--Sono proprio disgraziato, piglio moglie credendo

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SALVATORE FARINA

AMORE BENDATO

RACCONTO

MILANO

TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA

Via Larga, 19

1875

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AMORE BENDATO

Dello stesso Autore:

IL TESORO DI DONNINA.--Un volume elegantissimo

di pagine 416 L. 3 --

FANTE DI PICCHE.--_Una Separazione di Letto e di

Mensa_.--_Un uomo felice_.--Un volume elegantissimo

di pagine 160 » 1 50

DUE AMORI.--Volumi due » 1 --

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IL ROMANZO DI UN VEDOVO.--Tre volumi » 1 50

FIAMMA VAGABONDA.--Due volumi » 1 --

Dirigere le domande alla TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA

Via Larga, 19. Milano.

SALVATORE FARINA

AMORE BENDATO

RACCONTO

MILANO

TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA

Via Larga, 19

1875

Proprietà letteraria

AMORE BENDATO

I.

In cui la signora si confida col suo spirito famigliare.

...Infine ho la coscienza di non essere perversa,

e se scendo in fondo al cuore, trovo che sarei capace

di far la moglie come le più brave. Ma che

colpa ne ho io se quest'uomo non mi sa prendere,

se non se ne dà nemmeno pensiero, se non mi ama?

Non mi ama, e non solo non mi ama, ma non mi ha

amato mai! Quasi quasi me lo diceva in faccia, perchè

è schietto ed abborre le simulazioni, il signor

marito. Gli ho risposto, come andava fatto, che a

me non ne importa un bel nulla e che alla fin dei

conti siamo pari, perchè neppure io l'amo nè l'ho

amato mai...

Ed ora finalmente tutto sta per finire fra di noi, il

mondo è largo, e dei Leonardi e delle Erneste ce ne

possono vivere molte paia senza che siano obbligati

a guardarsi nel bianco dell'occhio a tavola, ad

andare a braccetto per le vie. Sarò finalmente libera,

mi tornerà il respiro.

Ah! che orrore _i diritti ed i doveri dei coniugi_

per due che non si vogliono bene! E che odioso e

fatuo libro il codice colla sua aria di volere, con

quattro ciancie numerate, regolare in eterno un

affetto che alle volte dura... Quanto ha durato il

nostro? Apparentemente tre mesi, in realtà meno

di tre quarti d'ora, perchè non ci è mai stato affetto

vero tra Leonardo e me; non l'amo e non mi

ama, oggi come ieri e come tre mesi or sono.

Tu sai come è andata la cosa; morì la mamma,

rimasi sola nel mondo; lo zio Rinucci, la zia Rinucci

e mia cugina Rinucci mi aprirono le braccia

a modo loro, vale a dire mi accolsero in casa nei

primi giorni che succedettero alla sciagura; poi lo

zio fece l'inventario dell'eredità ed accettò in mio

nome; la zia procurò di divagarmi affidandomi tutte

le rimendature, mia cugina si fece regalare quattro

o cinque anelli, un medaglione ed uno scialletto di

seta azzurra, che, secondo lei, pareva fabbricato apposta

per dar luce al biondo-stoppa dei suoi capelli.

Un giorno, dopo che ne erano passati molti e tutti

monotoni ad un modo, la signora Virginia mia cugina,

non so più in qual proposito, mi fece sapere

che il mio naso non le piaceva, che era fatto non

so come e che pareva non so che; non potendolo

cambiare per andarle a genio, la consigliai di non

porre il suo in ciò che non le spettava e di guardarsi

nello specchio. D'allora in poi fu guerra. Me

ne doleva proprio; nella mia afflizione per aver perduta

la mamma, avrei avuto bisogno di carezze, ed

invece mi toccava tener viva una guerricciola di

dispettuzzi, perchè guai se mostravo di accasciarmi,

subito la signora Virginia s'inanimiva e pigliava le

arie di vincitrice. L'autorità tutelare dello zio Rinucci

intervenne, ordinando che io andassi in collegio

a compiere la mia educazione.

Avevo 19 anni suonati, ed entrare in collegio nell'età

in cui le altre ne escono non mi garbava molto;

pur vi andai felice di uscire dalla casa del tutore.

I due anni passati al collegio furono relativamente

lieti; una volta o due al mese ritornavo all'amplesso

dei tre Rinucci, presso i quali trovavo sempre qualche

rimendatura lasciata in disparte per me, e qualche

amorevolezza delle solite da ricambiare colla cuginetta.

Ci trovavo pure Leonardo.

Confesso che mi sembrò un bel giovinotto; non

stetti a badare che era troppo lungo, troppo miope,

troppo dinoccolato, troppo frivolo, e lo trovai elegante

e disinvolto, un po' indolente, ma garbato.

Porgevo orecchio alla sua conversazione briosa, da

cui non usciva un'idea, e mi pareva che quel mulinello

di parole mi parlasse di un mondo che io non

aveva ancor visto da vicino, un mondo in cui le signore

vestono di velluto e di seta, ed i signori portano

l'occhialetto. Dico il vero, vivervi sempre in

codesto mondo non mi sarebbe garbato punto, ma

entrarvi al braccio d'un marito lungo, elegante, disinvolto

e miope, attraversarlo tirandomi dietro lo

strascico di velluto e cento occhiate curiose per poi

uscirne e correre in una tranquilla casetta a ritrovare

il micio, la gabbia dei canarini, la vesta da

camera, il focolare ardente, le ciancie a quattr'occhi,

l'ultimo romanzo pubblicato, la festa di ogni

giorno--ah! questo sì mi seduceva.

Il signor Leonardo era molto gentile con tutti e

specialmente meco; non me ne sarei accorta, se la

mia cuginetta non avesse avuto l'ingenuità di mostrarmi

aperto il suo dispetto; era un trofeo di vittoria

e non me lo lasciai strappare di mano.

In appresso fui forse col signor Leonardo più civettuola

del necessario, se è vero, come mio marito

mi ha detto poc'anzi, che egli mi aveva creduta

innamorata pazzamente di lui. Anch'io credeva lui

pazzamente innamorato di me, e le collere della Virginia

me ne facevano sempre più persuasa ed orgogliosa.

Ebbi torto, non dovevo cedere a sentimenti

così meschini, ma infine l'ho scontato caro il trionfo

della mia vanità. Sono proprio pentita, mi pare che

quando mia cugina verrà a vedermi per gustare la

propria vendetta, me le getterò nelle braccia e bagnerò

di lagrime la sua testina color di stoppa.

