuolo dal mio

lettuccio; quello in cui assediai la galleria d'un grillo

con una pagliuzza e ne feci venir fuori il castellano,

quello in cui seguì le processioni delle formiche,

quell'altro in cui fui colta da un acquazzone. Salvo

che allora godevo spensieratamente, ed oggi invece

penso ai miei godimenti, e, quando non me li centuplico,

me li sciupo... Lei si fermerà qui tutt'oggi,

spero? Desinerà meco! Non dica di no, altrimenti

mi faccio venire lo spasimo e la costringo a rimanere

per curare i miei nervi... è inteso; ella rimarrà

qui fino a sera; desinerà meco. Se teme d'annoiarmi,

s'inganna; io non trovo tempo d'annoiarmi,

non ne troverà nemmeno lei; le farò vedere il giardino,

l'orticello, la conigliera e anche la colombaia...

già ne ha veduto i nuovi inquilini; preferiscono vagar

pel bosco, ma di tanto in tanto ci vengono per

beccare il miglio; finiranno ad amare la loro casa

quando sapranno che è tutta per loro.--

Ernesta si interruppe di botto ed uscì in una risata;

aveva parlato con tanta volubilità, che il

dottore Agenore, pur volendo scusarsi e ringraziare,

aveva invano aperto le labbra per cogliere

un momento di intervallo da colmare con un ma.

--Ma,--prese a dire--non so se devo...

--Lo so io, e basta; la sequestro, la faccio prigioniero,

ella è nel mio territorio.--

Il dottor Agenore anche questa volta fu ad un

pelo di supplicare la bella, perchè mitigasse la pena

di morte che gli infliggeva colla sua bellezza in

prigionia perpetua; ma anche questa volta l'ardita

metafora gli parve, come sarebbe stata, prematura.

Erano giunti alla casa, ed al loro arrivo uno

stormo di uccelli si levò a volo dal tetto, oscurando

il cielo come un nugolo nero. Ernesta battè le mani

allegramente:

--Quanti! Quanti! e' sono stornelli, li riconosco

al volo; veda, come si muovono in giro per

l'aria! a momenti si poseranno ancora. A Milano

ce n'era una colonia che abitava i tetti del mio

vicinato, e faceva la guerra alle civette; verso il

tramonto era una festa seguire i loro circoli, il cielo

pareva un mosaico. Ecco, si sono posati, senta come

ciarlano! sembrano dire: «Noi siamo le creature

più felici della terra...»

--Ed i nostri viaggi circolari sono i più economici

ed i più spediti.--

L'aggiunta scherzosa del dottore fece ridere la

bella, la quale uscì a dire con un vezzo infantile:

--E perchè no? Sarebbe ella per caso uno di

quei dottori che hanno fatto la scoperta che l'uomo

parla per farsi intendere e gli uccelli gridano per

assordarsi a vicenda? Scommetto di no.--

Il dottore protestò che ella aveva vinto la scommessa.

--Gli uomini e gli uccelli--aggiunse--sono

scorie animate dalla stessa madre comune, e la Natura,

anche quando pare matrigna, è madre imparziale;

il polipo stesso che vive inchiodato allo scoglio

deve avere grandi soddisfazioni tutte sue nella

vita contemplativa; è una specie di filosofo pratico,

il quale ha ridotto lo scibile a quest'unica formula:

afferra quello che ti passa a tiro delle braccia e

caccialo in bocca. Osservi la profondità della massima

che in poche parole compendia lo scopo della

vita ed i mezzi di ottenerlo. Il polipo ha le abitudini

del filosofo sedentario, ma disgraziatamente il filosofo

sedentario non ha tante braccia quante ne ha

il polipo.--

Il paragone fece ridere Ernesta; ma il dottore era

entrato in materia e non voleva uscirne, e proseguì

atteggiandosi con una certa solennità, senza lasciare

il braccio della bella:

--Comprendo; ella vuol dirmi che il confronto è

strambo, irriverente, che l'uomo è il re della creazione...

e che so io; ma è lui che lo dice, e alla Natura,

cara signora, non importa nè punto nè poco

del suo reame; per essa tutti gli esseri sono eguali,

come eguale è l'opera principale che a tutti domanda.

Filosofia, scienze, arti--ghiribizzi fosforescenti;

non siamo qui per questo, cara signora.

--E perchè ci siamo?--domandò Ernesta, levando

gli occhi con uno stupore scherzoso.

