CAPITOLO XXV.

Chagny fu per noi una vera desolazione: fortuna che ci si trattenne

soltanto due giorni. Immaginatevi un paesucolo più sudicio di quelli

del Napoletano: degli abitanti a cui non pareva vero di esserci

prodighi di sgarbi e d'impertinenze, e non avrete immaginato che una

metà delle nostre noie. L'intiera armata dei Vosgi si riversò, come

valanga, su queste prime case del dipartimento della Saône et Loire ed

all'ora in cui noi ci alzammo da letto ci fu impossibile il rinvenire,

neppure a peso d'oro, un tozzo di pane.

I soldati affaticati dalla lunghissima marcia si buttavano lungo le

strade: i carriaggi si succedevano a ogni minuto: a ogni minuto vedevi

un via vai di ufficiali di stato maggiore, di staffette, di batterie;

alle botteghe di fornaio, ai caffè, ai _restaurants_ una pigia di

persone concitate che bestemmiavano e facevano ai pugni tra loro; noi

eravamo affamati, ci avevano detto al quartier generale che per quel

giorno saremmo rimasti in paese, e non si trovava un tozzo di pane per

sfamarci.... Oh! la dolorosa situazione.... In campagna, alla guerra,

ci si adatta l'idea del sacrificio, di un dovere da compiersi offre

soddisfazioni più belle dì quelle di un bisogno naturale soddisfatto,

ma sicuri di non scaricare più il fucile, testimoni di una pace

disonorevolissima che veniva vigliaccamente subita da una nazione,

fin'ora rispettabile, noi ci sfogavamo con imprecazioni, e forse

saremmo stati anche capaci di qualche malestro, pur di fugare la

minima sofferenza.

Finalmente, verso le due, mi riescì d'agguantare in un'osteria di

sesto ordine una bella bistecca e la mangiai senza pane. La sera andai

a dormire in una chiesa, poiché il biglietto d'alloggio era per un

giorno soltanto. Verso le due erano arrivati i nostri compagni delle

Guide che avevano cavallo.

Il giorno dipoi partenza di tutte le truppe: Garibaldi accompagnato

dal suo stato maggiore partì per Chalons sur-Saone: noi avemmo

l'ordine di rimanere. Nella giornata liti immense con i Francesi.

Ghino dà dei pugni al caporale Aribaud, questi scappa e vuol

protestare: subissato dai nostri discorsi tace. Il tenente Raffoni

insolentisce un capitano delle guardie mobili ed uno dei carabinieri;

lo traducono alla corte marziale: salta fuori un nuvolo di testimoni

ed è assoluto.

Noi siamo chiamati di guardia al quartier generale; alcuni, essendo

restati soli in paese, cominciano a mormorare ed a dire che i

Prussiani sono a quattro passi e che ci faranno viaggiar _gratis_ fino

a Berlino; improvvisiamo una cenetta in corpo di guardia rallegrata da

Ricci e Fabbri che pretendono parlare francese e che attaccano briga

con un Ussero di piantone, che si permette di sedere con noi dopo

essersi permesso di russare come un violoncello antecedentemente.

L'ordinanza di Bordone ci porta una forma di cacio, e noi, andando

nella stanza di ordini, rubiamo due bottiglie di vino generoso,

riservato per gli ufficiali di stato maggiore. Gismondi, un Genovese

rovinato nella faccia da una palla a Monterotondo, si aggiunge a noi e

porta due altre bottiglie di vino... quindi baldoria generale. Nel più

bello del chiasso, si schiude la porta con impeto e vediamo ritto,

stecchito davanti a noi, truce come lo spettro di Banco il generale

Bordone. Stupore generale, e relativi moccoli a fior di labbra.

Il generale ci da una sbirciata e invece di farci un rimprovero, si

rivolge al nostro tenente e gli dice: Mandi un sergente e quattro

uomini a rimetter l'ordine in casa di questo povero vecchio, dove sono

entrati tre Franchi Tiratori, pretendendo farci di tutto un po'.

Mecheri, sergente, e tre o quattro di noi ci moviamo col vecchio che

era rimasto a caso nell'ombra: eccoci ridotti anche carabinieri! Non

nego, che un tale incarico mi andava poco a sangue: io non ho mai

nutrito una decisa simpatia per gli agenti della legge, che d'altronde

sono riveriti come angeli custodi da tanti che meriterebbero di andare

in prigione assai più di quelli che ci vanno: eppoi... il vecchio che

ci accompagnava, mi aveva una fisonomia proibita: qualche cosa di

prete smesso o di mezzano amoroso.

Arriviamo alla casa: per le scale non ci è lume e nessuno ha

fiammiferi.... si comincia benino!...

--Mi piglino per una falda e salgano.--Ci dice il vecchio.

Ci si attacca tutti alla falda.... maledizione!... la scala è a

chiocciola e la falda a una voltata resta in mano a uno dei nostri.

--_Mon Dieu!_--Grida la povera vittima di quelle tenebre.

--La ci tenga un lume!--si contenta di aggiungere con filosofia

l'autore dell'eccidio.

La moglie del vecchio, avvisata forse dal chiasso improvviso, ci

comparisce davanti con una lucernina. Quantunque la nuova venuta fosse

in perfetto _deshabillè_ non ci faceva peccare di gola. Credo che

donna più brutta non sia stata mai messa al mondo per dar di bugiardi

a coloro che asseriscono esser la donna l'ideale della creazione.

Tra moglie e marito avevano tutti i requisiti per farsi odiar

cordialmente.

--Aiuto... carità... protezione--Urlava la megera.

Entrammo colle mani sull'elsa dei nostri squadroni: credevamo di

trovare tre indemoniati: quale non fu la nostra meraviglia? Ci vennero

incontro tre buoni figliuoli, che cominciarono col chiederci scusa di

averci disturbati, narrandoci per filo e per segno tutti i particolari

del disgustoso incidente. Provvisti di biglietto d'alloggio, essi si

erano presentati al padrone di quella bicocca ed egli aveva negato con

mal garbo di ricettarli; gli avevano detto che erano stanchi, che

avrebbero anche pagato, ed egli duro come un Tedesco. Allora loro,

esasperati, erano entrati per forza in camera ed avevano approfittato

del divano ove si erano addormentati.

Il vecchio era uno sfegatato Napoleonista, e giurava che a' tempi

della tirannide non si offendeva la pudicizia di una signora,

svestendosi innanzi a lei. A tale protesta nessuno potè trattenere le

risa: persuademmo i giovani a venir via, si diè due prese d'imbecille

al tarpano, e tutti insieme si andò in una vicina casetta, dove

bevemmo di nuovo.

Tra un bicchiere e l'altro, sapemmo che i Prussiani avevano fatto

fuoco sull'ultimo convoglio di Garibaldini che era partito da Digione,

convoglio nel quale tra gli altri si trovava il Piccini: nessuno fu

offeso ad eccezione del Macchinista che restò morto sul colpo.

Il giorno dopo, noi partivamo da Chagny, diretti a Chalons sur-Saone,

dove si trasferì il quartier generale. L'annunzio della partenza fu

salutato da tutti, con gioia inesprimibile. Se io avessi un nemico

accanito, lo manderei a domicilio coatto a Chagny, certo che dopo

poche ore implorerebbe la pena di morte.

Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino · 第 28 / 33 题