Alla mattina del ventiquattro la bandiera Prussiana fu mostrata a
tutte le truppe e suscitò ovunque l'entusiasmo più vivo; quella
bandiera era nuovissima, tutta in seta, magnifica. La popolazione
Digionese, accortasi dell'errore meschino in cui l'avevano fatta
cadere la sera precedente alcuni vigliacchi, non si restava dal
magnificare il nostro coraggio ed aumentava verso di noi di
dimostrazioni affettuose e gentili; sapemmo che causa principale dello
sgomento e dell'allarme era stato il colonnello dei mobilizzati
dell'Alta Savoja, che al primo rumore del combattimento, era corso con
diversi suoi uomini alla ferrovia, e lì aveva preteso che di riffe o
di raffe si mettesse in pronto un convoglio, onde partire alla volta
di Lione.
Tutto ci faceva sicuri che i Prussiani non avrebbero riattaccato; i
nostri amici erano all'avamposti; pensammo bene di far loro una visita
e intanto dare un'occhiata al terreno, dove poche ore avanti erasi
combattuta la sanguinosa battaglia, alla quale eravamo stati presenti.
Qual tremando spettacolo non ci offersero quei campi! Se io avessi la
potenza descrittiva di poterli ritrarre al vero, farei inorridire i
lettori... fortuna che non l'ho, e così risparmio loro un'emozione ben
cruda! Il più sfegatato paladino della guerra, ammenoché non fosse un
mostro, non avrebbe potuto fare a meno di fremere davanti a quella
carneficina autorizzata dalle così dette gente civili. In qualche
punto i cadaveri erano a strati; pochi i nostri, moltissimi quelli
Prussiani; i Tedeschi si erano battuti come eroi; nel posto dove fu
rinvenuta la bandiera si contavano uno accanto all'altro più di
novanta cadaveri, tra i quali quello di un maggiore; la prateria, la
strada, i viottoli erano ingombri di elmi, di fucili, di sacchi; ogni
passo che noi si faceva eravamo sicuri d'inciampare in un morto...
Quanta gioventù, quanta vita dileguata in un soffio!... Erano imberbi
adolescenti, uomini tarchiati; tutti avranno lasciato nelle proprie
case una sposa, una moglie, una madre: queste povere donne ogni giorno
saranno accorse al giungere della posta, avranno divorato coi baci le
righe, che tra le fastidiose occupazioni del campo, scrivevano i loro
cari: le avranno aspettate anche il domani quelle benedette righe, che
loro facevano spuntare tra ciglio e ciglio una lacrima e l'avranno
aspettate invano, e invano anche domani, e così via di seguito per chi
sa quanto tempo, eppoi finiranno col vestirsi a bruno, col piangere,
col pregare, coll'imprecare a chi ordinò, a chi volle, a chi fece la
guerra: ma re Guglielmo sarà salutato imperator di Germania, ma
Napoleone goderà in santa pace nei beati ozi di Londra i milioni
carpiti alla disgraziatissima Francia!
Oh! avessi avuto la virtù d'Ezzecchiello! Oh avessi potuto trasfondere
la vita in quegli esanimi corpi!... Sorgete, avrei voluto gridare con
voce tuonante, sorgete ed imprecate alle arpie coronate, ai potenti
del mondo; tornate nelle vostre città, nei vostri villaggi, nelle
vostre famiglie, predicate che si ha da esser tutti fratelli, che non
si deve sprecar più tanto coraggio per soddisfare l'ambizione di
quelli che ci opprimono, che si deve abolire il macello di creature
innocenti, fatte apposta per amarsi tra loro, l'une all'altre
simpatiche, perché legate dal santo vincolo della sventura... Se
Traupmann con otto omicidii fece rabbrividire tutto il mondo civile,
perché si devono dar ghirlande d'alloro a chi, a sangue freddo, ne fa
sgozzar centomila?