Venne il giorno sospirato e temuto; compii i ventun

anno, e per primo atto della mia autorità di donna,

dichiarai che non volevo rimanere un'ora di più nel

collegio. Ne uscii. Tornai a far rimendature e dispettuzzi

in casa Rinucci. Una settimana dopo, la vita

mi pareva così insopportabile che trovai la forza di

comperare il primo codice e dichiarare a mio zio

che la non poteva durare e che io voleva andarmene

a viver sola.

Il mio coraggio giungeva fino alla petulanza e lo

fece ammutolire. Toccò alla zia a parlamentare per

convincermi che la mia idea era assurda, che non può

una giovinetta far casa da sè senza esporsi alle censure,

ai sospetti del mondo maligno. Non era la via

migliore per farmi disdire; sostenni che una giovinetta

può benissimo, che se la legge le dà questo

diritto deve averci le sue ragioni.

Incominciarono i commenti all'articolo 323. «Lo

spirito della legge, entrò a dire mio zio, è, non è,

insegna...;» io feci la sorda e mi attenni alla lettera.

Fu allora che il signor Leonardo trovò nel suo

cervellino balzano la bella idea che ci ha condotti

a questo punto.

--Signorina,--mi disse--se vi piacessi, come

mi piacete, ci sarebbe modo di accomodar tutto senza

scandali... Acconsentireste a darmi la vostra mano?--

Gliele diedi tutte e due ridendo, le pigliò ridendo,

ci sposammo ridendo. Fu una vera fanciullaggine.

Per parte mia ero andata a nozze come si va in

campagna, certa di annoiarmici un pochino, ma felice

della libertà che mi aspettava, curiosa degli

orizzonti nuovi che mi si promettevano, anticipando

alla mia vanità di fanciulla tutte le dolcezze della

domestica autorità di padrona di casa. Non pensavo

allora che dalla campagna si ritorna e dal matrimonio

no, e se pure ci pensavo qualche volta alla

sfuggita, facevo dentro di me un ragionamento zoppo

che andava a finire così: «tocca a Leonardo farmi

felice, ci pensi lui!» Oh! sta a sentire come ci ha

pensato.

Nei primi giorni, durante il viaggio, pareva proprio

felice; andare di città in città, d'albergo in albergo,

farsi trascinare in carrozza da un museo ad

una pinacoteca, scendere da un monte per salire sopra

un campanile, visitare i tesori dei santi, la corona

di ferro, le mummie di non so chi--tutto ciò

gli pareva delizioso; fu un'orgia pei suoi occhietti

che non vedono più in là d'una spanna. Io lo osservava

per le vie, quando camminava impettito, lungo

lungo, colla testa alta, leggermente curvata indietro

per impedire che l'occhialetto gli cadesse dal naso,

e quando si fermava a pigliar le note nel taccuino

per potersi ricordare di ogni cosa e parlarne poi

al Circolo; vedevo un sorriso di cuor contento

errargli sul labbro, e pensavo:--È innamorato,

beato lui!...--

Allora mi davo la spinta coll'immaginazione e per

un quarto d'ora m'innamoravo anch'io.

Non tardai ad accorgermi che in quella felicità

apparente l'amore non entrava per nulla; la fatuità

ne faceva tutte le spese. Leonardo era incantato di

trovarsi in una condizione nuova, di sapersi spinto

colla velocità dei convogli diretti attraverso paesi

ignoti, di vedersi passare dinanzi tutta quella fantasmagoria

di strade, di monumenti, di teatri e di

musei; era insomma felice perchè non si annoiava

e non aveva bisogno di pensarci. Al termine del viaggio

l'uomo annoiato, frivolo, indolente, senza pensieri

e senza sentimenti, ricomparve tal quale, anzi peggio

della vigilia delle nozze. Allora fui impaurita.

Scesi dentro di me e ci vidi un mondo sopito, frugai

dentro di lui e non ci trovai nulla, fuorchè una perfetta

soddisfazione di sè medesimo, una tranquilla

coscienza del proprio valore. Allora mi domandai se

era possibile passar la vita con un uomo che non

comprendeva alcuno de' miei sentimenti, che non

palpitava di nessuno de' miei affetti, non legato a

me da memorie, da simpatie, da nulla, fuorchè dal

codice--e mettendoci della buona volontà, risposi

di sì, a patto di formare l'abitudine, di sostituire la

condiscendenza all'amore, di far germogliare in lui

qualche sentimento e qualche pensiero embrionale.

Divenni... noiosa!

Lo riconosco. Per guarire la sua spensieratezza gli

proponevo mille quesiti domestici da risolvere; per

farlo uscire dalla sua fatuità gli facevo sfilare dinanzi

una processione di fantasmi dell'avvenire. Non

riuscii a nulla, nemmeno a seccarlo. Egli continuava

a passare press'a poco il giorno al Caffè, la notte al

Circolo.

Una carezza fredda, un bacio di gelo, una sfuriata

di ciancie sul cavallo balzano del contino, sul

calesse nuovo del banchiere, sul prossimo duello,

sull'ultimo spettacolo alla Scala, sulla prima ballerina,

sui polsini del marchese X, che erano, diceva

lui, meglio stirati de' suoi.... e quando aveva finito

si addormentava col sorriso del giusto sulle labbra....

Ho resistito un pezzo; mi parve prima scipito, poi

ridicolo e finalmente odioso.

L'altro ieri mi trovò in lagrime; bisognava sentirlo:

«è una vittima, ha il cuore sensibile, e non

può soffrire le lagrime; a me non manca nulla, io

sono un'ingrata, il poveretto non domanda che la

sua pace e le sue care abitudini, io sono padrona di

fare quel che mi piace, ho una casa ora ed egli me

l'ha data perchè io vi sia libera, ma lasci lui libero.»

--Non sono un egoista--disse egli.

--Non sei un egoista--diss'io--sei uno stolido.

Leonardo è uomo flemmatico, girò sui tacchi e

via... al Caffè od al Circolo.

E poc'anzi, quando l'ho preso di fronte e gli ho

domandato perchè mi avesse sposato, mi ha risposto

ingenuamente che «allora gli piacevo e che

credeva di fare un'opera buona.»

È anche un uomo schietto Leonardo!

--Senti, gli ho detto, questa vita non la posso e

non la voglio più vivere, la legge ammette la separazione

per incompatibilità d'umori, ed i nostri sono

incompatibili.

E gli mostravo il mio secondo codice, comperato

ieri l'altro.

Egli si è messo a ridere.

--Buon Dio! Lo dici tu che i nostri umori sono

incompatibili; da parte mia sono disposto a compatire

le tue idee romanzesche, spiritiche, filosofiche,

sentimentali, compatisci tu le mie e vivremo come

Filemone e Bauci.

