Il giorno ventisette gennaio si presentò colla solita mancanza di ogni
e qualunque movimento strategico. Finivo di sorbire un'eccellente
tazza di caffè, quando vidi entrare nella bottega il Perelli, sergente
del nostro squadrone, un Meneghino puro sangue, impavido al fuoco,
susurrone sempre.
--_Oui ti_--Mi disse abbordandomi--Ti è passata la malattia?..
--Mi pare!
--Allora in servizio...
--Questo poi...
--Meno osservazioni...
--E che ho a fare!
--Devi portare questo plico a Fontaine, quando sei lassù, piglia pure
una cotta... te lo concedo.
--Ma dimmi perché non ci vai tu?
--Ecco lascierò il tuono di superiore e te lo chiederò in piacere...
sai quante volte ti ho risparmiato la guardia... se tu conoscessi le
occupazioni che ho!... Figurati, bisogna che contenti tre o quattro
ragazze...
--Scusate, se è poco!
--Eh!... non è niente! non fo che pigliare la rivincita di ciò che
fecero i Francesi da noi nel cinquantanove... d'altronde i Garibaldini
son troppo necessari all'Umanità e per conto mio, cerco tutte le
strade per eternarne la razza...
--Va bene... dunque parto!
--Addio!
Il plico che avevo a portare era per un certo Meyssac o Meglac salvo
errore, maggiore dei mobilizzati dell'Ain. Mi aggrego il tromba delle
Guide, un Romagnolo che ha la pretesa di far dello spirito. Infatti,
passando sotto la chiesa di _Nôtre Dame_, chiesa mezzo rovinata, la
sbircia ben bene eppoi dice: I Francesi non credono alla verginità di
Maria...
--E perchè?
--Perchè in tal caso la chiamerebbero _nôtre demoiselle_!
Chiedo scusa ai lettori per il disgraziatissimo tromba.
Passammo la barriera e rivedemmo quei luoghi tanto illustrati dai
recenti combattimenti; non un cadavere si vedeva per l'immensa
estensione: solo qualche albero stroncato, qualche muro disfatto,
qualche casa scortecciata, crivellata dalle palle faceva supporre la
tremenda tenzone che si era svolta in quei luoghi. Un sole bellissimo,
come mai avevamo veduto dacché eravamo arrivati in Francia,
ripercoteva i suoi raggi in quella campagna squallida e tetra, o che
forse tale ci appariva al ricordo di tante generose esistenze che ivi
erano state tolte alla patria, agli amici per saziare la indomabile
sete di sangue che suole distinguere i re.
Giunti a Fontain andammo per informazioni alla scuola, che per la
prima ci si parava davanti. Domandammo ad un uomo in _blouse_ turchina
che era sulla porta, dove si trovasse il maestro. Con nostra gran
sorpresa ei ci rispose che il maestro era lui.
Tutte le attribuzioni che Sue nel Martino il Trovatello dà ai maestri
campagnoli non sono che vere, come vero purtroppo è il meschino
stipendio con cui vengono retribuiti nella _grande Nation_. Il maestro
rimette l'orologio della parrocchia, suona le campane, pulisce il
giardino, spazza le scale, fa tutto... tutto quello che troppo repugna
al gran ministero dell'insegnamento. È una cosa desolante!... Nei più
piccoli borghi è proibita la mendicità, e si fa languir quasi di fame
questo pover'uomo che suda, che si affatica per provvedere il pane
intellettuale ai poveri Paria della montagna.
Il maestro fu con noi gentilissimo, conosceva il posto a cui noi
dovevamo arrivare, e c'insegnò una scorcitoia; questa scorcitoia
doveva procurarci degli impicci gravissimi. Avevamo appena passato un
viottolo, che una voce imponente, ci grida: _Qui vive_, e cinque o sei
canne di fucili si abbassano in nostra direzione, procurandoci col
loro barbaglio una sensazione non troppo piacevole.
--_France_!--Gridammo io e il tromba, proprio all'unisono.
--Alto... o fò fuoco!
--Per Cristo!--Strilla il tromba--E' son capaci di farlo!.. questi
mobili lontani dal fuoco sono capaci di tutto.
--Dove è il capoposto? Cominciai io avvicinandomi.
--_Present_--Declamò con burbanza un ghiozzo, rinfagottato sotto un
involto di panni... un vero sacco di panni sudici legato in mezzo: e
dietro a lui altri cinque o sei che non aveano da invidiargli nulla in
bellezza ed in eleganza si presentarono a noi con baionetta calata, e
con quel piglio da eroe che suole assumere l'uomo che esponendosi a un
pericolo è sicuro della vittoria.
