Lione era seria; non il brio di Marsiglia per le sue vie sempre
affollate di popolo, non il più piccolo movimento d'allegria negli
eleganti caffè: moltissimi negozi chiusi, poche le donne abbigliate
con galanteria ed anche queste non curate; un affacendarsi continuo
vicino alla prefettura ed alla Mairie per sapere i dispacci, per
strappare la notizia più piccola agli uscieri, ai galoppini, a qualche
soldato. Quasi tutti coloro che si incontrava, avevano il berretto da
guardia nazionale, alcuno non abbandonava mai il fucile; tutti poi
erano muniti di sciabole o di pistole; vedemmo diversi a braccetto
delle loro mogli, armati fino a denti, agitarsi a mo' degli ubriachi e
vociare a squarciagola: _Ah,., si viennent les Prussiens!_,... Era
proprio così; nessuno si sarebbe mosso per andare a incontrare il
nemico, ma guai a lui se avesse osato di presentarsi fiu sotto le
mura!
Le fortificazioni si rinforzavano; sulle piazze si vedevano parchi
d'artiglieria, e capannoni di legno che servivano di rimesse ai
cavalli; fanteria, lancieri, pollacchi, mobilizzati, compagnie addette
alle mitragliatrici...; un esercito insomma; uniformi per tutti i
gusti; una idea tale di resistenza da mettere anima in corpo all'uomo
più vigliacco del mondo--Ma come mai ne hanno buscate--Si diceva tra
noi--con tutti questi soldati che abbiamo veduto in due giorni?
Spuntava in qua e là, ma raramente, per le vie anche qualche berretto
da Garibaldino.
--E come mai siete qua?--Domandammo ad uno di quelli che ci avevano
colpito con tale sorpresa.
--Siam qua con Frapolli--Ci rispose questi ingenuamente.
--O perché non raggiungete il generale?
--Lo raggiungeremo quanto prima.
--E chi ve lo ha detto?..
--Il nostro capo!
--Ed è qui in Lione il vostro capo?
--Sì.. oggi anzi è a un banchetto Massonico.
--Questo ci fa piacere!.. I Francesi a quel che pare, trattano bene
gli Italiani..
--Oh! In quanto a cotesto non ci è da fare eccezioni... Si figurino:
in quattro mesi sarà il centesimo banchetto a a cui assiste il nostro
generale... e quando ci ha menato anche noi, le abbiamo fatte noi pure
le belle strippate e le belle bevute!
--Empitevi tutti!--Esclamai io un poco irritato--Empitevi e così
serbando la pancia ai fichi, mentre i vostri fratelli arrischieranno
la vita per battere i Prussiani, voi batterete i pasticciai e il
Bordeaux risparmiando dell'esistenze così utili all'umanità
pericolante.
Il nostro interlocutore non mi rispose, ci disse addio e se ne andò:
noi pure ce ne andammo verso una trattoria, dove mangiammo in fretta e
furia per poter dare un'occhiata alle bellezze principali della città.
Per tutto dove andavamo si trovava una piccola cassetta, su cui in
grossi caratteri era scritto: _Sécours aux blessées_; per tutto dove
andavamo per lo spaccio delle manifatture non vedevamo che donne: ciò
non ci recò alcuna sorpresa, perché anche nella scioperata Marsiglia,
avevamo veduto adottato lo stesso sistema. In Francia non si vedono
come da noi degli uomini incaricati di dar sigari agli avventori, di
misurare le tele, le stoffe, di contare i punti del biliardo, di fare
insomma tutte quelle piccole cose che possono esser fatte benissimo da
donne e che troppo impugnano al posto che l'uomo deve avere in società
a causa della di lui forza, e delle di lui attività. Gli uomini
lavorano nelle fabbriche, passano le loro giornate nelle officine,
accudiscono ai loro interessi, ma non tolgono certi lavori da nulla
alle femmine, ma si vergognerebbero ad esser impiegati in certe
funzioni, che si compiono oziando.
La sera si avvicinava; noi prendemmo direzione verso la ferrovia:
passando sul _quai_ sul Rodano (passeggiata che ci rammentava Firenze
e i nostri lungarni) facemmo una breve sosta ad una taverna per bere
un bicchiere di vin caldo.
