CAPITOLO XXII.

Passammo il lunedì svogliatamente, senza conclusione alcuna: fino

allora il pensiero dell'Italia di rado balenava nella nostra mente, ma

dall'ora fatale in cui cominciò a tenzonarci nel capo il dubbio che

non avremmo fatto più alcuna cosa, vennero ad assalirci tutte ad un

tratto le care affezioni alle quali avevamo dato un'addio, ed un

cocente desiderio di rivarcare le Alpi occupò le nostre anime.

--Noi abbiamo finito di combattere--Dicevo alla vaga Luisa che colla

testolina chinata sempre osava appena guardarci.

--Oh! voi siete felice.. voi rivedrete la vostra bella io me la

immagino... _una charmante pétite Italienne_.

--No, assicuratevelo, io non son punto felice!

--E perché?

--Voi... Francese... mi potete domandare il perchè?

--Io Francese vedo che siamo traditi.

--E... e..--gridai io dimenticandomi di parlare con una donna.

--Ed ho pianto--Sussurrò lei con le lacrime agli occhi.

--Vi ricorderete di me?

--Sempre... ci avete il vostro ritratto?

--No!

--Me lo manderete?

--Ve lo prometto!

--Grazie... io voglio tanto bene ai Garibaldini.

Questa parola fu un balsamo per l'esacerbato mio spirito; di cosa non

è capace una donna?... Per niente gli antichi non immaginarono Ercole

che fila ai piedi di Onfale.

E così venne il martedì, giornata che noi credevamo simile alle altre

che ci aspettavano, per monotomia e che grazie alla lealtà dei

governanti francesi doveva esser pregna per noi di avvenimenti di

nuovissimo genere.

Usciti di casa riscontrammo la legione Ravelli, che colla musica in

testa marciava verso la direzione della barriera del Parco.

--Dove andate?--Domandai al capitano Becherucci che si era staccato

dalla sua compagnia per salutarmi.

--Ma... sento un presentimento che mi dice che ci si avvia verso

l'Italia.

Il mio amico doveva esser profeta.

Erano appena le undici e Mecheri, Ghino ed io mangiavamo delle paste

in una bottega di faccia al teatro. Digione era piena di pasticcerie,

dove si mangiavano dei pasticcetti eccellenti.

Tutto ad un tratto, quando meno lo si aspettava, vedemmo formarsi dei

capannelli di gente che discorreva con animazione: poi ci giunsero

agli orecchi dei colpi d'artiglieria: credevamo sognare: si pagò il

conto, si andò in strada e cercammo raccapezzare qualchecosa tra le

mille versioni che si davano del fatto inopinato.

--I Prussiani si avanzano...

--O l'armistizio?

--Quei barbari non rispettano niente!

--No... è Menotti che di motuproproprio ha attaccato il fuoco.

--Ed ora espone la città a chi sa quale disastro!

--È impossibile--Urlammo noi--Menotti sa il suo dovere.

--È vero, è vero--Ripetevano allora i popolani e davano del grullo a

chi aveva accampato un così sciocco discorso.

--Qui non si saprà nulla--Disse Mecheri--andiamo alla caserma che è a

pochi passi.

*Era così giusto questo consiglio che non differimmo un'istante a

metterlo in pratica.

Alla caserma il foriere aveva fatta caricare tutte le casse e i

registri su di un carro a cui era già stata attaccata la rozza più

arrembata della nostra scuderia.

--Partiamo?--Si domandò, appena giungemmo.

--Non lo so.

--E allora a cosa servono questi preparativi?

--Questi preparativi?... Gli ho fatti per precauzione... però ho

mandato a prendere ordini al quartier generale...

--O il tenente?

--Non l'ho veduto

--E tutti gli altri?

--Nemmeno per sogno!

