Traversammo la città e nella nostra traversata non ci fu dato vedere
alcuno amico, nè tampoco alcuno che rivestisse la divisa di
Garibaldino; in quell'ora così mattinale, i componenti dell'Armata dei
Vosgi, o erano occupati in recognizioni ed esercizi, oppure se la
dormivano saporitamente. Felici questi ultimi... noi cascavamo dal
sonno! ci portarono al quartier generale che era proprio in fondo
della città al lato opposto della ferrovia; il generale Garibaldi
abitava il palazzo della prefettura, dove erano stati anche impiantati
gli uffizi dello stato maggiore. Vedemmo alla porta in fazione un
carabiniere genovese ed una guardia nazionale.
Il rivedere la simpatica camicia rossa, ci fece nascere in cuore
un'emozione dolcissima; i nostri timori di non arrivare in tempo
eransi dileguati: entrammo nel cortile ilari, e svelti, proprio come
se uscissimo allora da un morbido letto.
Il tenente andò a prendere ordini; poco dopo tornò e ci disse: Loro
possono andare per la città: per ora non è stata data alcuna
disposizione per loro; a mezzogiorno sulla piazza delle _Mairie_ io
farò le paghe:
Dopo queste poche parole, se ne andarono tutti, e si stava per
andarsene anche noi dell'esigua combriccola, che si era mossa da
Firenze, quando ci sentimmo chiamare su di verso il terrazzo e avemmo
appena tempo di voltarci che si era abbracciati e baciati...
--Ne eravamo sicuri!
--Credevamo dì trovarvi quassù.
Guardammo e vedemmo il Piccini e lo Stefani già vestiti da
Garibaldini, che ci salutavano così affettuosamente.
--O Rossi?... Domandammo noi altri.
--Rossi è a lavorare... Riatta tutti i fucili della compagnia... Lo
vedremo più tardi!
--O come mai siete arrivati a raggiunger Garibaldi?
--È una cosa lunga!
--Allora ne riparleremo stasera, perché noi si ha un'appetito birbone,
e si ha una voglia di dormire grandissima.
--Per dormire non ci è bisogno d'andare all'albergo.
--Davvero?
--Sicuro!.. Venite con noi dal _mair_ ed avrete un biglietto
d'alloggio... qui in Francia, in tempo di guerra, i militari hanno
questo diritto.
--Evviva la Francia!.. Gridammo noi, sedotti ed entusiasmati dall'idea
di non spendere quei pochi piccioli che ci erano rimasti, onde
procurarci una stanza.
--Venite dunque con me--Disse il Piccini e tutti noi lo seguimmo verso
la piazza maggiore della città.
Durante il nostro tragitto cominciammo a farci un idea del corpo
d'armata che era stato affidato all'eroe dei due mondi; vedemmo i
Franchi tiratori, i Mobilitati, gli Spagnoli, la _Croce di Nizza_, le
Guide: i costumi, gli abbigliamenti di questi giovani soldati della
libertà, formavano un contrasto così bizzarramente artistico, che ti
faceva credere di essere in un mondo nuovo, in un mondo variato; ad
ogni cantonata tu vedevi un nuovo vestiario: pareva quasi di avere in
faccia agli occhi un caleidiscopio continuo; chi aveva in cuore un po'
di sentimento di artista, lo si poteva facilmente conoscere dal modo
con cui portava le piume al cappello e la svelta casacca; una
collezione di penne di tutte le qualità; dall'aristocraticissima penna
di pavone, alla plebea di gallina, che forse rammentava un
allungamento di mano non permesso dal Codice, tu vedevi brillare sui
cappelli di questi amabili matti, ogni specie di questi arnesi
indispensabili agli animali che s'elevano dal suolo.
I Franchi Tiratori ci offrivano l'esattissima riproduzione dei
volontari Italiani del 1860 e del 1866; tra loro spiccavano delle
distintissime fisonomie: tra loro figurava in mezzo ai figli della
montagna l'artista, in mezzo all'uomo del lavoro abbronzato dal fumo
dell'officine, il generoso milionaro abbronzato dal sole: tutti erano
rappresentati in quelle file, che lo spirito potente dell'amore di
libertà affratella nel momento supremo, in cui questa libertà versa in
pericolo, coloro che sentono rispondere generosamente il loro cuore
all'appello dei santi principii, che saranno il Vangelo dell'Umanità.