Qui vedo il lettore alzare le spalle, farmi il viso dell'arme e
susurrare stizzosamente: «Ma dunque non facevate che bere?... E invece
di vergognacene ora ve ne fate bello, come se ciò costituisse una
delle più predilette occupazioni della vostra esistenza». Non vi nego
quest'ultima verità: per me il generoso umore della vite è il solo
amico dell'uomo; per lui si dimenticano gli affanni, le codardie, le
ignominie di questa società di buffoni, per lui i tradimenti amorosi
finiscono col non farci nè caldo, nè freddo: per lui germogliano a
mille e mille nel cuore le magnanime idee, e nel cervello le ardite
concezioni. Chi sa dirmi quante idee ci sono in un fiasco di vino?...
Esclamava il compianto Ugo Tarchetti, uno di quei _perduti_ che cadono
avvizziti per esuberanza di cuore; noi lasciamo al buon Evio le
ispirazioni delle quali era così prodigo a Orazio e a Plutarco, noi
gli chiediamo solamente l'oblio.
Nella stanza di aspetto della ferrovia, dove ci riducemmo quasi
subito, al nostro arrivo si aggirava una folla stragrande: quel
movimento c'inebriava: in un canto del salone noi vedemmo un gran
cartello dove a caratteri cubitali era scritto: Qui si dà da mangiare
e da bere ai soldati di passaggio. Credo inutile il dire che
quell'appello non trovava dei sordi; intorno a quella porta era
un'accalcarsi, specialmente di _mobilizzati_ da far rabbia: a onor del
vero anche qualche Garibaldino non fece il restìo: l'amico disertore,
da volpe vecchia, rinnovò un par di volte, e ci magnificò poco dopo la
squisitezza dei cibi, il gentile contegno ed i modi aggraziati delle
belle ragazzine che li distribuivano, la succulenza dei _consommés_ e
delle gelatine, apprestate per i feriti, ma che egli aveva assaggiato,
facendo lo zoppo. L'esempio dì lui venne tosto imitato da moltissimi
dei nostri commilitoni: una valanga di storpi e di zoppi si rovesciò
sul desco, dove le vivande erano apprestate; una tal cosa mi fece
provare una forte repugnanza, e mi fece disperare di quei soldati che
mentivano per una zuppa. Fortuna che al fuoco si portarono dappoi
tanto eroicamente da farmi attribuire a semplice giovanile vaghezza,
quello che in quel mentre mi aveva prodotta un'impressione tanto
spiacevole! Se da un lato avevamo questo brutto spettacolo, dall'altro
lato però ci consolava la vista ed il cuore un esempio di carità
cittadina, che vorrei potere eternare. Questo esempio ci veniva dato
da donne; già la più bella metà del genere umano fu, è, e sarà sempre
in prima linea laddove trionfa sovrana la santa religione
dall'affetto.
Cinque, o sei signore, tutte vestite di nero, tutte colla fascia al
braccio, distintivo dell'ambulanze, giravano per ogni verso, si
affaticavano a far complimenti onde raccogliere offerte per i feriti.
Il portamento distinto, il loro modo gentile di chiedere, la squisita
educazione che trapelava dai loro discorsi più inconcludenti ci resero
certi che quelle donne appartenevano ad elevatissimo rango: stuzzicare
la sensibilità, mettere in opera anche un po'* dì civetteria per fare
più quattrini per i poveri diavoli che scontavano la pena di aver
troppo amato la patria e l'umanità... ecco quale era lo scopo di
queste generose, e si sforzavano di raggiungerlo con la abnegazione
dell'apostolo, colla poesia che suole essere ispirata dall'idea di
fate un'opera buona.
Bisognava vedere con che grazia le vi levavano di tasca il denaro!...
se un ministro delle finanze avesse di tali esattori il nostro
impareggiabile pareggio sarebbe pareggiato!.... bisognava vederle
queste care donnine, abituate all'atmosfera profumata dei saloni, al
linguaggio adulatore dei felici del mondo, bisognava vederle, ripeto,
discorrere confidenzialmente coll'operaio dalla giubba sdrucita, colla
popolana i cui vestituccì emanavano degli effluvi tutt'altro che
aristocratici, ringraziarli con amabile sorriso, infonder loro
speranza, promettere di occuparsi dei loro cari che erano al campo,
stringer loro cordialmente la destra.