E siccome io pigliava fuoco, egli ha sorriso dall'alto

della sua persona sterminata, si è dondolato

un paio di volte, ed ha finito con dire: «Farai quello

che vorrai, sei contenta? Ma senza scandali, senza

codice, senza tribunali; se non puoi viver meco, vivrai

sola, pensaci stanotte...»

E via... al Caffè od al Circolo.

Tutto dunque sta per finire; domattina quando

egli verrà stabiliremo le norme della nuova vita, andrò

a stare altrove... lontano, in campagna... vivrò

nella mia solitudine, nei miei affetti contemplativi,

con te, mio buon amico....

Sul punto di prendere tale deliberazione, scendo

ancora una volta dentro di me e m'interrogo:--Ho

io fatto quanto stava nelle mie forze per non arrivare

a questo?--Sì, tutto, tutto. Ho combattuto

la ripugnanza che ora mi domina, quando appena

tentava le vie del mio cuore; venti volte fissai i

confini della mia sofferenza e venti volte li respinsi

indietro. Sol che egli avesse fatto un passo verso

di me, io ne avrei fatti dieci, e ci sarebbe stato

forse possibile intenderci ancora. Ma non lo seppi

smuovere dalla sua indolenza, non mi riuscì di farlo

un istante venir fuori dal castello merlato della sua

fatuità.

Passar la vita a far la parte di vittima d'uno

scioccherello col pretesto specioso che questo scioccherello

è mio marito, è cosa superiore alla mia virtù.

Mi piacciono le situazioni chiare e definite.

Sia pure l'abbandono, sia pure la solitudine, sia

pure la noia, purchè mi si diano per quello che sono

e per quello che valgono; non so che farmi d'una

casa che è una prigione, d'una _famiglia_ che è una

parola, d'un _trono domestico_ che è una metafora.

Tu non puoi darmi consigli, ma potessi anche, ed

io non te ne chiederei ora, perchè sono irremovibile.

Ho solo voluto narrarti la cosa pel bisogno di

confidarmi ad un amico, e di persuaderti che, almeno

nello _sciogliermi_, ho messo il senno, la maturità di

consiglio, la ponderatezza, tutte quelle buone cose

che doveva mettere all'atto di lasciarmi legare da

un articolo del codice. Ma egli allora mi piaceva,

ed io gli piacevo. Così almeno ha detto lui.

Vorrei un po' sapere perchè ora non gli piaccio

più!

Perdona se ti ho trattenuto un pezzo colle mie

chiacchiere; spero di non averti annoiato, perchè

non mi hai interrotto; ma d'altra parte tu sei così

buono che non ne sono sicura.... Buona notte, cioè

buon giorno. È l'alba.

II.

In cui il signore si confida col suo medico.

Era l'alba. Era quel breve momento del giorno, in

cui il sonno e la vita, il silenzio ed il suono, la tenebra

e la luce sembrano stare insieme, tollerandosi

a vicenda, mutando l'antitesi in un'armonia sfumata

e fuggevole.

Penetrava dal vano della finestra un filo di luce

pallida, accompagnato dall'alito fresco del mattino;

fendevano l'aria le prime note d'un grandioso concerto

che fra breve doveva prorompere in tutta la

sua sonorità sul vecchio ippocastano del giardino;

qualche piccolo concertista impaziente provava a

gola spiegata i gorgheggi più difficili. E non ostante

quei voli, quello sbatter d'ali intorpidite, quei canti

e quel sommesso bisbiglio delle frondi, persisteva

nell'aria qualche cosa del silenzio notturno.

Ernesta si provò un istante ad accompagnare dalla

finestra il suo buon amico (uno spirito famigliare

molto docile e molto taciturno), ma per mancanza

di direzione certa, abbandonò quasi subito le vie delle

nuvole e tornò coll'occhio e col pensiero in terra, al

giardinetto, all'ippocastano.

Quel giardino era tutto un mondo agli ocelli suoi,

un mondo popolato di creature innocue ed allegre,

su cui non posava mai ala di nibbio; l'ippocastano

era un conservatorio che dava le più belle vocette

ed i migliori cantori dell'universo; lo dirigeva un

usignuolo; uno stornello faceva con molta buona volontà

le veci del direttore.

Ernesta rimaneva immobile ad ascoltare una bella

sinfonia descrittiva, dimentica per poco delle sue

sciagure. Quel mattino di maggio aveva cento mani

leggiere e fresche per accarezzarla sulla fronte, sulle

guancie, sugli occhi stanchi dalla veglia; i passeri

le davano il buon giorno in coro, e le rondini inquiete

le passavano rasente fino quasi a toccarla

colle ali, mandando un grido di saluto, in cui entrava

un po' di paura. La giovine donna aveva quell'acutezza

di senso delle nature fantastiche e nervose;

a lei le conversazioni dei passeri parevano sempre

piene di attrattiva, era persuasa che le rondini nel

passare le dicessero _addio_, e rispondeva _addio_ a

fior di labbro per non far battere troppo forte quei

cuoricini sbigottiti dalla propria audacia; poi spingeva

il capo fuor del davanzale e volgeva gli occhi

in alto, dove un'altra rondine si teneva appesa al

nido sotto la gronda e la guardava curiosamente.

A poco a poco si unirono nuove voci al concerto,

e la sinfonia giunse alla massima sonorità. Ernesta

non sapeva staccarsi dal davanzale; la veglia protratta

le aveva acuito i sensi più ancora; udiva,

o le pareva d'udire, parole nuove, accenti ignorati,

e quando lo stornello, appollaiato sull'ultimo ramo

dell'ippocastano, incominciò un canto che si staccava

su tutte le voci, le parve che a lei sola si rivolgesse

e che avesse a dirle qualche cosa importante.

Spinse un seggiolone nel vano della finestra

e stette ad ascoltare un pezzo, ad occhi chiusi, facendo

ad ogni tanto di sì col capo. Finalmente fece

di sì un'ultima volta, curvò la testa sul petto e

stette immobile....

Nel risvegliarsi, Ernesta fu molto stupita di vedersi

quasi all'oscuro, sopra una poltroncina, nel

vano della finestra, di cui erano state chiuse le imposte;

balzò in piedi si stropicciò gli occhi, aprì le

vetrate e ricevette sulle guancie il caldo bacio del

sole di mezzodì.

Pensò: «Qualcuno è venuto, mentre io dormiva,

chi mai? Leonardo; Olimpia non entra se non la

chiamo.»

Stette un pezzo immobile a fantasticare su questo

nonnulla.