--A noi--replicai io immediatamente--Ci ho qui un plico da consegnare
al vostro capitano, conducetemi a lui, chè non ho tempo da perdere.
--Assicuratevi bene di loro--Comandò ai suoi uomini il capoposto, e
poi rivoltosi a noi con fare sdegnoso, borbottò: seguiteci.
Il capitano era in una specie di bettola, ridotta lì per lì in stanza
d'ordine; era un coso rimpresciuttito, che parea proprio dovesse
regger l'anima coi denti: sdraiato su di una poltrona impagliata,
teneva tra le labbra la pipa, di cui si divertiva ad esaminare con
certa voluttà le nuvolette grigiastre di fumo, che man mano andavano a
dileguarsi in quell'ambiente.
Consegnai il mio plico; _Monsieur_, così lo chiamavano con grande
unzione i suoi sottoposti, prima mi sbirciò ben bene con tale
ostinazione che mi ridestava il pizzicor nelle mani, poi cominciò a
capolvogere, e spiegazzare quel povero foglio in tutti i versi,
finalmente si decise a porvi gli occhi. Per maledetta disgrazia
quell'ordine era stata fatto in lapis: di qui non sto a dire quanto
aumentassero i sospetti in quella zuccaccia ignorante.
--_C'est un affair tres serieux_--Proferì rivoltandosi al sergente _Ces
coquins de Prussiens ont trop d'espions..._--poi di nuovo girando la
faccia verso di me, mi domandò: _Vous etes Polonais_?
--_Non, monsieur, je suis Italien_.
--_Attendes_--E senza dire ai nè bai, ci lasciò in asso in mezzo a quei
mammalucchi.
Si aspettò cinque minuti, se ne aspettò dieci, l'affare cominciava a
diventar serio davvero: ogni poco venivano a frotte dei mobili e ci
guardavano, come se fossimo bestie feroci: le donne di casa, una
vecchia e una fanciullina avevano a nostro riguardo lo stesso contegno:
sbaglio, la fanciullina ci faceva le boccacce.
--O bada... che le do uno scappellotto--Mi diceva il tromba
digrignando i denti.
Io non gli rispondeva: se però fossero arrivati al Perelli, che ci
aveva mandati lassù, tutti gli accidenti che gli augurai in quella
mezz'ora, il povero diavolo chi sa mai quante volte avrebbe fatto il
fatale viaggio che gli avevano risparmiato le palle prussiane.
Esaminando però tanto per ammazzare la noia e il malumore quei gruppi
di mobilizzati che convenivano in quella stanza, sempre più mi
convincevo della decadenza tanto fisica e morale della disgraziata
nazione francese. Quella gente rachitica, mingherlina, paurosa non si
poteva certamente chiamare la genia dei Cimbri e dei Galli, l'orgia e
il deboscio han dato il colpo di grazia all'antica terra di Brenno e
dei Druidi, l'orgia e il deboscio hanno ridotto una baracca dei
burattini la così detta signora del mondo: qualche bel tipo raramente
si trova nei campagnoli, ma la gioventù delle città muove a schifo.
Per me la generazione è un diritto pubblico, non un diritto privato, e
se ogni giorno si fanno, delle leggi per il miglioramento della razza
equina e canina, perché non si hanno da istituire delle leggi che
provvedano al miglioramento della razza umana? L'uomo è il re della
natura, dicevano gli antichi: oh sì, che la dissero grossa... tra un
leone ed un gobbo non può esser dubbio su chi ha aspetto più sovrano!
E il tempo passava e non il più piccolo indìzio che avesse a cessare
la nostra prigionia.
--Si può mangiare? Domandai ad uno.
Questi alzò disdegnosamente le spalle e se ne andò--O guardiamo, se
questi pezzi d'ira di Dio finiscono col farci far la morte del conte
Ugolino?
Dopo un ora rientrò l'invitto duce, seguito da una scorta tutt'armata, che ci prese nel mezzo.
--E ora che ci fanno? Mi domandò con emozione il tromba.
--Scommetto che ci fucilano qui sulla piazza... raccomandati
l'anima--Io gli risposi per ridere... Ma che brutta faccia non fece a
tale annunzio il mio compagno di sventura!
--Per Cristo!... Esser fucilato dai Francesi non me l'aspettavo.
I mobili ci accompagnavano con fischi ed imprecazioni a cui facevano
eco i borghigiani di tutto Fontain che si erano accalcati lungo la
via.