Spiccava sopra tutte le altre per autorità una vecchia matrona: una di
quelle matrone dell'antico stampo, che fedeli alle tradizioni
cingevano la spada ai loro figliuoli, quando si trattava di difendere
il re e la patria; la di lei fisonomia avrebbe ispirato rispetto
all'uomo più screanzato del mondo. Passò vicino a me, io le feci cenno
dì avvicinarmisi e nello stesso tempo mi avvicinai verso di lei.
--Cosa bramate?--Mi domandò per la prima.
--Vorrei fare la mia piccola offerta--Apro una parentesi; la mia borsa
sì era rafforzata di poche lire, datemi da mio fratello che
fortunatamente non aveva preso parte alle nostre poetiche smancerie di
Marsiglia.
--Ma voi siete soldato?--Mi disse con meraviglia la signora--voi pure
potrete esser ferito....
--Speriamo di no!
--Ve lo auguro... Ma perché espropriarvi di una somma che può farvi
comodo?
Provai un leggero imbarazzo; la mia scappata poteva costarmi salata:
la mia dignità m'imponeva un ultimo sacrifizio; si parlava di una
somma... ed era precisamente quello che avrei desiderato in quel
momento; posi mano alla borsa e diedi due lire che mi escivano dagli
occhi; ma pure tentai di richiamare un sorriso sul labbro e dissi: È
l'offerta della vedova...
--La più gradita al Signore;
--Ma non probabilmente ai feriti.
La mia interlocutrice fe' una boccaccia, e poi riprese di subito: Voi
siete Italiano?
--Sì... signora.
--Me ne ero accorto al vostro disprezzo per le cose sacre.
Rimasi di sasso; che avessi avuto anche a subirmi una romanzina in
tutte le regole? la signora difatti con voce calma, accento di madre,
cominciò a dirmi: Voi siete giovane, e son sicura che diventerete un
bravo soldato, ma anche voi pur troppo siete affetto dalla malattia
che condurrà a perdizione il vostro bel paese. Ma che vi ha fatto quel
povero vecchio di Pio IX per entrargli nella sua città a forza di
cannonate, per tenerlo prigioniero nel Vaticano?--E perché prender
Roma? Non è dessa la città di san Pietro, del Cattolicismo, di tutti
coloro che si son dedicati a questa sublime religione che ha per
precetto di dimenticare le offese, di amare tutti come noi stessi, di
sollevare quelli che soffrono?
Un amico un pochino più scettico di me, presente al colloquio, mi
susurrò negli orecchi: Questa non è una donna, è un priore di
campagna.
Io invece che non credo a nulla, compresi quello che passava nel cuore
della vecchia signora, e piuttosto che attaccare una disputa con una
che aveva tutta la poesia della fede, che mi simpatizzava per il modo
con cui ne faceva propaganda, mi contentai di dirle che non si andava
daccordo.
--Io torno alle mie elemosine--Allora la mi replicò--spero però che
resteremo amici!
--Sarò onorato di una tale fortuna.
--Se restate in Lione...
--Io parto stasera!... Ed ecco ci è là il nostro tenente che ci fa
cenno di seguirlo.
--A rivederci... A rivedervi colla commenda... e vestito da capitano!
--Potevate dire addirittura da generale!
--E perché no?... Il soldato francese ha in tasca il bastone da
maresciallo!
Io mi rammentai che ci avevo pochi soldi soltanto e mi passò la
poesia. La signora sorridendomi si era allontanata.
--Dove si va tenente?
--Non so, se a Autun o a Digione.
--Come... lei non lo sa?... O per che direzione si parte?
--Ma!...
--O chi ce lo deve dire?
--Il quartier generale doveva trasferirsi a Digione, non so se abbia
avuto ancora luogo un tal trasferimento. Lo dimanderemo al capo
stazione.
--Al capo stazione!...--Si ripetè tutti meravigliati--Per vedere di
queste cose bisognava venir proprio in Francia! E in Italia che
dicevamo nel 1867 di aver raggiunto l'apice della confusione! Un
innocentissimo capo stazione ridotto lì per lì a capo di stato
maggiore per provvedere al movimento dei corpi che son di passaggio,
ci riesciva proprio nuova di zecca!
