Passammo il lunedì svogliatamente, senza conclusione alcuna: fino
allora il pensiero dell'Italia di rado balenava nella nostra mente, ma
dall'ora fatale in cui cominciò a tenzonarci nel capo il dubbio che
non avremmo fatto più alcuna cosa, vennero ad assalirci tutte ad un
tratto le care affezioni alle quali avevamo dato un'addio, ed un
cocente desiderio di rivarcare le Alpi occupò le nostre anime.
--Noi abbiamo finito di combattere--Dicevo alla vaga Luisa che colla
testolina chinata sempre osava appena guardarci.
--Oh! voi siete felice.. voi rivedrete la vostra bella io me la
immagino... _una charmante pétite Italienne_.
--No, assicuratevelo, io non son punto felice!
--E perché?
--Voi... Francese... mi potete domandare il perchè?
--Io Francese vedo che siamo traditi.
--E... e..--gridai io dimenticandomi di parlare con una donna.
--Ed ho pianto--Sussurrò lei con le lacrime agli occhi.
--Vi ricorderete di me?
--Sempre... ci avete il vostro ritratto?
--No!
--Me lo manderete?
--Ve lo prometto!
--Grazie... io voglio tanto bene ai Garibaldini.
Questa parola fu un balsamo per l'esacerbato mio spirito; di cosa non
è capace una donna?... Per niente gli antichi non immaginarono Ercole
che fila ai piedi di Onfale.
E così venne il martedì, giornata che noi credevamo simile alle altre
che ci aspettavano, per monotomia e che grazie alla lealtà dei
governanti francesi doveva esser pregna per noi di avvenimenti di
nuovissimo genere.
Usciti di casa riscontrammo la legione Ravelli, che colla musica in
testa marciava verso la direzione della barriera del Parco.
--Dove andate?--Domandai al capitano Becherucci che si era staccato
dalla sua compagnia per salutarmi.
--Ma... sento un presentimento che mi dice che ci si avvia verso
l'Italia.
Il mio amico doveva esser profeta.
Erano appena le undici e Mecheri, Ghino ed io mangiavamo delle paste
in una bottega di faccia al teatro. Digione era piena di pasticcerie,
dove si mangiavano dei pasticcetti eccellenti.
Tutto ad un tratto, quando meno lo si aspettava, vedemmo formarsi dei
capannelli di gente che discorreva con animazione: poi ci giunsero
agli orecchi dei colpi d'artiglieria: credevamo sognare: si pagò il
conto, si andò in strada e cercammo raccapezzare qualchecosa tra le
mille versioni che si davano del fatto inopinato.
--I Prussiani si avanzano...
--O l'armistizio?
--Quei barbari non rispettano niente!
--No... è Menotti che di motuproproprio ha attaccato il fuoco.
--Ed ora espone la città a chi sa quale disastro!
--È impossibile--Urlammo noi--Menotti sa il suo dovere.
--È vero, è vero--Ripetevano allora i popolani e davano del grullo a
chi aveva accampato un così sciocco discorso.
--Qui non si saprà nulla--Disse Mecheri--andiamo alla caserma che è a
pochi passi.
*Era così giusto questo consiglio che non differimmo un'istante a
metterlo in pratica.
Alla caserma il foriere aveva fatta caricare tutte le casse e i
registri su di un carro a cui era già stata attaccata la rozza più
arrembata della nostra scuderia.
--Partiamo?--Si domandò, appena giungemmo.
--Non lo so.
--E allora a cosa servono questi preparativi?
--Questi preparativi?... Gli ho fatti per precauzione... però ho
mandato a prendere ordini al quartier generale...
--O il tenente?
--Non l'ho veduto
--E tutti gli altri?
--Nemmeno per sogno!
Frattanto le trombe della compagnia delle mitragliatrici, compagnia
che aveva stanza poco distante da noi, suonavano a raccolta e poco
dopo i soldati della medesima si muovevano in completa assetto di
marcia. Poco dopo gli Usseri, nostri vicini di caserma, montavano a
cavallo e partivano a mezzotrotto.