Una tal vista rallegrò i nostri spiriti: il sonno si era dileguato, si
era dileguato lo strapazzo, si era dileguata la fame. O divini
entusiasmi di colui che affronta la morte per un'idea generosa, perché
siete svaniti, e così presto svaniti?.. Siamo forse diventati vecchi
in due mesi?.. Le nostre fibre non si commuovono forse tuttora alla
corrente magnetica, che infonde le voce del dovere, della patria,
della società conculcata? Chi sa.... L'atonia in cui viviamo ci
ripiomba in uno scetticismo che voglio credere temporaneo... Tornino i
giorni felici, torni il santo momento di una rivoluzione, e scettici o
no, ci troveremo al nostro posto! Utilizzare la vita a prò di chi
langue: ecco quale deve essere in tanta tristezza di tempi, il
programma per chi ha cuore e coscienza.
Andammo alla _Mairie_ e volendo render meno dura che fosse possibile
la situazione, che ci si preparava, approfittandoci dei nosti abiti
cittadineschi, demmo a bere all'impiegato che eravamo ufficiali, e ci
fu sul tamburo steso un biglietto d'alloggio per uno dei primari
palazzi di Digione, nientemeno che il palazzo de Beverant.
Qui fummo accolti gentilissimamente da una vecchia signora, che ci
condusse in un magnifico appartamento e c'insegnò uno stanzino tutto
pieno di legna, dicendoci che con quel freddo ci avrebbero fatto assai
comodo! Eppoi la simpatica vecchia si intrattenne con noi in
amichevole conversazione; la ci disse le cose le più gentili, ci
salutò come gli angioli salvatori di quel disgraziato paese... E i
nostri buoni governanti d'Italia che ci riguardavano come diavoli, ed
i malvoni che ci tenevano a rispettosa. distanza, che ci gabellavano
per scavezzacolli, per beceri, per intrattabili?.. Proprio il caso da
dire _nemo propheta in patria_, e se i benigni nostri avversarii
avessero udito le gentili proteste a nostro riguardo indirizzateci da
quella donna, appartenente alla più pura aristocrazia della Francia,
scommetto la testa che alla lor volta sarebbero divenuti frementi.
L'ospite nostra ci ragguagliò su certe prodezze che avevano commesso i
soldati di re Guglielmo nella prima occupazione della città; il comando
generale gliene aveva messi in palazzo cinquantasei: e tutti
spadroneggiavano peggio che se fossero in una caserma; accendevano il
fuoco e facevano da cucina nelle magnifiche camere; avevan ridotto il
giardino a maneggio per i cavalli: pretendevano le legna, e qualche
giorno persino il vino e la carne. L'amor nazionale avrà forse fatto
esagerare un poco quella signora, ma è un fatto che molti tra i
soldati della grazia di Dio ne fecero di quelle di pelle di becco, a
detta di tutti; tutti però concordavano nell'affermare, che questa
gente, la quale dicerto non era stata restia nel far pompa di
prepotenza verso il popolo inerme, era rispettosissima, educatissima
verso il sesso gentile.
Sapemmo anche per mezzo della nostra interlocutrice, quanto fu lo
spavento da cui fu colto il generale Werder, quando Garibaldi tentò di
sorprenderlo la sera del 26 novembre: tutti i cariaggi erano stati
preparati, tutte le disposizioni per una ritirata erano state ordinate
in men che si dice; i soldati avevan fatto fagotto: i battaglioni di
riserva erano adunati nelle piazze, e di momento in momento altro non
si attendeva che l'ordine della partenza.
La signora ci rese informati di un episodio, che poi ci fu dato
raccogliere anche da tutti gli altri cittadini che avvicinammo;
episodio ben meschino a paragone di quelli che si svolsero in quel
maraviglioso periodo di storia che farà stupire i nostri posteri, ma
che ci si dava come ragione principale dello sgombro della città da
parte dei soldati Germanici. Io credo però che quello che ci si
raccontava, come verità indiscutibile, non fosse altro che una di
quelle storielle, che nascono non si sa come, che si propagano con
facilità straordinaria in un momento in cui una nazione ha perso la
bussola, ma che cadon di subito di faccia alle riflessioni che può
ispirare il più volgare buon senso.
Secondo questi discorsi il buon Werder, che è un cattolicone coi
fiocchi, uno di quei cattolici per cui il regno dei cieli è spalancato
come per tutti i poveri di spirito, dopo un lungo colloquio che aveva
avuto col vescovo di Djon, degno servo dì Dio, avrebbe preso le sue
carabattole e cheto come un olio, spaventato dalle minaccie dei
fulmini dell'ira divina aveva trasferito le sue tende ben lontano da
quella città, dove sarebbe piovuto acqua bollente se egli si fosse
piccato di continuare un occupazione in odio alle tremende divinità
che reggono il mondo.