--Per un occulto motivo che ci sfugge, e per

uno palese che è... che è... che è... l'amore.--

In un'altra occasione Agenore avrebbe detto «la

riproduzione delle specie,» ma il suo sistema di seduzione

si fermava, come tutti gli altri sistemi, all'amore...

sostantivo comune di genere mascolino.

Ernesta levò i begli occhi sbigottiti sul dottore.

--E dice che l'arte, la scienza, il pensiero importano

nulla?

--Alla Natura sì, lo dico e lo sostengo; se le

importasse del pensiero mio, dovrebbe pure importarle

del pensiero d'un altro assolutamente contrario

al mio, il che è assurdo; la infinita varietà delle

idee ci riporta al caos.

--Dica all'urto, da cui nasce l'ordine.

--Urto d'atomi, confusione con apparenza d'ordine;

a guardarci bene addentro, ciò che pare ordinato

non è che piccino e forma nell'infinito il

caos. Creda a me, nulla delle cose nostre è necessario,

fuorchè... fuorchè... l'amore.

--Virtù, affetti, sentimenti, pensieri, opere, tutto

dunque è vano?--chiese Ernesta, crollando vezzosamente

il capo ad ogni parola.

--La virtù è una convenzione; non esistono che

gli affetti, e sono buoni o cattivi secondo le condizioni

dei vasi, dei nervi, dei tessuti. I pensieri è

provato che sono bagliori fosforici, le opere sono

giocattoli con cui inganniamo noi stessi, rispettabili

se servono a farci passar meglio la vita e dar

modo di passarla meglio ai nostri figlioli; e quanto

al bene in sè, è fatale come il male; vi è l'_organismo_

dell'assassinio, come vi è l'_organismo_ del

sagrificio, varietà dell'infinita razza di egoisti puri

e semplici.

--Ella che _organismo_ ha?--domandò Ernesta

ridendo.

--Un organismo che entra nella gran categoria...

voglio essere sincero.

--Egoista puro e semplice.

--Egoista sì, la mia parte, puro e semplice forse

no; ho le mie massime virtuose.

--E ci crede?

--Ci credo; sono fatto così; dall'immensa vanità

di tutte le cose umane ho sceverato una sensazione,

la sola vera, profonda, sacrosanta, dopo

l'amore: il dolore. Tutta la mia moralità entra in

questo dogma: «Godi senza dar dolore agli altri.»--

Ernesta non disse più nulla, spinse l'uscio socchiuso

della casetta ed entrò in un salotto, salutata

al solito dai canarini che svolazzavano per la

gabbia a farle festa. Ma questa volta la bella non

badò al cinguettìo carezzevole, e si lasciò cadere

sopra un divano in atto di stanchezza. Agenore le

sedette a fianco, stette un pezzo a guardarla in silenzio,

poi le prese la mano, che non si ribellò.

Il sangue acceso del dottore gli mandò sul volto

una vampata.

Erano soli; dalla porta rimasta socchiusa penetrava

un raggio di sole, i canarini si erano acquetati

nel vano della finestra, le cui cortine di garza

azzurra lasciavano passare una fantastica luce.

Era venuta l'ora. Non l'esordio mancava oramai,

ma l'occasione d'avventare una metafora. Agenore

si guardò intorno, poi guardò ancora Ernesta;--era

immobile e pensosa.

--Senta,--prese a dire, stringendo la mano che

aveva tenuto nella sua,--senta...--

E invano volle andar oltre. Ernesta non sollevava

il capo, pensava sempre.

--Senta...--disse Agenore per la terza volta

rompendo l'impaccio con un impeto;--l'amore è

l'unico bisogno della natura; solo nelle sue febbri

amorose l'uomo trova il conforto della vanità delle

altre febbri, si dimentica, si perde, rivive a modo

suo... Affrettiamo l'amore!--

L'ultima frase, che era veramente un'invocazione

filosofica a tutte le creature dell'universo, avrebbe

potuto aver sembianze più pratiche e meglio determinate;

ma Ernesta non l'udì. Non udì la frase,

e non vide un colombo, uno probabilmente dei due

audaci, che era venuto a posarsi sul limitare e cacciava

la testina di mezzo al vano, guardando curiosamente

prima con un occhio, poi coll'altro.

Il dottore lo vide.

--Ah!--sospirò egli melanconicamente parlando

al colombo--come invidio la tua sorte!...--

Ma sentendosi rivolgere la parola in un falsetto

che non gli era famigliare, il colombo tirò indietro

il collo, guardò alquanto sbigottito l'incognito e la

sua padrona, domandò un paio di volte: «ôh? ôh?»

e non punto rassicurato, allargò le ali e spiccò il

volo.