Decidemmo di prendere la stessa direzione, allorché vedemmo venire a
noi il sottotenente Mussi e il caporale Luperi, che essendosi portati
fuori della città per recare una lettera al colonnello Tanara, ci
ragguagliarono, essere cominciato un fuoco abbastanza lento tra le due
artiglierie. Ci dissero essere ottimo lo spirito dei volontari, ma che
nessuno sapeva farsi ragione, del come i Prussiani, violando i
trattati si avanzassero verso di noi con colonne strapotentissime. Tra
gli altri Garibaldini in faccia al nemico si trovava quel giorno il
bravo Pais, che deposto il berretto da colonnello e, messosene uno di
pelo, marciava come un semplice soldato, munito di carabina. Dopo
essere stato destituito da Frapolli, l'integro patriotta, l'onesto
repubblicano era corso là dove aveva spedito tanti uomini che non si
volevano far partire, esponendosi fino d'allora ad essere destituito e
a subire un consiglio di guerra.
Si andò alla prefettura; v'incontrammo Ricci che ci ordinò di star
pronti; domandammo ragione di quel diascoleto ed ei ce lo spiegò con
poche parole.
Il governo della difesa Nazionale, non ultima disgrazia della
disgraziatissima Francia, non aveva compreso nel patto proposto i
dipartimenti della Côte d'Or, del Doubs e del Jura. Quindi sospensione
d'ostilità per tutti gli eserciti fuori che per il nostro: si voleva
avere il gusto di vedere sconfitti anche i pochi cialtroni che
sapevano farsi ammazzare, perchè non avevano niente da perdere... a
detta di loro!--Nessuno avviso era stato comunicato a Garibaldi su
questa clausola dello iniquo contratto: così si ricompensava l'eroe
generoso, che unico aveva vinto, che unico aveva strappato una
bandiera ai Prussiani: così si ricompensava l'ardente figlio della
libertà, che, pur di porre il suo braccio a disposizione della
repubblica, aveva dimenticato le prodezze francesi del 1849, le
maraviglie degli _Chassepots_ che il vile de Failly aveva provato
contro i petti dei generosi figli d'Italia a Mentana.
Sorpresi da imponenti colonne nemiche nelle loro posizioni, i nostri
sarebbero caduti vittime dell'infame tranello e già i Prussiani
triplicati di numero pregustavano le gioie di una facile vittoria, ma
i traditori francesi e i generali nemici avevano fatto i conti senza
Garibaldi: non mi si venga ad impugnare la valentia strategica
dell'illustre Italiano, non mi si dica che solo alla fortuna e al
coraggio si debbano i grandi trionfi che egli ha riportato: quel
giorno si videro chiaramente le sue virtù militari, ed egli fu più
grande nella precipitosa ritirata dalla Borgogna che nelle tre celebri
giornate che tanta gloria aggiunsero alla nostra povera Italia.
I nemici furono tenuti a bada per tutto il giorno dai nostri cannoni:
Menotti, i suoi ufficiali facevano da puntatori, e in questo tempo le
truppe si avviavano verso Chagny.
--Ma sicché dobbiam proprio partire?--Domandammo al nostro tenente che
ci dava tutti questi ragguagli.
--Purtroppo.
Andammo a casa: facemmo in pochi momenti il nostro modesto bagaglio e
senza avere il coraggio dì salutare i nostri ospiti, scendemmo a rotta
di collo le scale.
--_Ou allez vous_?--Ci domandò allorché ci vide passare la Luisa,
sorpresa in vederci in perfetta tenuta di marcia.
--Andiamo a batterci--Rispondemmo noi tutti.
--_Vraiment_?
--Sulla nostra parola!