Le frequenti visite che il generale Badese con un unzione veramente
apostolica faceva al vescovo, l'intimità più che fraterna che esisteva
tra questi due personaggi, il patriottismo ben noto del pastore che
aveva sotto la sua tutela i buoni abitanti delle Côte d'Or furono
dicerto la ragione precipua per cui nacquero e presero voga queste
chiacchiere di nessuna entità. Io non posso credere che un capo di
stato maggiore, reputatissimo come è il signor Moltk, possa ritenere
ai suoi ordini un sagrestano che si lascia imbecherare dalle fandonie
impossibili di un porporato qualunque.
Dopo aver bevuto dell'eccellente _Wermuth_, lasciammo il palazzo, che
cominciavamo a riguardar come nostro, e rientrammo in quelle strade,
dove un continuo viavai di soldati, di cavalieri, di carri,
d'artiglierie produceva un chiasso, una confusione che c'inebriava,
mentre avrebbe fatto venire un'emicrania solenne al pacifico e ben
pasciuto gaudente, che per caso si fosse trovato lassù.
Arrivati appena nella _rue Condé_, via principale della città, degli
applausi entusiastici ci colpiron gli orecchi; poi un correre
concitato di ragazzi e di donne; uno spalancarsi di finestre;
un'affollarsi repente lungo i marciapiedi, ed un gridìo unanime,
pieno, che ci produsse immediatamente una commozione indicibile. _Vive
Galibardi (!) Vìve le premier defenseur de la France_. Il primo
soldato della libertà dei popoli passava per quella strada, ed il
popolo che in tutto il mondo fa sempre sentire la generosa sua voce in
favore dei generosi che alla libertà dedicano la loro intiera
esistenza, accoglieva come si conveniva, ben differente dai grandi del
mondo che dispregiano sempre, chi è grande davvero.
Garibaldi!... Chi può rammentare questo nome, chi le gesta famose
dell'eroe divenuto già leggendario, senza sentirsi dì subito rapito in
una commozione divina?... Eccolo là, questo vecchio figlio della
rivoluzione, sempre giovine quando si tratta di rispondere ai di lei
magnanimi appelli! Eccolo là quell'uomo, che nel suo splendido passato
dall'ultima Montevideo alla vicina Mentana è stato sempre in prima
fila per la causa divina dell'Umanità!... A che mi si rammentano i
grandi, a che mi si rammentano gli eroi? Pari al sole che quando sorge
col suo Oceano di luce fa oscurare le stelle, quest'uomo ha fatto
oscurare la fama di tutti quelli che lo precessero. I posteri lo
crederanno un mito: perché la fortuna ha dato a questi tempi un
Garibaldi, quando non ci ha dato un Plutarco per rammentarne
degnamente le gesta? Ma i buoni popolani son pronti a rammentarlo
degnamente ai lor figli, ad insegnar loro a venerarlo come quelli da
cui dipende la felicità, l'avvenire di quelli che soffrono! Io per me,
le poche volte che mi è stato dato incontrarlo mi son sentito le
lacrime agli occhi ed egli mi è trasvolato davanti come un eroe dei
tempi sublimi, in cui i Cincinnati e i Fabbrizi lasciavano la spada
dopo aver salvato la patria, per tornare alle glebe natie, O alle
officine rese sacre dal sudore di quelli operai, che veramente erano
grandi per il lavoro e per la virtù cittadina. Benedetto da tutti
quelli che amano; implorato, come una speme da tutti quegli che
soffrono; terribile ai tiranni; sempre presente agli schiavi; invano
tenteranno d'abbatterlo i Giuda politici, che si inspirano ai fondi
segreti del ministero, mai alle azioni generose.
Il Generale era in carrozza con l'indivisibile Basso; ambedue erano
vestiti in borghese: Garibaldi aveva un cappello alla calabrese bigio
ed il _punch_ che sempre lo ho accompagnato in tutte le campagne;
dietro alla carrozza venivano a cavallo il maggiore Fontana dello
stato maggiore, e il capitano Galeazzi delle Guide, aiutante di campo.
Il Generale sorrideva a quei popolani che l'applaudivano con tanto
entusiasmo, e li salutava gentilmente con le mani. Il popolo di
Digione accompagnava sempre con dimostrazioni d'affetto il Generale, e
quello che si vedeva, si doveva d'ora in là ripetere ogni giorno
davanti ai nostri occhi.
Poco dopo che noi ci eravamo commossi ad un tale spettacolo, dovevamo
esser sorpresi da un'incontro non meno gradito di quello del nostro
Generale. Trovammo Rossi, nostro compagno sul _Var_, uno di quei pochi
Fiorentini, che sempre fedeli al principio Repubblicano, avevano
subito gli oltraggi dei giornali dello sbruffo, e l'ire delle
questura, e che ora, coerenti al proprio principio, dopo mille
peripezie, che più tardi racconterò ai miei lettori, era pervenuto a
raggiungere gli stendardi della, libertà e della emancipazione
sociale. Il Rossi era ingrassato in una tal maniera, che noi durammo
fatica a riconoscerlo: sembrava più un Domenicano che un Garibaldino;
gli si leggeva in volto la contentezza dell'uomo che dopo tante
fatiche, ha potuto raggiungere uno scopo per tanto tempo da lui
vagheggiato.