E mi pareva difatti che quei morti si levassero giganti, e colle
braccie poderose scaraventassero nel vano i tarlati troni delle
tirannidi umane.
Garibaldi traversò la via in carrozza con Canzio; i due illustri e
prodi soldati, arrivati che furono al punto di cui parlo, furono pur
essi commossi: no... non era soddisfazione, come dicevano alcuni,
quella che brillava sui loro volto, io credo che fosse disgusto. Il
guerriero è inesorabile, quando fischiano le palle, ma è commosso al
vedere le prove di un valore, che il caso non ha compensato, ma che è
innegabile.
Poco distante lì avevan passata tutta la notte i Carabinieri Genovesi.
Piccini ci accolse ridendo... Oh! la bella istoria che ho da
contarvi!--
--Raccontacela.
--In poche parole vi sbrigo... vedete quella casetta?... Terminata la
mia guardia sono andato lì per riposarmi... ci erano tre Prussiani
morti ed io mi sdraiai in mezzo a loro; appena steso per terra, è
inutile che vi dica, che attaccai un sonno birbone: mi ero
addormentato di poco, quando mi parve sentirmi girellare d'intorno,
non mi volli scomodare a aprir gli occhi, e il calpestio, non che
cessare, accresceva: una mano poco delicatamente si posò sul mio
petto, mentre un'altra si avvicinava con gran celerità alla mia tasca;
mi alzo allora, come di soprassalto e do un grand'urlo: Chi è?... Non
sono mica morto io, perché mi abbiate a frugare!... Un grido disperato
e una fuga generale tenne dietro alle mie parole: seguii i fuggitivi e
trovai due della mia compagnia che esercitavano questo mestiere
proficuo sì, ma schifoso...
--E domandaste loro, se avevano trovato molta roba?
--Sì... mi risposero anzi che tutti quelli che avevano frugato avevano
in tasca la bibbia, e moltissimi la carta geografica.
Era verità: nessun bass'uffiziale era sprovveduto della carta di
Francia: è così che si vincono le battaglie, e non come si fece nel
beatissimo regno d'Italia nella vergognosissima guerra del 66, ove le
carte non erano conosciute nemmeno di vista dai colonnelli di stato
maggiore..
Dopo avere scambiato qualche altra parola partimmo dalle linee dei
Genovesi e andammo per tornare a Digione: avevamo fatti appena pochi
passi, che sentimmo dei gemiti poco distanti da noi: questi gemiti
venivano da una specie di casaccia che era al principiar di una
viottola: quella casaccia non doveva servire di abitazione ad alcuno,
nemmeno in tempo di pace; era bassa, piccola, e non aveva finestre. Il
desiderio di giovare a qualcuno, l'idea che forse si poteva trovare lì
qualche amico, ci fecero entrare risolutamente in quella catapecchia.
Sopra una barca di concio vedemmo all'incerta luce che veniva dalla
piccola porta, un'involucro di carne; da questo partivano i lamenti e,
cosa strana, questi lamenti non ci parvero d'uomo; ma che lì dentro ci
fosse una donna?--accesi con mano tremante un fiammifero, mi
appressai... un urlo mi partì dalla strozza, il lume mi cadde di mano,
chè io non poteva credere a ciò che mi si parava davanti; era,
purtroppo, una povera donna colei che si lamentava in tal guisa e in
quella povera donna io riconobbi Aissa.
--Aissa, Aissa--Le dissi e fui incapace di proferire altre parole.
La moribonda mi guardò attentamente, direi quasi con ostinazione; si
pose una mano sul cuore, come per reprimerne i palpiti, stiè un poco
senza articolare parole, poi faticosamente, senza riconoscermi,
sussurrò a bassissima voce: portatemi fuori!
