CAPITOLO XXI.

A causa della presa di Dôle fu necessario che le nostre truppe,

eseguendo nuovi movimenti, occupassero le posizioni situate al Sud Est

di Digione, posizioni fino allora sguernite. La brigata Menotti

traversò la città, portandosi da Talant al suo nuovo destino. Nel

comando dei _Francs Tireurs réunis_ era succeduto al bravo Lhoste

l'Italiano Baghino: qualche volontario da Marsiglia o da Lione era

giunto a rafforzare le file delle nostre compagnie, già abbastanza

stremate nell'ultimi fatti.

La mattina del ventotto il generale Garibaldi passò in rivista la

brigata di Canzio: le truppe erano schierate in battaglia lungo il

viale del Parco: il nostro generale più sorridente del solito traversò

in carrozza sulla loro fronte; quindi assistè a vederle sfilare. I

battaglioni dei mobili passandogli davanti lo acclamarono, plutone per

plutone, con entusiasmo; i cacciatori di Marsala, i carabinieri

Genovesi, questi giovani eroi, procederono come vecchi soldati e il

prode vecchio si fè più sereno, guardando quei veterani sul fiorire

degli anni.

Nel tempo che io pure guardava un così consolante spettacolo, mi

sentii chiamare, e volgendomi vidi il fratello di Perelli che mi

salutò caramente: egli aveva il braccio al collo: sapevo che era stato

ferito e fui felice di vederlo così presto sulla via di guarigione.

Rammento ai lettori questo mio amico che di diciassette anni era là in

mezzo a noi, lo rammento perché nel raccontarmi come buscò quella

palla adoperò con me una verità da reputarsi impossibile.

--Alle prime palle ebbi una paura birbona--mi disse il buon

ragazzino--pensai alla mia povera mamma, che mi proibiva di saltare,

di pigliare il fresco, che stava in pensiero, quando tornavo tardi, e

che ora non era più buona a proteggermi... mi addossai a im muro tutto

rannicchiato, facendomi piccino, piccino e ci stetti qualche minuto:

passarono gli Egiziani, uno di loro mi disse: sei un vile; mi saltò il

rossore alla faccia, avrei ucciso quell'uomo, poi vidi che aveva

ragione, ripensai anche allora alla mamma, alla mamma che piuttosto di

vedermi infamato, piuttosto di piangere su me vivo avrebbe pianto

sulla mia tomba, e mi accodai all'Egiziani, con loro mi stesi lungo i

vigneti, con loro sostenni due ore di fuoco, con loro caricai alla

baionetta, fino a che mi sentii percuotere questo braccio, come da una

bastonata e caddi per terra... ero ferito!...

La rivista era terminata: allegri e contenti tornammo in città;

l'eccellente spirito da cui erano animate indistintamente le truppe,

la fisonomia sorridente di Garibaldi, il piglio ardito e simpatico di

Canzio, la memoria dei generosi amici nostri che ci avevano dimostrato

come si deve morire allorché siam guidati da magnanimi proponimenti,

una certa tal quale ambizione di avere assistito ad uno dei drammi più

splendidi dell'Epopea Garibaldesca, sempre più ci stimolava ad

adempire scrupolosamente il nostro dovere, sempre più ci rendeva

sicuri di brillanti, di memorabili trionfi: ma a che serve la fede,

quando i traditori ed i mercanti di popolo paralizzano coll'alito

gelato del calcolo le sublimi abnegazioni delle minoranze da loro

dette fazioni? Mentre l'avvenire ci si dipingeva davanti con i colori

più rosei, mentre germogliava viepiù gigante nel petto dei prodi

l'inestinguibile desio di quella gloria che sola è da rispettarsi,

perché nasce nel sacrificio e nel sacrifizio consolidasi, Favre coi

suoi prestigiatori camuffati da repubblicani, segnava la vergogna

della Francia: la patria di Danton diventava la cloaca dei Cesari; il

berretto frigio che aveva sul capo le si tramutava, in meno che lo si

dice, nell'ignobile berretto del galeotto; ed un tal berretto nelle

ultime circostanze a me parve il più adatto, che i popoli che hanno

sentimento vero di libertà e di giustizia sanno morire sotto le ruine

delle loro città: informino Sagunto, Saragozza e Missolungi: i popoli

invece, i quali sono corrotti, vigliaccamente si accasciano sotto le

verghe dei Napoleonidi, o sotto alle bombe a petrolio dei manigoldi di

un Thiers.