Andammo tutti insieme a pranzo: lì sapemmo a un'incirca tutto
l'andamento preciso dell'Armata dei Vosgi: questo mucchio di uomini,
abbastanza omeopatico, a cui superbamente si regalava il titolo
d'armata, era allora diviso in quattro brigate: la prima sotto il
comando del generale Bossak, aveva il suo quartier generale a
Fontaine, paesetto, a circa due kilometri di distanza da Digione: la
seconda, anticamente comandata da Delpeche, ed ora comandata dal
Lobbia, si era avviata verso Langres, e non si sapevano notizie
precise sul di lei conto: la terza, generale Menotti, era a Talant, e
ne formavano parte le due legioni italiane sotto gli ordini di Tanara
e Ravelli: Ricciotti con la quarta brigata era dalle parte di Poully,
lato Nord Est della città.
Le traversie che ebbero a subire Rossi e Piccini, Squaglia e
Baldassini per giungere in Francia, ci furono raccontate a quel
desinare e meritano, credo, l'attenzione dei lettori, se non altro
perché questo serva ad assicurarli del come, quando si nutrono certe
idee, si affronta qualunque pericolo da quel partito che i troculenti
avversarii, hanno osato qualificare per gente che non ha nulla da
perdere e che si pasce solamente di trambusti perché in questi ci è da
pescare nel torbido,
Rossi e gli altri, dopo il nostro arresto restarono in Livorno e
giungendo ad eludere quell'oculatissima pulizia, poterono giungere al
momento bramato di imbarcarsi su una piccola barca, colla quale si
accingevano a intraprendere una traversata che mette in pensiero
l'indolente e pacifico borghese che deve farla in piroscafo.
Perseguitati dalla polizia che non si ristava un momento da pedinarli,
con un tempo indiavolato essi poterono imbarcarsi verso mezzanotte,
due miglia lontani da Livorno. Il mare metteva spavento: ognuno potrà
facilmente rammemorarsi di quanto furono sconsocrate le giornate che
nell'anno passato annunciarono l'inverno; perfido il clima, continue
le pioggie, mai interrotte le burrasche; ora mi si mettano otto o
dieci persone sopra uno schifo, atto solamente a fare delle
passeggiate, eppoi se ne tragga l'unica conseguenza possibile, e la
non può esser che questa: i bravi giovani erano decisi a giocare di
tutto per raggiungere il loro scopo, e possedevano tempra, da
reputarsi più che miracolosa in questi tempi di unversali debolezze e
di codardia inesprimibile. Certo che chiunque avesse veduto quel
piccolo legno, sbattuto in mezzo agli spaventevoli cavalloni, sempre a
un pelo per far cuffia, sempre frisando gli scogli, sempre a pochi
passi dalla morte, non poteva fare a meno di esser colpito da tanta
sublimità, da tanta abnegazione, da tanto coraggio... Oh! non mi si
dica, che ai dì d'oggi l'antica virtù è un mito nel mondo... oh! no...
la virtù esiste: sarà a bella posta obliata; si tenterà di farla
passare per pazzia, ma a dispetto di chi non lo vuole, essa trova
sempre dei seguaci, dei seguaci che vivono e muoiono ignorati, ma che
sono anche troppo superbi per ottenere tale oblio, nel secolo in cui i
ciarlatani di professione, i codardi e colpevoli servitori delle corti
e del vizio sono portati in palma di mano da una folla più di loro
codarda e colpevole! La virtù la vìve, ma per volerla rintracciare,
bisogna andare tra quella gente che è posta in quarantina dalla
società degli uomini serii, bisogna rintracciarla nei bassi fondi
sociali, tra la gente che soffre, lavora e muore di fame; simile in
tutto alle perle che non si trovano che tra la melma.
Il vento impetuosissimo, i marosi che in conseguenza di questo avevano
raggiunto tutto ciò che può esservi di più orribile per il marinaro,
l'albero maestro troncato costrinsero i nostri giovani amici a
fermarsi a Vada, piccolo paese della Maremma, distante a dir molto
mezza giornata di cammino da Livorno.
