GIUSEPPE GARIBALDI

Terminata questa lettura, do un'occhiata ai compagni, vedo degli occhi

lustri e non posso fare a meno di notare un silenzio molto eloquente:

non vi è che dire; i miei compagni sono tutti commossi, quanto lo sono

io. Le generose parole dell'eroe sono scese nel cuore di tutti: ci

insultino pure i Giuda politici, i prezzolati campioni della

Monarchia, ci chiamino vagabondi e gente che non ha nulla da perdere,

le nostre fatiche non potevano esser meglio ricompensate, le nostre

idee non potevano esser meglio comprese. Una sola parola di elogio

sgorgata dalle labbra intemerate di Garibaldi vale di più di tutti i

belati della mandra comprata; il nostro non è feticismo, non è un moto

idolatra, è la giusta estimazione che gli uomini di cuore devono mai

sempre nutrire per coloro che hanno tanta benemerenza verso l'umanità,

per coloro la di cui vita è stata sempre un continuo sacrifizio, una

continua abnegazione in favore delle magnanime idee.

Si legge anche un ordine del giorno di Bordone; non manca pur questo

di generosità, ma quali parole possono fare effetto dopo quelle del

Romito di Caprera?

Tornano da Digione alcuni nostri feriti, tra i quali Pianigiani. Non

si lagnano del contegno dei Prussiani, e fanno molti elogii di quello

del popolo, sempre repubblicano anche in presenza degli invasori. Ci

parlano della magnificenza dei funerali del Perla. Un battaglione

Prussiano ha reso gli onori militari alla salma: tutta la popolazione

è corsa lungo le vie da cui è passato il funebre corteo; la madre del

prode maggiore non ha curato i lunghi disagii del viaggio ed è corsa

onde essere in tempo a far meno triste l'agonia del figliuolo; essa lo

ha accompagnato al sepolcro. Povera donna!.. se tuo figlio è morto

gloriosamente, se il di lui nome sarà eternamente celebrato tra quello

dei martiri della libertà, tu non cessi di esser madre e hai diritto

di piangere: le lacrime delle madri sono la rugiada benefica che fa

rinvigorire le magnanime idee. Distruggiamo i tiranni e nessuna avrà

da piangere su di un figlio innanzi tempo rubato all'avvenire e alla

patria.

È partito per Avignone il terzo degli usseri. Erano buoni figliuoli e

durante la campagna hanno fatto un servizio di ferro Li abbiamo

accompagnati alla stazione: hanno voluto abbracciarci e ci hanno

lasciato gridando: Viva l'Italia, rammentatevi di noi!... Non temete,

bravi figliuoli, noi non potremo dimenticarvi: noi vi abbiamo veduto

volare intrepidamente di faccia al nemico, noi abbiamo spezzato il

poco pane con voi, noi vi si siamo affezionati nelle fatiche, nei

disagi che abbiamo sostenuti per la repubblica... certe cose le non si

dimenticano mai!

Un'altra bellina!... L'amico Kane si trova senza quattrini e sente

tutta la necessità di fare un pranzo lucullesco. Cosa inventa? Va da

Monsieur Coq, il nostro cittadino trattore, e a faccia tosta gli

annunzia di esser passato ufficiale. Monsieur Coq lo guarda con aria

d'ammirazione e gli dà il mi rallegro. Kane gli fa osservare la

necessità di dare un banchetto agli amici, e, consenziente il

trattore, ordina un lautissimo desinare da pagarsi appena riscossa

l'entrata in campagna. Io sono del bel numero uno degli invitati. Il

giorno dopo, si hanno da vendere i cavalli di rimonta e, a farlo

apposta, tra le povere vittime designate per condurli in giro e per

trovar compratori è designato anche l'apocrifo ufficiale. Non senza

stiacciare dei moccoli, il disgraziato agguanta le redini di uno dei

più sghangherati Bucefali e va cogli altri sotto l'obelisco della

Piazza per portarlo all'incanto. Noi cerchiamo in tutti i modi di far

prender cappello al nostro amico: ora gli si da la baia, ora si esige

che metta al trotto la bestia: sul più bello delle nostre burlette,

capita in mezzo a noi, come lo spettro di Banco, il povero Monsieur

Coq, vede il preteso ufficiale che fa quel basso servizio, fa un

urlaccio e rimane come Don Bartolo: dal canto suo Kane non sa quali

pesci si prendere, e ci dà certe occhiate da commuovere i sassi, ma

che ci fanno scompisciar dalle risa. Silenzio di un paio di minuti,

finalmente l'amico nostro si risolve, empie di chiacchere la testa

dell'oste e te lo ingarbuglia in modo tale da persuaderlo a comprare

il cavallo e così tra sconto, tra senseria ed altri ammennicoli, chi

ha avuto ha avuto e tutti rimangon contenti!