--Egli è tornato a casa all'alba, secondo il solito,

ha visto il lume acceso attraverso la toppa, ha

avuto paura si appiccasse fuoco alle cortine del mio

letto, ed è entrato pian piano per non svegliarmi,

mi ha vista addormentata sul seggiolone, si è accostato,

ha chiuso adagino la finestra già invasa dal

sole, mi ha guardato per vedere se mi svegliassi e

se ne è andato sulla punta dei piedi portando via

il lume acceso....--

E nel dire a sè stessa queste cose, essa se lo vedeva

innanzi il suo Leonardo, nè ora nè mai _suo_, e

gli pareva curiosissimo in quegli atti, e pensava:

--Qual gioia se fosse un altro, amante e riamato,

per poter correre in camera di lui e svegliarlo con

un bacio e dirgli: «Cattivo, è così che dovevi fare!»

Ma si corresse e disse che un altro, come lo voleva

lei, non sarebbe tornato a casa a quell'ora. Ci

pensò ancora, prima di conchiudere con un sospiro;

poi si lasciò cadere sopra una poltroncina dinanzi

allo specchio, e tirò languidamente il cordone del

campanello per chiamare Olimpia.

Press'a poco a quell'ora, dalla stanza più remota,

la voce di un altro campanello avvertiva il vecchio

cameriere che il padrone si era svegliato. La testa

canuta di Bortolo non entrò sola; la precedeva un

testone crespo ed espressivo, solidamente piantato

sopra un corpo alto e massiccio.

Bortolo era corso innanzi ad aprire le finestre,

per lasciar entrare la luce; il visitatore si era fermato

sul limitare, tenendo pronto un sorriso di saluto,

e sul lettuccio in fondo alla camera un giovane

pallido e bruno si era tirato mezzo il corpo fuor

delle coltri, portando una mano agli occhi e facendo

cenno coll'altra a Bortolo perchè non aprisse tanto

le imposte. Bortolo misurò studiosamente un grado

di luce che potesse venir tollerato dal suo padrone,

e se n'andò in silenzio. Leonardo e l'incognito stettero

faccia a faccia.

--A che ora sei venuto a letto?--domandò il

visitatore con una voce dolce e carezzevole, pigliando

il polso del giovane.

--Saranno state le sei, m'immagino.

--Si capisce; hai il polso agitato, incerto; segno

che hai dormito poco e male e che hai passato la

notte al solito.

Leonardo sembrava alla tortura, si contorse sul

letto, guardò qua e là, e non rispose. L'altro gli

toccò il mento coll'indice:

--La lingua.--

Leonardo mise fuori la lingua di mala grazia.

--Temevo peggio,--proseguì a dire il dottore

col medesimo accento mellifluo,--hai un _organismo_

che fa miracoli di resistenza, ma finirà col cedere; tu

non puoi durarla un pezzo così. Ed ora vediamo gli

occhi.--

E senza badare alle smorfie dell'ammalato, il dottore

andò ad aprire la finestra e tornò a fare il suo

esame:

--Nessun peggioramento,--disse,--ma d'altra

parte nessun modo d'impedire lo sviluppo d'un malanno

serio, se non muti vita... pensaci....

--Ci penso.

--Senti delle punture?...

--No....

--Hai degli abbagli?

--No....

--Vedi doppio qualche volta?

--No... cioè sì... qualche volta! Insomma mi secchi!

Lasciami dunque in pace. Questa mattina sono

d'una irritabilità nervosa....

--Comprendo, i soliti guai con tua moglie.

--Sì... cioè no... non i soliti, ma peggio dei soliti...

anzi bisognerà che ci pensi sul serio, e ti assicuro

che faccio una fatica, una fatica... sono malato,

dovrebbe risparmiarmi... nossignore!

--Che dice tua moglie?

--Agenore mio, ha una testa bizzarra!... dice che

non vuol più star meco; ha comperato un codice e

voleva che lo studiassimo insieme per imparare come

ha disposto la legge quando due non possono andare

d'accordo! Ma io ci vado, ci sono sempre andato,

ci andrò sempre d'accordo purchè mi lasci fare a

modo mio....--

Il dottore Agenore abbozzò un sorriso malizioso.

--Sta zitto, proseguì Leonardo coll'accento d'un

fanciullo viziato, so quello che vorresti dire, che

tutti i cattivi mariti non parlano diversamente...

ma ti pare che io sia un cattivo marito? Che cosa

faccio a mia moglie? Nulla.--

L'amico dottore si rizzò sulla punta dei piedi, e si

lasciò ricadere sui calcagni, ripetendo come un eco:

--Nulla!--

Fatto un grandissimo sforzo sopra di sè per contenersi,

Leonardo scivolò sotto le lenzuola, tirandosele

fino sotto il naso. Quell'atto di supremo accasciamento

fe' balenare un altro sorrisetto sulla

faccia del dottore, il quale ripetè ancora una volta:

«Nulla!»

--Nulla,--ripigliò Leonardo con una convinzione

profonda,--assolutamente nulla; in questi giorni

sono stato costretto a fare una specie di esame di

coscienza; ebbene, ti giuro che sono un marito immacolato.

Non ho intrighi, tu lo sai, non faccio la

corte a nessuna donna; colle ballerine mi piace solo

cenare, perchè in generale sono creature allegre e

d'una ignoranza e d'un appetito che mettono di buon

umore; non giuoco, non mi ubbriaco, non faccio debiti.

Se mi guardo d'attorno, vedo il conte A... che

mantiene una corista, il signor B... che si fa mantenere

da un vecchio soprano di cartello, il barone

C... che passa i giorni e le notti alla bisca e corre

di galoppo verso la rovina, eccetera; tu li conosci,

costoro ed altri, al par di me, e sai che hanno tutti

moglie e figliuoli... eccoli i cattivi mariti! eccoli!

ho anch'io il senso critico dell'uomo virtuoso.--

Leonardo tacque; e vedendo che il dottore Agenore

faceva di sì col capo, tirò un lungo sospiro, si

voltò sul fianco e proseguì con voce compassionevole:

--Sono proprio disgraziato, piglio moglie credendo

di fare un'azione meritoria, di assicurarmi la

mia porzione di paradiso, e invece mi tiro un inferno

addosso. Tu sai come è andata. Ernesta mi

piaceva ed io piaceva ad Ernesta; sola lei, solo io;

essa non aveva una casa, ed io ne aveva una, in

cui non stavo mai... Ci sposiamo? Sposiamoci. E fu

fatto. «Mobiglierà la casa di suo genio, dicevo,

perchè sarà lei che dovrà starci, io mi reputerò

felice di vedermi venire incontro un visino ridente

e mi sentirò meglio equilibrato nel mondo.» Sissignore

che facevo i conti senza quella testolina

bizzarra; figurati, vorrebbe che non mettessi il piede

al Circolo, nè al Caffè, che non riconoscessi più i

miei amici da scapolo, che avessi paura dei gonnellini

delle ballerine, che andassi in teatro solo per

accompagnarvi lei, che la conducessi a spasso e

nelle buone famiglie e che stessimo a sbadigliare

a quattrocchi tutto il giorno quanto è lungo... e tu

sai quanto è lungo! Mi provai a persuaderla e sulle

prime sperai di ricavarne qualche frutto.... «Disgraziata!