Attorniati immediatamente dai carabinieri, essi dovettero ai
sentimenti generosi dei buoni popolani di lassù, il potersi ridurre in
salvo: si rifugiarono diffatti in un'abbaino, alle cui finestre non
erano imposte, nè vetri, e che aveva tanto basso il soffitto da
costringere chiunque v'entrasse, ad andarvi carponi. Vi doverono star
sette giorni: senza un pagliericcio, senza un brodo che loro
ravvivasse le forze già esauste; costretti a dormire, l'uno l'altro
abbracciati, per scongiurare la veemenza del freddo Siberico,
confortandosi e prendendo animo all'idea del santissimo sacrificio che
per santissimo intento essi in quel mentre facevano, passarono in
quella dolorosissima situazione degli istanti divini.
Riattato il piccolo navicello, essi a notte inoltrata poteron
ripartire: a bordo vi erano viveri, ma essendo durato il viaggio per
altri sedici giorni, i futuri difensori della repubblica, soffrirono
anche la fame ed arrivarono sfiniti, cascanti, dopo cento altre
peripezie a Bastia.
Nella capitale della Corsica, Rossi, Piccini, e i compagni, trovarono
una perfidissima accoglienza: tutti ci dichiararono umanimemente che
quegli abitanti, devoti alla causa Napoleonica, appena che ebbero
odorato, che i giovinetti, sbarcati dal quel navicello, stracciati, ed
in cattivissimo, stato, erano dei Garibaldini, non fecero che
guardarli in cagnesco, non risparmiando loro certi atti villani, che
sarebbero stati degnamente rintuzzati, se in quei momenti ragioni
potentissime non avessero consigliato sangue freddo e prudenza.
Ricevuti come cani alla prefettura, trattati, quasi come pazzi al
comando di piazza, guardati con diffidenza dal _Mair_, essi non si
perdettero di coraggio e fiduciosi nel proverbio che l'importuno vince
l'avaro, tanto almanaccarono, tanto scombussolarono, usando ora buone
maniere, ora sgarbi, pregando e protestando, che alla fine furono
imbarcati sopra un piroscafo, e inviati a Marsiglia, dove si erano già
costituiti i due celebri comitati Garibaldini.
Credendo dì aver toccato il cielo con un dito, i bravi nostri amici
salutarono Marsiglia, come il fanciullo che si è perduto nel bosco,
saluta il cammino della casa paterna. E furono accolti a braccia
aperte dal Comitato, ed i membri di questo furono loro cortesi
d'incoraggiamenti e di belle parole; nè quando accamparono il loro
desiderio di partir prontamente, fu fatta l'obiezione più piccola...
Meno male che la fortuna qualche volta corona felicemente gli sforzi
di chi ha sofferto--Pensavano i nostri, entusiasmati..--Oh sì, che la
pensavano bene! Essi non erano giunti che alla prima stazione del
Calvario che doveva menare, qualcuno di loro alla morte, e credevano
invece di aver preso possesso della terra Promessa.
Frapolli aveva in quell'epoca il suo quartier generale a Chambery, e
già stava instituendo un primo battaglione di fanteria a Montmèlian
nell'estrema Savoia. Là furono diretti i nostri amici, i quali, non
sapendo ancora, quanto fosse discorde il celebre grande Oriente della
Massoneria dai disegni del Generale, andarono alla loro destinazione,
allegri e contenti, con la ferma convinzione di raggiungere tra pochi
giorni, l'invitto capo dell'armata dei Vosgi.
Arrivati alle loro destinazione essi trovarono tra i componenti del
battaglione lo Stefani, venuto via pochi giorni avanti di Firenze.
Quattrocento giovinetti erano già adunati, ma nessuno di loro aveva
arme, nessuno di loro aveva il più piccolo distintivo che potesse
contrassegnarli, come soldati. I superiori, si sfogavano, a rammentare
ogni giorno, che presto anche loro sarebbero andati in prima linea, e
intanto esortavano i dipendenti a fare delle esercitazioni, le quali
tutte, si compendiavano in gite di 15, 16 e persino 20 chilometri, su
quei monti, dove la neve si alzava sette o otto metri dal suolo. I
continui strapazzi, tutti infruttuosi, il rigido clima di quelle
alpine ragioni influirono maledettamente sulla salute di quei poveri
diavoli di cui molti ne andarono allo spedale, mentre gli ufficiali
passavano allegre serate, ravvivati da cene Lucullesche, che il loro
capo scroccava ai buoni Massoni di quelle montagne; ragione questa per
cui ogni ufficiale che dipendeva dal buon Frapolli si faceva di subito
iniziare ai misteri della Massoneria!
Fu dato il comando del battaglione al Perla, a quest'eroe che ora è
una delle più belle figure nel Panteon dei martiri della libertà:
Perla, valoroso soldato delle nostre guerre dell'Indipendenza,
patriotta di romana virtù, comandando una frazione del microscopico
esercito del Frapolli, non si rese certamente complice dei bassi
intrighi del suo superiore, e lo mostrò chiaramente quando tra i
primi, raggiunse la legione del Garibaldi tra cui doveva incontrare
così gloriosamente la morte.