Frattanto le trombe della compagnia delle mitragliatrici, compagnia

che aveva stanza poco distante da noi, suonavano a raccolta e poco

dopo i soldati della medesima si muovevano in completa assetto di

marcia. Poco dopo gli Usseri, nostri vicini di caserma, montavano a

cavallo e partivano a mezzotrotto.

Decidemmo di prendere la stessa direzione, allorché vedemmo venire a

noi il sottotenente Mussi e il caporale Luperi, che essendosi portati

fuori della città per recare una lettera al colonnello Tanara, ci

ragguagliarono, essere cominciato un fuoco abbastanza lento tra le due

artiglierie. Ci dissero essere ottimo lo spirito dei volontari, ma che

nessuno sapeva farsi ragione, del come i Prussiani, violando i

trattati si avanzassero verso di noi con colonne strapotentissime. Tra

gli altri Garibaldini in faccia al nemico si trovava quel giorno il

bravo Pais, che deposto il berretto da colonnello e, messosene uno di

pelo, marciava come un semplice soldato, munito di carabina. Dopo

essere stato destituito da Frapolli, l'integro patriotta, l'onesto

repubblicano era corso là dove aveva spedito tanti uomini che non si

volevano far partire, esponendosi fino d'allora ad essere destituito e

a subire un consiglio di guerra.

Si andò alla prefettura; v'incontrammo Ricci che ci ordinò di star

pronti; domandammo ragione di quel diascoleto ed ei ce lo spiegò con

poche parole.

Il governo della difesa Nazionale, non ultima disgrazia della

disgraziatissima Francia, non aveva compreso nel patto proposto i

dipartimenti della Côte d'Or, del Doubs e del Jura. Quindi sospensione

d'ostilità per tutti gli eserciti fuori che per il nostro: si voleva

avere il gusto di vedere sconfitti anche i pochi cialtroni che

sapevano farsi ammazzare, perchè non avevano niente da perdere... a

detta di loro!--Nessuno avviso era stato comunicato a Garibaldi su

questa clausola dello iniquo contratto: così si ricompensava l'eroe

generoso, che unico aveva vinto, che unico aveva strappato una

bandiera ai Prussiani: così si ricompensava l'ardente figlio della

libertà, che, pur di porre il suo braccio a disposizione della

repubblica, aveva dimenticato le prodezze francesi del 1849, le

maraviglie degli _Chassepots_ che il vile de Failly aveva provato

contro i petti dei generosi figli d'Italia a Mentana.

Sorpresi da imponenti colonne nemiche nelle loro posizioni, i nostri

sarebbero caduti vittime dell'infame tranello e già i Prussiani

triplicati di numero pregustavano le gioie di una facile vittoria, ma

i traditori francesi e i generali nemici avevano fatto i conti senza

Garibaldi: non mi si venga ad impugnare la valentia strategica

dell'illustre Italiano, non mi si dica che solo alla fortuna e al

coraggio si debbano i grandi trionfi che egli ha riportato: quel

giorno si videro chiaramente le sue virtù militari, ed egli fu più

grande nella precipitosa ritirata dalla Borgogna che nelle tre celebri

giornate che tanta gloria aggiunsero alla nostra povera Italia.

I nemici furono tenuti a bada per tutto il giorno dai nostri cannoni:

Menotti, i suoi ufficiali facevano da puntatori, e in questo tempo le

truppe si avviavano verso Chagny.

--Ma sicché dobbiam proprio partire?--Domandammo al nostro tenente che

ci dava tutti questi ragguagli.

--Purtroppo.

Andammo a casa: facemmo in pochi momenti il nostro modesto bagaglio e

senza avere il coraggio dì salutare i nostri ospiti, scendemmo a rotta

di collo le scale.

--_Ou allez vous_?--Ci domandò allorché ci vide passare la Luisa,

sorpresa in vederci in perfetta tenuta di marcia.

--Andiamo a batterci--Rispondemmo noi tutti.

--_Vraiment_?

--Sulla nostra parola!