Interrogai con un'occhiata i compagni; vedendo com'essi erano propensi
ad esaudire quest'ultimo voto di quella bella creatura, la presi
amorevolmente pel capo, mentre gli altri adagino adagino la
sollevarono pei piedi, e la deponemmo su di un praticello, dove
l'erbetta era tutta ingemmata dalle stille della mattiniera rugiada, e
dove rimpercotevasi un vagabondo raggio di sole, che si era fatto
strada tra le nuvole che tutto ingombravano il cielo.
Aissa era rimasta prostrata; gli occhi le si erano chiusi; come era
bella!... Soffusa di un pallore che faceva apparire le di lei carni di
cera; coi magnifici capelli neri disciolti lungo le spalle, tu
l'avreste creduta l'angelo della grazia e della bellezza, morto esso
pure in tanto turbinio di barbarie! Poco più sotto del cuore, uno
straccio nell'abito, delle goccie di sangue rappreso indicavano dove
l'avesse colpita il piombo nemico! In quell'istante la si sarebbe
detta già morta, se un'anelito frequente muovendo ad ogni poco il
busto di lei non avesse ispirato la certezza, che ancora non si era
dileguato il soffio animatore di quella materia.
La discinsi; feci portare da uno dei nostri dell'acqua: con questa le
bagnai ambe le tempia, e poi colla faccia proprio sopra la sua, mi
misi a spiare il momento, in cui ella sarebbe tornata ad essere in se.
--Chiamino un medico!... Sentii esclamare una voce.
--Bravo--Gridai io in tuono d'assentimento, ma senza muovermi... e uno
in fretta e furia andò per il medico.
L'aria fresca rianimò la bella dolente; Aissa aprì le sue luci; girò
lo sguardo per le circostanti campagne e addiventò pensierosa: in quel
momento forse le tornarono in mente i molti fatti del lugubre dramma,
a cui ella aveva assistito negli ultimi giorni, mi osservò lungamente,
un sorriso sfiorò le di lei labbra sbiancate... ella mi aveva
riconosciuto.
--Vedete se ho bene adempiuto alla promessa che io vi feci a
Marsiglia.
--Ma dove siete stata ferita?
--Qui...--La rispose accennandomi, dove avevo veduto il sangue
rappreso.
--Ed è grave?
--Io credo che sia mortale... lo spero
Restai annichilito; sperar nella morte in quell'età, con quella
bellezza, con quel carattere ardente e leggiero che tanto mi aveva
sorpreso fino dal giorno che la conobbi!... Un fremito mi aveva invaso
ogni fibra, volevo persuadermi di assistere ad una allucinazione
mentale e avrei dato la mia vita, pur di non assistere a questo
tristissimo episodio, che doveva avere lo scioglimento in faccia ai
miei occhi.
--A che mi guardate così stranamente?--con voce sempre più tremula
continuò la moribonda--Oh! lo so cosa pensate tra voi!... Me lo
immagino... ma se sapeste, quanto mi sorride il lasciar questa vita,
che mi opprime come la camicia di forza del galeotto...--Oh! quante
volte ho proposto di farla finita per sempre e sul più bello mi è
mancato il coraggio!
--Ma voi non morrete--Interruppi io--voi siete sul fiorire degli anni,
siete robusta, la vostra ferita non è tanto grave...
--È mortale.. lo sento!... Non sprecate le vostre cure per me...
sentite... là... come urla quel povero soldato ferito... vedete,
scommetto che lui ha o una mamma, o una sposa... allora si soffre a
lasciare la terra, ma io... io..
--Voi potrete trovar degli amici
--Degli amici?!.. Ma dove?.. Ma come?.. Ma chi?..
--Io per esempio!