Rossi, Piccini, Stefani, in ricompensa di aver servito altre volte,
furono fatti sergenti, ma il tempo passava (erano già scorse due
settimane) e ancora non si veniva a capo di nulla; unica cosa fatta,
fu l'abbigliamento per i volontari: i giovani cominciavano a
mormorare: le notizie degli scontri che aveva sostenuto Garibaldi
erano giunte fin là, e troppo repugnava a giovine gente restare in un
deposito, mentre i fratelli si misuravano coll'inimico e spargevano di
nobile sangue gli ubertosi vigneti della Borgogna.
Tutte le sere in caserma succedevano concitatissime conversazioni; si
proferivano gridi che non erano certo d'ammirazione per i comandanti;
si fischiavano gli accaniti difensori degli ufficiali, era insomma una
confusione da metter pensiero a chi era incaricato di condurre tutta
quell'accolta di gente: una di queste sere, proprio all'impensata,
capitò a Montmelian Frapolli ed ordinò una rivista per il giorno
dipoi.
Dopo aver squadrato, così per pretesto, ad uno ad uno i suoi
dipendenti, il Frapolli fece formare il quadrato, e piantandosi in
mezzo alle file, sciorinò tutto d'un fiato un lungo discorso, dove chi
capì un acca potè chiamarsi ben fortunato. Parlò di trame e di
cospirazioni, protestò di esser calunniato, di andar d'accordo con
Garibaldi, ma che però non bisognava sposarsi a quest'ultimo, poiché
dei guerrieri bravi ce ne erano anche più di lui, poiché era succeduta
la rivoluzione anche nell'armi e nella strategia e che perciò ci
voleva gente nuova.
Un lungo mormorio ed anche qualche fischio accolsero le strampalate
parole del generale, che alzando, bruscamente le spalle e borbottando,
non so quali inpertinenze, si ritirò seguito dal suo stato maggiore.
Giunto il battaglione alla caserma, Piccini, incoraggiato e sostenuto
da Rossi e Stefani, scrisse addirittura una lettera a Garibaldi,
lettera nella, quale si metteva chiaramente a nudo la situazione e si
chiedevano consigli su ciò che era da operarsi: qualora non forse
pervenuta alcuna risposta i tre amici avevano deciso di disertare.
Come furono lunghi i cinque giorni d'aspettativa! quante polemiche,
quante questioni anche serie non accaddero in quel breve lasso di
tempo! i soldati cominciavano a perder la fiducia nel loro capo,
dacché subodoravano che tra lui e il grande Italiano non ci era più
quell'accordo, che solo può produrre buoni resultati; finalmente venne
il colpo dì grazia, e questo colpo fu giusto appunto la lettera con
cui Canzio a nome del Generale rispondeva a Piccini.
Frapolli vi tradisce, Frapolli è un'inviato del Governo Italiano, che
tenta di seminare la zizzania nel campo degli eroi delle libertà--Tale
era a un dipresso il sunto dello scritto di Canzio. Un fulmine e
questa lettera potevano produrre il medesimo effetto. I volontarii si
ragunarono tumultuosamente: siamo traditi: abbasso i traditori: viva
Garibaldi vogliamo partire... ecco le grida che sorgevano da tutti
quei petti, ecco le convinzioni che tutti quei giovani esprimevano
proprio all'unisono: invano gli ufficiali con preghiere, con moine,
con minaccie pretendono di far rientrare in caserma i sottoposti e di
ridurli a dovere; invano si rammenta loro la causa che sostengono e
che può esser compromessa con moti intempestivi e con deliberazioni
inprovvise: oramai tutti son rimasti troppo scottati dalle buone
parole, oramai tutti son stanchi di lasciarsi abbindolare di più; gli
ufficiali sono obbligati ad andarsene scorbacchiati e confusi; nè
potevano quei bravi avanzi delle guerre della libertà disapprovare in
cuor loro l'impazienza generosa di quei bravi ragazzi: difatti la
maggior parte degli ufficiali raggiunse poco dopo l'armata, e si portò
eroicamente: rimasero solamente quegli eroi che fanno la guerra per
diventare ricconi, che fuggono al fuoco, ma che sono i primi ad
attaccarsi i ciondoli del valor militare sul petto.