non sai che è la tomba del nostro amore che

tu vuoi scavare con queste male abitudini? Lasciami

fare a modo mio, e non mi pentirò mai di aver preso

moglie, e mi piacerai sempre, e ti amerò in eterno;

hai una _posizione_, una famiglia; sei una donna _collocata_,

come si dice, puoi ricevere, dar delle veglie;

divertiti come io mi diverto, onestamente, fatti delle

abitudini che non urtino le mie abitudini..., e lasciami

in pace.» Tempo perduto, fiato sprecato; ho dovuto

sempre finire a piantarla colle sue smanie ed

andarmene al Circolo. Ha certi paroloni in bocca, si

fa certe idee dei doveri coniugali da diventare insopportabile;

peccato, perchè è bellina proprio e vi

sono nella giornata alcune ore che avrei sempre

passato volentieri con lei; ma a darle retta non sarei

più un uomo, diventerei un fantoccio, e mi farebbe

muovere a suo capriccio. Pazienza; per parte

mia rinuncio ai vantaggi sperati da questo matrimonio;

poichè non sa riconoscere la sua felicità,

peggio per lei; vuole andarsene, si accomodi.--

E così dicendo la povera vittima girava orizzontalmente

come sopra un perno e si voltava sull'altro

fianco. Per un pezzo stette zitto, aspettando forse

che l'amico dottore entrasse a dire qualche cosa,

ma l'amico dottore non discuteva mai le opinioni

degli altri senza un qualche gravissimo interesse,

ed aveva in ciò le sue ragioni filosofiche; onde Leonardo,

che aveva preso l'aire e non poteva fermarsi,

dovette fare un'evoluzione contraria sul proprio

perno e mettere un'altra volta la sua faccia di

vittima di fronte alla faccia pensosa dell'Esculapio.

--Io la compatirei mia moglie, sì, se mi lasciasse

in pace, sento che avrei la forza di compatirla; le

sono idee bevute coll'educazione, idee da borghesucci,

da gente di affari. Un impiegato che passa

nove ore del giorno all'ufficio, un bottegaio, un negoziante,

che so io, ecco i mariti modelli! Dio del

cielo! La cosa difficile! Date otto giorni di vacanza

all'impiegato, tre feste di seguito al bottegaio, un

piccolo fallimento che costringa a quindici giorni

di ozio un negoziante, e se costoro non fanno dare

in ismanie le loro Penelopi, come io la mia senza

colpa, mi si mozzi un dito, mi si mozzi! Mia moglie

non comprende queste cose perchè è un po'

fatua, un po' spensierata, un po' frivoluccia, un po'

insomma tutto quello che ella dice che io sono, ma

io... ma io....

La faccia da ridere del dottor Agenore imbrogliò

la frase di Leonardo, il quale fu costretto a fermarsi

ed a domandare:

--Dimmi tu se ho ragione.

--Non c'è che dire,--rispose il medico,--hai

ragione; le tue facoltà sono equilibrate per modo

che non vi può essere dubbio... hai ragione... è la

natura genuina, è il tuo sangue, sono i tuoi nervi,

non potrebbe essere altrimenti... insomma hai ragione.

--Manco male! interruppe l'altro,--manco male;

io appartengo ad una classe che ha vacanza tutto

l'anno, e che di necessità deve avere abitudini matrimoniali

diverse... Bada un po' quanti avventori

ammogliati con prole conta il Caffè Cova! ed il Circolo

quanti! Domanda a costoro se, quando si sono

coniugati, fu loro possibile da un giorno all'altro

mutare le abitudini di una quindicina d'anni per

cucirsi alle sottane della moglie! Non bisogna esagerare

la virtù di quei quattro articoli del codice

che vi legge il Sindaco o l'Assessore; sono quattro

buoni articoli, ma non possono far miracoli; il

giorno dopo che si è cessato di essere scapoli, in

fondo si è rimasti quello che si era la vigilia. Molti

credono il contrario e si illudono e fanno la propria

e l'altrui infelicità; io non l'ho creduto un istante

e sento che potrei far la vita di marito con molto

garbo... se mia moglie mi lasciasse in pace. Il marchese

Viani e l'ingegnere Stefani fanno così, ma

essi hanno avuto la fortuna di trovare delle mogli

che comprendono la _situazione_, ed a me ne è toccata

una testereccia che vuol guastarmi il sangue

colle sue idee balzane.... Pazienza! Ci separeremo.

Accetto la mia parte di vittima.--

Dicendo queste ultime parole, il poveraccio protendeva

tutte e due le mani fuori del letto come

eccitando il dottor Agenore a consegnargli immediatamente

quella parte disgraziata.

Pochi minuti dopo Leonardo, non sapendo più che

dire e sicuro che avrebbe aspettato invano i consigli

del suo amico medico, si determinò a levarsi

da letto alla muta. Il dottore Agenore stava a guardarlo

seduto sopra una poltroncina.

--Fammi il piacere, dimmi ancora che ho ragione--uscì

a dire Leonardo arrestandosi di botto, mentre

stava mettendosi i polsini.

Agenore rialzò il capo e disse senza scomporsi:

--Certo che sì; finchè parli tu, la ragione è dalla

tua.

--Che intendi di dire?

--Tua moglie farà le sue argomentazioni, immagino?

--Pur troppo....

--E le fa in buona fede....

--Ma senza senso comune....

--Non importa, le fa col suo senso, co' suoi sensi,

ha ragione anche lei; avete ragione tutti e due;

sono i nervi, è il sangue, il fluido... la disgrazia,

se ti piace meglio.

--Le conosco le tue teoriche, non le discuto....

--E fai bene, perchè sarebbe inutile... sono le mie;

io non discuto le tue... perchè sono le tue; la discussione

è un acrobatismo dell'ingegno, uno sforzo

erculeo sul trapezio, sulla corda o sulla barra che

non approda a nulla. Tu non sei padrone ora di

pensare diversamente da quello che pensi; date le

tue condizioni fisiche, dato l'equilibrio momentaneo

delle tua facoltà, è fatale. Vuoi essere sicuro che

questa tua idea d'ora è, non dirò la vera, ma quella

che corrisponde esattamente al tuo temperamento?...

Aspetta a domani, fra una settimana, fra un mese.

--E mi consigli?

