Mi perdonino i lettori, se tanto li ho intrattenuti con certi dettagli
di minima importanza e forse tali da raffreddar l'interesse di questa
mia narrazione, se pure da qualcuno di facile contentatura ci si può
ravvisare dell'interesse: oramai avevo buttato giù queste note e non
ho potuto resistere al desiderio di pubblicarle: nella vita oziosa,
monotona che siamo, purtroppo, costretti a condurre in Italia, le
reminiscenze di un tempo che, se non era bellissimo, ci offriva almeno
il destro di poter favellare col cuore sulle labbra e dire cogli amici
ad alta voce i propositi ardenti che ci bollivano in seno, senza aver
paura dei birri e del procuratore del re, parlano una voce così
eloquente al mio cuore, che il più piccolo nonnulla di tale epoca, che
in tanta degradazione io veggo passarmi davanti agli occhi della
fantasia, caramente diletta come una illusione svanita, o come un
sogno perduto, m'ispira un'affezione che non saprei abbastanza
spiegare, ed egoista come tutti gli uomini che sono sotto
l'impressione di un'affetto dimentico gli altri per non deliziar che
me stesso. Fatte alla peggio queste mie scuse, ritorno al racconto
che, grazie al cielo, è quasi giunto al suo termine.
Macon è il capoluogo del dipartimento di Sâone et Loire; in tempi di
pace è celebre per il _buffet_ della stazione e per le mode originali
delle sue donne del popolo; in tempo di guerra noi vi trovammo delle
gentilissime signore che rivolgevano ogni cura per alleviare i feriti
e per recar conforto ai soldati di passaggio: in tempo d'armistizio,
come ci si capitava ora, non rinvenimmo che di bei _caffè_, delle
donne eleganti e un giornale Buonapartista ad oltranza, che ci
screditava facendo di noi certe biografie imposibili, piene di una
filza di menzogne.
Non sto a dire qual folla di gente invadessero i pacifici uffizi della
_Mairie_, appena noi fummo arrivati. Il _Maire_ protestava sbuffava,
sudava: tutti volevano esser serviti alla prima ed egli non serviva
nessuno: per temperamento fu deciso di dare solamente i biglietti
d'alloggio agli ufficiali: mi fo prestare il berretto al tenente Mussi
e in poco tempo non che con uno mi trovo con quattro biglietti in
saccoccia. Il primo di questi era per un marchese, il secondo per un
droghiere, il terzo per un macchinista della ferrovia. Preferii
quest'ultimo: piccato ad osservare, volevo conoscere intimamente i
sentimenti del popolo e di più provavo il bisogno di ritemprar la mia
anima in una atmosfera serena, in quella calma che sempre si trova nel
tugurio del povero, quasi mai nella dorata magione del ricco Nababbo.
Nè mal mi era apposto: una fanciulla dall'aria ingenua, dal vestitino
d'indiana mi ricevè con aria franca, poi l'andò a chiamare la mamma:
questa era una vecchiarella che si perse in inchini, che mi sgranò in
faccia due occhioni grossi come pan tondi quando seppe che io era nato
in Italia e che per andare da Macon ai confini d'Italia ci erano più
di duecento miglia: le due donne mi prepararono una cameretta pulita,
modesta, degna di accogliere una vergine: non so perché, ma quell'aria
mi purificava, e non trovavo verso di staccarmi da quelle due
donnicciole che parlavano il linguaggio dell'ignoranza, l'unico che
si parte veramente dal cuore.
Noi eravamo andati a Macon per disciogliersi; pure ci trattennero due
giorni in un ozio increscioso: a romper la monotonia di quelle lunghe
ore venne il _Journal de Macon_. In un articolo pieno di bile la più
velenosa, il venduto imbrattator di carte si scagliava su noi in modo
veramente indecente. Dopo aver detto ira di Dio di Garibaldi e
Gambetta, l'articolista aveva lo spudorato coraggio di chiamarci i
cavalieri erranti della repubblica, i fannulloni Italiani che erano
andati in Francia a fare i signori, gli spavaldi guerrieri che non
avevano mai veduto il fuoco ma, che trattavano il dipartimento di
Saône e Loire, come se fosse un paese conquistato.