A quel rumore la bella si scosse, levò lentamente

il capo, sprigionando insieme la mano dalla stretta

del dottore, fe' prova di levarsi da sedere e ricadde

dando in uno scoppio di pianto.

Invano volle reprimersi, le lagrime le sgorgavano

abbondanti. Agenore si avvicinò colle fibre in tumulto;

non sapeva che pensare, non sapeva che

dire....

--Che è stato?--Che è stato?

Finalmente Ernesta riasciugò gli occhi, e rispose

melanconicamente:

--È stato lei; sono state le sue massime, la sua

scienza. Ah! se il mondo, se l'uomo, se la vita fossero

ciò che ella dice, cento volte meglio la morte...

Sono pazza, quasi quanto lei,--aggiunse provandosi

a sorridere;--è nulla, un ingorgo delle glandule

lacrimali; ora è passato; mi aspetti qui, vado

a cancellarne ogni traccia coll'acqua fresca, poi le

farò vedere il giardino, l'orticello, la colombaia....--

Il dottore accompagnò la bella cogli occhi, e

quando fu scomparsa, si picchiò la fronte in aria

d'uomo che ha trovato.

VI.

«Non è lui! Non è lui!»

Aveva trovato! I modi di Ernesta, tra il beffardo

e il romantico, quello spasimo nervoso finito in un

singhiozzo, la stessa studiata indifferenza con cui

la bella l'aveva accolto, tutto concorreva nella gran

rivelazione. Agenore non era un gaglioffo; anche

cedendo alle lusinghe di questo fantasma, non attribuiva

scioccamente la sua fortuna al merito della

propria testa lanosa e del proprio naso affilato; conveniva

anzi con rara modestia che la cosa era andata

così perchè non poteva andare altrimenti, vale

a dire perchè Ernesta era nell'età, in cui si ha bisogno

di quell'inganno del pericardio che i profani

chiamano amore, e doveva necessariamente trovare

la sua testa lanosa la più bella testa dell'umanità

mascolina, non vedendone altre da vicino. E non

tralasciava di ringraziare il caso di averlo fatto venire

nel momento buono, quando forse, attraverso

le fantasticherie innocenti della natura campagnuola,

incominciava a farsi strada nel sangue e nei nervi

della bellissima creatura un po' di noia necessariamente

condita dalle fantasticherie non innocenti della

natura intima e fisiologica. Ricordava, e si stupiva

di non avervi badato prima, che la leggiadra Ernesta

era stata con lui in ogni occasione bizzarra

e fantastica; rammentava una parola oscura che

ora si accendeva come un razzo, una stretta di

mano lunga, un'occhiata languida, carezzevoli sciarade

che egli non aveva pensato ad indovinare. E

si picchiava la fronte colla stess'aria di prima, ma

tanto più forte, quanto più cresceva la maraviglia.

Finì col conchiudere che egli aveva posto inutilmente

l'assedio ad una fortezza, smantellata, infliggendo

senza necessità strategica le pene dell'aspettazione

e del digiuno ad un esercito impaziente e

ad una guarnigione disposta alla resa. E quando Ernesta

riapparve, Agenore aveva con un lampo di

genio deliberato di mutare il piano di battaglia.

La bella donna, non so per qual capriccio, aveva

cambiato la veste assolutamente bianca in un'altra

assolutamente nera, d'un tessuto trasparente che

lasciava indovinare due spalle pienotte e due braccia

fatte al torno. Delle lagrime versate non si vedeva

traccia; gli occhi maliziosi sfolgoravano anzi una

luce insolita, le labbra color di ciriegia scoccavano

sorrisi che facevano fremere come baci. Il dottore,

dotto com'era delle debolezze femminili, non si dissimulava

che vi ha una civetteria innocente, la

quale si propone di piacere, unicamente per piacere,

non importa a chi, al medico, al fattore, allo

specchio; ma quel passaggio dal bianco al nero, addirittura,

gli dava a pensare non senza ragione. Di

tutte le figure rettoriche, l'antitesi è la più astuta,

la più formidabile: tu adoperi un'iperbole pel gusto

di far rumore, una metafora a modo di scherzo; ma

l'antitesi, che stordisce la vittima dandole due colpi

in uno, la metti solo in campo nelle grandi occasioni.