Chiami pur vandali i primi e civili i secondi la stampa venduta; tra

il vandalismo di cruenta ma eroica protesta e il civismo di chi si

appoggia alla prepotente codardia della forza, io m'inchinerò sempre,

io sempre mi farò di cappello al primiero.

Ma a noi non doveva esser noto per anche il grande avvenimento che

fece andare in solluchero i borsaioli (vedi negozianti di borsa che

alla fine è tutta una zuppa e un pan mollo) e tutti gli Arlecchini

quattrinai di questa valle di trappolerie.

Una nazione che cade fa arrichire un banchiere: il pianto delle vedove

e degli orfanelli che reclaman vendetta e che son costretti a piegare

il capo alla tremenda necessità della forza fa alzare il

_sessantacinque_ al _settanta_: vinca il nemico: se rialzano i fondi,

ben vengano l'umiliazione, le rapine, gli incendii; s'impingui la

borsa, e poi si balli il _cancan_ colle baldracche più laide tra le

rovine tuttora fumanti della nostra povera patria, tra i cadaveri dei

nostri fratelli che avendo sortito dal caso un generoso carattere

hanno preferito all'ignominia la morte... son storie vecchie quanto

Noè, ne convengo, ma son vere come è vera la luce del sole... oh!

benedetta l'aristocrazia dell'oro, del prezioso metallo che solamente

qualche scalzacane ha potuto qualificare per vile: oh, benedetto il

trionfo della classe borghese, di quella classe che ha per patria le

mura del proprio negozio, o del palazzo carpito a forza di scrocchi e

d'usure a un rampollo di magnanimi lombi, che si è giocato a bambara

gli averi e la reputazione dei vetusti parenti!

I nobili dei tempi andati avevano, se non altro, delle tradizioni alle

quali si mostravano ligissimi; spinti da queste (inutile sarebbe il

negarlo) hanno regalato al mondo degli eroici tratti, che giocoforza è

ammirare; _noblesse oblige_: tale era la loro divisa, e si facevano

uccidere per quel re, a cui avevano giurato devozione illimitata; per

un sorriso, per un'occhiata, per una sciarpa della bella dei loro

pensieri col sorriso sul volto andavano incontro, al pauroso fantasma

degli spiriti deboli, alla morte: loro cantava il trovatore nella

mesta ballata, o nell'ispirato inno di guerra: loro salutavano come

protettori gli artisti.... erano nel falso, dovevano cadere, chè la

legge del progresso non ammette ostacolo alcuno, sia pure attraente;

ma era un falso splendido, era un falso del quale, nostro malgrado,

non potevamo non ammirare in qualche parte la cavalleria; esso ci

rammentava la Tavola Rotonda, le crociate, le battaglie di Luigi XIV;

e quando quest'aristrocrazia si vide impotente ad impedire la marcia

del progresso ella cadde eroicamente, cospergendo di sangue glorioso i

campi della Vendea: questo sangue segnó la morte del nobilume: in oggi

i rampolli degli antenati magnanimi o funghiscono nella loro castella,

o fanno da comparse nel _Club_.

Ma l'aristocrazia dell'oro? Nata nel lurido bugigattolo di uno

strozzino, cresciuta nella stanza di affari di un ladro intendente,

rinvigorita nello splendido palazzo di un commendatore banchiere che

pur ieri vendeva i cenci o raccattava le cicche, vergognosa del

proprio passato, piena di sospetti per l'avvenire, codardamente

accanita alla sola idea di perdere o di scapitare su dei capitali

accumulati a forza d'infamie, e di bassezze, è lei sola il vero

sostegno delle tirannidi, è lei sola che fa cadere nel fango i popoli

più gloriosi, è a lei sola che si devono attribuire i disastri del

mondo: poiché, se l'antica aristocrazia a un'idea falsissima

sacrificava e vita e agiatezza, la moderna all'agiatezza e alla vita

sacrifica tutto. Io non ammetto nemmeno la così detta aristocrazia

dell'intelligenza: il nascer savi è caso e non virtù, dirò

parafrasando i celebri versi del Metastasio; ed allora? mi domanderà

qualcheduno: allora, rispondo, io non ammetto che una sola

aristocrazia, aristocrazia basata sull'eguaglianza, l'aristocrazia del

lavoro!...

