A causa della presa di Dôle fu necessario che le nostre truppe,
eseguendo nuovi movimenti, occupassero le posizioni situate al Sud Est
di Digione, posizioni fino allora sguernite. La brigata Menotti
traversò la città, portandosi da Talant al suo nuovo destino. Nel
comando dei _Francs Tireurs réunis_ era succeduto al bravo Lhoste
l'Italiano Baghino: qualche volontario da Marsiglia o da Lione era
giunto a rafforzare le file delle nostre compagnie, già abbastanza
stremate nell'ultimi fatti.
La mattina del ventotto il generale Garibaldi passò in rivista la
brigata di Canzio: le truppe erano schierate in battaglia lungo il
viale del Parco: il nostro generale più sorridente del solito traversò
in carrozza sulla loro fronte; quindi assistè a vederle sfilare. I
battaglioni dei mobili passandogli davanti lo acclamarono, plutone per
plutone, con entusiasmo; i cacciatori di Marsala, i carabinieri
Genovesi, questi giovani eroi, procederono come vecchi soldati e il
prode vecchio si fè più sereno, guardando quei veterani sul fiorire
degli anni.
Nel tempo che io pure guardava un così consolante spettacolo, mi
sentii chiamare, e volgendomi vidi il fratello di Perelli che mi
salutò caramente: egli aveva il braccio al collo: sapevo che era stato
ferito e fui felice di vederlo così presto sulla via di guarigione.
Rammento ai lettori questo mio amico che di diciassette anni era là in
mezzo a noi, lo rammento perché nel raccontarmi come buscò quella
palla adoperò con me una verità da reputarsi impossibile.
--Alle prime palle ebbi una paura birbona--mi disse il buon
ragazzino--pensai alla mia povera mamma, che mi proibiva di saltare,
di pigliare il fresco, che stava in pensiero, quando tornavo tardi, e
che ora non era più buona a proteggermi... mi addossai a im muro tutto
rannicchiato, facendomi piccino, piccino e ci stetti qualche minuto:
passarono gli Egiziani, uno di loro mi disse: sei un vile; mi saltò il
rossore alla faccia, avrei ucciso quell'uomo, poi vidi che aveva
ragione, ripensai anche allora alla mamma, alla mamma che piuttosto di
vedermi infamato, piuttosto di piangere su me vivo avrebbe pianto
sulla mia tomba, e mi accodai all'Egiziani, con loro mi stesi lungo i
vigneti, con loro sostenni due ore di fuoco, con loro caricai alla
baionetta, fino a che mi sentii percuotere questo braccio, come da una
bastonata e caddi per terra... ero ferito!...
La rivista era terminata: allegri e contenti tornammo in città;
l'eccellente spirito da cui erano animate indistintamente le truppe,
la fisonomia sorridente di Garibaldi, il piglio ardito e simpatico di
Canzio, la memoria dei generosi amici nostri che ci avevano dimostrato
come si deve morire allorché siam guidati da magnanimi proponimenti,
una certa tal quale ambizione di avere assistito ad uno dei drammi più
splendidi dell'Epopea Garibaldesca, sempre più ci stimolava ad
adempire scrupolosamente il nostro dovere, sempre più ci rendeva
sicuri di brillanti, di memorabili trionfi: ma a che serve la fede,
quando i traditori ed i mercanti di popolo paralizzano coll'alito
gelato del calcolo le sublimi abnegazioni delle minoranze da loro
dette fazioni? Mentre l'avvenire ci si dipingeva davanti con i colori
più rosei, mentre germogliava viepiù gigante nel petto dei prodi
l'inestinguibile desio di quella gloria che sola è da rispettarsi,
perché nasce nel sacrificio e nel sacrifizio consolidasi, Favre coi
suoi prestigiatori camuffati da repubblicani, segnava la vergogna
della Francia: la patria di Danton diventava la cloaca dei Cesari; il
berretto frigio che aveva sul capo le si tramutava, in meno che lo si
dice, nell'ignobile berretto del galeotto; ed un tal berretto nelle
ultime circostanze a me parve il più adatto, che i popoli che hanno
sentimento vero di libertà e di giustizia sanno morire sotto le ruine
delle loro città: informino Sagunto, Saragozza e Missolungi: i popoli
invece, i quali sono corrotti, vigliaccamente si accasciano sotto le
verghe dei Napoleonidi, o sotto alle bombe a petrolio dei manigoldi di
un Thiers.
