Quattro ore di sonno, e poi via di corsa in quartiere: quelli erano
giorni che si poteva affermare di essere esempii viventi della teoria
di là da venire, del moto perpetuo. La nostra scuderia aveva due nuovi
ospiti; due cavalli che Mecheri e Ghino Polese avevano preso sul
campo: questi due giovani, il giorno innanzi, distaccandosi con tre o
quattro altri da noi, erano corsi in prima fila, ed avevano ottenuto
dai presenti gli elogii più ampi per il loro sangue freddo e il loro
coraggio: Ghino, da quel capo ameno che era, tra una scarica e
l'altra, nel turbinio dello palle faceva un minuetto, destando unanimi
sorrisi d'ammirazione... non dico di più, perché non si abbia a dire
che l'amicizia ha potere di convertir noialtri scapati in società di
mutua ammirazione; chi li ha veduti non potrà dire che come me: con
loro fu ferito assai gravemente il nostro caporal furiere Pianigiani,
giovinetto Livornese quasi bambino, ma che per fermezza poteva dar dei
punti a un vecchio militare; il Mattei, guida pur egli, fu ferito a
una coscia da un colpo di mitragliatrice, mentre si disponeva ad
andare all'attacco.
Raggranello altri ragguagli del giorno innanzi: delle quindici guide
che si erano mosse a piedi col tenente Ricci, due erano morte e sette
ferite: il nostro deposito avea dato il suo contingente alla
carneficina.
Nella nottata due nostri caporali, Luperi e Aribaud avevan fatto
prigioniero il nipote del generale Werder, che si era addormentato in
una casetta.
Mi si parla di un Romagnolo, Salvadore Caimi, che, giacente in letto
all'ospedale, e dato per spacciato da medici, essendo afflitto da
perfidissimo vaiolo, all'udire il cannone saltò giù, si rinpannucciò
alla meglio, e corse in prima fila, ove morì, ma non colpito da palla:
tutti hanno da raccontare qualche eroismo che hanno veduto, qualche
atto di valore di cui furono parte: manco male, non avranno più il
coraggio di dire che gli Italiani non si battono! I preti, strano a
dirsi erano stati pel contegno loro ammirabili; alcuni signori dei
paesi a noi vicini si erano mescolati ai soldati, ed alcuni erano
caduti vittime del loro amore di patria. Se la perdita di molti nostri
compagni ci faceva essere di malumore, ci era anche di che rifarsi la
bocca!
Ci pongono in libertà, raccomandandoci di non scostarsi tanto dal
quartier generale: approfitto di questo intermezzo per recarmi a far
visita al ferito Stefani; la ferita era leggerissima, e lo avevano di
nuovo portato nella sua casa, che serviva anche d'ambulanza. Ci trovai
mio fratello, diversi della compagnia Genovese; tutti seduti intorno
al fuoco facevano piani di guerra, discutevano i comandi del giorno
avanti, rammentavano i morti, godevano ed erano sorpresi di averla
scapolata e giuravano che fuoco indiavolato, come quello sotto Talant
era più che impossibile, avesse di nuovo a farsi sentire. Vollero di
riffa che io facessi una corrispondenza per un giornale di Firenze e
tutti ci vollero mettere lo zampino.... immaginatevi che brodo lungo
la venne a riuscire, e come mostrasse eloquentemente che chi la
scriveva non era un Montecuccoli, nè un Napoleone.... pure ci sembrò
un capolavoro di descrizione, una vera pagina di dottrina
strategica... ci si contentava di tanto poco, dopo una batosta così
indiavolata!
A interrompere la nostra ammirazione, capita in mezzo a noi, come una
bomba, il Piccini; aveva l'amico un viso di tramontana da metterci i
brividi addosso e non aveva torto; partito a bruzzico insieme al
Baldassini per rinvenire il cadavere del suo già indivisibile Rossi,
per quanto avesse frugato, gli era stato impossibile effettuare questo
disegno; nelle sue investigazioni il giovine Garibaldino erasi spinto
tanto in avanti, che si era in una strada incontrato con una squadra
di Prussiani, che gli aveva fatto una scarica addosso, scarica alla
quale con favoloso coraggio aveva risposto con due o tre colpi,
rimanendo illeso proprio per uno di quei miracoli del caso che non si
sanno spiegare. A quel che ci diceva, anche in quel giorno avremmo
avuto battaglia sicura; confermò questa idea anche l'amico Mecheri,
che andato a Fontain a restituire quel cavallo che si era appropriato
il dì innanzi, aveva udito un rumore vivissimo di fucileria agli
estremi avamposti. Bisogna confessare che queste notizie non furono
accolte con molto entusiasmo da noi; quel giorno avremmo bramato di
riposare;.. si riposò anche Dio, secondo i cattolici: ma pure se ci
fosse l'ordine, se Garibaldi si fosse battuto, senza essere
onnipotenti come il Dio dei Cattolici, noi eravamo tomi da cacciar la
stanchezza e di fare quello che dovevamo fare. Andammo però alla
prefettura.