Mettere una mano in un alveare e scrivere quella robaccia fu la
medesima cosa! In poche ore più di trecento Garibaldini corsero
all'ufficio del malcapitato giornale: un pagliaccio qualunque,
allibito dalla paura, si scusava, si profondeva in mille proteste,
dava insomma tal prova di vigliaccheria, che nessuno dei nostri volle
sporcarsi le mani col dargliele sul muso.
Il giorno dopo il giornale escì fuori colle due prime colonne in
bianco: più sotto vi era una protesta, in cui si dichiarava che la
libera stampa deve tacere là dove regna la sciabola. È un fatto: i
giornalisti codardi e venduti son come i rospi, bisogna schiacciarli.
Dopo tale incidente cominciava a rinascere in noi il malumore. A che
ci trattengono? si cominciava a dire tra noi; forse non è finita la
guerra?... Non veggono forse come noi cominciamo a trovarci in una
situazione abbastanza anormale?.... E qui gli stessi lamenti, e gli
stessi lunghi discorsi, da cui, stringi stringi, non si poteva
rilevare che l'immenso desiderio che occupava noi tutti di rivedere al
più presto l'Italia.
Alcuni avevano già indossato abiti cittadineschi: non vi erano più
appelli, non si salutavano più i superiori; ai caffè erano liti
continue e baruffe da dare scandalo alla popolazione: alcuni per
distrarsi si affidavano all'opera energica del _vieux Mecon_ e quindi
sbornie a cascare su tutta la linea. Era infine una vitaccia
inconcludente che ci rovinava la salute e che ci faceva mandare in
quel paese da tutti coloro che amano la pace.
Arriva finalmente la legione Ravelli per essere disarmata; lo stesso
giorno disarmano noi, promettendoci pel dì dopo due mesi di paga e il
congedo. Due mesi di paga e a spese nostre il viaggio!.... E pensare
che il soldato avea un franco il giorno!.... La repubblica Francese
non fu certamente prodiga con coloro che così prodigalmente avevano
esposto la vita per lei.
Pure quella sera fu baldoria: si trattava di tornare in Italia, di
riveder la famiglia, gli amici, e non osavamo misurare col pensiero
quelle poche ore che ci dividevano dall'istante bramato, tanto era la
nostra bramosia d'arrivarvi: mai ho sentito l'amor di patria, come
quando ne sono stato lontano: so anche io che l'idea falsa della
nazionalità deve o prima o poi cedere in faccia a quella santissima
dell'umanità, ma che volete? Noi, che abbiamo avuto la disgrazia di
nascere in un periodo di transizione, noi che siamo stati tirati su
colle idee vecchie, noi che abbiamo veduto il sacrificio di tanti
martiri, che abbiamo assistito alle lotte generose che i giovani più
magnanimi hanno intrapreso contro i governi e contro gli eserciti
stranieri per raffermare il principio della nazionale unità, non
abbiamo potuto non affezzionarci a quella patria che ci hanno
insegnato a rispettare più di noi stessi gli scritti di tanti filosofi
ed il sangue di tanti eroi. Capisco tutto l'immensa poesia del futuro,
mi sento capace di sacrificarmi per la causa della libertà in
qualunque luogo la vegga risorgere o la vegga in pericolo, ma a conti
fatti se a qualche straniero saltasse il ticchio di voler venire a
spadroneggiare di qua dall'Alpi mi sento pure capace d'impugnare un
fucile anche colla monarchia e forse collo stesso entusiasmo, con cui
lo facemmo nel 1866. Non vi nego che in ciò si possa riscontrare della
contradizione, ma a certi sentimenti non si comanda ed il cuore, vero
rivoluzionario, non si può piegare alle disquisizioni dei dottrinari,
i quali per predicare son usi a dar dei punti a Fra Girolamo,
buon'anima sua, per fare sono più impotenti dei poveri Eunuchi.