Chiami pur vandali i primi e civili i secondi la stampa venduta; tra
il vandalismo di cruenta ma eroica protesta e il civismo di chi si
appoggia alla prepotente codardia della forza, io m'inchinerò sempre,
io sempre mi farò di cappello al primiero.
Ma a noi non doveva esser noto per anche il grande avvenimento che
fece andare in solluchero i borsaioli (vedi negozianti di borsa che
alla fine è tutta una zuppa e un pan mollo) e tutti gli Arlecchini
quattrinai di questa valle di trappolerie.
Una nazione che cade fa arrichire un banchiere: il pianto delle vedove
e degli orfanelli che reclaman vendetta e che son costretti a piegare
il capo alla tremenda necessità della forza fa alzare il
_sessantacinque_ al _settanta_: vinca il nemico: se rialzano i fondi,
ben vengano l'umiliazione, le rapine, gli incendii; s'impingui la
borsa, e poi si balli il _cancan_ colle baldracche più laide tra le
rovine tuttora fumanti della nostra povera patria, tra i cadaveri dei
nostri fratelli che avendo sortito dal caso un generoso carattere
hanno preferito all'ignominia la morte... son storie vecchie quanto
Noè, ne convengo, ma son vere come è vera la luce del sole... oh!
benedetta l'aristocrazia dell'oro, del prezioso metallo che solamente
qualche scalzacane ha potuto qualificare per vile: oh, benedetto il
trionfo della classe borghese, di quella classe che ha per patria le
mura del proprio negozio, o del palazzo carpito a forza di scrocchi e
d'usure a un rampollo di magnanimi lombi, che si è giocato a bambara
gli averi e la reputazione dei vetusti parenti!
I nobili dei tempi andati avevano, se non altro, delle tradizioni alle
quali si mostravano ligissimi; spinti da queste (inutile sarebbe il
negarlo) hanno regalato al mondo degli eroici tratti, che giocoforza è
ammirare; _noblesse oblige_: tale era la loro divisa, e si facevano
uccidere per quel re, a cui avevano giurato devozione illimitata; per
un sorriso, per un'occhiata, per una sciarpa della bella dei loro
pensieri col sorriso sul volto andavano incontro, al pauroso fantasma
degli spiriti deboli, alla morte: loro cantava il trovatore nella
mesta ballata, o nell'ispirato inno di guerra: loro salutavano come
protettori gli artisti.... erano nel falso, dovevano cadere, chè la
legge del progresso non ammette ostacolo alcuno, sia pure attraente;
ma era un falso splendido, era un falso del quale, nostro malgrado,
non potevamo non ammirare in qualche parte la cavalleria; esso ci
rammentava la Tavola Rotonda, le crociate, le battaglie di Luigi XIV;
e quando quest'aristrocrazia si vide impotente ad impedire la marcia
del progresso ella cadde eroicamente, cospergendo di sangue glorioso i
campi della Vendea: questo sangue segnó la morte del nobilume: in oggi
i rampolli degli antenati magnanimi o funghiscono nella loro castella,
o fanno da comparse nel _Club_.
Ma l'aristocrazia dell'oro? Nata nel lurido bugigattolo di uno
strozzino, cresciuta nella stanza di affari di un ladro intendente,
rinvigorita nello splendido palazzo di un commendatore banchiere che
pur ieri vendeva i cenci o raccattava le cicche, vergognosa del
proprio passato, piena di sospetti per l'avvenire, codardamente
accanita alla sola idea di perdere o di scapitare su dei capitali
accumulati a forza d'infamie, e di bassezze, è lei sola il vero
sostegno delle tirannidi, è lei sola che fa cadere nel fango i popoli
più gloriosi, è a lei sola che si devono attribuire i disastri del
mondo: poiché, se l'antica aristocrazia a un'idea falsissima
sacrificava e vita e agiatezza, la moderna all'agiatezza e alla vita
sacrifica tutto. Io non ammetto nemmeno la così detta aristocrazia
dell'intelligenza: il nascer savi è caso e non virtù, dirò
parafrasando i celebri versi del Metastasio; ed allora? mi domanderà
qualcheduno: allora, rispondo, io non ammetto che una sola
aristocrazia, aristocrazia basata sull'eguaglianza, l'aristocrazia del
lavoro!...
