Se il trovarsi ammalato lontano dai suoi, in terra dove siamo
sconosciuti, nella solitudine, che, a detta di Pascal, fa giocare
persino alle carte con se medesimi, in generale è una disgrazia, godo
nel dire che io feci eccezione alla regola. La solitudine che io
temeva, non l'ebbi a provare che in qualche momento, gentili premure,
assistenza più che fraterna, riguardi inconcepibili non mi fecer
difetto ed io serberò riconoscenza indelebile per le generose creature
che, ispirandosi al santo amor della patria e dell'umanità, con le
loro attenzioni resero meno tristi le travagliate ore di un povero
malato. Se questi miei ricordi varcassero le Alpi, io l'avrei caro
soltanto per mostrare ai miei pietosi assistenti che sotto la camicia
Rossa del Garibaldino non batte il cuore di un ingrato, ma che, finché
campa, egli serba una soave reminiscenza di chi gli fece del bene.
Appena da un'ora ero in letto, quando capitò la mia vaga vicina in
perfetto abbigliamento da infermiera: andò al camminetto, attizzò il
fuoco e mi preparò della nuova tisana; poi mi disse che più tardi
avrebbe portato anche il medico, e cominciò a tirar fuori boccette
d'essenze, scatole di pasticche e, quel che più m'importava dei
libri... e che libri!... Le poesie di Alfredo di Musset e un paio di
romanzi di Walter Scott; un libro è un grande amico nella solitudine
ed io salutai quei libri con la medesima gioia con cui si salutano gli
amici più cari.
Per quella sera però non potei leggere: le palpebre mi si erano
appesantite: un sonno profondo, prodotto dalle febbre, mi rese inerte
durante tutta la notte. Al mattino stavo un pò meglio; pregai
Materassi e Bocconi che stavano di casa con me di tenermi informato a
puntino di quanto sarebbe successo, e di non por tempo in mezzo per
venire a avvisarmi, se vi fosse stata la probabilità di un nuovo
attacco. Cosa d'altronde poco probabile, chè i Prussiani ne avevano
buscate anche troppe!
Erano trascorse due ore buone e nessuna notizia erami per anco
arrivata: io tentava, per passare il tempo di legger qualchecosa, ma,
quantunque ciò che leggevo fosse bellissimo, il mio pensiero volava
lontano lontano, nientemeno che fino a Firenze. I miei occhi
percorrevano macchinalmente quelle linee stampate, le mie mani sempre
macchinalmente sfogliavano quelle pagine, ma io non mi occupava per
nulla di ciò che credevo leggere, che anzi leggevo di certo. Pensavo
alla mia povera mamma già morta: chi le avesse detto, quando proibiva
al bambino di correre, di pigliar fresco, di saltare, chi l'avesse
detto che il bambino diventato uomo, si avesse a trovare nella
situazione nella quale mi trovavo io in quel momento?... Povere
mamme... povere le vostre cure!... sarà una stranezza la mia: ammiro
la donna spartana, ma anco molto di più la povera vecchia che, da vera
bacchettona, si strascina a malapena a un'altare, onde implorar dal
Cielo che mai certe ideacce frullino nella mente di quel figliuolo, a
cui vol tanto bene... Eppoi la solitudine mi spaventava.--O cosa fanno
tutti i miei amici?.. Perche non vengono?... E se si battessero?... Oh
così la non può durare... oh! molto meglio una palla e farla finita
per sempre!...
Fu bussato dolcemente alla porta. Quale non fu la mia sorpresa,
quando, dopo aver detto: entrate, io vidi comparire in compagnia della
vecchia padrona, due graziose figurine, di donna degne proprio
dell'elegante pennello dell'ispirato Wattau.
Le principesse invisibili si erano finalmente degnate di scendere
dall'Olimpo per visitare un mortale... quelle due signorine erano le
figlie del proprietario del nostro ricco palazzo: le medesime, per
veder le quali avevamo tanto almanaccato nelle molte ore d'ozio che
avevano preceduto le tre giornate di combattimento. La fama questa
volta non era bugiarda; vi assicuro che erano proprio carine; modeste,
educate, geniali... tanta fu la mia sorpresa che non sapevo cosa dire,
e sul primo devo aver fatto la figura del collegiale più candido che
sia mai scappato dall'unghie dei reverendissimi maestri.
Si trattennero una mezzora; dissero, secondo il solito, ira di Dio dei
Prussiani, canzonarono i _moblots_ inalzarono al cielo i Garibaldini;
parlarono dell'Italia e del desiderio intensissimo che aveano di
vederla, mi fecero con mille moine trangugiare altri due bicchieri di
tisana, e protestando di non volere più oltre importunarmi, si
accomiatarono, promettendomi di tornar la sera a farmi visita.
Ero tutt'ora sotto la dolce impressione di questa visita inaspettata,
quando con strepito immenso entrò Materassi, seguito da uno sciame di
Guide.