--_Sayes prudents_--susurrò a mezza bocca e volle a ogni costo

baciarmi alla presenza di tutti. Gli angioli del Signore, favoleggiati

dai buoni credenti, non avrebbero avuto di che velarsi la faccia, e

quel bacio doveva esser l'ultimo che io riceveva dalla vezzosa

fanciulla.

Arriviamo al quartier generale, il partire dei carri aveva prodotto

un'adunanza insolita di gente davanti alla porta: tra le molte persone

scorgo le due gentili figliole della nostra padrona di casa: cerco

sfuggirle: mi chiamano: non vi è dubbio, esse pure mi ripeteranno

l'importuna e dolorosa richiesta.

--Dove andate?

--Partiamo.

--Sul serio?

--Così non fosse!

--Ma la ragione?...

--Chiedetela a Favre ed agli altri vigliacchi che volevano

ricompensarci di quel poco che abbiamo fatto, mettendoci in trappola.

Le ragazze mi guardaron fisse negli occhi, poi chinarono i proprii e

si tacquero; e in questo tempo mille altre domande sullo stesso tenore

si rivolgevano a noi, e noi ci sfogavamo a dire tutto il male

possibile degli eroi da commedia che per vigliaccheria rovinavano in

quel momento la Francia, ed i Digionesi facevano eco alle nostre

invettive.

Arriva il Piccini tutto sonnacchioso. Che ci è di nuovo?--Proferisce

con uno sbadiglio.

--C'è di nuovo che noi si parte.

--E perché?

--Perché non siamo compresi nell'armistizio.

--O la mia compagnia?

--Sarà partita.

--Ed io?

--Vieni con noi!

--Vengo subito: vo a dire addio a due bambine e vi raggiungo.

E via a gran carriera.

--Le Guide alla Stazione--Grida poco dopo il Ricci--la tromba vada

suonando per chiamar gli sbandati.

A quattro a quattro, con accompagnamento di tromba e di bestemmie,

traversando la città le cui botteghe eransi chiuse ad un tratto,

arrivammo al gran piazzale, dove si doveva attendere quei pochi che

avevano un cavallo e che dovevano ricevere ordini sull'itinerario che

avevasi da percorrere per recarsi a Chagny.

Sul piazzale vi era una confusione indicibile: cariaggi, cannoni,

trasvolavano tra l'incerto chiarore (era sorta la notte) a noi

davanti, provocando esclamazioni che io non riporto per non fare

arrossire la mia leggitrice: tutti eravamo stizziti e non si cercava

che un pretesto qualunque onde dar sfogo alla bile.

Un vivandiere della guardia mobile arrota col suo baroccio un di

noi...

--Figlio di un cane!... Accidenti a te e alla Francia...

Strilla l'offeso e un concerto di fischiate si fa udire per

quell'aure.

I _moblots_ si erano addossati ai lati della piazza, mettendo in fasci

i loro fucili e intuonando ad ora ad ora la Marsigliese... ci voleva

il loro coraggio!... Questi canti che mai eransi da loro uditi,

durante il pericolo, fecero saltare a qualcuno dei nostri più bizzoso,

il pulcino, e quindi lotte con scambi di pugni, subito appacificate

dai superiori: qualcuno altro per far la burletta si divertiva a

vociare: _Les Prussiens, les Prussiens_ e compagnie intere scappavano,

poco curandosi dei loro armamenti: ma allorché potemmo ammirare una

fuga dirotta, si fu, quando un cavallo del treno, lasciato in balìa di

se stesso si diè a saltare a scavezzacollo in mezzo alla piazza. Un

grido immenso, un'urtarsi, un rovesciarsi addosso ai fasci di armi,

una Babilonia insomma da far perder la testa.