Vidi che i nostri carnefici avevano intenzione di ricondurci in città:
per nostra buona fortuna un capitano Nizzardo tutto vestito di rosso,
ci vide, ci riconobbe (eravamo stati insieme il giorno ventuno) fece
una partaccia al capoposto, ci tolse di mezzo ai soldati e ci condusse
a bere con lui. Ci raggiunse il maestro di scuola e ci chiese un
milione di scuse per averci cacciati in quel laberinto. Gli facemmo
toccare il bicchiere con noi, e tutti insieme propinammo alla felicità
della Francia, di quella Francia i cui figli ci trattavano con tanto
riguardo.
In fretta e furia tornammo a Digione al nostro quartiere: là ci furono
date due novità: la prima che erano stati incorporati nelle guide quei
quattro Pollacchi, che erano di scorta al generale Bossak: questi
disgraziati non sapevano un ette nè d'italiano, nè di francese e poco
tardarono a diventare i buffoni dello squadrone: ci sembravano bravi
ragazzi: ci guardavano attoniti, ci offrivano il loro tabacco, e
divennero poi i cirenei del servizio: la seconda si fu che Miquelf con
otto guide era partito insieme colla colonna dei Franchi Tiratori
Alsaziani, comandata dal maggiore Bun, allo scopo di far saltare
alcuni ponti che erano nelle vicinanze. Se la partenza di Miquelf ci
fece tutti respirare dalla contentezza, il perdere anche per pochi
giorni Materassi e altri amici lasciò un voto intorno a noi.
Una ben più dolorosa notizia doveva però poco dopo recarci turbamento:
il generale Cremmer aveva abbandonato Dôle, lasciandoci così quasi
accerchiati dai Prussiani, rimanendo libera, al caso di una ritirata,
soltanto la via di Lyon. Il generale Cremmer pareva messo a bella
posta a noi vicino per scombuiare i disegni del pro' Garibaldi: a
Baune attaccando intepestivamente il fuoco e non volendo servirsi
dell'aiuto del nostro piccolo esercito aveva dovuto ritirarsi,
mettendo i nostri in falsa posizione: ora era la causa vera
dell'ultimo disastro di Francia, poiché l'armata di Bourbaki nella
disastrosissima sua ritirata avrebbe potuto appoggiarsi a questo
paese, invece che di gettarsi in Svizzera.
Il governo della difesa nazionale cominciava a prendere in
considerazione la fin qui disdegnata armata dei Vosgi, e si bucinava
in quei giorni che la somma delle cose militari sarebbe rimessa nelle
mani del general Garibaldi: ottimo provvedimento che, ne siamo certi,
avrebbe salvata la Francia e che in allora reclamava ogni ceto di
cittadini. Parigi non ancora arresa e coi suoi trecentomila uomini,
gli eserciti dì Chanzy e di Faidherbe, lo spirito pubblico rialzato
con le tre ultime vittorie, una direzione franca, ardita,
incorruttibile non potevano non influire contro un esercito da otto
mesi entrato in campagna, vittorioso sì ma omai stanco di
guerreggiare in terra straniera, ma omai affralito dalle intemperie
del cielo, dalle malattie, dalle morti; io credo infine che più
fiducia in Garibaldi avrebbe servito per salvare la Francia; è una
idea, come un'altra, e perché non l'han voluta attuare, io ho tutto il
diritto di gabellarla per ottima.
Non vennero rinforzi di uomini, ma furono però a noi spedite, e
giunsero in quel giorno in città, nuove batterie che, almeno a
vederle, prometteano assai;
Quella sera dopo il pranzo ci saltò il ticchio di dar dietro a qualche
figlia del piacere, di cui vi era in Digione un vero formicolaio. O
sia che molte bocche vote di Parigi fossero piovute nella capitale
della vecchia Borgogna, o che piuttosto tutta quanta la Francia sìa
appestata da una corruzzione ributtante, è un fatto più che provato
che il cinismo con cui ti abbordavano, che la franchezza con cui di
caffè in caffè, di bottega in bottega queste disgraziate trascinavano
le loro grazie e la loro prestituzione era tale, che non potevi fare a
meno di sentir dentro di te un disgusto che non eri capace di
mascherare: no, non è stata l'abilità degli strategi Germanici quella
che ha debellato la Francia, lo torno a ripetere a rischio di passar
per un predicatore noioso, è stata la corruzione aiutata e sorretta da
un governo corrotto che voleva distrarre, divertendolo, il popolo
dalle materie di stato.