--Di non risolvere nulla per ora.

--Impossibile... impossibile... impossibile. S'ha a

finire; ieri dopo il desinare, bisticci, ieri l'altro idem;

e indietro e indietro sempre bisticci e scene analoghe....

Le ho detto che oggi le avrei risposto ed oggi

le risponderò.--

Leonardo aveva finito di vestirsi e si guardava intorno.

--Vacci subito,--disse Agenore,--spicciati,

io ti aspetto qui....--

Leonardo non rispose, prese sbadatamente il cappello

e lo tenne in mano facendolo girare.

--È una scena disgustosa,--disse alla fine lentamente,--non

ci avevo pensato, mi sembrava facile

ed è difficile; ci saranno lagrime, parole grosse...

ho una natura così impressionabile; mi spiace veder

piangere una donna.... Ernesta poi... a cui voglio

bene.... Ah! mi viene un'idea; è la mattina delle

idee... ma questa è eccellente.... Ecco, Agenore, ci

vai tu da mia moglie, te le presenti, le sveli l'animo

mio, la persuadi che io non ho alcun torto verso di

lei, le spieghi bene le cose, la induci ad accettare la

vita libera nel tetto coniugale.... ed in caso disperato....

--In caso disperato?

--Le dici che il suo codice non serve a nulla,

che quando ella vorrà stare in città, io me ne andrò

a viaggiare, e quando ella vorrà andare in campagna

od ai bagni io starò in città.... così sarà liberata

dalla mia odiosa presenza e non si faranno

scandali. Ci vai?

--Ci vado.

--Ah tu sei il migliore degli uomini ed il migliore

dei medici; mi hai tolto una montagna dallo

stomaco; servigi come questo non si dimenticano....

conta sulla mia gratitudine... io corro perchè è la

una e mezza; alle due mi aspettano al Cova. Fatti

annunciare.... mia moglie non ti farà fare anticamera.--

E Leonardo, trasformato in volto dall'ottima idea

che gli era venuta, uscì guardandosi intorno per

paura di incontrarsi colla sposa; quando fu sul pianerottolo,

si fregò le mani come uno scolaro e scese

le scale a precipizio.

III.

Missione diplomatica.

Il dottor Agenore aveva accettato il difficile incarico

con un po' di leggierezza. Ci pensava ora e

diceva a sè stesso che se la discussione è inutile, la

persuasione è impossibile, salvo in certi casi di felice

rilassamento delle fibre. Finì con dirsi che po' poi

non doveva fare un predicozzo, nè un'orazione, ma

un'ambasciata pura e semplice.

E si fece annunciare alla signora.

La signora lo ricevette nella sua camera da letto,

in veste da mattina, sdraiata sopra un divano, dandosi

l'imperio e la disinvoltura dell'indolenza.

--Buon giorno, dottore,--disse la prima,--come

sta?

--Bene,--rispose Agenore senza scomporsi,--e

quanto a lei, cara signora, invece di domandarglielo

me ne accerterò io stesso.--

Così dicendo, le si sedeva accanto e le pigliava il

polso tra l'indice ed il pollice.

--Un po' agitato, ma abbastanza regolare; ella

è in grado di ascoltare pacatamente quello che le

devo dire.... Suo marito....

--Mio marito!... è dunque mandato da mio marito?

E perchè non è venuto egli stesso?

--Era aspettato al Cova.

--Ah!

--Il mio amico Leonardo è dolente di non essere

compreso, è sicuro di fare il suo dovere di buon

marito, non sa darsi pace...--

Ernesta lo interruppe.

--E infine non sa che farsi di me....

--Non dice questo.

--Che cosa dice? Ha egli pensato, come ho pensato

io, che questa vita è intollerabile? E che ha

risoluto?--

Il dottor Agenore si vide così sbalzato dall'esordio

alla perorazione, senza aver fatto un passo; prima

di rispondere provò a puntellarsi.

--E ci ha ella proprio pensato? Ed è venuta per

davvero alla conclusione che questa vita è intollerabile?

Ed è certa di non aver avuto un po' di febbre,

una momentanea irritazione nervosa? Perchè,

cara signora, noi siamo povere creature avviluppate

in una rete di nervi, mal difese da un'epidermide

impressionabilissima, e anche quando i tessuti muscolare

e connettivo sono sparsi coll'eguaglianza

che fa le donne leggiadre come lei ed i temperamenti

felici, non si sa mai quello che accade nei

vasi; il sangue, la linfa, gli umori sono altrettanti

nemici che noi alimentiamo, e quando ci pare di

essere persuasi d'una cosa, siamo esposti a pentirci

un'ora dopo.

--Nelle cose del raziocinio può essere, ma il cuore

non si inganna mai.

--Il cuore! Ah! non mi parli del cuore, cara signora;

bisogna averlo visto il cuore! È il più fallace

di tutti gli organi. Quando io guardo un oggetto

e lo trovo bello....--

Il dottore Agenore guardava l'epidermide vellutata

della faccia di Ernesta.

--.... Allora sono press'a poco sicuro di non fare

un giudizio falso; posso sbagliare, ma è difficile, è

difficile.... così quando scevero una stonatura in un

concerto, così quando mi fido al tatto--piccole imprudenze

quasi sempre innocue--ma se entro a far

funzionare il cervello od il cuore, non ne imbrocco

una giusta, parola d'onore! Dieci anni sono io era

spiritualista, credevo a tutte le verità che insegna

la madre Chiesa, perchè le dovevo credere; le credevo

senza intenderle, come consiglia la Dottrina, e

ne ero persuaso; oggi che la scienza mi ha aperto

gli occhi, non ho più la fede, e mi sono fatto un'opinione

ferma che allora fossi un grande.... Devo dire

la parola?

--Dica.

--Un grand'imbecille... Allora ed oggi io era persuaso,

e pure allora od oggi, secondo le idee volgari,

avevo torto; invece ho sempre avuto ragione,

perchè la ragione od il torto sono parole. I fatti

eccoli, e glieli garantisco: l'equilibrio delle facoltà,

i moti delle fibre, la temperatura del sangue e degli

umori.

--Diceva dunque che mio marito?....--interruppe

Ernesta abbandonandosi sul divano.

--Il mio amico Leonardo ama la sua libertà (è

fatto così), ama pure sua moglie, ma più la libertà

(non ci può nulla); vorrebbe accontentarle tutte e

due.... potendo.

--E non potendo?

--Non potendo, egli viaggierà spesso e la signora

passerà alcuni mesi in campagna; così sarà liberata

dalla vista odiosa del marito.... (parole testuali) se

però le accomoda.

--Mi accomoda,--disse Ernesta balzando in

piedi e suonando il campanello.