Furono disarmate le legioni Italiane (mi dimenticavo di dire che era
arrivata anche quella del valoroso Tanara) furono disarmati i _Franc
Tireurs_: molti di questi ultimi non volevano depositare le loro armi:
gli Spagnoli minacciarono un ammutinamento «con queste armi noi
vogliamo passare i Pirenei e mandare a gallina quel buffone che
l'Europa ha voluto regalarci per re» tali a un dipresso erano i loro
discorsi. E quando, ridotti a buon partito dai consigli dei superiori,
si decisero di sciogliersi pacificamente, ci vollero stringer la mano
e dicendoci addio aveano le lacrime agli occhi.
Voi ci diceste addio, o giovani generosi che nei giorni del pericolo
ci siamo abituati ad amare come fratelli, ma io, e con me tutti i miei
compagni d'arme, vi diciamo: a rivederci. La libertà non ha ancora
piantato radici nella decrepita Europa, e poco può tardare un nuovo
appello che richiami i generosi di qualunque nazione ai santi
combattimenti a prò di un'idea. In quel giorno io sono sicuro di
rivedervi, io sono sicuro di tornare a divider con voi le lunghe
fatiche, i diuturni disagii, forse anche la morte, ne sono sicuro,
perchè io vi ho veduti intrepidi difaccia al fuoco dell'inimico,
sublimi nei sacrifizii, sempre pari ai principii magnanimi che vi
covano in seno. A rivederci adunque, o figli prediletti della libertà,
o generosi precursori di quel beato avvenire in cui tutti saremo più
che compagni fratelli, in cui non ci saranno le guerre, in cui ogni
uomo sarà eguale davanti all'altro uomo. Posando le vostre carabine,
tornando alle vostre case, parlate ai fratelli, agli amici le sante
parole del vero, dell'eguaglianza, della giustizia: battaglieri in
tempo di guerra, siate apostoli in tempo di pace... A rivederci per
poco, a rivederci... allorchè tuonerà di nuovo il cannone, allorchè un
altro popolo sorga dal fango, dove lo han tenuto i suoi re, ed abbia
la forza d'insorgere, nessuno di noi mancherà all'appello glorioso; le
file dei soldati della libertà saranno rinforzate dai nuovi campioni,
ma io sono sicuro di ritrovarvi al vostro posto, di ristringervi la
mano tra il fischiar delle palle è il gemitio dei feriti!.. A
rivederci!
Miquelf ci chiama in fretta e furia, ci da i due mesi di paga e ci
ordina di partire il giorno dopo col treno delle quattro e quaranta
antimeridiane.
Decidiamo di non andare a dormire: vo a casa, faccio alla meglio il
mio piccolo involto, bacio tutta la famiglia dei miei ospiti, torno
dagli amici, che sono _au soleil couchaut_, trattoria dove si mangia
benissimo, e beviamo un'infinità di bottiglie.
Il primo giorno che arrivammo a Marsiglia avevamo cercato allegria al
Dio Bacco: se non altro per debito di riconoscenza, dovevamo offrirgli
copiose libazioni anche nelle ultime ore che ci si tratteneva nelle
terre di Francia.
A mezzanotte si chiuse la trattoria; girellammo per persi un'oretta
nelle deserte vie di Macon: per passare le altre tre, ed essendo
abbastanza assonnati, credemmo che non sarebbe stato cosa malfatta
sonnecchiare un pochino, ma quasi tutti avevamo detto addio a coloro
che ci avevano ospitato; per cui ci riducemmo in dodici nella camera
di un nostro amico: la notte antecedente alla mia partenza di Firenze
aveva un degno riscontro nell'ultima che passavamo lassù. Quattro
saltaron sul letto, gli altri, me compreso, si buttaron per terra
facendo un diavoleto indescrivibile. Nessuno potè dormire: tutti ci
perdevamo in congetture più o meno umoristiche sulle accoglienze che
avremmo avuto in Italia.
