CAPITOLO XVI.

Per quanto facessi, mi fu impossibile in quella nottata il provare un

poco di sonno. La testa mi ardeva, la febbre in certi momenti mi

procurava la celeste voluttà del delirio; ora mi pareva di essere in

mezzo alla mischia, di vedere i nostri giovani battaglioni avanzarsi,

sgominare le schiere nemiche, ed annusavo a piene narici il simpatico

odor della polvere, e m'inebriavo ai mille episodii di un

combattimento e di una vittoria; ora mi pareva di essere tornato in

mezzo ai miei cari, e li vedevo a me d'intorno, raccolti, pendere

ansiosi dai miei labbri, interessarsi alle vicende delle battaglie,

alle storie che raccontavo e vedevo brillar delle lacrime, spuntar dei

sorrisi..... Finalmente venne il mattino, e parve che la luce, come

fugava le tenebre, fugasse da me i vaneggiamenti della immaginazione

malata. Mi alzai ed uscii; quelli non mi sembravano giorni da poltrir

sulle piume.

A tutte le cantonate della città era affisso un'ordine del giorno di

Garibaldi; ordine del giorno nel quale l'illustre comandante dei

volontarii, nonché inorgoglirsi ai fumi delle vittorie e proclamare i

suoi soldati per eroi, raccomandava a loro di moderare la foga dei dì

passati, di non attaccare in massa il nemico, ma sì in pochi, alla

spicciolata, e spronava in special modo gli ufficiali ad adempiere un

poco di più il proprio dovere.

Alla porta del quartiere delle Guide, vidi il Materassi che scendeva

da cavallo; mi accolse a braccia aperta e mi mostrò delle bottiglie di

vino generoso, urlando: Ecco lo specifico per la tua malattia!

Quel vino era stato trovato nelle ambulanze Prussiane e doveva far le

spese di un mattiniero banchetto che imbandimmo lì sul tamburo. Era

mezzogiorno e, malgrado tutte le dicerio, si cominciava a credere che

per quel giorno gli oppressori della Francia non ci avrebbero

molestato. Finito il pasto, ce ne andammo tutti a trovare lo Stefani;

dopo poco che eravamo entrati nella di lui camera, mi si cominciò ad

abbagliare la vista, sentii al palato un sapore di sangue, tossii a

più riprese e caddi sfinito sopra il divano. Non so quanto stessi in

quello stato in cui più non sentivo la vita: quando cominciai a

comprender qualchecosa tuonava il cannone, e lo Stefani, mezzo

vestito, stava per alzarsi da letto.

--Si son riattaccati?.. Domandai

--Altro che riattaccati!.. Affacciati alla finestra e guarda,

Guardai... confesso di non aver mai assistito a un così sconfortante

spettacolo!.. La gente scappava a rotta di collo per tutte le vie; le

porte si chiudevano ermeticamente; le finestre erano pure

ermeticamente tappate; ogni poco qualche guardia nazionale, o senza

fucile, o senza cappello, traversava a passo accelerato davanti a noi,

battendosi il capo, proferendo gridi di lamento o d'imprecazione;

donne piangenti che si portavano dietro i bambini, carri che si

caricavano, ufficiali d'intendenza che a gran passi si avviavano in

direzione del quartier generale....--Ma dunque siamo in completa

disfatta?--Dissi tra me, e inpaziente, colla più dolorosa angoscia

nell'anima, col dubbio che mi torturava il cervello, presi la mia

sciabola, ed andai anche io per strada, deciso di correre alla

prefettura, e di là portarmi sul campo. Sulla piazza del teatro, vidi

quattro batterie di cannoni guardate da due o tre guardie mobili..

Erano nuove artiglierie arrivate allora allora dalle fabbriche di

Lione e del Creusot... osservandole bene, lo si sarebbe agevolmente

compreso, ma in quel momento, in quell'esitazione le credei anche io,

come il popolo, un indizio di ritirata.