Il comando dell'Armata dei Vosgi è passato nelle mani del vice

ammiraglio Penohat. In tempo di rivoluzione niente di strano che un

uomo di mare comandi un armata di terra.... eppoi, ce lo han ripetuto,

egli viene per scioglierci. _Laus Deo_: ci leveremo alla fine da

questa vita noiosa, di cui le feste improvvisate all'_Hotel du Parc_,

le facili conquiste delle Veneri appassite che passeggiano sui

_Quais_, la maldicenza su tutto e su tutti, compendiano tutte le fasi.

Se si restasse un altro mese, ci abbrutiremmo di più degli ubriachi

d'assenzio che riscontriamo ogni mattina, quando ci si leva dal letto.

Questi ultimi non sono pochi. L'uso dell'assenzio è stata una delle

rovine di Francia.

Altri due parlamentari Prussiani! La popolazione s'insospettisce: la

strada infaccia al quartiere generale è gremita di gente: si sussurra,

si grida: bisogna rinforzare la guardia al cancello. I parlamentari

partono quasi subito e la calma si ristabilisce. Alcuni dicono che il

nemico concede altri otto giorni d'armistizio, purché sia occupato

anche il dipartimento di Saone e Loire... Vedremo!

Vien l'ordine di restituire i nostri cavalli e di portarli al deposito

di rimonta a Macon. Buon segno!.. Io sono incaricato della missione,

prendo meco dieci uomini e vo per quella direzione. Appena arrivati,

sentiamo tutti un gran desiderio di mangiare e di vedere una nuova

città. Lasciamo nei vagoni i cavalli, senza curarci di dar loro quel

pasto che tanto si anela per noi ed a corsa entriamo in Macon: si

questiona col sindaco per aver il biglietto d'alloggio; finalmente ci

vien concesso, io vado in casa di una bellissima vedova: mi metto a

dormire in uno stanzino accanto alla sua camera; però prima lei chiude

l'uscio con doppio giro di chiave; le precauzioni non sono mai troppe!

Al mattino ci rammentiamo dei cavalli: si vanno a prendere e ci si

monta a pelo per condurli al deposito. Ci riceve un vecchio capitano

che ci guarda a squarciasacco, arricciandosi i lunghi mustacchi, e

battendo il frustino sugli stivali. Ci ordina di metter le bestie in

una vastissima scuderia. Maledizione! Queste hanno tanta fame che si

mettono a dar dentate al legno della mangiatoia. Si figurino i lettori

quali occhi piantasse nei nostri il capitano! Sbuffò come un istrice,

bestemmiò un paio di _sacres tonners_ e poi in tuono burbero ci

chiese: Ma da quanto tempo non mangiavano questi cavalli?--Fingi di

non capire il francese, mi sussurra un vecchio merlo che ho accanto.

Così faccio, non rispondo ad alcuna domanda, il vecchio soldato ci

manda al diavolo e noi andiamo a desinare. Il nostro pasto si prolunga

tanto, che non solo non possiamo veder la città, ma arriviamo a buco

per la partenza del treno.

Appena scesi dalla stazione di Chalons, ci colpisce la vista un

insolito brulichio di persone: la vasta piazza dell'obelisco è

occupata da capannelli che si agitano, si sbracciano, discorrono ad

altissima voce. Domandiamo a qualcuno che cosa è avvenuto: ci si

risponde che domani i Prussiani saranno in città. Ci si stringe nelle

spalle e si entra nella _grande Rue_: questa è tanto affollata che

bisogna procedervi a forza di spinte; per pervenire alla

sottoprefettura ci è necessaria una buona mezzora. Il popolo è più

abbattuto che mai: qualcuno si azzarda a proferire a bassa voce la

parola tradimento. Pesco altre notizie: oggi scade l'ultima proroga

dell'armistizio, nessuno avviso è venuto, niente di più facile che

ricomincino l'ostilità. Incontro finalmente il nostro tenente--Stia

pronto a partire, mi dice--Verso Chagny?--Nemmen per idea, noi andiamo

a Macon--O i Prussiani?--Ci crede anche lei?... Va via il quartiere

generale, ecco tutto; in settimana ci danno il congedo, fra quindici

giorni siamo in Italia--E si parte?--Domattina alle quattro.--La

partenza dello stato maggiore aveva prodotto quel panico da cui era

occupata tutta la città.