--_Sayes prudents_--susurrò a mezza bocca e volle a ogni costo
baciarmi alla presenza di tutti. Gli angioli del Signore, favoleggiati
dai buoni credenti, non avrebbero avuto di che velarsi la faccia, e
quel bacio doveva esser l'ultimo che io riceveva dalla vezzosa
fanciulla.
Arriviamo al quartier generale, il partire dei carri aveva prodotto
un'adunanza insolita di gente davanti alla porta: tra le molte persone
scorgo le due gentili figliole della nostra padrona di casa: cerco
sfuggirle: mi chiamano: non vi è dubbio, esse pure mi ripeteranno
l'importuna e dolorosa richiesta.
--Dove andate?
--Partiamo.
--Sul serio?
--Così non fosse!
--Ma la ragione?...
--Chiedetela a Favre ed agli altri vigliacchi che volevano
ricompensarci di quel poco che abbiamo fatto, mettendoci in trappola.
Le ragazze mi guardaron fisse negli occhi, poi chinarono i proprii e
si tacquero; e in questo tempo mille altre domande sullo stesso tenore
si rivolgevano a noi, e noi ci sfogavamo a dire tutto il male
possibile degli eroi da commedia che per vigliaccheria rovinavano in
quel momento la Francia, ed i Digionesi facevano eco alle nostre
invettive.
Arriva il Piccini tutto sonnacchioso. Che ci è di nuovo?--Proferisce
con uno sbadiglio.
--C'è di nuovo che noi si parte.
--E perché?
--Perché non siamo compresi nell'armistizio.
--O la mia compagnia?
--Sarà partita.
--Ed io?
--Vieni con noi!
--Vengo subito: vo a dire addio a due bambine e vi raggiungo.
E via a gran carriera.
--Le Guide alla Stazione--Grida poco dopo il Ricci--la tromba vada
suonando per chiamar gli sbandati.
A quattro a quattro, con accompagnamento di tromba e di bestemmie,
traversando la città le cui botteghe eransi chiuse ad un tratto,
arrivammo al gran piazzale, dove si doveva attendere quei pochi che
avevano un cavallo e che dovevano ricevere ordini sull'itinerario che
avevasi da percorrere per recarsi a Chagny.
Sul piazzale vi era una confusione indicibile: cariaggi, cannoni,
trasvolavano tra l'incerto chiarore (era sorta la notte) a noi
davanti, provocando esclamazioni che io non riporto per non fare
arrossire la mia leggitrice: tutti eravamo stizziti e non si cercava
che un pretesto qualunque onde dar sfogo alla bile.
Un vivandiere della guardia mobile arrota col suo baroccio un di
noi...
--Figlio di un cane!... Accidenti a te e alla Francia...
Strilla l'offeso e un concerto di fischiate si fa udire per
quell'aure.
I _moblots_ si erano addossati ai lati della piazza, mettendo in fasci
i loro fucili e intuonando ad ora ad ora la Marsigliese... ci voleva
il loro coraggio!... Questi canti che mai eransi da loro uditi,
durante il pericolo, fecero saltare a qualcuno dei nostri più bizzoso,
il pulcino, e quindi lotte con scambi di pugni, subito appacificate
dai superiori: qualcuno altro per far la burletta si divertiva a
vociare: _Les Prussiens, les Prussiens_ e compagnie intere scappavano,
poco curandosi dei loro armamenti: ma allorché potemmo ammirare una
fuga dirotta, si fu, quando un cavallo del treno, lasciato in balìa di
se stesso si diè a saltare a scavezzacollo in mezzo alla piazza. Un
grido immenso, un'urtarsi, un rovesciarsi addosso ai fasci di armi,
una Babilonia insomma da far perder la testa.