Agenore applicava queste idee ed altre sull'antitesi

a quel brusco passaggio dal bianco al nero

che non poteva credere privo di significato.

Da uomo sicuro del fatto suo, egli concedette un

armistizio alla bella, e come le ebbe detto che era

leggiadrissima così vestita, del che, anche volendo,

non era possibile far di meno, si mostrò disinvolto

ed indolente, solo curante di rinvigorire la potenza

fascinatrice che emanava dal proprio fluido. Fu docile

come un bambino, la lasciò dire, la lasciò fare,

e dall'alto della sua persona colossale guardava quel

corpicino tutto leggiadria, con una certa solennità

che doveva mettere in croce una donnina un po' curiosa.

Ma era poi curiosa Ernesta?

Essa fece gli onori di tutte le parti della villa,

come aveva promesso; presentò al dottore le varie

insalate, le ortensie, i garofani, i conigli, ed il dottore

mostrò ad ogni volta, e scrupolosamente, la

faccia di chi «è lieto di fare una conoscenza,»

come si dice. Quando quest'ispezione fu terminata,

era l'ora del desinare. Olimpia venne ad avvertire

che la tavola era pronta.

A tavola, il dottor Agenore, accorgendosi di certe

occhiate furtive che Ernesta gli lanciava ogni tanto,

fu costretto a misurare i bocconi e pose questo

sacrifizio a debito della bella donna, nel libro mastro

dell'amore....

Non era più luogo ad incertezze: la signora lasciava

leggere chiaro il proprio turbamento; era

come un'inquietudine lieve, un bisogno di dire qualche

cosa, per cui non trovava le parole, ed una conseguente

mutezza. Costretto ad alimentare il discorso

che cadeva un paio di volte ad ogni portata,

Agenore parlava di tutto e di tutti, a bocca piena,

disseppelliva argomenti vecchi, ne creava di nuovi.

E fu così, nella foga d'una bella narrazione filata,

che gli venne fuori, senz'avvedersene: _Leon_.... Era

uno sproposito grossolano; quando se ne avvide, il

nome era uscito più che mezzo e tanto valeva finirlo,

come fece, a denti stretti.... _Leonardo_. La bella levò

il capo e guardò il commensale in faccia con una

cert'aria, di cui il dottore non comprese nulla.

--Che fa Leonardo?--domandò Ernesta mordendo

una ciambella in modo da mettere in mostra

i dentini.

--Quello che è solito fare,--rispose Agenore

con accento commiserativo....--nulla.... passa la

vita al Caffè ed al Circolo; si ammala, si finisce da

sè, è cosa intesa e non ci si pensa nemmanco più.

--E che si fa al Caffè ed al Circolo?

--Si fuma, si chiacchiera, si gioca, s'invecchia

prima dell'ora, come il mio amico Leonardo, si

attutiscono i sensi nell'inerzia e nello sforzo: ella

sa che suo marito è minacciato negli occhi, potrei

citarle il conte S.... a cui una paralisi ha tolto il

tatto; del gusto non ne parliamo; ve n'ha che non

sanno più che cosa mangiare, e morrebbero di fame

senza provar l'appetito; in generale sono gente che

vive con un paio di sensi in tutto, ai meglio forniti

ne rimangono tre...

--È dunque uno spedale il Circolo?

--Press'a poco; io, grazie ai cielo....--

E qui Agenore s'interruppe parendogli dimostrato

che egli, grazie al cielo, era un uomo in perfetto

ordine.

Dopo il desinare, e solo quando, finite le funzioni

di chimificazione, si doveva credere la digestione

avviata, il dottore reputò non contrario all'igiene

il porre in atto il suo nuovo sistema.

Erano venuti fuori di casa e si avviarono passo

passo lungo un viale. Agenore offrì il braccio alla

signora, si guardò parecchie volte intorno e finalmente

sprigionò un lungo sospiro.

--Da che deriva il sospirare dopo pranzo?--domandò

Ernesta levando gli occhi a guardare in faccia

il suo cavaliero.

--Ah!--rispose il dottore, con una vocina di

flauto,--non mi mortifichi; creda che non so perdonarmi

d'averle messo in capo certe idee....

--Non m'ha messo in capo nulla; le ho già dimenticate

le sue idee....

--E fa bene.... e fa bene....

Pausa.

--....Io stesso quanto sarei più felice se potessi

accettare le fantasie che stanno di casa in quella

sua leggiadra testina! A volte....--

Il dottore con un'occhiata fuggitiva si accertò

che la bella lo guardava in faccia colle labbra socchiuse

in atto di stupore.