Dalla rivoluzionaria assemblea, fu conchiuso d'inviare una sommissione
al Generale e fargli noto, come idea decisa di tutti, fosse il
raggiungere i fratelli che si trovavano in faccia al nemico. Eletti a
far parte di questa commissione furono appunto i tre nostri amici
Rossi, Piccini, Stefani. Essi portaronsi immediatamente a Chambery,
dove si abboccarono col colonnello Pais, una delle onestissime persone
e dei repubblicani distinti che era rimasto acchiappato dalle reti del
Frapolli. Pais cominciò col fare qualche appunto al quartier generale,
deplorò le parole del Canzio, esortò i nostri giovani a non volere
attizzare quel fuoco, che divampando avrebbe distrutto la reputazione
di patriotti distinti e forse anche l'esito della intrapresa
repubblicana. I tre furono irremovibili: vedendo allora il Colonnello
come qualunque parola sarebbe stata vana a trattenerli, permise loro
di allontanarsi dal battaglione, anzi li pregò a presentarsi al
quartiere generale, allora in Autun, e a scongiurare coloro che
comandavano l'armata dei Vosgi a prendere una definitiva risoluzione
affinchè cessasse quel fatale dualismo che poteva condurre a così
triste, a così deplorevoli consequenze.
Accompagnati alla stazione dagli applausi di tutti i compagni, ed
imbarcatisi, dopo un viaggio lungo, anzichenò a causa
dell'interruzioni ferroviarie, i nostri amici arrivarono al capoluogo
del Giura, alla città che fu culla del noto Mac Mahon, e senza por
tempo di mezzo, si recarono alla sede del quartier generale.
Lobbia e Canzio accolsero i nuovi venuti più che se fossero amici,
proprio come se fossero stati fratelli. Tutti erano indignati per il
contegno tenuto dal Frapolli: difatti nessuno poteva farsi una ragione
del come quest'uomo daccordo coi Comitati accaparasse per se tutta la
miglior gioventù che veniva d'Italia, e la forzasse all'inazione, alla
vita coruttrice della caserma e della guarnigione, mentre il generale
Garibaldi non faceva che raccomandarsi a tutte le parti, perché gli
inviassero dell'uomini. No! Non erano induzioni fallaci, non erano
calunnie, quelle che si formulavano sopra quest'uomo. La ragione
ridicola che accamparono alcuni miei amici, svanisce davanti al primo
soffio del più volgare buon senso. Frapolli, dicevano questi, vuol
risparmiare il sangue di tanti generosi: ha preso il grado di generale
per impedire degli inutili combattimenti; Frapolli a tale scopo è
stato inviato dalle Massonerie. Io non voglio credere che
un'associazione che ha per base l'amore del vero e dell'umanità, abbia
non che autorizzato, permesso, che uno dei suoi più influenti fratelli
la facesse o da Don Basilio o da Arlecchino in momenti in cui il
sangue correva a ruscelli e in cui si poteva finalmente risolvere il
gran problema dell'emancipazione dei popoli. Io credo coi più, che
Frapolli non fosse che un'ambizioso di bassissima lega; un innocuo
coniglio che per poco tempo si era provato a indossare una veste da
leone, che aveva riconosciuto troppo pesante per lui; un ciarlatano
qualunque, uso in Italia a recitare due parti in commedia, deputato e
tribuno, scenziato e generale, capace di tutto fuori che di far tacere
la sua sperticata superbia, ed a combattere sotto gli ordini di chi ne
sapeva più di lui, di chi più di lui ne aveva il diritto.
Canzio in special modo era irritatissimo: disse ai nostri amici che a
giorni sarebbe partito, come infatti partì, per condurre via tutti gli
uomini che erano adunati a Chambery e a Montmelian.
Rossi, Piccini, e Stefani non vollero tornare donde erano venuti,
quantunque loro si facessero conoscere delle prospettive di
avanzamenti sicuri; troppo contenti di aver finalmente raggiunto
Garibaldi, di aver potuto riabbracciare i vecchi compagni d'arme e di
trovarsi con loro, essi si strapparono i galloni di sergente ed
entrarono semplici soldati nella compagnia dei Carabinieri Genovesi,
compagnia che si costituiva allora sotto gli ordini del distinto
capitano Razzeto.
Dopo due o tre giorni il quartier generale erasi trasferito a Digione
ed i tre nostri amici, insieme al prode comandante dell'armata dei
Vosgi (chè la compagnia dei Carabinieri Genovesi mai si staccava da
lui) erano venuti in questa città.
Tale a un dipresso fu la narrazione che a pezzi e bocconi strappammo
durante il desinare ai nostri compagni, che si mostravano di un
buon'umore e di una gaiezza invidiabile. Entrarono nella trattoria e
si unirono con noi Mecheri e Ghino Polese, appartenenti ambedue alle
Guide, e già in Francia ambedue fino dai primi principii della
campagna. E qui furono lunghi discorsi, domande spesse, ripetute, alla
maggior parte delle quali era impossibile dare una risposta, tanto
rapidamente le si succedevano; era una conversazione briosa,
scapigliata, attraente; e a renderla più allegra e più rumorosa
influiva non poco lo squisito nettare, che producono i vigneti della
Côte d'Or, incantevole soggiorno per chi adora il dio Bacco.