--Voi traverserete il mare, tornerete in mezzo ai cari vostri, e
presto, come tutti gli altri, vi dimenticherete di me... Noi donne
galanti, alla moda non sappiamo, non c'immaginiamo neppure l'amicizia;
l'amicizia richiede del cuore e a noi ce l'hanno strappato i signori
di cui siamo i giocattoli. Chi ci ha mai inculcata la santa religione
dell'affetto, delle fede? Chi ci ha mai rammentato di esser donne?
ripensando al passato una nube qualche volta passava sulle nostre
fronti... «Le vostre fronti son fatte per baci e per i diademi,» ci
dicevano i felici del mondo, e a noi diamanti, abiti, ricchezze...
qualche volta la miseria degli altri ci strappava dal ciglio una
lacrima. «i vostri occhi non son fatti per piangere, son fatti per
brillare di voluttà e di piacere,» ci ripetevano i nostri adoratori e
a noi le inebrianti emozioni dell'orgia. L'artigiano che ci disprezza
perché colla prostituzione si ha quello che egli non giungerà mai ad
aver col lavoro, ci addita alle sue figlie, come vampiri, come mostri
e queste ci salutano colle loro fischiate; i nostri protettori quando
si son sbizzarriti con noi vanno a cercarne delle altre, noi
ricorriamo a spese matte, a piaceri che abbruciano: i denari van via,
e viene l'età: la prima grinza fa fuggire l'ultimo adoratore e... e...
se non morissi qui, se continuassi a vivere, tra pochi anni, obliata
da tutti, morirei nel fondo di uno spedale... eccolo l'avvenire di noi
povere colpevoli coperte d'oro e di gemme! Fortuna che questa palla ha
troncato tanta colpa e tanta miseria!.. Ve lo ripeto, ve ne
scongiuro.... andate a soccorrere quel povero soldato.... forse
potrete risparmiare un gran dolore ad una povera madre, pensate alla
vostra che ora prega per voi in Italia... Oh se avanti di morire il
Cielo volesse concedermi là santa voluttà di una lacrima!
Le mani d'Aissa cominciavano ad agghiacciarsi, e posandosi sulle mie,
mi producevano la medesima impressione, come quando si tocca una
serpe.--Oh!.. un tempo... io ve lo voglio dire... un tempo io non era
cattiva!--La proseguì con tuono più flebile--Amai troppo, credei
troppo... e ne ho scontato anche troppo la pena. Ah! avessi dato retta
alla mamma... fatemi il piacere, levatemi dal seno, la crocellina che
è attaccata a questo piccolo nastro., ce la conservo da tanto tempo e
quando i miei amanti ci ridevano sopra, io correva a nascondermi e la
baciavo, la baciavo colle lacrime agli occhi e col cuore che mi si
stringeva dalla pena... vi raccomando di lasciarmela indosso anche
quando sarò morta: è il più caro ricordo che io abbia... l'ebbi da
lei, una sera, una bella sera di estate: eravamo sull'aja, e ci era
stato il prete a benedire il ricolto; l'immagine della madonna era
illuminata, un'andirivieni di lucciole faceva sembrare illuminate
anche le siepi, i contadini cantavano le litanie, io accarezzavo il
vecchio Bibi perché non abbaiasse; la mamma, finita la preghiera, mi
venne vicina, mi baciò e mi attaccò al collo questa crocetta... da
quella sera non lo ho più abbandonata e quando ero per darmi in
braccio alla disperazione, quando dentro me meditavo qualche vendetta
terribile, quando avevo commesso una colpa, guardavo quella crocetta e
mi tornavano in mente l'aja, il prete, le litanie, il vecchio Bibi, i
bei tempi insomma in cui ero giovine, in cui ero buona, e vendetta,
disperazione, come per incanto, sparivano, e le colpe mi sembravano
meno gravi, perché mi sembrava vedere la mamma che pregava per me, che
sorridente additavami il cielo... quel cielo che si acquista soltanto
coll'espiazione, e colle sofferenze.
Lo spirito che aveva animato quella donna a proferire il lungo
discorso, via via che la parlava sembrava che l'abbandonasse;
l'affievolita voce, il faticoso respiro che aveva preso tutte le
parvenze del rantolo mi convinsero che ormai niente vi era da sperare,
che oramai gli istanti di quella vaga creatura erano contati!