--Notizie?--Domandai subitamente.
--Nessuna.
--La cronaca del giorno?
--Ah... La Corte Marziale ha condannato a dodici anni di galera una
guardia mobile che non ha voluto ricevere un'ordine dal suo tenente.
--Hai detto una guardia mobile?--Benissimo!... Meglio in galera che
averli tra i piedi!
--Approvato--Urlarono tutti.
--Di più--Continuò il Materassi--Sembra che i Prussiani marcino su
Dòle... tentando così di prenderci in mezzo...
--O di avere altre briscole!
--Speriamo che debba succeder così! Del resto per oggi puoi restar
tranquillamente a letto; da tutti i lati della città per ben molte
miglia è impossibile rintracciare un Tedesco, e noi siamo venuti qui
per far l'ora di andare al trasporto di Ferraris... credi che per oggi
non ci è timore di alcuna cosa!...
Dopo poco entrarono in camera mio fratello, i due Piccini e vari
altri; si poteva creder benissimo di essere in una caserma; per
ammazzare il tempo vari si posero a giocare alle carte: alcuni altri
chiesero aiuto alle muse, e si misero a sciorinare ottave, sonetti,
rispetti con una facilità più che Arcadica. Fra le altre birbonate,
sentii un rispetto non molto bruttaccio, e lo regalo ai lettori, se
non altro onde mostrare che a tu per tu colla morte, colla corte
Marziale, e col linguaggio barbino dei superiori e dei regolamenti,
qualcuno alla meglio o alla peggio trovava il momento di dedicarsi
alle arti gentili. Il rispetto era dedicato ai Franchi Tiratori, a
questi Beniamini della situazione. Eccolo:
*Son della patria un Franco tiratore
E vo pei monti a caccia dei Prussiani:
Amor mi spinge contro all'oppressore,
Amor dei cari miei, che or son lontani:
Tra il fragor dei fucili e del cannone,
Siccome a nozze, corro alla tenzone:
Venga l'Ulano dall'acuta lancia...
Io non ritiro il piè... Viva la Francia!
Vengan di Prussia i difensor più saldi...
Io qui l'attendo... Evviva Garibaldi!*
Ogni tanto la padrona di casa, veniva a pigliar mie notizie, dava un'occhiata a quei gruppi e se ne andava proferendo con amabil sorriso:
_Oh les braves garcons!_
L'ora di assistere alla cerimonia pietosa in onore del compianto
Ferraris si avvicinava a gran passi, e i miei amici mi lasciaron solo
di nuovo: questa partenza che lì per lì mi uggiva non poco, doveva
procacciarmi un paio d'ore di felicità, se almeno la felicità si
valuta dalla maggiore o minor prestezza con la quale volan gli
istanti... quelle due ore mi sembrarono infatti appena un minuto, ed
eccone la ragione.
Leggevo con più attenzione del solito una delle più bella poesie del
Musset, poesia un po' materialista, se vogliamo, ma non per questo
meno ispirata; il fino contorno di una gamba elegante, ed il piccolo
piede di una figlia d'Eva, attraente come la colpa, erano ivi
tratteggiate con una finezza indicibile dal poeta più simpatico della
Francia moderna: il mio pensiero vagava per orizzonti tutt'altro che
Platonici e la mia immaginazione esaltata riandava i bei piedini ed i
fini contorni di certe gambe, che lo zeffiro compiacente come un
ufficiale d'ordinanza di un re, tante volte aveva svelato al povero
_bohème_ che dalla porta di un caffè vede a trasvolarsi davanti, come
una visione, le belle del mondo privilegiato.
Leggera quasi farfalla, senza che io la veda, si è avvicinata al mio
letto la gentile infermiera, la pietosa visitatrice di tutte le
ambulanze: Essa mi guarda in silenzio; alla mia volta io la guardo e
sto zitto. Per cotesto, si principia benino!
Finalmente lei rompe il ghiaccio, e colla sua vocina simpatica la
comincia: Non ho potuto portare il medico, come vi avevo promesso.
--Non importa...
--Vi sentite meglio?
--Tanto meglio che domani mattina esco di casa.
--Voi non commetterete questa pazzia! Ve lo proibisco in nome di
vostra madre... pensate alla povera donna che forse vi aspetta...
--Mia madre è morta! Proferisco un po' commosso all'evocazione di tale
ricordo..
--A vostro padre...--Continua più affettuosamente la cara fanciulla.
--È morto!--Replico in tuono brusco
--Dunque siete orfano?..
--Purtroppo!
--Avrete una bella però?... confessatelo?
--No.
--È impossibile!
--Ve lo garantisco.
Osservo che la mia interlocutrice arrossisce molto facilmente ed ha un
nasino _rétroussé_ graziosissimo.
Altri due minuti di silenzio.
--Ebbene vi farò da sorella. Come vi chiamate?
--Ettore.. e voi?
--Luisa!