--Che fa ora?--chiese il dottore rizzandosi,--non

si ecciti così; ella tanto giovane, tanto bella,

tanto spiritosa! Ah! È un peccataccio nero farla

andare in collera! Il mio amico Leonardo non ha

senso comune....

--Non m'importa di lui,--disse Ernesta, ed aggiunse

volgendosi ad Olimpia accorsa alla chiamata:--Prepara

subito le mie valigie, parto oggi stesso....--

La cameriera fece cenno di sì, guardò il dottore e

se n'andò; Agenore, pigliando per mano la bella adirata,

la trasse con lieve violenza sul divano e cominciò

colla sua voce carezzevole:--Povera creatura!

Povera creatura! Quante doti inapprezzate ed

inapprezzabili, quanta bellezza, quanto sentimento,

quanta bontà! Tutte le più felici emanazioni d'un

_organismo_ eletto! Il tanto da far beato un misantropo!

E codesto Leonardo!....

--Che ne importa a me di Leonardo!--ripetè la

bella con accento che invano voleva parer duro;--questo

mondo è vasto, ci posso vivere anche senza

Leonardo, ci vivrò, e sarò felice, perchè alla fine....

--Perchè alla fine,--proseguì il dottor Agenore

accalorandosi, alla fine la vita è breve, e la gioventù

fugge, e la bellezza svanisce, e i fluidi perdono

la loro elasticità, e quella febbre simpatica

che piglia in una volta due esseri....--

Il dottore non ebbe tempo di dare il suo nome

volgare alla febbre simpatica che piglia in una volta

due esseri, perchè Ernesta, obbedendo ad un impeto

irresistibile, proruppe in lagrime e nascose la

faccia fra le mani.

Non si era mai aperto un orizzonte così ampio

agli occhi del medico materialista, il quale ebbe le

vertigini, fece un sogno audace, ed approfittando

della licenza che gli dava la sua veste dottorale,

prodigò un mondo di carezze poco scientifiche alla

bella donna. Forse per la prima volta in vita sua

egli si accorgeva del fascino sintetico che emana da

una creatura di genere femminino. E si trovava

senza avvedersene a vagheggiare le forme leggiadre

di quel corpo che aveva le seduzioni della bellezza,

della grazia, dell'abbandono e del frutto proibito.

Bisogna dire che i filosofi materialisti non siano

corazzati meglio degli altri e che il conoscere gli elementi,

di cui si compone una corbelleria, non renda

molto più forti nel resistere alla tentazione di commetterla.

I nervi del dottor Agenore ne stavano appunto

commettendo una, e il cervello, coll'aria di

volersene stare in disparte, se ne faceva l'istigatore

ed il complice.

Si indovinano le fantasie di quell'uomo così poco

fantastico; egli vedeva una bella donna sul punto

di separarsi da un marito indegno, l'accompagnava

nella solitudine, spiava gli occulti moti del suo cuore

e ne scandagliava il vuoto.... si sentiva un desiderio

cocente di colmare quel vuoto, di pigliare il posto

dell'indegno, e trovava quel desiderio legittimo.

--Ah!--diceva egli perdendo assolutamente di

vista la dottorale gravità,--ah! cara signora, non

le mancherà, no, chi l'adori come ne è degna; quel

povero Leonardo è malato, non capisce il bello, non

sa amare robustamente, la linfa lo atrofizza, i cattivi

umori gli inacidiscono l'umore...., a lei doveva

toccare in sorte un uomo gagliardo, di temperamento

sanguigno (il temperamento meglio fatto per

l'amore), un uomo non viziato dall'abuso, non stanco

dei piaceri, ma che dalle fatiche d'una vita studiosa

sapesse volare....--

Il dottor Agenore disgraziatamente non sapeva

volare sulle ali della rettorica meglio di così, ed

anche così non poteva durare un pezzo. Si fermò

per ripigliar fiato, ebbe un momento di rilassatezza

delle fibre e temette di essere andato troppo oltre.

Ernesta, riasciugate le lagrime, teneva gli occhi

immobilmente fissi sul pavimento; probabilmente

non aveva inteso nulla.

Agenore si guardò alla sfuggita nello specchio, si

rimproverò in cuore di non essersi fatto radere al

mattino, fece uscire i polsini dalle maniche del farsetto

coll'aria d'un guerriero che assicura l'asta in

pugno, e ricominciò l'assalto.

Quando mezz'ora dopo il dottore usciva dalle camere

di Ernesta, aveva quell'aria tra fatua e rimminchionita

d'un uomo per lo più grave che è dovuto

uscire dalla propria gravità e non sa bene se

ne sia contento.

--Ci fai una grama figura, Agenore amico mio--diceva

l'amico Agenore--una grama figura!...

ma quella donna è tanto bella, e Leonardo così fatuo!...--

Leonardo aspettava al Cova con una certa ansietà:

--Dunque?

--Se ne va.

--Dove?

--In campagna, sul lago, oggi stesso, non vuol

saperne di conciliazione.

--Ed io?

--E tu in luglio andrai ai bagni di Spa, te li

ordino fin d'ora per gli occhi, ed allora la signora

Ernesta tornerà in Milano se ne avrà voglia.--

Leonardo stette un po' sopra pensiero, poi, vergognoso

di parere inquieto, strinse la mano all'amico

dottore e disse ridendo:

--Grazie, grazie, grazie.--

Il dottore, che stava per cedere ad un nuovo rilassamento

delle fibre, vinse lo scrupolo, respirò libero

e sentenziò dentro di sè:

--Se facessi diversamente, sarei un imbecille.

IV.

In cui si fa una rivelazione e si mostra un disegno.

Il dottor Agenore deve aver dato di sè una

idea più solenne del necessario; i modi, le sentenze,

l'accento gli possono aver prestato sembianze

di colosso; è tempo di ridarlo alle sue vere

dimensioni; sappiate dunque che non era un _cattivo

soggetto_.

Tutta la sua filosofia materialistica, appresa nell'anfiteatro

anatomico dell'Università di Pavia, non

aveva potuto indurirgli una fibra od intorpidirgli

un nervo; medico-chirurgo-ostetrico, salvo qualche

canone scientifico di più e molte ingenuità di meno,

egli era rimasto organicamente come quando traduceva

i _Tristi d'Ovidio_ dalle panche del Liceo. È

naturale, è logico, secondo la sua filosofia medesima.

E siccome il dottor Agenore aveva studiato medicina

per amore della teorica, e si era limitato

nella pratica alle costipazioni degli amici, non è

temerario asserire che egli era una creatura press'a

poco innocua.