La squilla della vicina parrocchia di Fontain si fè modestamente
sentire; i tocchi di quella campana mi scesero in cuore mesti, siccome
la preghiera pei moribondi: traversò il viottolo a noi vicino una
vecchia cenciosa che portava per mano un ragazzo...--Nonna--disse
quest'ultimo--cosa fa tutta quella gente sdraiata?--Povero
bimbo--rispose la vecchia--quelli che vedi son morti--E non si
risveglieranno mai... mai più?... Mai più! Il bambino chinò gli occhi
e poi si rimpiattò nel fossato... intanto uno stormo di corvi
volteggiò intorno a noi!... la nonna si mise in ginocchio e pregò: il
fanciullo urlava e piangeva!
Uu prete col brevario sotto il braccio si avvicinò, quasi pauroso,
alla moribonda: io gli additai la crocellina che essa si era portata
alle labbra, egli se ne andò, al soldato che era per morire poco
distante da noi, ed intuonò ad alta voce le preci dei moribondi.
Cessa, o prete, dalla stolta cantilena; tu per il primo, dando
un'occhiata all'intorno, devi convincerti di quanto le tue preci sono
bugiarde! Se fossevi un Dio, potrebbe egli permettere un tanto
massacro?... È vero che voi, sacerdoti l'avete chiamato Sabbaot, il
Dio degli eserciti e delle battaglie; è vero che a lui in altri tempi
avete offerte vittime umane; è vero che nel suo santo nome avete fatto
sgozzare dai vostri sicari le donne e i fanciulli a Perugia, i giovani
generosi a Mentana, i padri di famiglia nelle mura stesse di Roma; ma
è vero puranche che i popoli hanno pieno diritto d'odiarlo e
d'abbatterlo, schifati alla idea delle carneficine che voi avete
perpetrato nel nome di lui, schifati all'idea del privilegio e della
rapina che avete benedetto, e resi sacri sotto la protezione di questa
divinità, che, onnipotente, avrebbe creato il male. O prete, se tu
fossi convinto, agiresti in altra maniera: cessa adunque dall'ipocrita
prece: noi, come te, non crediamo al tuo Dio!
Gli stormi dei corvi raddoppiavano; la nebbia sollevandosi a poco a
poco dall'estreme linee di quell'estesa pianura aveva offuscato il
sole e i grandi alberi della strada maestra in quell'incerto barlume
sembravano giganti che osservassero con fiero cipiglio quella scena
d'orrore: dei carrettoni traversavano innanzi a noi, come una triste
visione di mente impaurita; questi carrettoni erano colmi di cadaveri
e i carrettieri, sferzando i cavalli, fischiettavano le ariette dei
villaggi natii; ogni tanto qualche lurida faccia, tale da farti
ribrezzo solamente a pensarci, appariva in mezzo ai solchi, nei
cespugli, tra le siepi, disopra al ciglione dei fossi, che non pochi
erano quelli che giravano per frugare i cadaveri.
Aissa mi strinse forte forte la mano; parve che a furia di baci
volesse divorare la crocellina: si sforzò di richiamare sulle labbra
un sorriso e gli occhi invece le si empirono di lacrime, proferì
mestamente: a rivederci, chinò il capo, sembrò addormentarsi, e si
addormentò difatti per non destarsi mai più.
Il bambino si era fatto animo, era saltato dal fosso ed era venuto a
vederla, la volle toccare con infantile curiosità; la sentì fredda
come una pietra, e rimase impietrito; il prete e la vecchia
continuavano a biascicare orazioni, e i corvi si erano tanto a noi
avvicinati da sfiorarci il capo con le nerissime ali.
Nello stesso tempo esalava l'estremo respiro il soldato vicino,
susurrando a fior di labbra il gentil nome di Greetchein.