--... A volte sento come un bisogno indefinito,

come una smania impotente.... allora le mie massime

mi fanno paura, la mia scienza mi ripugna....

sogno anch'io ad occhi aperti, come fanno tanti, e

dico dentro di me: «potessi credere alle loro stravaganze!

perchè qual frutto dal mio senno anticipato?

Tanto ci è la tomba che darà il senno a

tutti.... Potessi credere che la nostra individualità

è preziosa e non si perde, che l'_io_ non si distrugge

e rimane conscio del passato e dei misteri

della vita, ad errare nello spazio, animella

leggera, sopra e sotto nuvole.... e che quella che

diciamo vita è una prova ed altrove è la vita vera,

che ci aspetta un organismo più eletto, un mondo

migliore!...»

--È proprio così, è proprio così!--esclamò Ernesta

facendosi rossa in viso dal piacere.--Oh!

perchè se queste cose le pensa non le crede?--

Agenore ripigliò il filo, parlò del perispirito, del

presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione

del pensiero dei vivi coi morti, con un

accento fra il desideroso e l'incredulo, e finalmente

crollò il capo in atto di sfiducia.

Ernesta era una buona figliuola, e se la mettevate

nel territorio spiritico ridiventava fanciulla. Invasa

come da apostolico zelo, per convertire alla propria

religione un incredulo, non sapeva nemmanco lei

quel che avrebbe fatto; trasse il dottore sopra una

panca, a' piedi d'una magnolia, gli ordinò scherzosamente

di mettersi a sedere e di starla ad ascoltare

ed incominciò a dire del perispirito, del presentimento,

degli spiriti famigliari, della comunicazione

del pensiero tra i vivi ed i morti.

Agenore fingeva di pigliar fuoco e di spegnersi,

ed il suo apostolo si infervorava a tenerlo acceso,

piantava gli occhioni in faccia al miscredente, gli

stringeva le grosse mani, non gli lasciando una fibra

senza un fremito, soffiandogli nelle vene un calore

niente affatto spiritico.

Dirà chi legge: «lo sciagurato dottore non pensava

alla bassezza che stava commettendo?» Sissignore,

ci pensava, e rispondeva a sè stesso press'a

poco così:--Il volgo profano direbbe che io sto

commettendo una bassezza; ma di grazia a chi,

tranne a Dio misericordioso, può recar dolore questa

_bassezza_ che a me deve dare la mia porzione

di paradiso?--

Prima di scendere dietro i monti, il sole, mostrandosi

tra nugolo e nugolo, spinse un ultimo

raggio attraverso il fogliame lucente della magnolia

per salutare la coppia ciarliera--e la trovò mutola.

Agenore stringeva fra le sue una mano della

bella, e la bella lasciava fare: pareva distratta, passava

ogni tanto la mano libera sulla fronte come

per allontanare un pensiero insistente--pensiero

insistente non importuno, lo diceva la benigna languidezza

dell'atto con cui veniva respinto.

Per la prima volta dopo le disillusioni matrimoniali,

il quesito dell'avvenire si proponeva ad Ernesta

in una forma nuova. Stretta dagli impacci

del decoro all'uomo che l'aveva sciolta di buon grado

dagli odiosi vincoli del codice, che cosa doveva essa

a colui che era stato suo marito e di cui ancora

portava il nome? Nulla, nulla. Una voce ferma, sicura,

spontanea come un istinto, una voce che non

poteva ingannarla, le ripeteva sdegnosamente:--Nulla,

nulla.--Far d'una casa un nido, ecco la sostanza

delle giuste nozze; il rimanente è finzione,

è formula, è apparato per aggiungere solennità al

vincolo. Volte le spalle al nido, lasciata solitaria e

fredda la coltre che doveva essere scaldata dall'amore,

più nulla vi dovete a vicenda--siete liberi;

se Leonardo è come morto per te, dovrai tu ridurti

ad una vita monastica, non palpitare più d'alcun

affetto per non appannarne il decoro? E quale decoro?

Quello d'un ricco vagabondo che ozia al Caffè

od al Circolo, che sbadiglia o dorme, o cena colle

ballerine?

Ah! giusto! La società sarà ferita nel cuore se

tu osi profanare un nome così bello, una vita così

preziosa!

Ernesta passava una mano sulla fronte; Agenore

le sorrideva come un elemosinante che aspetta.

