CAPITOLO VII.

Lione era seria; non il brio di Marsiglia per le sue vie sempre

affollate di popolo, non il più piccolo movimento d'allegria negli

eleganti caffè: moltissimi negozi chiusi, poche le donne abbigliate

con galanteria ed anche queste non curate; un affacendarsi continuo

vicino alla prefettura ed alla Mairie per sapere i dispacci, per

strappare la notizia più piccola agli uscieri, ai galoppini, a qualche

soldato. Quasi tutti coloro che si incontrava, avevano il berretto da

guardia nazionale, alcuno non abbandonava mai il fucile; tutti poi

erano muniti di sciabole o di pistole; vedemmo diversi a braccetto

delle loro mogli, armati fino a denti, agitarsi a mo' degli ubriachi e

vociare a squarciagola: _Ah,., si viennent les Prussiens!_,... Era

proprio così; nessuno si sarebbe mosso per andare a incontrare il

nemico, ma guai a lui se avesse osato di presentarsi fiu sotto le

mura!

Le fortificazioni si rinforzavano; sulle piazze si vedevano parchi

d'artiglieria, e capannoni di legno che servivano di rimesse ai

cavalli; fanteria, lancieri, pollacchi, mobilizzati, compagnie addette

alle mitragliatrici...; un esercito insomma; uniformi per tutti i

gusti; una idea tale di resistenza da mettere anima in corpo all'uomo

più vigliacco del mondo--Ma come mai ne hanno buscate--Si diceva tra

noi--con tutti questi soldati che abbiamo veduto in due giorni?

Spuntava in qua e là, ma raramente, per le vie anche qualche berretto

da Garibaldino.

--E come mai siete qua?--Domandammo ad uno di quelli che ci avevano

colpito con tale sorpresa.

--Siam qua con Frapolli--Ci rispose questi ingenuamente.

--O perché non raggiungete il generale?

--Lo raggiungeremo quanto prima.

--E chi ve lo ha detto?..

--Il nostro capo!

--Ed è qui in Lione il vostro capo?

--Sì.. oggi anzi è a un banchetto Massonico.

--Questo ci fa piacere!.. I Francesi a quel che pare, trattano bene

gli Italiani..

--Oh! In quanto a cotesto non ci è da fare eccezioni... Si figurino:

in quattro mesi sarà il centesimo banchetto a a cui assiste il nostro

generale... e quando ci ha menato anche noi, le abbiamo fatte noi pure

le belle strippate e le belle bevute!

--Empitevi tutti!--Esclamai io un poco irritato--Empitevi e così

serbando la pancia ai fichi, mentre i vostri fratelli arrischieranno

la vita per battere i Prussiani, voi batterete i pasticciai e il

Bordeaux risparmiando dell'esistenze così utili all'umanità

pericolante.

Il nostro interlocutore non mi rispose, ci disse addio e se ne andò:

noi pure ce ne andammo verso una trattoria, dove mangiammo in fretta e

furia per poter dare un'occhiata alle bellezze principali della città.

Per tutto dove andavamo si trovava una piccola cassetta, su cui in

grossi caratteri era scritto: _Sécours aux blessées_; per tutto dove

andavamo per lo spaccio delle manifatture non vedevamo che donne: ciò

non ci recò alcuna sorpresa, perché anche nella scioperata Marsiglia,

avevamo veduto adottato lo stesso sistema. In Francia non si vedono

come da noi degli uomini incaricati di dar sigari agli avventori, di

misurare le tele, le stoffe, di contare i punti del biliardo, di fare

insomma tutte quelle piccole cose che possono esser fatte benissimo da

donne e che troppo impugnano al posto che l'uomo deve avere in società

a causa della di lui forza, e delle di lui attività. Gli uomini

lavorano nelle fabbriche, passano le loro giornate nelle officine,

accudiscono ai loro interessi, ma non tolgono certi lavori da nulla

alle femmine, ma si vergognerebbero ad esser impiegati in certe

funzioni, che si compiono oziando.

La sera si avvicinava; noi prendemmo direzione verso la ferrovia:

passando sul _quai_ sul Rodano (passeggiata che ci rammentava Firenze

e i nostri lungarni) facemmo una breve sosta ad una taverna per bere

un bicchiere di vin caldo.