Greetchein!... Mi passò innanzi alla mente la poetica creazione di
Göethe e vidi in un remoto abituro una bionda fanciulla che in quel
momento fissando il cielo, pregava per l'amico lontano e che già
pregustava le gioie inenarrabili di un sospirato ritorno, che
l'affetto immenso di vergine suole ispirare fiducia; l'amico lontano
muore invece esecrato da tutti; muore in terra straniera, in terra che
egli calpestò vincitore e su cui battè prepotentemente la sciabola;
muore proferendo il nome di lei, senza che alcuno possa portarle
questa notizia, che le sarebbe non lieve conforto nelle future
afflizioni. Vestiti a bruno, o bionda fanciulla, ed impara ad esecrare
i tiranni: vestiti a bruno e grida insieme con me: Maledetta la
guerra!
Come erano belli quei due cadaveri!... Tutti e due erano morti,
ispirandosi a reminiscenze soavi... tutti e due assorti nell'ideale
sorridendo eran morti!... Io correva dall'uno all'altro, mi chinavo su
loro, li contemplavo, avrei voluto trasfondere nel suo corpo il mio
spirito vitale onde di nuovo animare tanta gioventù, tanta forza,
tanta bellezza... mi sembrava che il cervello avesse a darmi volta: i
miei compagni mi trascinaron via a forza dal triste spettacolo: quando
rinvenni dallo stupore aveva fatto più che mezza strada per arrivare a
Digione. La febbre mi aveva occupato tutte le membra.
--Và a letto--Mi dissero.
--Sì--Risposi, deciso di dare ascolto a un tal consiglio e lasciai gli
amici.
Arrivato appena in città trovai alla porta del quartier generale
Materassi, Piccini e alcuni altri.
--Vieni con noi--Mi dissero.
--E dove?
--Si va a vedere i morti che hanno già portato in città... chi sa che
non rinveniamo, il cadavere di qualche amico, di qualche conoscente.
Quantunque la scena a cui ci si preparava ad assistere offrisse una
prospettiva tutt'altro che ridente in special modo per un'ammalato,
come ero io, un po' per bruttissima curiosità (ripeto ai lettori che io
non bramo di farmi meglio di quello che sono) un po' per non sembrare
da meno degli altri, un po' per una vaga speranza di ritrovar forse una
memoria da consegnare ai parenti lontani di qualche estinto, seguii la
comitiva che si accingeva a questa visita lugubre.
Durante il tragitto, mi fu raccontata la storia luttuosissima del
capitano dei Franchi Tiratori, rinvenuto cadavere e tutto bruciato nel
castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato un inchiesta su tale
nuova barbarie: io qui non voglio discutere, nè avrei dati bastanti
per farlo, se sieno o no vere le spiegazioni, che pretese dare il
Governo Prussiano con una nota pubblicata su quasi tutti i giornali
del mondo: quello che è certo si è che l'ufficiale aveva le mani
legate, che covoni di paglia già incendiati erano a poca distanza da
lui e che l'infelice, come ben si può osservare dalla fotografia, era
tutto coperto d'ustioni, all'infuori del capo. Con ciò non intendo
lanciare un'accusa generale a tutto il popolo Germanico; il soldato
abbrutito nella caserma, a qualunque nazione appartenga, spesso e
volentieri cessa di essere un uomo per addiventare la belva la più
sanguinaria.
Passata di poco la porta Sant'Apollinare, avanti di giungere alla
barriera vi è il convento dei Cappucini: ivi erano stati messi i
cadaveri, forse perchè si potessero riconoscere a bell'agio dagli
amici. Prima d'entrare la nostra vista fu dolorosamente colpita da due
carrettoni, zeppi di morti Prussiani; quale di questi ciondolava una
gamba, quale una mano; l'insieme ti offriva l'idea di una gran
montagna di carne; il pavimento era tutto cosperso di sangue, che
alcune ferite tuttora gocciavano.