Mi scusino i lettori, se io vado di palo in frasca: mi scusino le

lettrici che potranno ravvisare in me più un predicatore noioso, che

un narratore giocondo; tra i miei appunti ho trovato anche queste

linee e non sono stato buono di sacrificarle; non saprei dirne il

motivo; ma per non fare brontolare nessuno rientro a gran carriera in

carreggiata.

Mecheri, Materassi, Piccini, Bocconi ed io eravamo nella nostra

camera, sognando tra una boccata e l'altra di fumo nuove battaglie, e

per conseguenza nuovi trionfi. «Quando il vecchio passa in rassegna i

soldati, si pensava tra noi, ci è sempre per aria qualche cosa di

grosso». Per tranquillizzare gli amici e i parenti si scrivevano

lettere nelle quali si magnificava il bel cielo che ci faceva credere

di essere in primavera (come han sentito i lettori erano giornataccie

piovose da metter l'uggia in corpo anche ad un'ombrellaio); si

descriveva i nostri adipi che addivenivano d'ora in ora da canonici,

si dava ad intendere che si apprestavano feste da ballo. Chi parlava

di andare a Parigi, chi di riprendere Metz, chi di schizzare diritti

diritti a Berlino...

_... Oh degli eventi umani

Antiveder bugiardo!_

Spalancando la porta con una pedata, entra in camera Ghino Polese con

un viso da far rizzare i bordoni all'uomo più apatista del mondo.

--Che è?--Gli si grida tutti a una voce.

--È...--e qui un moccolo da Livornese puro sangue--È... che si tratta

nientemeno...

--Di assedio della città?

--Peggio... potremmo morire con le armi alla mano.

--I Prussiani son entrati?

--Ma peggio!

--Ma cosa dunque... per carità!

--Ci è l'armistizio!...

Un fulmine che fosse caduto in mezzo a noi poteva produrre il medesimo

effetto. Prima un silenzio di morte, poi una salpa d'imprecazioni;

tutte allo stesso indirizzo.

--Ma sei ben sicuro di quello che dici?

--Me lo ha assicurato un'ufficiale di stato maggiore...

--È impossibile! Parigi si difenderà fino all'ultima pietra.

--Parigi ha capitolato!...

Altro silenzio, poi tutti mossi dallo stesso pensiero giù a rotta di

collo per la scala, onde portarci al quartier generale.

Sulla cantonata incontriamo la vaga Luisa... _Dites donc_...

proferisce ed io secco secco la congedo con un «non ho tempo da

perdere» e continuo la via... Dei gruppi concitati s'incontrano in qua

e là... la parola vile errava dì bocca in bocca.

--E Favre che giurava che finchè esistesse una pietra di queste città

l'invasore avrebbe trovato un baluardo.

--Ed è stato lui che ha segnato la capitolazione.

--E noi cosa faremo?--Gridava un disertore dall'esercito.

--Imparerete a servire la Francia--Di rimando rispondeva un Gallofobo.

E i popolani abbassavano il capo, quando noi si passava, che la

maggioranza dei Digionesi era republicana: e lo svelto ed allegro

Garibaldino era divenuto sornione e lo vedevi trascorrere colle mani

in tasca, col berretto sugli occhi e mordendosi i labbri, e ad ogni

poco sentivi ripetere, commiserandoli, i nomi dei prodi caduti... solo

i volti dei _moblots_ brillavano per insueta gaiezza... non ci era più

dubbio.