Andava famoso al Caffè Cova per le sue avventure

galanti, incominciate sempre con una lezione d'anatomia,

allo scopo di ottenere la cura radicale delle

opinioni e dei sentimenti delle belle. Si diceva di lui

che una volta, dopo d'aver spinto l'innamorata fino

alle ultime trincere e costrettala alla resa, aveva

rinunciato ai frutti della vittoria, perchè il generale

supremo dell'esercito nemico, _vulgo_ il marito,

era entrato in sospetto della cosa, se ne sarebbe

accorto e ne avrebbe avuto dolore. La clientela del

dottore rideva grassamente del _gran rifiuto_, come

lo chiamava con frase dantesca; Agenore lasciava

ridere e rispondeva invariabilmente:

--È questione di principî. L'adulterio è cosa

semplicissima; la fisiologia non lo vieta, anzi lo consiglia;

è il solo rimedio trovato dalla Natura a

quella malattia sociale che è il matrimonio, a patto

però che il marito non ne sappia nulla. Se egli lo

sa (fragile ed imperfetto come è quasi sempre il

nostro organismo), ne avrà dolore, dolore egoistico,

se volete, ma sacrosanto; e chi sapendolo fa cosa

che cagioni dolore ad un suo simile, costui, signori

miei, commette una birbonata.

I clienti si guardavano in faccia e ripigliavano a

ridere, dicendo dentro di sè che in fondo quel materialista

implacabile valeva meglio di certi spiritualisti

che fanno complice la rettorica delle loro

imprese galanti.

Il dottor Agenore non era dunque un cattivo soggetto;

tale non lo avevano voluto il sangue, la balia,

la complessione, a dispetto dell'anfiteatro anatomico.

Non se ne vantava, no, sapendo di non averci merito,

come altri non ha colpa del contrario, ma in

fine ne conveniva egli stesso con modesta compiacenza:

_non era un cattivo soggetto_.

Quanto a ciò che egli meditava di fare era per

filo e per segno suggerito dagli avvenimenti. Pensate:

una moglie bella, giovane, sola, abbandonata

alle noie della campagna; l'amico marito che non se

ne dà pensiero e chiude gli occhi addirittura, certo

che la virtuosa moglie si darà spasso onestamente,

vale a dire senza scandali.... Ah! In fede mia ciò

che il dottor Agenore meditava di fare era suggerito

per filo e per segno dagli avvenimenti! Ed ecco

ciò che meditava di fare:

Aspettare alcuni giorni, il tanto necessario a lasciare

sbollire i primi entusiasmi campagnuoli di

quella testolina bizzarra, partire, arrivare in un

momento di noia, col pretesto di farle visita, di

assicurarsi della sua salute, ed incominciare una

cura radicale.

Aspettò, partì e giunse a Bellagio. Ed è inutile

dire che la mattina della partenza non aveva dimenticato

di farsi radere.

V.

Il dottor Agenore intraprende una cura radicale.

La villetta, che pareva fatta apposta per esser

nido d'un amore clandestino, era situata sopra Bellagio

un bel tratto, ai due terzi del colle. Di lassù

si vedevano i tre bracci del lago, ma più direttamente

quello che si allunga verso Lecco. L'idea

di nido nasceva spontanea vedendo biancheggiare

la casa attraverso il boschetto che da quella parte

copre la ripida balza del monticello.

Il dottore Agenore vi giunse verso il mezzodì, a

piedi, sotto la sferza d'un sole di maggio che per

l'occasione fausta si era fatto anticipare i raggi di

luglio. Grondava di sudore il poveraccio, era impolverato

ed ansante. Avrebbe potuto farsi tirar

su in carrozza--e tale era stata la sua intenzione

in principio--ma giunto alle falde del nido,

ebbe un'ispirazione: far la strada a piedi, arrivare

dinanzi alla bella, sbuffante e coperto di polvere...

un tiro da maestro.

Quando fu ad un trar di sasso dalla porta d'ingresso,

si fermò a guardare tutto intorno; le finestre

della casicciola erano chiuse, non si vedeva

anima viva; poi udì uno starnazzar d'ali affrettate;

un paio di colombi gli passarono sul capo, seguì

cogli occhi l'alata coppia, e vide sotto una pianta,

nel fitto del vicino boschetto, una bianca veste di

mussola ed una capigliatura nera, disciolta, cadente

a ricci sopra un bel viso tondo più bianco della

mussola... lei--lei stessa--Ernesta!

La cara donnina aveva intorno a sè uno stormo

di colombi, cui dava da mangiare, costringendoli

talvolta a venire a prendere le briciole sulla palma

della mano. Come vide il dottore, non si rizzò, gli

fece un saluto ed un cenno perchè aspettasse alquanto

e non si movesse.

Il dottore s'impalò duro duro e non fiatò nemmeno.

Finalmente il pasto finì e la bella congedò i colombi

che spiccarono il volo dirigendosi al basso.

Anche Ernesta spiccò il volo ed in un istante fu

presso ad Agenore con modi festosi.

--Il bravo dottore! Il bravo dottore! E la bella

visita! Perdoni se non ho lasciato subito i colombi,

ma se l'avrebbero avuto a male e sarebbe stato

perdere otto giorni di pazienza... Li addomestico a

venire a mangiare il miglio e le briciole sulla palma

della mano... mi costa molta fatica, perchè non sono

veramente eroi i miei piccoli allievi, ma tanto, sa?

a quest'ora due sono educati... Bisogna vederli come

mi guardano in faccia ad ogni boccone, tirando indietro

il collo, per decidere se debbono fidarsi. E

m'interrogano anche, mi dicono un po' spaventati:

«ôh? ôh?» Fra una settimana mi verranno dietro

come cagnolini... scusi, sa?... ma hanno da essere i

compagni della mia solitudine.--

Il dottore Agenore strinse nelle sue grosse mani

la manina che gli veniva presentata, scrollò la testa

lanosa, levò al cielo la faccia lucente, fu lì lì per

dichiarare col suo più bel falsetto che la sorte di

quei colombi era invidiabile e che egli avrebbe voluto

essere per lo meno un piccione. Ma disse a

sè stesso che porre la _mozione degli affetti_ prima

ancora d'ogni _esordio_ sarebbe stato invertire tutte

le regole della rettorica e tradire il proprio sistema

di seduzione.

Si trattenne in tempo. E non solo si trattenne,

ma ebbe forza di darsi un'aria quasi indifferente e

di assicurare la bella che egli veniva in qualità di

medico e di amico di casa per vedere come... se

mai... insomma per _vedere_. Ernesta ringraziò con

un sorriso ingenuo, si attaccò al braccio del poderoso

cavaliere e si diresse verso la palazzina, dicendo

colla più gaia sonorità d'accento:

Amore bendato · 第 1 / 8 段