CAPITOLO XV.

Quattro ore di sonno, e poi via di corsa in quartiere: quelli erano

giorni che si poteva affermare di essere esempii viventi della teoria

di là da venire, del moto perpetuo. La nostra scuderia aveva due nuovi

ospiti; due cavalli che Mecheri e Ghino Polese avevano preso sul

campo: questi due giovani, il giorno innanzi, distaccandosi con tre o

quattro altri da noi, erano corsi in prima fila, ed avevano ottenuto

dai presenti gli elogii più ampi per il loro sangue freddo e il loro

coraggio: Ghino, da quel capo ameno che era, tra una scarica e

l'altra, nel turbinio dello palle faceva un minuetto, destando unanimi

sorrisi d'ammirazione... non dico di più, perché non si abbia a dire

che l'amicizia ha potere di convertir noialtri scapati in società di

mutua ammirazione; chi li ha veduti non potrà dire che come me: con

loro fu ferito assai gravemente il nostro caporal furiere Pianigiani,

giovinetto Livornese quasi bambino, ma che per fermezza poteva dar dei

punti a un vecchio militare; il Mattei, guida pur egli, fu ferito a

una coscia da un colpo di mitragliatrice, mentre si disponeva ad

andare all'attacco.

Raggranello altri ragguagli del giorno innanzi: delle quindici guide

che si erano mosse a piedi col tenente Ricci, due erano morte e sette

ferite: il nostro deposito avea dato il suo contingente alla

carneficina.

Nella nottata due nostri caporali, Luperi e Aribaud avevan fatto

prigioniero il nipote del generale Werder, che si era addormentato in

una casetta.

Mi si parla di un Romagnolo, Salvadore Caimi, che, giacente in letto

all'ospedale, e dato per spacciato da medici, essendo afflitto da

perfidissimo vaiolo, all'udire il cannone saltò giù, si rinpannucciò

alla meglio, e corse in prima fila, ove morì, ma non colpito da palla:

tutti hanno da raccontare qualche eroismo che hanno veduto, qualche

atto di valore di cui furono parte: manco male, non avranno più il

coraggio di dire che gli Italiani non si battono! I preti, strano a

dirsi erano stati pel contegno loro ammirabili; alcuni signori dei

paesi a noi vicini si erano mescolati ai soldati, ed alcuni erano

caduti vittime del loro amore di patria. Se la perdita di molti nostri

compagni ci faceva essere di malumore, ci era anche di che rifarsi la

bocca!

Ci pongono in libertà, raccomandandoci di non scostarsi tanto dal

quartier generale: approfitto di questo intermezzo per recarmi a far

visita al ferito Stefani; la ferita era leggerissima, e lo avevano di

nuovo portato nella sua casa, che serviva anche d'ambulanza. Ci trovai

mio fratello, diversi della compagnia Genovese; tutti seduti intorno

al fuoco facevano piani di guerra, discutevano i comandi del giorno

avanti, rammentavano i morti, godevano ed erano sorpresi di averla

scapolata e giuravano che fuoco indiavolato, come quello sotto Talant

era più che impossibile, avesse di nuovo a farsi sentire. Vollero di

riffa che io facessi una corrispondenza per un giornale di Firenze e

tutti ci vollero mettere lo zampino.... immaginatevi che brodo lungo

la venne a riuscire, e come mostrasse eloquentemente che chi la

scriveva non era un Montecuccoli, nè un Napoleone.... pure ci sembrò

un capolavoro di descrizione, una vera pagina di dottrina

strategica... ci si contentava di tanto poco, dopo una batosta così

indiavolata!

A interrompere la nostra ammirazione, capita in mezzo a noi, come una

bomba, il Piccini; aveva l'amico un viso di tramontana da metterci i

brividi addosso e non aveva torto; partito a bruzzico insieme al

Baldassini per rinvenire il cadavere del suo già indivisibile Rossi,

per quanto avesse frugato, gli era stato impossibile effettuare questo

disegno; nelle sue investigazioni il giovine Garibaldino erasi spinto

tanto in avanti, che si era in una strada incontrato con una squadra

di Prussiani, che gli aveva fatto una scarica addosso, scarica alla

quale con favoloso coraggio aveva risposto con due o tre colpi,

rimanendo illeso proprio per uno di quei miracoli del caso che non si

sanno spiegare. A quel che ci diceva, anche in quel giorno avremmo

avuto battaglia sicura; confermò questa idea anche l'amico Mecheri,

che andato a Fontain a restituire quel cavallo che si era appropriato

il dì innanzi, aveva udito un rumore vivissimo di fucileria agli

estremi avamposti. Bisogna confessare che queste notizie non furono

accolte con molto entusiasmo da noi; quel giorno avremmo bramato di

riposare;.. si riposò anche Dio, secondo i cattolici: ma pure se ci

fosse l'ordine, se Garibaldi si fosse battuto, senza essere

onnipotenti come il Dio dei Cattolici, noi eravamo tomi da cacciar la

stanchezza e di fare quello che dovevamo fare. Andammo però alla

prefettura.