Ricciotti era vicino all'arco di trionfo, battendo i piedi e

sbuffando: poco più in là un volontario consolava in Italiano un bel

fior di ragazza che si struggeva in lacrime; a poca distanza una guida

per smaltire il malumore si divertiva a pestare i calli, di alcuni

mobilizzati che si erano sdraiati. Il cannone era cessato: la notte

era fredda, ma tranquillissima; un bel chiaro di luna faceva spiccare

sul fondo stellato, nel quale errava qua e là qualche vagabonda

nuvoletta bianca e diafana, le purissime linee della guglia di San

Benigno... Le case non apparivano che incerte masse nere ad ora ad ora

intramezzate da un lumicino, o dall'argenteo riflesso dei raggi

ripercossi sui vetri: un chiarore confuso s'inalzava sui tetti.

O Digione, o Digione come mi apparivi cara in quel tristo momento!...

Come mi si strinse il cuore al pensiero di doverti lasciare! Il sangue

generoso dei nostri compagni morti nelle fertili pianure che ti

ricingono ti ha legata all'Italia!... Le gentilezze che tu facesti ai

suoi cari, le cure assidue, più che fraterne che hanno da te ricevuto

i nostri feriti hanno a te legato l'Italia--Oh! venga il nemico--Io

pensava tra me nell'esaltazione del dispiacere--venga e mi uccida qui,

proprio sotto quest'arco... Oh! che io possa morire piuttostochè di

accingermi a questa dipartita fatale, che mi fa sprezzare l'umanità,

che mi fa vergognare di essere uomo.

--Su... su... non ci è tempo da perdere--Mi grida il foriere--Alla

stazione.

--Partiamo col treno?...

--Sì nello stesso convoglio del Generale.

Con uno sforzo sovrumano arriviamo a varcare i cancelli: un'infinità

di mobilizzati ed anche qualche Italiano, o di riffe o di raffe,

pretendevano forzare la consegna e risparmiarsi, assoggettandosi a

degli urtoni o al pericolo di qualche partaccia, una trentina di

kilometri da farsi colla cavalcatura di San Francesco.

Arriviamo sotto la stazione: lì troviamo qualche aiutante del

Generale, diversi ufficiali di stato maggiore e un convoglio a cui era

già stata attaccata la macchina.. quel convoglio però non era per noi,

esso era stato serbato ai feriti.

Garibaldi non era anche giunto: il generoso eroe dei due mondi voleva

partire soltanto, allorché sarebbe stato sicuro che nessuno dei suoi

cari, sofferente, potesse cadere nelle mani dell'inimico.

Appena partito il treno, cominciano ad arrivare nuovi stroppi: si

buttano sulle panche della stazione gemendo ed urlando; alcune donne

prestano loro qualche soccorso o qualche conforto.

Si appresta un'altro convoglio--Speriamo sia il nostro dice qualcuno;

si domanda al capo stazione, o a una guardia qualunque e ci risponde

negativamente. Allora la solita storia delle mille chiacchiere

inutili.

--O sta a vedere, che ci prendono come salami!

--Sentite ma certe ostinazioni non le si capiscono.

--E se andassimo in quel treno lì?

--Ma noi si ha l'ordine di star qui.

--Eppoi abbandonereste il nostro vecchio?

--E se fosse partito?

Un grido di disapprovazione copriva queste ultime parole, e il

disgraziato che sbadatamente le aveva proferite, ebbe dicatti a

rincantucciarsi e a non farsi più vivo durante tutto il viaggio.

Qualcuno più furbo di lui, ma con la stessa tremarella, mentre gli

altri si perderono in chiacchiere, facendo lo zoppo od il monco, entrò

in qualche vagone, gabbando le guardie e anticipando il momento di

scappar di mano a quei Prussiani che l'esaltata immaginazione facea

vedere a pochi passi.

La locomotiva dà un fischio, ed il triste convoglio dei feriti si

dilegua ai nostri occhi.

La stazione resta un po' più libera!.. Si attacca la carrozza del

Generale; è un vagone di prima, a cui fa seguito uno di seconda per lo

stato maggiore: è preceduto da due carri per i bagagli.