Mi scusino i lettori, se io vado di palo in frasca: mi scusino le
lettrici che potranno ravvisare in me più un predicatore noioso, che
un narratore giocondo; tra i miei appunti ho trovato anche queste
linee e non sono stato buono di sacrificarle; non saprei dirne il
motivo; ma per non fare brontolare nessuno rientro a gran carriera in
carreggiata.
Mecheri, Materassi, Piccini, Bocconi ed io eravamo nella nostra
camera, sognando tra una boccata e l'altra di fumo nuove battaglie, e
per conseguenza nuovi trionfi. «Quando il vecchio passa in rassegna i
soldati, si pensava tra noi, ci è sempre per aria qualche cosa di
grosso». Per tranquillizzare gli amici e i parenti si scrivevano
lettere nelle quali si magnificava il bel cielo che ci faceva credere
di essere in primavera (come han sentito i lettori erano giornataccie
piovose da metter l'uggia in corpo anche ad un'ombrellaio); si
descriveva i nostri adipi che addivenivano d'ora in ora da canonici,
si dava ad intendere che si apprestavano feste da ballo. Chi parlava
di andare a Parigi, chi di riprendere Metz, chi di schizzare diritti
diritti a Berlino...
_... Oh degli eventi umani
Antiveder bugiardo!_
Spalancando la porta con una pedata, entra in camera Ghino Polese con
un viso da far rizzare i bordoni all'uomo più apatista del mondo.
--Che è?--Gli si grida tutti a una voce.
--È...--e qui un moccolo da Livornese puro sangue--È... che si tratta
nientemeno...
--Di assedio della città?
--Peggio... potremmo morire con le armi alla mano.
--I Prussiani son entrati?
--Ma peggio!
--Ma cosa dunque... per carità!
--Ci è l'armistizio!...
Un fulmine che fosse caduto in mezzo a noi poteva produrre il medesimo
effetto. Prima un silenzio di morte, poi una salpa d'imprecazioni;
tutte allo stesso indirizzo.
--Ma sei ben sicuro di quello che dici?
--Me lo ha assicurato un'ufficiale di stato maggiore...
--È impossibile! Parigi si difenderà fino all'ultima pietra.
--Parigi ha capitolato!...
Altro silenzio, poi tutti mossi dallo stesso pensiero giù a rotta di
collo per la scala, onde portarci al quartier generale.
Sulla cantonata incontriamo la vaga Luisa... _Dites donc_...
proferisce ed io secco secco la congedo con un «non ho tempo da
perdere» e continuo la via... Dei gruppi concitati s'incontrano in qua
e là... la parola vile errava dì bocca in bocca.
--E Favre che giurava che finchè esistesse una pietra di queste città
l'invasore avrebbe trovato un baluardo.
--Ed è stato lui che ha segnato la capitolazione.
--E noi cosa faremo?--Gridava un disertore dall'esercito.
--Imparerete a servire la Francia--Di rimando rispondeva un Gallofobo.
E i popolani abbassavano il capo, quando noi si passava, che la
maggioranza dei Digionesi era republicana: e lo svelto ed allegro
Garibaldino era divenuto sornione e lo vedevi trascorrere colle mani
in tasca, col berretto sugli occhi e mordendosi i labbri, e ad ogni
poco sentivi ripetere, commiserandoli, i nomi dei prodi caduti... solo
i volti dei _moblots_ brillavano per insueta gaiezza... non ci era più
dubbio.