Il cortile di questa dava l'esattissima idea del vestibolo del

l'Inferno di Dante; non mancavano le diverse lingue, le favelle

orribili, le voci alte e fioche di chi dava schiarimenti, di chi

chiedeva informazioni, di chi narrava i fatti del giorno innanzi, nè

mancò il suon di mani, quando comparve la nobile figura di Garibaldi

sorridente più dell'ordinario. Montò in carrozza svelto, come ai suoi

bei tempi e montò insieme con lui, secondo il solito, Basso. Ci salutò

affettuosamente; poi ci disse: Oggi avremo vittoria. Parlò Spagnuolo

con due o tre figli d'Iberia che erano poco distanti dal nostro

gruppo, e si rallegrò con loro per lo splendido contegno che essi

avevano tenuto il dì innanzi: poi i cavalli si misero al trotto, il

generale si tolse il cappello in mezzo alle acclamazioni, e, partì

seguito da alcuni ufficiali di stato maggiore. Aveva appena

oltrepassata la porta che un colpo dì cannone ci annunziò che anche

per quel giorno ci si era.

I Prussiani, mentre potevano attaccare Digione al Nord Ovest, la dalla

_Ferme de Poully_, pianura senza la minima ombra di fortificazione,

commettendo un'errore che non si sa comprendere nei vincitori di

Sadowa e di Sedan, si ostinarono a tornare all'attacco di Talant,

precisamente come il ventuno. La brigata Menotti avveva a sostenere

adunque l'attacco e il degno figlio dell'eroe dei due mondi ebbe tutti

gli onori di quella giornata; diverse compagnie di Franchi Tiratori e

qualche pezzo d'artiglieria avevano durante la notte rinforzate le

file che dipendevano da lui.

Le legioni Italiane rimasero in seconda fila; ma varii se la

svignarono alla chetichella dai ranghi, e corsero tra il fischiar

delle palle e l'imperversare della mitraglia, presentendo quasi che la

vittoria annunziata da Garibaldi doveva avere la più ampia

realizzazione.

I colpi dell'artiglierie si succedevano senza tregua: i cittadini non

se ne addavano; quel giorno tutti avevan fiducia. Materassi e Polese

erano al seguito del generale, io, Mecheri, Bocconi pigliammo a piedi

la via e ci incamminammo verso Talant. Al principiar della strada

incontra***MO il maggior Sartorio che provvedeva a che fossero presto

recate a compimento molte barricate che s'inalzavano da operai,

requisiti a tale scopo. Era una vera giornata di primavera: il sole

era splendido, senza una nuvola il cielo: i due paesetti di Fontain e

Talant, con le due vaghe colline, staccavano sul fondo azzurro del

cielo e invitavano più a godere di quell'aria purissima, e ad

inebriarsi in quell'oceano di luce che ad andare a scannarsi. Splendi

pure, con tutta la potenza degli animatori tuoi raggi, o ministro

maggiore della madre natura, oggi almeno rischiarerai il trionfo della

Libertà!

A poco più di mezzo chilometro dalla città, vedemmo cinque o sei

cavalli morti; da uno di questi si partiva una striscia di sangue,

che, come la mistica colonna che guidò nel deserto gli Isrealiti,

doveva guidare i nostri passi fino a Talant. A piè della scala di una

casuccia, vedemmo steso morto un giovine Garibaldino; un campagnolo ci

mostrò una lettera che aveva trovato nelle di lui tasche... era una

lettera della sua mamma; la povera donna sperava di riabbracciare suo

figlio nelle feste di Ceppo: la data di quella lettera era di novembre

ed il giovine l'aveva tenuta sul cuore tutto quel tempo!

Arrivammo alle nostre batterie; il fumo impediva di poter scorgere ciò

che avveniva nel versante a noi sottoposto; un ronzio impertinente di

palle ci rendeva avvertiti che i nemici non erano molto lontani.

Garibaldi, Menotti, Bizzoni, Sant'Ambrogio in quel momento eran là.

Troviamo lo Strocchi che ci avevano dato per ferito, lo abbracciamo e

si aggiunge con noi. Il Generale era sceso di carrozza, esaminava i

tiri dell'artiglieria e dava consigli agli artiglieri. Uno di marina,

che faceva il servizio ai pezzi, puntò due volte il cannone e fece due

tiri ammirevoli: le nostre perdite erano fin allora pochissime e i

nostri nemici, non che avanzare, perdevano di momento in momento

terreno; allora fu comandata la carica alla baionetta.