Il cortile di questa dava l'esattissima idea del vestibolo del
l'Inferno di Dante; non mancavano le diverse lingue, le favelle
orribili, le voci alte e fioche di chi dava schiarimenti, di chi
chiedeva informazioni, di chi narrava i fatti del giorno innanzi, nè
mancò il suon di mani, quando comparve la nobile figura di Garibaldi
sorridente più dell'ordinario. Montò in carrozza svelto, come ai suoi
bei tempi e montò insieme con lui, secondo il solito, Basso. Ci salutò
affettuosamente; poi ci disse: Oggi avremo vittoria. Parlò Spagnuolo
con due o tre figli d'Iberia che erano poco distanti dal nostro
gruppo, e si rallegrò con loro per lo splendido contegno che essi
avevano tenuto il dì innanzi: poi i cavalli si misero al trotto, il
generale si tolse il cappello in mezzo alle acclamazioni, e, partì
seguito da alcuni ufficiali di stato maggiore. Aveva appena
oltrepassata la porta che un colpo dì cannone ci annunziò che anche
per quel giorno ci si era.
I Prussiani, mentre potevano attaccare Digione al Nord Ovest, la dalla
_Ferme de Poully_, pianura senza la minima ombra di fortificazione,
commettendo un'errore che non si sa comprendere nei vincitori di
Sadowa e di Sedan, si ostinarono a tornare all'attacco di Talant,
precisamente come il ventuno. La brigata Menotti avveva a sostenere
adunque l'attacco e il degno figlio dell'eroe dei due mondi ebbe tutti
gli onori di quella giornata; diverse compagnie di Franchi Tiratori e
qualche pezzo d'artiglieria avevano durante la notte rinforzate le
file che dipendevano da lui.
Le legioni Italiane rimasero in seconda fila; ma varii se la
svignarono alla chetichella dai ranghi, e corsero tra il fischiar
delle palle e l'imperversare della mitraglia, presentendo quasi che la
vittoria annunziata da Garibaldi doveva avere la più ampia
realizzazione.
I colpi dell'artiglierie si succedevano senza tregua: i cittadini non
se ne addavano; quel giorno tutti avevan fiducia. Materassi e Polese
erano al seguito del generale, io, Mecheri, Bocconi pigliammo a piedi
la via e ci incamminammo verso Talant. Al principiar della strada
incontra***MO il maggior Sartorio che provvedeva a che fossero presto
recate a compimento molte barricate che s'inalzavano da operai,
requisiti a tale scopo. Era una vera giornata di primavera: il sole
era splendido, senza una nuvola il cielo: i due paesetti di Fontain e
Talant, con le due vaghe colline, staccavano sul fondo azzurro del
cielo e invitavano più a godere di quell'aria purissima, e ad
inebriarsi in quell'oceano di luce che ad andare a scannarsi. Splendi
pure, con tutta la potenza degli animatori tuoi raggi, o ministro
maggiore della madre natura, oggi almeno rischiarerai il trionfo della
Libertà!
A poco più di mezzo chilometro dalla città, vedemmo cinque o sei
cavalli morti; da uno di questi si partiva una striscia di sangue,
che, come la mistica colonna che guidò nel deserto gli Isrealiti,
doveva guidare i nostri passi fino a Talant. A piè della scala di una
casuccia, vedemmo steso morto un giovine Garibaldino; un campagnolo ci
mostrò una lettera che aveva trovato nelle di lui tasche... era una
lettera della sua mamma; la povera donna sperava di riabbracciare suo
figlio nelle feste di Ceppo: la data di quella lettera era di novembre
ed il giovine l'aveva tenuta sul cuore tutto quel tempo!
Arrivammo alle nostre batterie; il fumo impediva di poter scorgere ciò
che avveniva nel versante a noi sottoposto; un ronzio impertinente di
palle ci rendeva avvertiti che i nemici non erano molto lontani.
Garibaldi, Menotti, Bizzoni, Sant'Ambrogio in quel momento eran là.
Troviamo lo Strocchi che ci avevano dato per ferito, lo abbracciamo e
si aggiunge con noi. Il Generale era sceso di carrozza, esaminava i
tiri dell'artiglieria e dava consigli agli artiglieri. Uno di marina,
che faceva il servizio ai pezzi, puntò due volte il cannone e fece due
tiri ammirevoli: le nostre perdite erano fin allora pochissime e i
nostri nemici, non che avanzare, perdevano di momento in momento
terreno; allora fu comandata la carica alla baionetta.