Ricciotti era vicino all'arco di trionfo, battendo i piedi e
sbuffando: poco più in là un volontario consolava in Italiano un bel
fior di ragazza che si struggeva in lacrime; a poca distanza una guida
per smaltire il malumore si divertiva a pestare i calli, di alcuni
mobilizzati che si erano sdraiati. Il cannone era cessato: la notte
era fredda, ma tranquillissima; un bel chiaro di luna faceva spiccare
sul fondo stellato, nel quale errava qua e là qualche vagabonda
nuvoletta bianca e diafana, le purissime linee della guglia di San
Benigno... Le case non apparivano che incerte masse nere ad ora ad ora
intramezzate da un lumicino, o dall'argenteo riflesso dei raggi
ripercossi sui vetri: un chiarore confuso s'inalzava sui tetti.
O Digione, o Digione come mi apparivi cara in quel tristo momento!...
Come mi si strinse il cuore al pensiero di doverti lasciare! Il sangue
generoso dei nostri compagni morti nelle fertili pianure che ti
ricingono ti ha legata all'Italia!... Le gentilezze che tu facesti ai
suoi cari, le cure assidue, più che fraterne che hanno da te ricevuto
i nostri feriti hanno a te legato l'Italia--Oh! venga il nemico--Io
pensava tra me nell'esaltazione del dispiacere--venga e mi uccida qui,
proprio sotto quest'arco... Oh! che io possa morire piuttostochè di
accingermi a questa dipartita fatale, che mi fa sprezzare l'umanità,
che mi fa vergognare di essere uomo.
--Su... su... non ci è tempo da perdere--Mi grida il foriere--Alla
stazione.
--Partiamo col treno?...
--Sì nello stesso convoglio del Generale.
Con uno sforzo sovrumano arriviamo a varcare i cancelli: un'infinità
di mobilizzati ed anche qualche Italiano, o di riffe o di raffe,
pretendevano forzare la consegna e risparmiarsi, assoggettandosi a
degli urtoni o al pericolo di qualche partaccia, una trentina di
kilometri da farsi colla cavalcatura di San Francesco.
Arriviamo sotto la stazione: lì troviamo qualche aiutante del
Generale, diversi ufficiali di stato maggiore e un convoglio a cui era
già stata attaccata la macchina.. quel convoglio però non era per noi,
esso era stato serbato ai feriti.
Garibaldi non era anche giunto: il generoso eroe dei due mondi voleva
partire soltanto, allorché sarebbe stato sicuro che nessuno dei suoi
cari, sofferente, potesse cadere nelle mani dell'inimico.
Appena partito il treno, cominciano ad arrivare nuovi stroppi: si
buttano sulle panche della stazione gemendo ed urlando; alcune donne
prestano loro qualche soccorso o qualche conforto.
Si appresta un'altro convoglio--Speriamo sia il nostro dice qualcuno;
si domanda al capo stazione, o a una guardia qualunque e ci risponde
negativamente. Allora la solita storia delle mille chiacchiere
inutili.
--O sta a vedere, che ci prendono come salami!
--Sentite ma certe ostinazioni non le si capiscono.
--E se andassimo in quel treno lì?
--Ma noi si ha l'ordine di star qui.
--Eppoi abbandonereste il nostro vecchio?
--E se fosse partito?
Un grido di disapprovazione copriva queste ultime parole, e il
disgraziato che sbadatamente le aveva proferite, ebbe dicatti a
rincantucciarsi e a non farsi più vivo durante tutto il viaggio.
Qualcuno più furbo di lui, ma con la stessa tremarella, mentre gli
altri si perderono in chiacchiere, facendo lo zoppo od il monco, entrò
in qualche vagone, gabbando le guardie e anticipando il momento di
scappar di mano a quei Prussiani che l'esaltata immaginazione facea
vedere a pochi passi.
La locomotiva dà un fischio, ed il triste convoglio dei feriti si
dilegua ai nostri occhi.
La stazione resta un po' più libera!.. Si attacca la carrozza del
Generale; è un vagone di prima, a cui fa seguito uno di seconda per lo
stato maggiore: è preceduto da due carri per i bagagli.