Suonarono le tre e ci avviammo alla stazione: si bevve per l'ultima
volta una buona bottiglia di _vieux Macon_ e poi ci buttammo nei
vagoni a noi destinati.
La macchina fischia: il treno è in movimento: ci spenzoliamo,
quantunque sia sempre buio, per dare un ultimo saluto alla città, e
non possiamo a meno di ripeter tra noi: Povera Francia! Si cammina, si
cammina per tutta la mattinata; traversiamo l'Est della Francia: si
arriva alla Savoja: traversiamo i suoi monti, siamo colpiti
dall'immensa poesia che fanno piover nel cuore le folte boscaglie, gli
scoscesi macigni, il verde cupo degli alberi, tutt'a un tratto
intramezzati da estese pianure di neve. La ferrovia va per lungo
spazio sul lago di Chautillon: quel lago stretto, monotono, lungo:
quella neve, quella solitudine così bella nella sua orridezza ha
qualcosa d'imponente: quanto volentieri me ne anderei sul muricciolo
di quella chiesetta che sbuca sulla cima del promontorio: La è
circondata da pini: una cascata che va a versarsi nel lago scaturisce
a pochi passi da lei e di lassù ci deve essere un incantevole colpo
d'occhio. Delle mandre di pecore s'inerpicano sui sassi che le fanno
ghirlanda: il montanino vi corre per dare un pensiero ai suoi morti e
poi ne ritorna cantando le ispirate canzoni che suol dettare ne'
vergini cuori la poesia dell'aperta campagna.... ah! come sarei felice
di viver lassù, lontano dal rumore del mondo, solo con le mie
meditazioni, salutando con un inno il sole che nasce, ritrovando una
lacrima, quando la squilla della sera che invita a pregar pei morti
ripercotesse quell'aure calme, che t'incitano a esser buono e a
sperare.
Mi avveggo che io, fumatore per eccellenza, ho da due ore il sigaro
spento e che non ho importunato alcun'amico per avere un fiammifero.
Giungiamo a Chambery; ci tratteniamo alcuni minuti: tanto, perchè le
gentili signore della capitale della Savoia ci offrano una
refezioncella, a cui facciamo onore con un'appetito invidiabile.
Altre montagne, altri boschi, Montmelian in lontananza, ecco cosa ci
offre il breve tragitto che da Chambery ha da farsi per arrivare a
Saint Michel. Qui ci si ferma una buona mezz'ora: fa un freddo
indiavolato: ci sembra di esser ritornati ai primi giorni della
campagna: si monta nel treno Fell, e ci si accinge a traversare le
Alpi.
Il passeggio delle Alpi colla ferrovia Fell è una cosa imponente: il
pauroso che si affaccia al vagone in tal traversata, son persuaso, che
passa un cattivo momento: ma per noi, che tanto poco curiamo i
pericoli, vi assicuro che è uno dei più attraenti spettacoli. Trovarsi
in cima a burroni tanto scoscesi da perder gli occhi per volerne
rintracciare la fine, vedere ogni tanto qualche picco, passare in
mezzo a una neve perenne, osservare le centinaia di croci che in
ricordo di disgrazie avvenute son seminate lungo la via, ti da un
ebbrezza da farti pigliare la vertigine. Ah! potenza del progresso!...
Quell'Alpi che Annibale e Napoleone giunsero solamente a valicare con
tanta iattura dei suoi, or si sorpassano in poco più di quattro ore,
e, quando sarà compiuto il foro del Moncenisio, i cui lavori non
possiamo a meno di ammirare anche trasvolando quassù, il più imbecille
dei commessi viaggiatori supererà i baluardi della natura, fino ora
detti insuperabili, nel medesimo tempo che agli eroi ci voleva per
muovere solamente di un passo una balestra o un cannone.