Vo a casa: per via non posso fare a meno di pensare a tutti gli addii,

a tutte le promesse, a tutti i pianti che si faranno nel corso di

questa nottata; sento la voluttà di non lasciare nemmeno uno spicchio

di cuore in questa graziosa città. Annunzio ai miei ospiti la mia

vicina partenza; mi dicono le solite cose e mi offrono da bere; passo

in salotto e mi trovo in compagnia con un prete che dice ira di Dio di

Vittorio Emanuele perchè ha osato di entrare nell'eterna città: messo

a punto, è la prima volta che faccio il realista (che il Cielo me lo

perdoni!): nasce un battibecco, i padroni di casa mi fanno il viso

dell'arme: mi avveggo che se domani non partissi loro troverebbero

qualche pretesto per mettermi gentilmente alla porta. Vo in camera è

comincio a fare i fagotti: sento bussare dolcemente alla porta e vedo

entrare Maguelonne, un bel tipo provenzale, una delle _bonnes_ della

famiglia. È in completo _deshabillè_ le domando cosa desidera--Son

venuta ad aiutarvi, mi risponde con una mossa provocante e lanciandomi

un'occhiata assassina--Capisco l'antifona, ma mi ha messo tanto

malumore la disputa col curato, ma son tanto felice di andarmene che

risolvo di far l'indiano per vedere se la appetitosa fanciulla mi si

leva d'intorno. E pensare che il mio compagno d'abitazione le he fatto

una corte spietata e che dopo un'infinità di salamelecchi non è giunto

a ricever da lei che... uno schiaffo. Proprio la fortuna favorisce i

poltroni! Prima il solito discorso della mia amante italiana, poi le

solite proteste d'affetto ai soldati, mille bei discorsi insomma a'

quali rispondo, come le mura testimoni di quel colloquio. Il vecchio

Giuseppe Ebreo è un Don Giovanni a paragone mio... in questa sera.

Terminato che ho d'accomodar la mia roba, cogli occhi fissi in terra,

che alzandoli ho paura di perdere la tramontana, auguro la buona notte

all'inaspettata visitatrice. Oh! disillusione!... Essa mi stende

graziosamente la mano e con un tuono di voce gentile mi dice: E non

avete da dar nulla alla _bonne_? Alzo gli occhi; la stoccata fa perder

la poesia; le do uno scudo che m'esce dal cuore e vo per darle anche

un abbraccio... è troppo tardi: lo schiaffo del mio povero compagno

riceve una seconda edizione nella mia povera guancia!... vo a letto

bestemmiando, mentre sento nella stanza accanto le risate della

birichina.

Mi alzo elle quattro: è un buio d'inferno: per rischiararmi la vista

prendo due _gouttes_, poi vo di corsa alla foreria. I nostri sono già

in rango: si aspetta mezz'ora, cominciamo a impazientirsi.... dopo

un'ora eccoti l'ordine che partiremo alle dieci. Rinunzio a descrìvere

la salva d'imprecazioni con cui viene accolto un tale annunzio! Si va

al caffè; trovo un campagnolo che mi si appiccica: va a Belfort, suo

fratello fa parte di quella eroica guarnigione che sola in tutta la

campagna ha capitolato coll'onore dell'armi; sarà morto, sarà ferito

il povero diavolo? Il mio nuovo conoscente non ne sa un'acca, ma spera

ed è allegro come uno sposo novello; mi invita ad ogni costo a far

colazione con lui; la colazione è sì lauta che le trombe chiamano a

raccolta e noi non abbiamo ancora finito di trincare. Esco mezzo in

bernecche, mi accodo agli altri; appena arrivato sotto la stazione

schizzo in un vagone di prima; cinque minuti dopo mi addormento

saporitamente per destarmi a Macon.

Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino · 第 31 / 33 题