Entrano il colonnello Bossi e il Capitano Galeazzi.
--Guide--Dice quest'ultimo--Che nessuno monti in questo convoglio.. ad
eccezione di voi...
--E dove andremo?
--Su.. tra i bagagli.
Prendiamo d'assalto i due carri, dove ci accomodiamo alla meglio. Dopo
pochi minuti subito una questione in capo del carro..
--Giù... sacramento!
Che c'è?
--Siamo Italiani come voi, Dio.....
--C'è l'ordine di non far salire che Guide.
--E noi siamo della legione Tanara.. della legione di ferro..
--O di ferro o di rame noi rispettiamo gli ordini.
--E noi siamo qui...
--Giù... giù.
E qui qualche colpo di mano e qualche pedata: quindi gran discussione
di ufficiali, a cui finiamo col prender parte noi tutti.
--Dagli ragione--Mi dice un Livornese--Non vedi che fiasca di vino
hanno a tracolla... per strada fa comodo.
Si urla, si strepita.. molti scendono, poi risalgono e i due non van
via...
--Il Generale--Grida una voce.
Tutto tace e nessuno più pensa al meschino incidente.
All'udire che ci è Garibaldi, mi si prende uno stringimento di cuore,
e mi spenzolo dal carro onde meglio vederlo. Povero eroe!.. Come ti
han ricompensato i falsi repubblicani di Francia, ma tu sai deludere
le inique lor mire, ma tu sai sventare i loro infami tranelli!
Garibaldi era serio, ma, come sempre, sereno, ma come sempre spirante
dal volto una bontà che è impossibile descrivere: lo accompagnava il
generale Bordone, che non partì con noi: a poca distanza da lui
venivano il maggior Fontana e il tenente Grossi.
Tutti quelli, che erano sotto la stazione si levarono il cappello: il
Generale, appoggiandosi su un bastoncello, stiè un pò fermo e girò uno
sguardo malinconico all'intorno. Parlò a lungo con un signore, tutto
vestito di nero, con barba, (credo il sindaco od il prefetto) poi si
mosse per montar nel vagone.
Un vecchio venerando gl'impedisce l'andare per serrargli la mano. Il
Generale lo guarda, poi ricambia affettuosamente la stretta. Non so
perché, ma ho voglia di piangere.
Tutti ci sentiamo commossi: un guardatreno grida: _Vive Galibardi_...
nessuno risponde: in quell'istante ogni evviva era superfluo: la vera
grandezza disdegna le facili manifestazioni del volgo.
Il Generale è in carrozza: la locomitiva fischia: siamo in movimento.
Do un'ultima occhiata a Digione, appena mosso, nè mi sento capace di
staccar più gli occhi da lei. Quanti ricordi, quanta parte di cuore
noi non lasciamo là entro! Come mi tornarono in mente in quel brutto
istante tutti gli sforzi che avevamo fatto per giungere in Francia,
come mi apparvero caramente dilette le peripezie che ci avevano
conturbato, come desideravo che il tempo avesse potenza di tornare
indietro tre mesi per provare di nuovo le belle emozioni che tanto mi
apparvero gradite in allora! Oh! come mi sembrarono giusti i versi del
gentile poeta:
_«Les chants, que on les entend le soir dans la campagne
«Plus ils vont s'eloignant, plus leur charme nous gagne....
«Ainsi de souvenirs qui bercent nôtre coeur!_
Erano dolci memorie quelle che cullavano il mio spirito affralito, e
nella dolce serenità del ricordo lontano io giungevo a raccapezzare un
po' di quella poesia che purtroppo erasi estinta!
Garibaldi, non è inutile il ripeterlo, si mostrò abilissimo generale
nella precipitosa nostra ritirata: niente restò in mano a un nemico
che ci capitò addosso, quando meno lo si aspettava: il primo febbraio
la Côte d'Or era sgombra assolutamente dall'armata dei Vosgi.