Qui vedo il lettore alzare le spalle, farmi il viso dell'arme e

susurrare stizzosamente: «Ma dunque non facevate che bere?... E invece

di vergognacene ora ve ne fate bello, come se ciò costituisse una

delle più predilette occupazioni della vostra esistenza». Non vi nego

quest'ultima verità: per me il generoso umore della vite è il solo

amico dell'uomo; per lui si dimenticano gli affanni, le codardie, le

ignominie di questa società di buffoni, per lui i tradimenti amorosi

finiscono col non farci nè caldo, nè freddo: per lui germogliano a

mille e mille nel cuore le magnanime idee, e nel cervello le ardite

concezioni. Chi sa dirmi quante idee ci sono in un fiasco di vino?...

Esclamava il compianto Ugo Tarchetti, uno di quei _perduti_ che cadono

avvizziti per esuberanza di cuore; noi lasciamo al buon Evio le

ispirazioni delle quali era così prodigo a Orazio e a Plutarco, noi

gli chiediamo solamente l'oblio.

Nella stanza di aspetto della ferrovia, dove ci riducemmo quasi

subito, al nostro arrivo si aggirava una folla stragrande: quel

movimento c'inebriava: in un canto del salone noi vedemmo un gran

cartello dove a caratteri cubitali era scritto: Qui si dà da mangiare

e da bere ai soldati di passaggio. Credo inutile il dire che

quell'appello non trovava dei sordi; intorno a quella porta era

un'accalcarsi, specialmente di _mobilizzati_ da far rabbia: a onor del

vero anche qualche Garibaldino non fece il restìo: l'amico disertore,

da volpe vecchia, rinnovò un par di volte, e ci magnificò poco dopo la

squisitezza dei cibi, il gentile contegno ed i modi aggraziati delle

belle ragazzine che li distribuivano, la succulenza dei _consommés_ e

delle gelatine, apprestate per i feriti, ma che egli aveva assaggiato,

facendo lo zoppo. L'esempio dì lui venne tosto imitato da moltissimi

dei nostri commilitoni: una valanga di storpi e di zoppi si rovesciò

sul desco, dove le vivande erano apprestate; una tal cosa mi fece

provare una forte repugnanza, e mi fece disperare di quei soldati che

mentivano per una zuppa. Fortuna che al fuoco si portarono dappoi

tanto eroicamente da farmi attribuire a semplice giovanile vaghezza,

quello che in quel mentre mi aveva prodotta un'impressione tanto

spiacevole! Se da un lato avevamo questo brutto spettacolo, dall'altro

lato però ci consolava la vista ed il cuore un esempio di carità

cittadina, che vorrei potere eternare. Questo esempio ci veniva dato

da donne; già la più bella metà del genere umano fu, è, e sarà sempre

in prima linea laddove trionfa sovrana la santa religione

dall'affetto.

Cinque, o sei signore, tutte vestite di nero, tutte colla fascia al

braccio, distintivo dell'ambulanze, giravano per ogni verso, si

affaticavano a far complimenti onde raccogliere offerte per i feriti.

Il portamento distinto, il loro modo gentile di chiedere, la squisita

educazione che trapelava dai loro discorsi più inconcludenti ci resero

certi che quelle donne appartenevano ad elevatissimo rango: stuzzicare

la sensibilità, mettere in opera anche un po'* dì civetteria per fare

più quattrini per i poveri diavoli che scontavano la pena di aver

troppo amato la patria e l'umanità... ecco quale era lo scopo di

queste generose, e si sforzavano di raggiungerlo con la abnegazione

dell'apostolo, colla poesia che suole essere ispirata dall'idea di

fate un'opera buona.

Bisognava vedere con che grazia le vi levavano di tasca il denaro!...

se un ministro delle finanze avesse di tali esattori il nostro

impareggiabile pareggio sarebbe pareggiato!.... bisognava vederle

queste care donnine, abituate all'atmosfera profumata dei saloni, al

linguaggio adulatore dei felici del mondo, bisognava vederle, ripeto,

discorrere confidenzialmente coll'operaio dalla giubba sdrucita, colla

popolana i cui vestituccì emanavano degli effluvi tutt'altro che

aristocratici, ringraziarli con amabile sorriso, infonder loro

speranza, promettere di occuparsi dei loro cari che erano al campo,

stringer loro cordialmente la destra.