I Franchi tiratori si lanciarono, come leoni, all'attacco: due zuavi
li procedevano di qualche passo, agitando, a mò di bandiera, i guidoni
delle compagnie a cui erano stati ascritti. Il momento era sublime! Il
fumo si era dileguato ed il sole ripercotendo i suoi raggi sugli elmi
dei nostri avversari, faceva apparire qua e là dei subiti guizzi di
luce, da farteli scambiare per lampi. Un gridìo continuo,
entusiastico, un prorompere di fucilate... eppoi i soldati di re
Guglielmo, pestati, inseguiti colla baionetta alle reni, abbandonavano
a rotta di collo il campo di battaglia, seminando il terreno di
fucili, d'elmi, di feriti e di morti, e ritirandosi per tre chilometri
buoni: tra gli altri trofei furono presi sette furgoni d'ambulanza del
valore di circa novantamila franchi.
Il bravo colonnello Lhoste però, caricando arditamente alla testa dei
suoi audaci Franchi Tiratori veniva mortalmente ferito. La battaglia
era compiuta, la vittoria aveva sorriso all'indomito coraggio, allo
slancio più che umano dei volontari della repubblica.
Tornammo subito indietro per annunziare la grata novella; quale non fu
la nostra maraviglia, quando, fatti pochi passi dal campo, incontrammo
delle signore che si erano spinte arditamente fino lassù; signore che
infangavano nelle pozzanghere i loro stivaletti aristocratici e che ci
salutavano sventolando i fazzoletti, sorridendoci con un'angelica
grazia.
Non era gioia, non era entusiasmo quello da cui era presa Digione la
sera del ventidue... era ebbrezza, delirio: a mezzo chilometro dalla
città era già affollata la via; donne vecchi, ragazzi ci saltavano al
collo, ci prendevano tra le mani la testa ci sollevavano dal peso
delle anni, ci insegnavano l'un l'altro, gridando a squarciagola:
_Vive les Galibardiens, vive Galibardi, vive l'Italie_. Ci portavano
quasi in collo dal mezzo di strada nelle trattorie, e lì ci offrivano
da bere, nè ci era versi di rifiutarlo; da ogni parte strette di mano,
da ogni parte baci: «come sono giovani» si sentiva ripeter da una
parte; son dei bravi soldati, si ripeteva dall'altra... oh! divini
momenti, oh! dolci soddisfazioni di chi compie un dovere, capaci di
riabilitare la persona più turpe, capaci di fare un eroe del più
pusillanime.
Ma echeggia un grido potente, non interrotto, che fa rintronare da un
capo all'altro la strada; le finestre si spalancano con forza; le
vecchie, rimaste uniche in casa, si affacciano, si spenzolano, agitano
le loro pezzole; un fremito nuovo di gioventù rianima quelle fibre
affralite dagli anni: non è il vincitore d'ingiuste battaglie quello
che passa, è l'apostolo delle cause giuste, è il propugnatore
dell'umanità, è l'eroe leggendario, l'uomo incorrotto che con un pugno
di ragazzacci fa retrocedere i soldati che han fatto tremare
l'Europa... è Garibaldi.
--Viva Garibaldi--Gridano tutti, e popolani, soldati si buttano verso
di lui, vanno quasi sotto i cavalli e le rote della carrozza: tutti
vorrebbero stringergli la mano, tutti vorrebbero divorarlo dai baci!
--Gridate: viva la repubblica--Grida il buon vecchio--e non sa
riparare a salutare, e sorridere.
I soldati che tornano hanno tutti un'elmo, un fucile preso ai
Prussiani; un giovinetto ha un piffero e fischia un'arietta in mezzo
agli applausi di tutti. Passano dei prigionieri; tutti gli guardano,
ma nessuno alza un grido... il popolo sente la generosità per istinto!
Per tutte le piazze è baldoria: per tutto si canta, si grida, si
applaude: sulla piazza del teatro si da fuoco persino a dei
mortaletti: la fiducia generale è rinata; gli elmi dei Prussiani
coll'annesso parafulmine fanno le spese di tutta la sera; contento
dell'oggi, nessuno cura il domani e tutti dimenticano l'ieri.
Si va a portare il fausto annunzio allo Stefani; sul principio credeva
che si scherzasse: gli avevano nientemeno dato a bere che si trattava
di fare una capitolazione e che i Prussiani si avanzavano verso
Digione a marcia forzata.
Io era stanco morto: tutte quelle emozioni, tutte quelle fatiche mi
avevano prostrato: mi pareva che la vita mi sfuggisse ed in camera del
mio amico ferito ebbi un trabocco di sangue.
--O guardiamo, se dopo che ti han risparmiato la palle, vieni qui a
far la morte della signora delle Camelie? Mi disse il Materassi, che
non si reggeva più dalla fatica, essendo stato in giro tutta la notte,
e a cavallo tutto il giorno.
--Non gli risposi, perché quest'ultimo incidente mi faceva uscir
proprio dai gangheri. Cheto, cheto me ne andai e neppur mezz'ora dopo
mi sdraiavo sul letto.