In Italia non ci si può fare un'idea di cosa erano le strade di
Digione sulle prime ore di sera; bisogna aver veduto quelle giovinette
che col sorriso più provocante fermavano vecchi, giovani, soldati e
ufficiali, che li prendevano a braccietto, che proferivano i più laidi
discorsi con una indifferenza, con una leggerezza da darti la nausea,
e tutto per scroccare una cena. Io non sono un puritano: quando si
tratta di scherzare ci sto, ve lo provi il mio contegno di questa
sera, ma se è permesso ad un soldato approfittarsi delle circostanze,
in un pubblicista, se tale pur posso chiamarmi, sarebbe delitto il non
alzare la voce su certi scandoli che deturpano l'umanità.
Tenemmo dietro a due giovinette e secoloro entrammo in una via che
rimane sotto i bastioni della città. La porta della _Maison du
Plaisir_ era tutta crivellata da colpi di revolwer. Gli ufficiali
prussiani, superbi e sguaiati, come tutti i conquistatóri, avevan
provato diletto a rovinar tutti gli usci, e tutte le vetrate di quella
strada dedicate al piacere. Aggiunsi anche questo a tutti gli altri
soprusi che avevano commesso i soldati della grazia di Dio, e mi
tornarono in mente le parole dell'inno di Handt:
Dove non radica straniero vezzo
Dove ha l'onesto stima: e al disprezzo
Il vil si danna...
È sol sol'ella
L'intiera ed una Germania è quella.
È deliberato che i poeti non abbino ad imbroccarne una sola. Lo
stendardo Germanico, finchè è nelle mani di un re, rappresenterà
l'oppressione come tutti gli altri stendardi monarchici.
Entrammo in una bella sala, circondata da divani in velluto, tutti
occupati da _moblots_ d'ogni grado, intenti a ber della birra e a far
la corte alle damigelle: una ventina di bottiglie stappate erano
disposte in batteria sul tavolino; sei erano le disgraziate, passabili
ma avvizzite; in un canto ve ne era una ubriaca; quasi tutti fumavano
_cigarettes_; predominava sulle altre un'Alsaziana, bella, ma
stupida... una vera rosa del Bengala; bellezza senza profumo: la
degnava solamente con gli ufficialetti, a cui ogni poco chiedeva da
bere.
Il nostro ingresso non provocò certamente una dimostrazione: le donne
rimasero indifferenti: i _moblots_ facendoci il viso dell'arme ogni
tanto ci occhiavano a squarciasacco: per far qualchecosa ordinammo da
bere e uno dei nostri andò al pianoforte.
Gli illustri campioni di Francia si misero a ballare... ci pareva di
assistere al ballo dell'orsi: come è ridicolo un'uomo che balla sul
serio!.. I nostri cantavano: tutto andava benissimo, quando uno dei
nostri, un po' allegro, ci disse: Scommettiamo che mi metto a far la
corte a quel biondino difaccia.
Detto fatto, la proposta venne accolta: era deciso che i _moblots_
fossero gli _jocrisses_ del momento; di più il biondino in questione
era un'individuo rubicondo e pasciuto, un traccagnotto che avrebbe
fatto figura a vender castagne e polenta in mezzo ai buzzurri; le
stesse donne mentre ne accettavano le gentilezze lo canzonavano dietro
alle spalle.
Il nostro amico gli va risolutamente daccanto! tutti noi ci
avviciniamo per goder la scenetta: lo guarda con un occhio di triglia
da fare sdilinquere una pulzellona, e a fior di labbra, pigliando una
posa da Paolo nella Francesca, gli dice: _Combien tu es gentil!.._
--_Que ce que vous dites?_--Riprese l'altro di subito, e l'innamorato
con più anima gli ripetè le frase.
Immaginatevi come rimanesse il povero grullo! Da bel principio non
sapeva che pesci si prendere, guardò un paio di volte il soffitto,
diventò rosso come una ciligia, eppoi si decise a far l'Indiano, ma
l'altro gli posò gentilmente sulla spalla una mano.
--_Vous vous trompez_--Borbottava allora--_je vous assure.. je vous
prie ne me fâcher d'avantage._
Quando ecco che uno dei nostri per compire il mazzo leva di sul
tavolino il tappeto e lo butta sul lume.* quindi buio pesto, buio come
in cantina: ed i nostri si misero ad abballottare donne e guardie
mobili: e fu un'urtarsi, uno spingere un'inciampare, un ruzzolarsi per
terra; strida, bestemmie, risate, un vero pandemonio. Ansioso di
terminare la burla, giunsi a farmi strada in mezzo a quel diascoleto:
a tentoni trovai il tavolino, tolsi via il tappeto e la luce fu fatta.
I _moblots_ accettarono la burla: bisogna convenire che non sangue, ma
acqua di malva avevano
nelle loro vene.