Entrano il colonnello Bossi e il Capitano Galeazzi.

--Guide--Dice quest'ultimo--Che nessuno monti in questo convoglio.. ad

eccezione di voi...

--E dove andremo?

--Su.. tra i bagagli.

Prendiamo d'assalto i due carri, dove ci accomodiamo alla meglio. Dopo

pochi minuti subito una questione in capo del carro..

--Giù... sacramento!

Che c'è?

--Siamo Italiani come voi, Dio.....

--C'è l'ordine di non far salire che Guide.

--E noi siamo della legione Tanara.. della legione di ferro..

--O di ferro o di rame noi rispettiamo gli ordini.

--E noi siamo qui...

--Giù... giù.

E qui qualche colpo di mano e qualche pedata: quindi gran discussione

di ufficiali, a cui finiamo col prender parte noi tutti.

--Dagli ragione--Mi dice un Livornese--Non vedi che fiasca di vino

hanno a tracolla... per strada fa comodo.

Si urla, si strepita.. molti scendono, poi risalgono e i due non van

via...

--Il Generale--Grida una voce.

Tutto tace e nessuno più pensa al meschino incidente.

All'udire che ci è Garibaldi, mi si prende uno stringimento di cuore,

e mi spenzolo dal carro onde meglio vederlo. Povero eroe!.. Come ti

han ricompensato i falsi repubblicani di Francia, ma tu sai deludere

le inique lor mire, ma tu sai sventare i loro infami tranelli!

Garibaldi era serio, ma, come sempre, sereno, ma come sempre spirante

dal volto una bontà che è impossibile descrivere: lo accompagnava il

generale Bordone, che non partì con noi: a poca distanza da lui

venivano il maggior Fontana e il tenente Grossi.

Tutti quelli, che erano sotto la stazione si levarono il cappello: il

Generale, appoggiandosi su un bastoncello, stiè un pò fermo e girò uno

sguardo malinconico all'intorno. Parlò a lungo con un signore, tutto

vestito di nero, con barba, (credo il sindaco od il prefetto) poi si

mosse per montar nel vagone.

Un vecchio venerando gl'impedisce l'andare per serrargli la mano. Il

Generale lo guarda, poi ricambia affettuosamente la stretta. Non so

perché, ma ho voglia di piangere.

Tutti ci sentiamo commossi: un guardatreno grida: _Vive Galibardi_...

nessuno risponde: in quell'istante ogni evviva era superfluo: la vera

grandezza disdegna le facili manifestazioni del volgo.

Il Generale è in carrozza: la locomitiva fischia: siamo in movimento.

Do un'ultima occhiata a Digione, appena mosso, nè mi sento capace di

staccar più gli occhi da lei. Quanti ricordi, quanta parte di cuore

noi non lasciamo là entro! Come mi tornarono in mente in quel brutto

istante tutti gli sforzi che avevamo fatto per giungere in Francia,

come mi apparvero caramente dilette le peripezie che ci avevano

conturbato, come desideravo che il tempo avesse potenza di tornare

indietro tre mesi per provare di nuovo le belle emozioni che tanto mi

apparvero gradite in allora! Oh! come mi sembrarono giusti i versi del

gentile poeta:

_«Les chants, que on les entend le soir dans la campagne

«Plus ils vont s'eloignant, plus leur charme nous gagne....

«Ainsi de souvenirs qui bercent nôtre coeur!_

Erano dolci memorie quelle che cullavano il mio spirito affralito, e

nella dolce serenità del ricordo lontano io giungevo a raccapezzare un

po' di quella poesia che purtroppo erasi estinta!

Garibaldi, non è inutile il ripeterlo, si mostrò abilissimo generale

nella precipitosa nostra ritirata: niente restò in mano a un nemico

che ci capitò addosso, quando meno lo si aspettava: il primo febbraio

la Côte d'Or era sgombra assolutamente dall'armata dei Vosgi.

Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino · 第 25 / 33 题