--Ho appunto una sorella che si chiama come voi.
--Benissimo!.. Allora ci faremo confidenze reciproche.
--Va bene?
--A meraviglia! Cominciate voi, che mi avete fatto tante domande e
rispondetemi a tuono... E voi...?
Non mi azzardo a continuare, ma l'altra capisce alla prima e volendo
soddisfare a quel sentimento di vanità, prerogativa del sesso debole
in generale e delle Francesi in particolare, si affretta a
rispondermi: Ah!.. Io appena sarà finita la guerra ho da essere
sposa..
--E chi è il fortunato?..
--È... Ve lo do a indovinare tra mille...
--Non saprei... qui non conosco nessuno.
--È nientemeno che un ufficiale Badese.
--Un vostro nemico?
--Io non ho alcun nemico.
--Ma... che so io... un oppressore.
--Che ci han che fare quei poveri diavoli!.. Oh! sentiste come la
pensa anche lui!... scommetto, che se vi avvicinaste, in pochissimo
tempo diventereste amici del cuore. È tanto buono, è così generoso!
--Sarà.. ma dove l'avete conosciuto?
--Qui all'epoca dell'occupazione: egli mi chiese in tutte le regole ed
io acconsentii.
Cosa strana, egoistica, tutto quel che volete! Io non sentivo nulla
per quella donna, ma provai dispetto ad udir quella confessione, che
così ingenuamente venivami fatta: per cui non potei fare a meno di
diventar brusco; Luisa se ne avvide e per placarmi si chinò su me e le
di lei labbra sfioraron le mie; non l'avesse mai fatto!.. un fuoco di
fila di baci, tutt'altro che fraterni, echeggiò sotto il padiglione
nuziale che adornava il mio letto. Povero ufficiale Badese, io mi
prevaleva un po' troppo dei diritti del vincitore, ma ora ti auguro un
brevetto di colonnello, una croce dell'aquila nera, un'eredità di un
mezzo milione, purché tu renda felice la mia assidua assistente!
Era tanto carina, quando partì, imbacuccata nel suo _water-proof!_
Giunta alla porta tornò indietro, si levò di tasca una medaglina, me
l'attaccò al collo... io la lasciai fare: era una medaglia della
vergine madre... oh! religione!... Eppure non ho mai abbandonato quel
microscopico pezzetto d'argento: non fremano i liberi pensatori: io
tengo molto alla religione... dei gentili ricordi!
Partita lei, tornarono le padroncine e insieme alla vecchia vollero
servire il mio desinare da ammalato: le più squisite galanterie, che
l'arte e l'umana ghiottoneria hanno inventato pei convalescenti, mi si
portarono davanti; a siffatta gentilezza, a vedere intorno a me le due
creaturine che sembravano angeli, mi vennero le lacrime agli occhi.
Gli spiriti forti hanno poco da ridere: Campanella, il quale non era
certo un debole nè una donnicciola, rifugiatosi a Marsiglia per
sfuggire alle persecuzioni ha confessato di aver sostenuto a ciglio
asciutto prigionia e tortura e di aver pianto sperimentando l'opera
benefica dell'illustre Pereiscius che l'ospitò: ed io che avevo non un
Pereiscius, ma delle donne e molto belline, per ospiti e che ancora
non ho provato torture, potevo piangere come il celebre perseguitato
dalla Corte di Roma.
«Cosa bella e mortal passa e non dura». La campana dei vespri mi rapì
la genial compagnia: in quella famiglia erano religiosissimi, come in
quasi tutte le famiglie delle classi aristocratiche e borghesi di
Francia. Mai ho maledetto San Paolino di Nola e la sua sconsacrata
invenzione delle campane, come lo feci in quella sera.
E a rincarar la dose del mio malumore, capitarono gli amici. Avevano
accompagnato la salma del Ferraris, ma, colla teorica degli antichi
Romani, dopo i funerali erano andati alle mense, e ciò si vedeva
chiaramente dalle accese loro fisonomie, dal lor modo di muovere i
passi.
Il Piccini entrò traballando, e parlando un francese che non si capiva
nè da Italiani nè da Francesi: ogni poco interrompeva il bisticcio per
vociare: _le saucisson de Lyon... en avant Garibaldiens_... Cosa
credeva di dire, non giungemmo mai a capirlo nemmeno da lui!... Il Dio
Bacco l'aveva inalzato, a dir poco, alla ventesima potenza
dell'ebrietà, e quando si mise a sedere attaccò un tal sonno, che per
portarlo via ci vollero persino dei pugni.
Giunsi a comprendere in tanto baccano che il funebre trasporto era
stato imponentissimo e che Canzio aveva proferito generose e ben degne
parole sulla tomba del figlio prediletto della democrazia Torinese.
Dopo aver rimesso un polmone, o poco meno, per mandar via di camera
tutti quegli indiavolati mi addormentai saporitamente... Con poche ore
di riguardo e di calma il mio male era passato.