Colle gambe che ci facevano cilecca arrivammo alla prefettura; una
folla di gente si accalcava intorno alle due colonne che son di fianco
alla porta, e su cui si attaccavano i dispacci e le comunicazioni
officiali: tutti si alzavano in piedi, e, quando erano pervenuti a
leggere, si ritiravano mandando imprecazioni e grattandosi il capo. Si
sarebbe detto che le magiche parole del convito di Baldassare fossero
là, scolpite su quei marmi e che tutti coloro che vi si avvicinavano
ne risentissero i terribili effetti.
Due sole righe di scritto: due righe che contenevano però la più
dolorosa notizia per chiunque preferisce la dignità al beato
vivere--«Oggi è stato concluso un'armistizio di ventun giorno». E dire
che mani francesi non avevan rifiutato di firmare un patto, che
segnava lo stigma sulla fronte di quella nazione che fin'ora come il
favoloso Dio dell'Olimpo bastava muovesse le ciglia per fare allibire
il mondo tutto dalla paura; e dire che un Favre era stato tra i
manipolatori di tale infamia! Oh, allora si vide chiaramente che il
vecchio republicano aveva ciurlato nel manico, oh! fin d'allora la
gente dal cervello sottile preconizzava nel difensore d'Orsini, nel
montagnardo dell'Impero uno dei tanti carnefici che hanno straziato la
Francia. Impotente contro i Prussiani, si macchiò nel sangue dei suoi
cittadini: ora si è ritirato, ma non tanto lontano che a lui non
pervenga l'eco dei pianti e dell'imprecazioni delle migliaia d'orfani
e di vedove che per lui son ridotte a stendere la mano! Ma di maggiore
infamia si doveva macchiare Favre contro Garibaldi e di ciò sapranno
tra poco i lettori.
L'armistizio fu la testa di Medusa dell'entusiasmo nostro; io vidi
qualcuno piangere: la maggior parte si sbizzariva lanciando improperii
a Favre e alla Francia: quella sera non canti per le vie, non le
allegre conversazioni dei giorni passati, ma una musoneria generale...
non vi era più fede!
Un'ordine del giorno di Garibaldi nel quale ci si esortava ad
addestrarsi nelle armi, ad attender preparati il momento della
riscossa, fece credere a diversi che non sarebbe stata cosa
impossibile il potersi di nuovo misurare col nemico e ciò fece
rinascere un poco quella gaiezza di cui davano tanta prova ne' dì del
pericolo i Garibaldini. Per conto mio non mi illudevo: armistizio non
poteva significare che pace disonorante: la resa di Parigi lo diceva
troppo chiaràmente, eppoi da quando in qua i seguaci di Garibaldi
potranno ottenere un completo trionfo?.. Gli unitari d'oggi non lo
relegarono nel 60 a Caprera, mentre volava alla conquista di Roma? Gli
arfasatti che gli si caccian sempre davanti non gli han fatto
sgombrare il Tirolo, quando palmo a palmo lo aveva conquistato, mentre
a Lissa e Custoza veniva oltraggiata la bandiera italiana?.. Non fu il
prode Generale ferito da piombo italiano a Aspromonte?.. Non fu
lasciato dopo la vittoria di Monterotondo, solo a Mentana e si
lasciarono scannare i suoi generosi, mentre trentamila uomini di
truppa italiana erano sul confine? Non si è sempre cercato di
sfruttare i suoi trionfi, facendolo poi passare quasi per un pazzo per
un avventuriere? Non si è avuto il coraggio di stampare, che lo si
aveva aiutato, mentre si era tentato ogni mezzo per avversarlo o per
screditarlo?.. I repubblicani francesi erano presso a poco gli stessi
pagliacci dei consorti italiani, ed era da prevedersi quello che era
avvenuto, quello che avvenne dipoi. Ma muovan pur guerra le anime vili
e i livreati pigmei a quest'uomo che da solo basterebbe a riabilitare
la società, tentino pure di schiacciarlo e di avvilirlo, Garibaldi
vincerà sempra in nome della libertà, vincerà anche perdendo perché il
suo nome oramai rappresenta una idea e le idee non si vìncono.