Spiccava sopra tutte le altre per autorità una vecchia matrona: una di

quelle matrone dell'antico stampo, che fedeli alle tradizioni

cingevano la spada ai loro figliuoli, quando si trattava di difendere

il re e la patria; la di lei fisonomia avrebbe ispirato rispetto

all'uomo più screanzato del mondo. Passò vicino a me, io le feci cenno

dì avvicinarmisi e nello stesso tempo mi avvicinai verso di lei.

--Cosa bramate?--Mi domandò per la prima.

--Vorrei fare la mia piccola offerta--Apro una parentesi; la mia borsa

sì era rafforzata di poche lire, datemi da mio fratello che

fortunatamente non aveva preso parte alle nostre poetiche smancerie di

Marsiglia.

--Ma voi siete soldato?--Mi disse con meraviglia la signora--voi pure

potrete esser ferito....

--Speriamo di no!

--Ve lo auguro... Ma perché espropriarvi di una somma che può farvi

comodo?

Provai un leggero imbarazzo; la mia scappata poteva costarmi salata:

la mia dignità m'imponeva un ultimo sacrifizio; si parlava di una

somma... ed era precisamente quello che avrei desiderato in quel

momento; posi mano alla borsa e diedi due lire che mi escivano dagli

occhi; ma pure tentai di richiamare un sorriso sul labbro e dissi: È

l'offerta della vedova...

--La più gradita al Signore;

--Ma non probabilmente ai feriti.

La mia interlocutrice fe' una boccaccia, e poi riprese di subito: Voi

siete Italiano?

--Sì... signora.

--Me ne ero accorto al vostro disprezzo per le cose sacre.

Rimasi di sasso; che avessi avuto anche a subirmi una romanzina in

tutte le regole? la signora difatti con voce calma, accento di madre,

cominciò a dirmi: Voi siete giovane, e son sicura che diventerete un

bravo soldato, ma anche voi pur troppo siete affetto dalla malattia

che condurrà a perdizione il vostro bel paese. Ma che vi ha fatto quel

povero vecchio di Pio IX per entrargli nella sua città a forza di

cannonate, per tenerlo prigioniero nel Vaticano?--E perché prender

Roma? Non è dessa la città di san Pietro, del Cattolicismo, di tutti

coloro che si son dedicati a questa sublime religione che ha per

precetto di dimenticare le offese, di amare tutti come noi stessi, di

sollevare quelli che soffrono?

Un amico un pochino più scettico di me, presente al colloquio, mi

susurrò negli orecchi: Questa non è una donna, è un priore di

campagna.

Io invece che non credo a nulla, compresi quello che passava nel cuore

della vecchia signora, e piuttosto che attaccare una disputa con una

che aveva tutta la poesia della fede, che mi simpatizzava per il modo

con cui ne faceva propaganda, mi contentai di dirle che non si andava

daccordo.

--Io torno alle mie elemosine--Allora la mi replicò--spero però che

resteremo amici!

--Sarò onorato di una tale fortuna.

--Se restate in Lione...

--Io parto stasera!... Ed ecco ci è là il nostro tenente che ci fa

cenno di seguirlo.

--A rivederci... A rivedervi colla commenda... e vestito da capitano!

--Potevate dire addirittura da generale!

--E perché no?... Il soldato francese ha in tasca il bastone da

maresciallo!

Io mi rammentai che ci avevo pochi soldi soltanto e mi passò la

poesia. La signora sorridendomi si era allontanata.

--Dove si va tenente?

--Non so, se a Autun o a Digione.

--Come... lei non lo sa?... O per che direzione si parte?

--Ma!...

--O chi ce lo deve dire?

--Il quartier generale doveva trasferirsi a Digione, non so se abbia

avuto ancora luogo un tal trasferimento. Lo dimanderemo al capo

stazione.

