Per quanto facessi, mi fu impossibile in quella nottata il provare un
poco di sonno. La testa mi ardeva, la febbre in certi momenti mi
procurava la celeste voluttà del delirio; ora mi pareva di essere in
mezzo alla mischia, di vedere i nostri giovani battaglioni avanzarsi,
sgominare le schiere nemiche, ed annusavo a piene narici il simpatico
odor della polvere, e m'inebriavo ai mille episodii di un
combattimento e di una vittoria; ora mi pareva di essere tornato in
mezzo ai miei cari, e li vedevo a me d'intorno, raccolti, pendere
ansiosi dai miei labbri, interessarsi alle vicende delle battaglie,
alle storie che raccontavo e vedevo brillar delle lacrime, spuntar dei
sorrisi..... Finalmente venne il mattino, e parve che la luce, come
fugava le tenebre, fugasse da me i vaneggiamenti della immaginazione
malata. Mi alzai ed uscii; quelli non mi sembravano giorni da poltrir
sulle piume.
A tutte le cantonate della città era affisso un'ordine del giorno di
Garibaldi; ordine del giorno nel quale l'illustre comandante dei
volontarii, nonché inorgoglirsi ai fumi delle vittorie e proclamare i
suoi soldati per eroi, raccomandava a loro di moderare la foga dei dì
passati, di non attaccare in massa il nemico, ma sì in pochi, alla
spicciolata, e spronava in special modo gli ufficiali ad adempiere un
poco di più il proprio dovere.
Alla porta del quartiere delle Guide, vidi il Materassi che scendeva
da cavallo; mi accolse a braccia aperta e mi mostrò delle bottiglie di
vino generoso, urlando: Ecco lo specifico per la tua malattia!
Quel vino era stato trovato nelle ambulanze Prussiane e doveva far le
spese di un mattiniero banchetto che imbandimmo lì sul tamburo. Era
mezzogiorno e, malgrado tutte le dicerio, si cominciava a credere che
per quel giorno gli oppressori della Francia non ci avrebbero
molestato. Finito il pasto, ce ne andammo tutti a trovare lo Stefani;
dopo poco che eravamo entrati nella di lui camera, mi si cominciò ad
abbagliare la vista, sentii al palato un sapore di sangue, tossii a
più riprese e caddi sfinito sopra il divano. Non so quanto stessi in
quello stato in cui più non sentivo la vita: quando cominciai a
comprender qualchecosa tuonava il cannone, e lo Stefani, mezzo
vestito, stava per alzarsi da letto.
--Si son riattaccati?.. Domandai
--Altro che riattaccati!.. Affacciati alla finestra e guarda,
Guardai... confesso di non aver mai assistito a un così sconfortante
spettacolo!.. La gente scappava a rotta di collo per tutte le vie; le
porte si chiudevano ermeticamente; le finestre erano pure
ermeticamente tappate; ogni poco qualche guardia nazionale, o senza
fucile, o senza cappello, traversava a passo accelerato davanti a noi,
battendosi il capo, proferendo gridi di lamento o d'imprecazione;
donne piangenti che si portavano dietro i bambini, carri che si
caricavano, ufficiali d'intendenza che a gran passi si avviavano in
direzione del quartier generale....--Ma dunque siamo in completa
disfatta?--Dissi tra me, e inpaziente, colla più dolorosa angoscia
nell'anima, col dubbio che mi torturava il cervello, presi la mia
sciabola, ed andai anche io per strada, deciso di correre alla
prefettura, e di là portarmi sul campo. Sulla piazza del teatro, vidi
quattro batterie di cannoni guardate da due o tre guardie mobili..
Erano nuove artiglierie arrivate allora allora dalle fabbriche di
Lione e del Creusot... osservandole bene, lo si sarebbe agevolmente
compreso, ma in quel momento, in quell'esitazione le credei anche io,
come il popolo, un indizio di ritirata.