E qui al solito tutti i discorsi di convenzione che si ripetono in
tutte le campagne.
--E se il capo stazione ci tradisse?
--E se fosse una spia dei Prussiani?
--O anche che non ne sappia nulla sarà un bel lavoro!
--Ma chi è quest'imbecille di tenente che non prende nemmeno ordini?
--Ve lo diceva che era anche lui della cricca!
--Già... e ora cerca tutti i mezzi per farci restar con Frapolli.
--Abbasso Frapolli!
--Abbasso il tenente!
E qualcuno gridò anche: Abbasso il capo stazione!... Povero uomo!...
come ci apparve impappinato quando si vide fatto segno di quel fuoco
di fila d'interrogazioni, alla maggior parte delle quali non sapeva
cosa rispondere!
--Li assicuro che Garibaldi è a Digione--Badava a protestare.
--Allora a Digione!--Gridammo tutti.
--A Digione--Ripetè, come eco, il duce nostro!
--Ma non so--Riprese il capo stazione--no so, se ci potranno arrivare,
se le linee saranno libere... tante volte i Prussiani... sono così
accidentati quei soldatacci di Bismark!
--Eh! non importa... noi si va.
--Faccian loro!
--Arrivederlo e stia bene!--E tutti via di corsa in un treno che era
lì pronto.
--Ma dove vanno, dove vanno signori?--Gridava con tuono di
raccomandazione quella povera vittima dell'ignoranza del tenente e dei
nostri capricci--Quel treno lì va a Marsiglia: montino in quell'altro!
--Sanno, cosa è--Proferì stizzosamente allora il nostro
accompagnatore--io con loro non ci voglio star più, e me ne lavo le
mani fino da questa momento: ecco la loro paga.
Nessuno protestò; nessuno scongiurò il tenente a ritirare quello che
aveva detto; ma egli, dopo averci dato un franco a testa, montò per il
primo in un vagone di prima classe, mentre noi fummo di nuovo pigiati
in una di quelle gabbie che a vederle sembrano molto più atte a
ricettar delle bestie che dei Cristiani... o degli Ebrei.
Il benefico Morfeo, ausiliato potentemente dalla fatica e dallo
strapazzo che ci avevano martoriati in quei giorni, scosse i suoi
papaveri intorno a noi, che ci addormentammo saporitamente. Con qual
voluttà si dormiva! non il più piccolo sogno, nè piacevole nè triste,
veniva a turbare la nostra quiete di morte: come si deve esser felici,
quando siam morti! Non sentire, non vedere più nulla, esser nulla...
ecco quello che devono anelare le anime generose, trambasciate,
sbattute in quest'orrenda burrasca del mondo, dove giungono a
salvamento solamente gli ipocriti e i vili.
Un urtone rompe l'incanto di quella calma. Che è? Siamo giunti a
Tournus: sono le nove e bisogna trattenersi fino alle due. Meno male
che troveremo qualche caffè, qualche bettola, pensammo tra noi e forse
potremo anche riposare su coltri più o meno sprimacciate quattro ore.
»Chi mi darà la voce e la parola,
Per stimmatizzare degnamente questo iniquo paesucolo, in cui ci faceva
capitare la nostra malvagia fortuna. Io consacro Tournus
all'esecrazione di tutta la gente per bene; io auguro ai di lei
cittadini che il naso ghiacci loro, come ci si era ghiacciato a noi
quella sera.
La camera dei deputati quando parla Michelini è il luogo più popolato
del mondo appetto a Tournus: noi non ponemmo vedere un abitante;
picchiammo a due o tre osterie, non ci vollero rispondere: tirammo
pedate da orbi alle porte, vennero i gendarmi a pregarci gentilmente
che si smettesse; non un caffè aperto, non una finestra illuminata,
non il minimo indizio di vita. Persino l'orologio del campanile della
chiesa. maggiore era fermo e segnava le sette.
Nel mentre che noi avevamo dormito in vagone, la neve era cominciata a
cadere ed ora ricopriva col suo bianco lenzuolo tutte le circostanti
pianure; il freddo, il malessere in cui uno si trova quando viene
svegliato di soprassalto, il desio intenso di bere che ci
accompagnava, come l'angelo custode accompagna un cattolicone di
quelli coi fiocchi, ci avevano procreato un'arsione, come se si fosse
attraversato il deserto; e anelavamo un centellino di vino, come in
circostanze normali si anelerebbe un milione.