--Al capo stazione!...--Si ripetè tutti meravigliati--Per vedere di

queste cose bisognava venir proprio in Francia! E in Italia che

dicevamo nel 1867 di aver raggiunto l'apice della confusione! Un

innocentissimo capo stazione ridotto lì per lì a capo di stato

maggiore per provvedere al movimento dei corpi che son di passaggio,

ci riesciva proprio nuova di zecca!

E qui al solito tutti i discorsi di convenzione che si ripetono in

tutte le campagne.

--E se il capo stazione ci tradisse?

--E se fosse una spia dei Prussiani?

--O anche che non ne sappia nulla sarà un bel lavoro!

--Ma chi è quest'imbecille di tenente che non prende nemmeno ordini?

--Ve lo diceva che era anche lui della cricca!

--Già... e ora cerca tutti i mezzi per farci restar con Frapolli.

--Abbasso Frapolli!

--Abbasso il tenente!

E qualcuno gridò anche: Abbasso il capo stazione!... Povero uomo!...

come ci apparve impappinato quando si vide fatto segno di quel fuoco

di fila d'interrogazioni, alla maggior parte delle quali non sapeva

cosa rispondere!

--Li assicuro che Garibaldi è a Digione--Badava a protestare.

--Allora a Digione!--Gridammo tutti.

--A Digione--Ripetè, come eco, il duce nostro!

--Ma non so--Riprese il capo stazione--no so, se ci potranno arrivare,

se le linee saranno libere... tante volte i Prussiani... sono così

accidentati quei soldatacci di Bismark!

--Eh! non importa... noi si va.

--Faccian loro!

--Arrivederlo e stia bene!--E tutti via di corsa in un treno che era

lì pronto.

--Ma dove vanno, dove vanno signori?--Gridava con tuono di

raccomandazione quella povera vittima dell'ignoranza del tenente e dei

nostri capricci--Quel treno lì va a Marsiglia: montino in quell'altro!

--Sanno, cosa è--Proferì stizzosamente allora il nostro

accompagnatore--io con loro non ci voglio star più, e me ne lavo le

mani fino da questa momento: ecco la loro paga.

Nessuno protestò; nessuno scongiurò il tenente a ritirare quello che

aveva detto; ma egli, dopo averci dato un franco a testa, montò per il

primo in un vagone di prima classe, mentre noi fummo di nuovo pigiati

in una di quelle gabbie che a vederle sembrano molto più atte a

ricettar delle bestie che dei Cristiani... o degli Ebrei.

Il benefico Morfeo, ausiliato potentemente dalla fatica e dallo

strapazzo che ci avevano martoriati in quei giorni, scosse i suoi

papaveri intorno a noi, che ci addormentammo saporitamente. Con qual

voluttà si dormiva! non il più piccolo sogno, nè piacevole nè triste,

veniva a turbare la nostra quiete di morte: come si deve esser felici,

quando siam morti! Non sentire, non vedere più nulla, esser nulla...

ecco quello che devono anelare le anime generose, trambasciate,

sbattute in quest'orrenda burrasca del mondo, dove giungono a

salvamento solamente gli ipocriti e i vili.

Un urtone rompe l'incanto di quella calma. Che è? Siamo giunti a

Tournus: sono le nove e bisogna trattenersi fino alle due. Meno male

che troveremo qualche caffè, qualche bettola, pensammo tra noi e forse

potremo anche riposare su coltri più o meno sprimacciate quattro ore.

»Chi mi darà la voce e la parola,

Per stimmatizzare degnamente questo iniquo paesucolo, in cui ci faceva

capitare la nostra malvagia fortuna. Io consacro Tournus

all'esecrazione di tutta la gente per bene; io auguro ai di lei

cittadini che il naso ghiacci loro, come ci si era ghiacciato a noi

quella sera.

La camera dei deputati quando parla Michelini è il luogo più popolato

del mondo appetto a Tournus: noi non ponemmo vedere un abitante;

picchiammo a due o tre osterie, non ci vollero rispondere: tirammo

pedate da orbi alle porte, vennero i gendarmi a pregarci gentilmente

che si smettesse; non un caffè aperto, non una finestra illuminata,

non il minimo indizio di vita. Persino l'orologio del campanile della

chiesa. maggiore era fermo e segnava le sette.