Ma donde venivano queste paure? I nostri avevan forse perduto?.. No;

come vedremo tra poco: ma alcuni battaglioni di guardia nazionale

presi dal panico a quel terzo assalto dei nostri nemici, atterriti

anche dal numero con cui questa volta si erano presentati, non

ascoltando più alcun comando, avevano retrocesso, e, siccome, valanga

erano piombati per le vie della città, travolgendo coloro che volevano

impedire questa ignobile fuga e facendo nascere l'allarme e lo

spavento per ogni dove.

I Prussiani, avvedendosi del grave errore che avevano commesso nei

giorni antecedenti, e pensando forse che le nostre truppe fossero,

almeno per le maggior parte, agglomerate in Fontain e Talant

(posizioni contro le quali essi si erano rotte le corna) si

concentrarono in grandi masse e prendendo la strada di Langres si

spinsero infino al castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato alla

brigata Canzio, di avanzarsi verso la direzione, da cui venne difatti

il nemico, il quale, fugati ben facilmente i mobilizzati, che sparsero

poi tanta desolazione in città, erano giunti persino ad accerchiare in

una prossima masseria l'ardito Ricciotti, che coi suoi bravi Franchi

Tiratori, faceva una resistenza eroica, seminando la morte tra quelle

schiere che non si azzardavano ad assalirlo e tenute a rispettosa

distanza dal ben nutrito fuoco di fila, che a loro opponevano dalle

finestre, dalle feritoie, dalle siepi questi giovani soldati della

libertà. I figli di Garibaldi si mostrarono degni del loro genitore, e

la Francia ha da serbar eterna memoria del loro coraggio, delle loro

abnegazione, dalla loro bravura.

Le bombe solcavano l'aria, già impregnata di fumo: il sibilo delle

palle non avea tregua alcuna; i carabinieri Genovesi, i cacciatori di

Marsala, (tutta la quinta brigata) sdraiati pei campi o nelle vicine

praterie non facevano uso alcuno delle armi. Canzio osservava

impassibilmente le masse nemiche, ed ogni tanto andava da Garibaldi,

con cui confabulava. Tutto ad un tratto guizza, come un lampo dall'uno

all'altro dei militi, una notizia; un fremito generale si comunica di

fila in fila, come, se tutti quegli uomini subissero l'influenza di

una pila Galvanica: Canzio concitato, col viso raggiante, si alza,

grida a tutti i suoi uomini: Ricciotti è circondato, salviamolo, e,

come l'ultimo dei suoi subalterni, si lancia eroicamente alla carica.

La cavalleria Prussiana si schiera in ordine di battaglia difaccia ai

nostri; due tiri di cannone bene aggiustati bastano a metterla in

fuga, prima ancora che si ponga al trotto contro di noi; altri colpi a

mitraglia sbaragliano i battaglioni nemici che si ammassano, si

urtano, si infrangano contro la masseria, le cui mura sembrano di

fuoco; i Genovesi, i cacciatori di Marsala, gli Egiziani, gli

Spagnuoli e persino due battaglioni di mobilizzati di Saone Loire

animati dal nobile esempio dei volontari, si spingono dietro il prode

Canzio alla baionetta, gridando viva la repubblica, viva la Francia,

viva Garibaldi e intonando la Marsigliese e l'inno d'Italia. Che

spettacolo imponente... al solo pensarci si provano le vertigini, e

quasi si crede di avere assistito a una fantasmagoria.

La brigata Ricciotti si spinge eroicamente fuori della masseria e

arditamente dà di cozzo nelle file Prussiane: da tutte le parti è una

carneficina terribile; i cadaveri si addensano sopra i cadaveri; là

affusti di cannoni stroncati, qua siepi distrutte, alberi sbarbicati

dal terreno; per terra frantumi di bombe, pozze di sangue, ossa

scheggiate, rimasugli schifosi di corpi umani; i Prussiani non possono

più reggere; è troppo formidabile l'urto dei nostri soldati e non che

compatte colonne di uomini, sfonderebbe le muraglie d'acciaio. Le file

a noi dicontro, piegano, indietreggiano, si sparpagliano eppoi si

danno a disperatissima fuga.