Traversiamo Modane: Modane è un grazioso, bizzarro e pittoresco
paesucolo di case di legno, di capanne fatte alla peggio, ove abita la
gran quantità degli operai che sono occupati ai lavori della ferrovia.
Ci si beve una grappa eccellente: le donne vi posson trovare a
qualunque ora un buon bicchiere di latte.
Il nostro guardatreni scende e ne sale uno nuovo, il quale fa presto
amicizia con noi: ci dice in buona lingua Italiana che alla mattina ha
accompagnato tre ufficiali dello stato maggiore italiano e che uno
scese più avanti per studiar quelle posizioni. Gran meraviglia da
parte nostra: tre ufficiali di stato maggiore che studiano, ma dunque
in Italia voglion morire?!
Vediamo il forte d'Esilles.
--Ora siamo in Italia--Mi dice il guardatreni.
Sento allargarmi il cuore: un senso di dolcezza mi corre di fibra in
fibra e ripeto, entusiasta agli amici: Siamo in Italia.
--E ora?--Mi risponde uno in tuono di dubbiosa ansietà.
--E ora che?... Di rimando rispondo.
--Come ci tratteranno i nostri padroni?
Restai pensieroso, ma uno, certamente più giovine e per conseguenza
più poeta di me, prese la parola e schiccherò questo bel discorsino.
Come vuoi che ci trattino?... Io lassù in Francia ho letto dei
giornali e tutti dicevano bene di noi e celebravano le vittorie di
Garibaldi: la nostra gloria, assicuratevelo, ha avuto un'eco potente
nelle nostre città, quantunque avvilite e prostrate sotto il falso
sistema che le corrompe, tenendole schiave: noi non siamo fuggiti:
reietti dal governo Francese, pochi, senz'arme abbiamo vinto: i nostri
compagni più cari, i giovini in cui l'Italia riponeva ogni sua
speranza si son lasciati cadaveri: la morte ha falciato nelle nostre
file con più animazione di quella con cui il colono falcia le spiche:
poveri siamo partiti, più poveri siamo tornati: abbiamo affrontato
fatiche che a narrarle soltanto possono sembrare impossibili, abbiamo
fatto sempre il nostro dovere... come vuoi che ci accolga il nostro
popolo, come vuoi che ci accolga il nostro governo? Abbiamo forse
fatto disonore all'Italia? le glorie della camicia rossa non sono
state oscurate: il nostro debito di graditudine verso la Francia è
stato pagato; abbiam vinto, abbiam tolto una bandiera al nemico ah!
non temete: il governo Italiano non si darà per inteso del nostro
arrivo, e non ci farà dei soprusi... è impossibile!... La gloria
Italiana si è arricchita di una nuova pagina, e chiunque si sente
balzare nel petto un cuore che risponda degnamente a' sentimenti
italiani, non potrà che applaudirci.
--Va bene--Gridammo noi tutti solleticati a tale speranza--Va
bene--Viva l'Italia!
--Evviva tutti coloro che non son mai mancati al proprio dovere!...
--E che gli avversarii onesti sono in obbligo di rispettare...
--Come farà il governo Italiano!
--Susa!...--Grida in perfetto accento piemontese la guardia della
stazione.
--Ci siamo!--Si grida noi tutti, emettendo un sospiro di contentezza.
Scendiamo, anche avanti che il treno si fermi: calpestiamo con
compiacenza la terra italiana, le parole semibarbare di due o tre
paesani che ci stringono la mano, ci sembrano una musica
paradisiaca...
--Facciano il piacere di venire con noi--Mi dice battendomi sulla
spalla, un carabiniere.
--E dove si ha andare?...
--Dal sor Delegato...
--Ho capito...
Povero amico!... Come hai speso bene il tuo fiato, quando ci hai
voluto convincere sulle buone grazie che il governo Italiano avrebbe
usato a nostro riguardo!... Seguitiamo dunque i carabinieri e andiamo
dal sor Delegato...