Entrammo in una piccola stanza; sopra due tavoloni erano stesi una
ventina di Garibaldini, tutti privi di vita; tra questi lo Squaglia,
sorridente come vivesse tuttora; la maggior parte mancava di
qualchecosa di vestiario: gli avvoltoi della gloria, avevano, come
pocofà si è veduto, fatto man bassa sulle più piccole inezie, purché
vi fosse da ricavar qualche soldo. Noi procedevamo in silenzio: solo
il Piccini, incaponito di ritrovare il Rossi, esaminava ad uno ad uno
i cadaveri, passava per far più presto disopra alle tavole, sempre con
viso imperturabile, e con un sangue freddo da essere ammirato.
La seconda stanza era grandissima: avrà contenuto più di settanta
morti, disposti non colla medesima precisione di quelli che giacevano
nella prima; qui vi erano Guardie Mobili, Franchi Tiratori,
Garibaldini ed anche qualche Prussiano: vedemmo tra gli altri il
povero Pastoris col cranio tutto fracassato; il prode maggiore era
stato spogliato fino della camicia; questa profanazione mi fece
ribrezzo, e aggiunta al desolante spettacolo a cui fino dal primo
mattino assistevo, ebbe potenza di farmi rinforzare la febbre, che
credevo di aver fugata; frequenti brividi lungo le reni, mi rendevano
omai più che certo di questa nuova peripezia che veniva a
conturbarmi.
Ci fu impossibile ritrovare il Rossi; domandammo schiarimenti ai
guardiani e questi ci risposero che forse la salma del nostro amico
doveva essere nella stanza di quelli che erano morti di vaiolo.
Avanti di partire non potei fare a meno di rivolgere uno sguardo a
tutta quella gioventù, che si era dileguata come una meteora nel
cielo; un raggio di gloria, uno sprazzo di luce eppoi il nulla. Quante
illusioni, quante speranze, quanti pensieri non si erano spenti, per
sempre in quella clade sanguinosissima! Chi sa che tra quelli non vi
fosse uno nato a creare qualche nuovo ordinamento sociale, e che
invece finirà per procreare un cavolo, una pianta d'ortica? Felice
lui! che, se grande fosse riuscito realmente, avrebbe imprecato alla
vita, angariato dai ghigni e dalle calunnie dei contemporanei. Quante
madri, quante sorelle abbrunate--pensavo dentro di me e continuando a
guardare i cadaveri, sentivo commuovermi non tanto per loro, quanto
per le care persone che avevano lasciato.
La democrazia Italiana, credo bene ripeterlo, ha lasciato un degno e
glorioso contingente sui campi di Francia; la democrazia Italiana,
come sempre, anche nel 1871 ha immolato al principio repubblicano, i
cuori più giovani ed entusiasti, le immaginazioni più fervide, le
intelligenze più belle. Una pleiade di generosi scompare ogni volta
che la coscienza dell'umanità si risveglia, ogni volta che si
traducono in atto le sante credenze, le così dette utopie dei pochi
ispirati che ci han preceduto: solo col sangue rinvigoriscono le idee.
E sangue di eroi onorò le strade ed i campi dell'ubertosa Borgogna, e
una pleiade di magnanimi figli d'Italia scomparve, lasciando di se
imperituro ricordo in chiunque abbia il core informato al gentil culto
delle azioni generose. Perla, Pastoris, Settignani, Cavallotti,
Ferraris, Gnecco, Imbriani, Zauli, Salomoni, Canovi, Zerbini,
Anzillotti, Caimi, Ricci, Giordano, Valduta, Resegotti... dall'Alpi
all'estrema Sicilia la calunniata Penisola ebbe un figlio, per ogni
città, per ogni paese, da offrire in olocausto al sacrosanto
principio. Firenze ebbe nove morti: Rossi, Squaglia, Viti, Aterini,
Carli, Pini, Scali, Cortopassi e Signorini; la vicina Pistoia su sette
volontarii ebbe a piangerne quattro: Biechi, Ferrarini, Bongi e
Lanciotti. Se io avessi appunti precisi, vorrei citar tutti i martiri,
e ben si avvedrebbero gli odierni politicanti di Francia, i generali
famosi, allora rincatucciati per la paura, e in oggi spavaldi, ben si
avvedrebbero, dico, che l'italiana democrazia non mancò al proprio
dovere e che, superando ostacoli a lei frapposti dalla mancanza di
mezzi e dalla vigilanza la più sospettosa del timido governo del re,
corse volenterosa all'appello.