I cittadini di Tournus non dovevano aver molto in pratica l'Evangelo;
_battete e vi sarà aperto,_ diceva il divino maestro, e noi battemmo
colle mani, coi piedi, colle mazze: battemmo ovunque eravi un'insegna
d'albergo e di trattoria, nessuno ci rispose: in qualche casa si
sentiva metter la spranga. Tornammo tutti sconsolati alla stazione: la
trovammo piena di gente sdraiata, che cantava in coro una litania
d'invettive all'indirizzo di questo sconsacrato paese.
--Ma non vi è un _Restaurant?_--Domandammo a una guardia.
--Una volta ci era...
--Ed ora!
--Lo chiusero al principiar della guerra!
--E per bere come si potrebbe fare?
--Uhm!... Guardino là ci è una vivandiera.
Guardammo verso il punto che ci accennava quell'uomo e vedemmo difatti
un pezzo di ciccia del peso di un centinaio di chilogrammi:
quest'informe ammasso di carne in sottanina e cappello con piume, ci
sembrò bella come un angelo, come l'Angelo che insegnò alla povera
Agar la benefica polla che doveva rinfrancare di spirito e di vita
l'assetato Ismaele. Le chiedemmo da bere...
--Non ce ne ho che pochi bicchierini... ma sono per quelli della mia
compagnia.
--Va benissimo!... Borbottammo noi, emettendo un sospiro, che non
poteva sembrare enigmatico a chicchessia!
--Meno male che poco ci abbiamo da attendere!--Esclamò uno di noi.
Aveva appena terminato di dirlo, quando venne una guardia e
coll'accento più naturale del mondo ebbe il coraggio di dirci: Il
treno di Lione è in ritardo, bisognerà che aspettino altre due ore.
Noi eravamo prostrati... Andammo alla pompa che è lì a pochi passi per
rinfrescare la macchina: uno si mise a tirare come un facchino e gli
altri bevettero, bevettero con rabbia, quasi per protestare che, se la
fortuna ci era avara di vino e di liquori, essi se la ridevano di lei
e gliela facevano in barba. Poi si andò nel magazzino, ci sdraiammo
alla meglio su certi cassoni che vi erano e sonnacchiammo malamente
quelle maledettissime due ore.
Il fischio della locomitiva ci richiamò a noi stessi e dopo pochi
minuti eravamo tutti al nostro posto. Già da vario tempo avevo
cominciato a inebriarmi delle mille fantasmagorie che sogliono
produrre i beati momenti del dormiveglia, quando il treno si fermò; e
vidi baluginare dentro il nostro vagone, all'incerto chiarore del
lumicino, due fisonomie eteree, due di quelle fisonomie che ti
strappano di bocca un grido di ammirazione, tanto le ti sembrano
sovrumane: senza trarre il respiro, io le contemplava estatico e
pensavo che seguitasse una di quelle belle visioni che tanto mi
avevano entusiasmata la testa, pochi momenti innanzi: ma quale non fu
la mia meraviglia, allorché io sentii posarmi sulle spalle una manina
gentile, allorché un alito profumato mi carezzò dolcemente la
faccia?--Ma è egli vero quello che si svolge davanti a
me?--Riflettevo, quando una vocina simpatica, che mi s'insinuava
proprio nel cuore, mi rivolse queste parole:
--Tenete... Voi dovete averne bisogno.
E del pane, del salame e una bottiglia di vino generoso furono
lasciate a nostra disposizione da quelle simpatiche fate.
Eravamo arrivati a Macon, e le signore addette all'uffizio del
soccorso ai feriti, portavano, come d'ordinario, qualchecosa per
ristorare i soldati di passaggio.
Erano le sei della mattina: faceva un freddo tremendo, persino i
vecchi soldati, imbacuccati fino alla punta del naso, sbraitavano
contro una stagione sì perfida, e quelle donne, e quelle signorine
erano là da tutta la notte, portavano quell'immensi canestri con una
disinvoltura e con una grazia che forse si vede adoprare da chi porta
un mazzo di fiori: gelavano dal freddo, ma pure sorridevano: morivano
dal sonno, ma pure avevano una parola di conforto, una di speranza per
noi.