E un eco del mondo, rompendo le voci dispettose

della coscienza, giungeva fino a lei così:

«Ah! Non a Leonardo tu vai debitrice, ma a te

medesima!»

Taceva l'eco.

«Certo, ripigliava a dire una voce beffarda, in

nome della virtù tu sei debitrice a te stessa d'un

supplizio lento; domarti, vincerti, stringere il cuore

come in una morsa, reciderti i nervi, soffiare il gelo

nel tuo sangue, dimenticare che hai vent'anni, e

che a vent'anni si ama e che la bellezza è un dono

per farsi amare--questo tu devi a te stessa. Dovrai

esercitare il lampo dello sguardo e del sorriso

a velarsi, a nascondersi, oppure ad accendere fuocherelli

che ardano solitari e si spengano per mancanza

di alimento; se il tempo è pigro, ti parrà forse

men pigro occupandolo nelle finte battaglie dell'amore,

nella scherma della civetteria. Sei giovine,

bella, ardente, fantastica. Sappi comporre la tua

gioventù ad una senilità precoce, fa della bellezza

una mostra, un trastullo della tua vanità, dà al

fuoco le apparenze del ghiaccio e fantastica di là

dal mondo una vita che non assomigli a questa.

Così sarai riverita, onorata, stimata, e gli uomini

e le donne che banchettano ripeteranno il nome

tuo come quello d'una digiunatrice da proporre a

modello.... agli altri.»

Ancora Ernesta passava una mano sulla fronte,

ed ancora Agenore le sorrideva.

«Pazza, che ridi e soffri, che smanii quando ridi,

e dubiti, e temi, mentre beffi i tuoi dubbi e le tue

paure. No, nulla devi all'uomo che ti abbandona,

nulla al mondo che ti tiranneggia indifferente; ed

a te stessa, unicamente, la vita, l'amore, la giovinezza

devi. Non sei nata per consumarti nella solitudine,

per avvizzirti nell'aridità del cuore, per

atrofizzare la fibra in una vacua contemplazione.

«Sei bella!... Guardati intorno, te lo dicono cento

occhi desiderosi; cerca un cuore sano; dalla folla

bambinesca, fatua, melensa, scevera un uomo, e

gridalo al mondo senza arrossire:--È lui, è lui!»

Per la prima volta gli occhi di Ernesta s'incontrarono

con una certa trepidanza negl'occhi del

dottor Agenore, il quale continuava a sorriderle

come un elemosinante che aspetta....

Ma una voce acuta, meglio un fischio che una

voce, gridò ad un tratto dall'alto della magnolia,

due volte, tre, con insistenza. E dove il dottor Agenore

udì solo la nota ripetuta d'uno stornello, Ernesta

intese distintamente:--Non è lui, non è lui, non

è lui!»

Si levò in piedi trasfigurata in volto, in preda

ad una commozione profonda, fe' cenno ad Agenore

stesse zitto e ricercò coll'occhio in mezzo al verde

fogliame l'alato consigliere.... finchè lo vide:

«Non è lui, non è lui, non è lui!--ripetè lo

stornello e spiccò il volo a raggiungere la carovana

de' suoi compagni che girava intorno intorno come

una nuvola.

--È singolare!--disse Ernesta pensosa;--proprio

come a Milano!

--Che ci è di singolare?--domandò Agenore

con un po' di malumore per lo scioglimento frivoluccio

della situazione.

Ernesta non rispose.

Un'ora dopo essa accommiatava con infinito garbo

il suo dottore, raccomandandogli di affrettarsi per

giungere a Bellagio prima di notte.

VII.

Voci della campagna.

Quando fu sola, si tenne un istante immobile, ad

occhi chiusi, con una mano sul petto come per raccogliersi,

poi andò a sedere sopra una panca di legno,

in un padiglione che dominava la casa. Pensava...

Non mai quell'idea erasele presentata con

tanta evidenza come ora; soleva anzi sorriderne

come d'una fantasia superstiziosa, accoglierla come

un amico strambo che non si sappia indursi a respingere.

Già aveva detto: «chi sa? può essere.»

Ora le veniva sulle labbra: «È lei!» Lei, vale a

dire sua madre, a cui era stato finalmente concesso

di comunicare colla figlia per mezzo d'uno stornello!

Era la rivelazione tante volte promessale dal suo

spirito famigliare, era il vagheggiato dubbio fatto

preziosa certezza... perchè l'aveva proprio sentita

vibrare in fondo al petto la nota voce!

Amore bendato · 第 2 / 8 段