Ma donde venivano queste paure? I nostri avevan forse perduto?.. No;
come vedremo tra poco: ma alcuni battaglioni di guardia nazionale
presi dal panico a quel terzo assalto dei nostri nemici, atterriti
anche dal numero con cui questa volta si erano presentati, non
ascoltando più alcun comando, avevano retrocesso, e, siccome, valanga
erano piombati per le vie della città, travolgendo coloro che volevano
impedire questa ignobile fuga e facendo nascere l'allarme e lo
spavento per ogni dove.
I Prussiani, avvedendosi del grave errore che avevano commesso nei
giorni antecedenti, e pensando forse che le nostre truppe fossero,
almeno per le maggior parte, agglomerate in Fontain e Talant
(posizioni contro le quali essi si erano rotte le corna) si
concentrarono in grandi masse e prendendo la strada di Langres si
spinsero infino al castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato alla
brigata Canzio, di avanzarsi verso la direzione, da cui venne difatti
il nemico, il quale, fugati ben facilmente i mobilizzati, che sparsero
poi tanta desolazione in città, erano giunti persino ad accerchiare in
una prossima masseria l'ardito Ricciotti, che coi suoi bravi Franchi
Tiratori, faceva una resistenza eroica, seminando la morte tra quelle
schiere che non si azzardavano ad assalirlo e tenute a rispettosa
distanza dal ben nutrito fuoco di fila, che a loro opponevano dalle
finestre, dalle feritoie, dalle siepi questi giovani soldati della
libertà. I figli di Garibaldi si mostrarono degni del loro genitore, e
la Francia ha da serbar eterna memoria del loro coraggio, delle loro
abnegazione, dalla loro bravura.
Le bombe solcavano l'aria, già impregnata di fumo: il sibilo delle
palle non avea tregua alcuna; i carabinieri Genovesi, i cacciatori di
Marsala, (tutta la quinta brigata) sdraiati pei campi o nelle vicine
praterie non facevano uso alcuno delle armi. Canzio osservava
impassibilmente le masse nemiche, ed ogni tanto andava da Garibaldi,
con cui confabulava. Tutto ad un tratto guizza, come un lampo dall'uno
all'altro dei militi, una notizia; un fremito generale si comunica di
fila in fila, come, se tutti quegli uomini subissero l'influenza di
una pila Galvanica: Canzio concitato, col viso raggiante, si alza,
grida a tutti i suoi uomini: Ricciotti è circondato, salviamolo, e,
come l'ultimo dei suoi subalterni, si lancia eroicamente alla carica.
La cavalleria Prussiana si schiera in ordine di battaglia difaccia ai
nostri; due tiri di cannone bene aggiustati bastano a metterla in
fuga, prima ancora che si ponga al trotto contro di noi; altri colpi a
mitraglia sbaragliano i battaglioni nemici che si ammassano, si
urtano, si infrangano contro la masseria, le cui mura sembrano di
fuoco; i Genovesi, i cacciatori di Marsala, gli Egiziani, gli
Spagnuoli e persino due battaglioni di mobilizzati di Saone Loire
animati dal nobile esempio dei volontari, si spingono dietro il prode
Canzio alla baionetta, gridando viva la repubblica, viva la Francia,
viva Garibaldi e intonando la Marsigliese e l'inno d'Italia. Che
spettacolo imponente... al solo pensarci si provano le vertigini, e
quasi si crede di avere assistito a una fantasmagoria.
La brigata Ricciotti si spinge eroicamente fuori della masseria e
arditamente dà di cozzo nelle file Prussiane: da tutte le parti è una
carneficina terribile; i cadaveri si addensano sopra i cadaveri; là
affusti di cannoni stroncati, qua siepi distrutte, alberi sbarbicati
dal terreno; per terra frantumi di bombe, pozze di sangue, ossa
scheggiate, rimasugli schifosi di corpi umani; i Prussiani non possono
più reggere; è troppo formidabile l'urto dei nostri soldati e non che
compatte colonne di uomini, sfonderebbe le muraglie d'acciaio. Le file
a noi dicontro, piegano, indietreggiano, si sparpagliano eppoi si
danno a disperatissima fuga.