Ah! La donna!.. I miei lettori avranno osservato che io non l'ho punto
risparmiata ai Francesi, che io ho detto di loro tutto quello che
sentivo, che ho esposto alla libera le mie impressioni sul loro
contegno, e che l'ho chiamati degeneri, corrotti, indegni della fama
che si erano scroccati in Europa, ma in quanto alle donne bisogna
convenire, che avevano tutta l'abnegazione, tutti i riguardi, tutte le
doti, tutte le delicatezze di una madre, e tutto il coraggio delle
donne spartane: coraggio che le ha spinte a curare in prima fila i
feriti, e che poi ha fatto loro incontrare la morte sulle barricate,
quando Thiers ha iniquamente schiacciato e soffocato nel sangue la
generosa Parigi.
Ah! non si chiamino utopie gli sforzi generosi di certi publicisti che
vogliono collocare la donna nel posto che le si spetta: le donne hanno
già fatto abbastanza per mostrarsene degne, che anzi alla prova io le
ho vedute riuscir sempre a mille doppi dell'uomo.
Questo avvenimento, così inopinato, mi riconciliò lì per lì colla
Francia, con me, con la sorte: ringraziai alla peggio quelle vezzose
signore e mi misi a mangiare con un'appetito da cointeressato. Ci si
mosse quasi subito: i volontari salutarono con applausi fregorosi
quella città che si era mostrata tanto ospitale con noi.
Intanto albeggiava; la giornata almeno per quello che se ne poteva
preconizzare doveva essere uggiosissima: il cielo pareva di piombo, la
terra era coperta di neve, grossi stormi di corvi alleggiavano per
quei dintorni.
Sulla spianata di Baune io vidi un corazziere in alta tenuta, ritto,
stecchito al piede di un albero. Gli enormi cipressi, tutti nevicati
fuori che in punta, dove tuttora mostravansi verdi cupi, mi sembravano
tanti scheletri giganteschi col morione delle vecchie guardie i quali
ghignando sbirciassero quello omuncolo coperto di ferro e che in
faccia a loro stava nella medesima proporzione di un granello di rena
a una piramide dei Faraoni.
Dopo un'ora ci si fermava e questa volta ci si fermava
definitivamente. Per somma ventura di quei dieci o dodici lettori che
hanno avuto la più che cristiana pazienza di seguirmi fin qui, noi
eravamo giunti a Digione, a quella Digione che poco dopo doveva
illustrare il sangue di tanti prodi Italiani e che allora ci appariva
in mezzo alla nebbia coi suoi gotici campanili, colla sua semplice
guglia di San Benigno, come apparisce un'Oasi a chi si è sperso
nell'ampio deserto, come apparisce la meta allo stanco auriga che già
comincia a disperar del trionfo.
La stazione era ingombra di cannoni, di casse, dell'ambulanza, di
bagagli di tutte le dimensioni che appartenevano alle truppe ed ai
battaglioni che di poco ci avevano preceduto. Due o tre sentinelle di
guardie mobili passeggiavano per lungo sull'ambulatorio, facendo
sfoggio di una prosopopea, che te li avrebbe fatti gabellare per eroi;
d'altronde eravamo in prima linea, e quando il nemico non attacca, ci
si può prendere la scesa di testa di farla da gente feroce e
terribile,
--In rango--Gridò il nostro ufficiale con una voce da baritono molto
sfogata, e sfoderando per la prima volta la Durlindana.
Questo movimento in altre circostanze ci avrebbe fatti scompisciare
dalle risa: in quel momento eravamo troppo felici per aver raggiunto
lo scopo delle nostre fatiche, e dei nostri dolori, per poter nemmeno
prestare attenzione a questa spacconata.
_Per quattro fianco destro, avanti marchs!_
E mettendoci alla peggio per quattro, escimmo dalla stazione dietro
all'ardente condottiero, infilammo il viale dei Platani che vi
conduce, e passando di sotto all'Arco che fu inalzato ad onore dello
strenuisissimo Principe di Condè, entrammo nel capoluogo delle Côte
d'Or.