I Franchi tiratori si lanciarono, come leoni, all'attacco: due zuavi

li procedevano di qualche passo, agitando, a mò di bandiera, i guidoni

delle compagnie a cui erano stati ascritti. Il momento era sublime! Il

fumo si era dileguato ed il sole ripercotendo i suoi raggi sugli elmi

dei nostri avversari, faceva apparire qua e là dei subiti guizzi di

luce, da farteli scambiare per lampi. Un gridìo continuo,

entusiastico, un prorompere di fucilate... eppoi i soldati di re

Guglielmo, pestati, inseguiti colla baionetta alle reni, abbandonavano

a rotta di collo il campo di battaglia, seminando il terreno di

fucili, d'elmi, di feriti e di morti, e ritirandosi per tre chilometri

buoni: tra gli altri trofei furono presi sette furgoni d'ambulanza del

valore di circa novantamila franchi.

Il bravo colonnello Lhoste però, caricando arditamente alla testa dei

suoi audaci Franchi Tiratori veniva mortalmente ferito. La battaglia

era compiuta, la vittoria aveva sorriso all'indomito coraggio, allo

slancio più che umano dei volontari della repubblica.

Tornammo subito indietro per annunziare la grata novella; quale non fu

la nostra maraviglia, quando, fatti pochi passi dal campo, incontrammo

delle signore che si erano spinte arditamente fino lassù; signore che

infangavano nelle pozzanghere i loro stivaletti aristocratici e che ci

salutavano sventolando i fazzoletti, sorridendoci con un'angelica

grazia.

Non era gioia, non era entusiasmo quello da cui era presa Digione la

sera del ventidue... era ebbrezza, delirio: a mezzo chilometro dalla

città era già affollata la via; donne vecchi, ragazzi ci saltavano al

collo, ci prendevano tra le mani la testa ci sollevavano dal peso

delle anni, ci insegnavano l'un l'altro, gridando a squarciagola:

_Vive les Galibardiens, vive Galibardi, vive l'Italie_. Ci portavano

quasi in collo dal mezzo di strada nelle trattorie, e lì ci offrivano

da bere, nè ci era versi di rifiutarlo; da ogni parte strette di mano,

da ogni parte baci: «come sono giovani» si sentiva ripeter da una

parte; son dei bravi soldati, si ripeteva dall'altra... oh! divini

momenti, oh! dolci soddisfazioni di chi compie un dovere, capaci di

riabilitare la persona più turpe, capaci di fare un eroe del più

pusillanime.

Ma echeggia un grido potente, non interrotto, che fa rintronare da un

capo all'altro la strada; le finestre si spalancano con forza; le

vecchie, rimaste uniche in casa, si affacciano, si spenzolano, agitano

le loro pezzole; un fremito nuovo di gioventù rianima quelle fibre

affralite dagli anni: non è il vincitore d'ingiuste battaglie quello

che passa, è l'apostolo delle cause giuste, è il propugnatore

dell'umanità, è l'eroe leggendario, l'uomo incorrotto che con un pugno

di ragazzacci fa retrocedere i soldati che han fatto tremare

l'Europa... è Garibaldi.

--Viva Garibaldi--Gridano tutti, e popolani, soldati si buttano verso

di lui, vanno quasi sotto i cavalli e le rote della carrozza: tutti

vorrebbero stringergli la mano, tutti vorrebbero divorarlo dai baci!

--Gridate: viva la repubblica--Grida il buon vecchio--e non sa

riparare a salutare, e sorridere.

I soldati che tornano hanno tutti un'elmo, un fucile preso ai

Prussiani; un giovinetto ha un piffero e fischia un'arietta in mezzo

agli applausi di tutti. Passano dei prigionieri; tutti gli guardano,

ma nessuno alza un grido... il popolo sente la generosità per istinto!

Per tutte le piazze è baldoria: per tutto si canta, si grida, si

applaude: sulla piazza del teatro si da fuoco persino a dei

mortaletti: la fiducia generale è rinata; gli elmi dei Prussiani

coll'annesso parafulmine fanno le spese di tutta la sera; contento

dell'oggi, nessuno cura il domani e tutti dimenticano l'ieri.

Si va a portare il fausto annunzio allo Stefani; sul principio credeva

che si scherzasse: gli avevano nientemeno dato a bere che si trattava

di fare una capitolazione e che i Prussiani si avanzavano verso

Digione a marcia forzata.

Io era stanco morto: tutte quelle emozioni, tutte quelle fatiche mi

avevano prostrato: mi pareva che la vita mi sfuggisse ed in camera del

mio amico ferito ebbi un trabocco di sangue.

--O guardiamo, se dopo che ti han risparmiato la palle, vieni qui a

far la morte della signora delle Camelie? Mi disse il Materassi, che

non si reggeva più dalla fatica, essendo stato in giro tutta la notte,

e a cavallo tutto il giorno.

--Non gli risposi, perché quest'ultimo incidente mi faceva uscir

proprio dai gangheri. Cheto, cheto me ne andai e neppur mezz'ora dopo

mi sdraiavo sul letto.

Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino · 第 18 / 33 题