Tito Strocchi e il capitano Rostain di Grenoble, raccolgono allora in

mezzo ai cadaveri di un picchetto che avevano sbaragliato, terminando

tutte le cariche dei loro _Spencers_, sempre tra l'infuriare delle

palle nemiche, lo stendardo del 61 Reggimento Guglielmo; reggimento

che in quel giorno fu quasi disfatto.

Io era arrivato poco prima dell'ultima carica; uscito appena di

Digione cominciai a imbattermi in mobilizzati senza il più piccolo

vestigio d'armi, che se la ritornavano tranquillamente in città: fatti

pochi passi vidi la strada tutta seminata di sacchi, buttati là da

questi prodi onde correr meglio e scappare: poi il consueto corteggio

di feriti e di vetture d'ambulanze: e il capitano Galeazzi e l'Orlandi

con la sciabola in pugno, e con due o tre guide che piattonavano i

fuggitivi e che si sforzavano dì rimandarli al lor posto: finalmente i

nostri compagni che si battevano accanitamente e che si disponevano

all'attacco.

Garibaldi corse subito sul luogo dove era stata definita la tremenda

tenzone, e dove era accaduto l'orrendo macello; tutti gli furono

intorno; tutti vollero dire qualchecosa... pochi e ben pochi furono

capaci di articolare un monosillabo; la gioia di quel momento è

inesprimile; nessuno sentiva più la fatica; eravamo tra mucchi immensi

di morti, si sentiva qualche fucilata lontana, indizio che i soldati

della grazia di Dio erano molto ma molto distanti da noi e che se la

battevano disperatamente: avevamo preso una bandiera: più bella

vittoria noi non la potevamo sperare, ed ora se ne aspirava a pieni

polmoni tutta la voluttà. Perché non poterono dividere le nostre

letizie tanti generosi che ora giacevano cadaveri, perché non le

doveva dividere il buon Ferraris il medico del generale, che dopo aver

recato un ordine, pochi momenti avanti era morto?

Mentre Garibaldi, dopo aver risposto ai più vicini, stava per

congedarsi da noi e tornare in Digione, una scarica quasi a bruciapelo

c'involse tutti in un turbine di proiettili che fortunatamente non

colpirono alcuno. Fu fatto voltare la carrozza e il Generale fu fatto

immediatamente ritirare. Da chi ci veniva fatta quella sorpresa?.. Io

non lo so; certo che gli autori ne ebbero poco gusto; i volontarii si

gettarono con rabbia verso la parte da cui così stranamente eravamo

stati salutati, e probabilmente altri cadaveri si aggiungevano ai

molti che ingombravano il circostante terreno.

I Genovesi e i cacciatori di Marsala, dovevano pernottare nelle loro

posizioni: salutai caramente i miei amici, ed appoggiato al braccio di

uno dei _Francs chevaliers de Chautillon_ piano piano me ne tornai

verso la città, persuaso di assistere, se pur era possibile, ed una

dimostrazione e ad un entusiasmo maggiore di quelli precedenti.

Avevo sbagliato i miei calcoli!.. Si aveva un bel dire ai cittadini

che avevamo conquistato una bandiera, che la nostra era stata una

completa vittoria, che i Prussiani erano lontani chi sa quante miglia,

oramai lo spavento si era loro infiltrato nel cuore, oramai vedevano

le cose dietro il prisma della paura: poche botteghe si riaprirono;

pochissime donne si azzardarono a far capolino dalle finestre;

difaccia alla Prefettura e alle _Mairie_ vi erano i soliti capannelli

susurroni, insistenti: fu insomma necessario che il _Mair_ facesse

battere i tamburi a tutte le cantonate, ed ivi dal banditore

annunziare ai Digionesi che potevano andare a letto, e prender sonno

tranquilli, poiché i Prussiani erano stati respinti su tutta la

linea.--Dietro questa confortante pubblicazione, ricominciammo a veder

del movimento per le strade; si riaprirono i caffè e la città riprese

il suo aspetto normale.

Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino · 第 19 / 33 题