Prometto che sarà l'ultima volta che mi perdo nel cantare le glorie
del vino; hanno ragione, purtroppo coloro, che dicono che noi abbiamo
troppo presenti le libazioni che abbiamo fatto nell'ospitale Borgogna,
e che ad ogni poco io apparisco più un ubriaco che uno scrittore: ma
mi crederei uno scrittore macchiato della più nera ingratitudine, se
io non ti rammentassi o liquore color d'ambra, che c'ispirasti tante
magnanime idee, che ci mantenesti in tanta salute per la modica somma
di cinquanta centesimi per bottiglia, mentre qua adulterato, bisogna
pagarti tre o quattro franchi..
Noi secondo l'abitudinaccia nostra si diceva male di tutto e di tutti,
si stroncava per passatempo qualche reputazione, si prendevano in
burletta certe cose che, convengo pel primo, sarebbe stato assai
meglio pigliare sul serio. Le nostre lingue sono un po' lunghe...
d'altronde è un difetto organico, che si sviluppa frequentando la
società!... Il Rossi soltanto non prendeva parte alcuna alle nostre
maldicenze; anzi con fare affettuoso e paterno ci faceva delle
reprimende che per lo più terminavano in lirismi ed in voti di
esagerate speranze per l'avvenire. Il Rossi aveva la fede e l'energia
di un apostolo, la fermezza di un cospiratore, il fanatismo del
martire. Sempre eguale a se stesso: nella sua officina a Firenze,
nelle prigioni che spesse volte aveva assaggiato per non voler troppo
bene al presente ordine di cose, nei combattimenti dove aveva a
incontrare poco dopo tanto gloriosamente la morte, egli avrebbe
creduto di peccare smentendo se stesso, anche così per far chiasso in
una conversazione d'amici. A sentir lui era certo il trionfo della
repubblica, non solamente in Francia ma in un'altro paese dove egli
era sicuro che Garibaldi ci avrebbe portato appena distrigati gli
ultimi conti coi fedeli alleati della Grazia di Dio. Figuratevi in
quella combriccola di scapestrati, quale effetto facessero le parole
calme, dolci di questo giovine la cui perdita ha lasciato tanto voto
nelle file dell'esiguo partito democratico della mìa bella Firenze.
È inutile: il Rossi parlava come un santo, ma quella sera doveva
essere baccano: si festeggiava il nostro arrivo e non poteva essere a
meno!... Squaglia, Baldassini, una caterva di Livornesi ci
raggiunsero, e tutti insieme rammentandoci le vaghe colline della
nostra Toscana, il nostro bel cielo, il volto delle nostre ragazze,
idealizzato dalla lontananza, le chiassose baldorie e le ribotte di un
tempo, incominciammo a intronare quegli stornelli, che si sentono
tante volte sulle labbra gentili delle nostre donne del popolo:
stornelli d'amore, malinconici come il ricordo di una svanita
illusione, modesti e simpatici come i fiorellini dei campi che l'hanno
ispirati, poeticamente rozzi, come coloro che senza alcuna istruzione
l'hanno composti.
Dagli stornelli passammo alle ardenti canzoni ed agli inni: la
Rondinella di Mentana, l'inno di Garibaldi, la Marsigliese... Era la
voce dell'Umanità e della Patria, che sorgeva gigante ad oscurare
quella della città e della famiglia, e che in mezzo alla orgia ci
faceva ricordar di essere uomini.
Escimmo cantando: quella sera ci si sentiva felici: i popolani si
accalcavano al nostro passaggio e ci accompagnavano coi loro applausi:
noi italiani in Francia abbiamo molta fama musicale, molta più di
quella che ci si merita: qualcuno di noi per esempio stuonava più di
un secondo tenore del teatro Nazionale, eppure sentimmo ripetere che
mai coro più accordato del nostro erasi sentito in Digione... Chi si
contenta gode!
L'orologio battè mezzanotte: l'ora era più che canonica: bisognava
ritirarsi: Rossi che voleva sapere l'andamento generale delle cose
d'Italia, e i progressi, che vi aveva fatto l'idea, e come le masse
accogliessero le notizie di Francia, volle in tutti i modi
accompagnarci a casa.
Povero Rossi!... Venne con noi, cominciò a domandare... ma noi con
poco rispetto attaccammo un sonno da paragonarsi solamente a quello di
un lettore delle Perseveranza, ed egli continuò a gestire, e
scalmanarsi per una buona mezz'ora, in mezzo alle note più o meno
sfogate delle nostre trachee cambiate lì per lì in contrabbassi.