Ed i Digionesi con quel buon senso che suol distinguere i popoli, non
tardarono a esserne più che convinti ed a dimostrarcelo con ripetuti
segni di sincera affezione.
Nel ridurmi a casa difatti ebbi la prova più luminosa della fiducia
generale che si nutriva in Garibaldi ed in noi; dappertutto non si
faceva che domandar notìzie e porgere elogi all'eroico Ricciotti e
alla sua valorosa brigata; i nomi di Menotti, di Canzio volavano
accompagnati da lodi, per tutte le bocche; e le donne con quel
sentimento gentile, che ci rende caramente diletto quel sesso che,
sembra, esser stato messo quaggiù per asciugare le lacrime e per darci
un pietoso conforto in mezzo alle disillusioni e all'affanni,
accoppiavano a questi nomi, omai resi gloriosi, quello non meno caro,
quantunque modesto, di Teresita.
È stato detto che la superstizione è la poesia dell'ignoranza: io,
quando vidi in capo alla strada, dove abitavo, le donne affollarsi a
pregare davanti a un'immagine, per Garibaldi, per noi, per la Francia,
aspirai tutto il profumo di questa ingenua poesia, e rimasi a
contemplare estatico quel gruppo, che avrebbe offerto a un pittore un'invidiabile quadretto di genere, e che a me offriva un certo tal qual
refrigerio di cui non so farmi ragione.
Il male però progrediva spaventosamente: mi martellavano le tempie;
avevo perduto la voce, le gambe mi reggevano appena. Passando dalla
bottega della tabaccaia, vi entrai, e mi buttai rifinito su di una
seggiola.
La graziosa fanciulla, affidata alle cure della bottegaia, si svestiva
in quel mentre della sua cappa di appartenente all'ambulanza; aveva
già visitato tutti gli ospedali della città, aveva già fatto amicizia
con tutti i feriti Prussiani: mi disse tutto questo d'un fiato, senza
che la potessi interrompere; quando io cominciai a parlare, la buona
ragazza sentendo la mìa voce roca, esaminandomi fissamente nel volto,
con tono affettuoso mi disse: Ma voi avete bisogno delle mie cure...
voi siete malato.
--Che... non è nulla!
--Oh voi dovete curarvi... andare a letto!
--Vi pare... qui... in faccia al nemico...
--Il nemico ha di catti a rifarsi di forze, e credo che non avrà
intenzione di riattaccare.
--Ammettiamolo pure: Ma che vorreste... che io passassi uno, due,
forse tre giorni solo, come un cane?...
--Siete ingiusto... voi dimenticate gli amici...
--Son tutti occupati...
--E... le amiche? Ficcandomi gli occhi negli occhi proferì la ragazza.
--Le amiche!
--Sì andate ed ei vi prometto di venirvi a far visita, di passare la
maggior parte della giornata da voi.
--Davvero?
--Sul mio onore... via, via andate... non fate il bambino... il vostro
sarebbe un eroismo inutile...--E tanti altri bei discorsi, che uniti
al male che mi sentivo in dosso, e alla voglia di aver dei colloqui
intimi con quella gentile infermiera, di cui avevo imparato ad
ammirare il carattere, mi persuasero a cacciarmi nel letto, deciso
però di non badare a prescrizione veruna del medico, o di chicchessia,
qualora avessi udito suonare a raccolta le trombe, o tuonare il
cannone.
Dopo poco ero a letto; a letto, con una tazza di tisana a me vicina
sul comodino, apprestatami dalla mia gentilissima ospite.