Colle gambe che ci facevano cilecca arrivammo alla prefettura; una

folla di gente si accalcava intorno alle due colonne che son di fianco

alla porta, e su cui si attaccavano i dispacci e le comunicazioni

officiali: tutti si alzavano in piedi, e, quando erano pervenuti a

leggere, si ritiravano mandando imprecazioni e grattandosi il capo. Si

sarebbe detto che le magiche parole del convito di Baldassare fossero

là, scolpite su quei marmi e che tutti coloro che vi si avvicinavano

ne risentissero i terribili effetti.

Due sole righe di scritto: due righe che contenevano però la più

dolorosa notizia per chiunque preferisce la dignità al beato

vivere--«Oggi è stato concluso un'armistizio di ventun giorno». E dire

che mani francesi non avevan rifiutato di firmare un patto, che

segnava lo stigma sulla fronte di quella nazione che fin'ora come il

favoloso Dio dell'Olimpo bastava muovesse le ciglia per fare allibire

il mondo tutto dalla paura; e dire che un Favre era stato tra i

manipolatori di tale infamia! Oh, allora si vide chiaramente che il

vecchio republicano aveva ciurlato nel manico, oh! fin d'allora la

gente dal cervello sottile preconizzava nel difensore d'Orsini, nel

montagnardo dell'Impero uno dei tanti carnefici che hanno straziato la

Francia. Impotente contro i Prussiani, si macchiò nel sangue dei suoi

cittadini: ora si è ritirato, ma non tanto lontano che a lui non

pervenga l'eco dei pianti e dell'imprecazioni delle migliaia d'orfani

e di vedove che per lui son ridotte a stendere la mano! Ma di maggiore

infamia si doveva macchiare Favre contro Garibaldi e di ciò sapranno

tra poco i lettori.

L'armistizio fu la testa di Medusa dell'entusiasmo nostro; io vidi

qualcuno piangere: la maggior parte si sbizzariva lanciando improperii

a Favre e alla Francia: quella sera non canti per le vie, non le

allegre conversazioni dei giorni passati, ma una musoneria generale...

non vi era più fede!

Un'ordine del giorno di Garibaldi nel quale ci si esortava ad

addestrarsi nelle armi, ad attender preparati il momento della

riscossa, fece credere a diversi che non sarebbe stata cosa

impossibile il potersi di nuovo misurare col nemico e ciò fece

rinascere un poco quella gaiezza di cui davano tanta prova ne' dì del

pericolo i Garibaldini. Per conto mio non mi illudevo: armistizio non

poteva significare che pace disonorante: la resa di Parigi lo diceva

troppo chiaràmente, eppoi da quando in qua i seguaci di Garibaldi

potranno ottenere un completo trionfo?.. Gli unitari d'oggi non lo

relegarono nel 60 a Caprera, mentre volava alla conquista di Roma? Gli

arfasatti che gli si caccian sempre davanti non gli han fatto

sgombrare il Tirolo, quando palmo a palmo lo aveva conquistato, mentre

a Lissa e Custoza veniva oltraggiata la bandiera italiana?.. Non fu il

prode Generale ferito da piombo italiano a Aspromonte?.. Non fu

lasciato dopo la vittoria di Monterotondo, solo a Mentana e si

lasciarono scannare i suoi generosi, mentre trentamila uomini di

truppa italiana erano sul confine? Non si è sempre cercato di

sfruttare i suoi trionfi, facendolo poi passare quasi per un pazzo per

un avventuriere? Non si è avuto il coraggio di stampare, che lo si

aveva aiutato, mentre si era tentato ogni mezzo per avversarlo o per

screditarlo?.. I repubblicani francesi erano presso a poco gli stessi

pagliacci dei consorti italiani, ed era da prevedersi quello che era

avvenuto, quello che avvenne dipoi. Ma muovan pur guerra le anime vili

e i livreati pigmei a quest'uomo che da solo basterebbe a riabilitare

la società, tentino pure di schiacciarlo e di avvilirlo, Garibaldi

vincerà sempra in nome della libertà, vincerà anche perdendo perché il

suo nome oramai rappresenta una idea e le idee non si vìncono.

Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino · 第 24 / 33 题