Tito Strocchi e il capitano Rostain di Grenoble, raccolgono allora in
mezzo ai cadaveri di un picchetto che avevano sbaragliato, terminando
tutte le cariche dei loro _Spencers_, sempre tra l'infuriare delle
palle nemiche, lo stendardo del 61 Reggimento Guglielmo; reggimento
che in quel giorno fu quasi disfatto.
Io era arrivato poco prima dell'ultima carica; uscito appena di
Digione cominciai a imbattermi in mobilizzati senza il più piccolo
vestigio d'armi, che se la ritornavano tranquillamente in città: fatti
pochi passi vidi la strada tutta seminata di sacchi, buttati là da
questi prodi onde correr meglio e scappare: poi il consueto corteggio
di feriti e di vetture d'ambulanze: e il capitano Galeazzi e l'Orlandi
con la sciabola in pugno, e con due o tre guide che piattonavano i
fuggitivi e che si sforzavano dì rimandarli al lor posto: finalmente i
nostri compagni che si battevano accanitamente e che si disponevano
all'attacco.
Garibaldi corse subito sul luogo dove era stata definita la tremenda
tenzone, e dove era accaduto l'orrendo macello; tutti gli furono
intorno; tutti vollero dire qualchecosa... pochi e ben pochi furono
capaci di articolare un monosillabo; la gioia di quel momento è
inesprimile; nessuno sentiva più la fatica; eravamo tra mucchi immensi
di morti, si sentiva qualche fucilata lontana, indizio che i soldati
della grazia di Dio erano molto ma molto distanti da noi e che se la
battevano disperatamente: avevamo preso una bandiera: più bella
vittoria noi non la potevamo sperare, ed ora se ne aspirava a pieni
polmoni tutta la voluttà. Perché non poterono dividere le nostre
letizie tanti generosi che ora giacevano cadaveri, perché non le
doveva dividere il buon Ferraris il medico del generale, che dopo aver
recato un ordine, pochi momenti avanti era morto?
Mentre Garibaldi, dopo aver risposto ai più vicini, stava per
congedarsi da noi e tornare in Digione, una scarica quasi a bruciapelo
c'involse tutti in un turbine di proiettili che fortunatamente non
colpirono alcuno. Fu fatto voltare la carrozza e il Generale fu fatto
immediatamente ritirare. Da chi ci veniva fatta quella sorpresa?.. Io
non lo so; certo che gli autori ne ebbero poco gusto; i volontarii si
gettarono con rabbia verso la parte da cui così stranamente eravamo
stati salutati, e probabilmente altri cadaveri si aggiungevano ai
molti che ingombravano il circostante terreno.
I Genovesi e i cacciatori di Marsala, dovevano pernottare nelle loro
posizioni: salutai caramente i miei amici, ed appoggiato al braccio di
uno dei _Francs chevaliers de Chautillon_ piano piano me ne tornai
verso la città, persuaso di assistere, se pur era possibile, ed una
dimostrazione e ad un entusiasmo maggiore di quelli precedenti.
Avevo sbagliato i miei calcoli!.. Si aveva un bel dire ai cittadini
che avevamo conquistato una bandiera, che la nostra era stata una
completa vittoria, che i Prussiani erano lontani chi sa quante miglia,
oramai lo spavento si era loro infiltrato nel cuore, oramai vedevano
le cose dietro il prisma della paura: poche botteghe si riaprirono;
pochissime donne si azzardarono a far capolino dalle finestre;
difaccia alla Prefettura e alle _Mairie_ vi erano i soliti capannelli
susurroni, insistenti: fu insomma necessario che il _Mair_ facesse
battere i tamburi a tutte le cantonate, ed ivi dal banditore
annunziare ai Digionesi che potevano andare a letto, e prender sonno
tranquilli, poiché i Prussiani erano stati respinti su tutta la
linea.--Dietro questa confortante pubblicazione, ricominciammo a veder
del movimento per le strade; si riaprirono i caffè e la città riprese
il suo aspetto normale.