Nel mentre che noi avevamo dormito in vagone, la neve era cominciata a

cadere ed ora ricopriva col suo bianco lenzuolo tutte le circostanti

pianure; il freddo, il malessere in cui uno si trova quando viene

svegliato di soprassalto, il desio intenso di bere che ci

accompagnava, come l'angelo custode accompagna un cattolicone di

quelli coi fiocchi, ci avevano procreato un'arsione, come se si fosse

attraversato il deserto; e anelavamo un centellino di vino, come in

circostanze normali si anelerebbe un milione.

I cittadini di Tournus non dovevano aver molto in pratica l'Evangelo;

_battete e vi sarà aperto,_ diceva il divino maestro, e noi battemmo

colle mani, coi piedi, colle mazze: battemmo ovunque eravi un'insegna

d'albergo e di trattoria, nessuno ci rispose: in qualche casa si

sentiva metter la spranga. Tornammo tutti sconsolati alla stazione: la

trovammo piena di gente sdraiata, che cantava in coro una litania

d'invettive all'indirizzo di questo sconsacrato paese.

--Ma non vi è un _Restaurant?_--Domandammo a una guardia.

--Una volta ci era...

--Ed ora!

--Lo chiusero al principiar della guerra!

--E per bere come si potrebbe fare?

--Uhm!... Guardino là ci è una vivandiera.

Guardammo verso il punto che ci accennava quell'uomo e vedemmo difatti

un pezzo di ciccia del peso di un centinaio di chilogrammi:

quest'informe ammasso di carne in sottanina e cappello con piume, ci

sembrò bella come un angelo, come l'Angelo che insegnò alla povera

Agar la benefica polla che doveva rinfrancare di spirito e di vita

l'assetato Ismaele. Le chiedemmo da bere...

--Non ce ne ho che pochi bicchierini... ma sono per quelli della mia

compagnia.

--Va benissimo!... Borbottammo noi, emettendo un sospiro, che non

poteva sembrare enigmatico a chicchessia!

--Meno male che poco ci abbiamo da attendere!--Esclamò uno di noi.

Aveva appena terminato di dirlo, quando venne una guardia e

coll'accento più naturale del mondo ebbe il coraggio di dirci: Il

treno di Lione è in ritardo, bisognerà che aspettino altre due ore.

Noi eravamo prostrati... Andammo alla pompa che è lì a pochi passi per

rinfrescare la macchina: uno si mise a tirare come un facchino e gli

altri bevettero, bevettero con rabbia, quasi per protestare che, se la

fortuna ci era avara di vino e di liquori, essi se la ridevano di lei

e gliela facevano in barba. Poi si andò nel magazzino, ci sdraiammo

alla meglio su certi cassoni che vi erano e sonnacchiammo malamente

quelle maledettissime due ore.

Il fischio della locomitiva ci richiamò a noi stessi e dopo pochi

minuti eravamo tutti al nostro posto. Già da vario tempo avevo

cominciato a inebriarmi delle mille fantasmagorie che sogliono

produrre i beati momenti del dormiveglia, quando il treno si fermò; e

vidi baluginare dentro il nostro vagone, all'incerto chiarore del

lumicino, due fisonomie eteree, due di quelle fisonomie che ti

strappano di bocca un grido di ammirazione, tanto le ti sembrano

sovrumane: senza trarre il respiro, io le contemplava estatico e

pensavo che seguitasse una di quelle belle visioni che tanto mi

avevano entusiasmata la testa, pochi momenti innanzi: ma quale non fu

la mia meraviglia, allorché io sentii posarmi sulle spalle una manina

gentile, allorché un alito profumato mi carezzò dolcemente la

faccia?--Ma è egli vero quello che si svolge davanti a

me?--Riflettevo, quando una vocina simpatica, che mi s'insinuava

proprio nel cuore, mi rivolse queste parole:

--Tenete... Voi dovete averne bisogno.

E del pane, del salame e una bottiglia di vino generoso furono

lasciate a nostra disposizione da quelle simpatiche fate.

Eravamo arrivati a Macon, e le signore addette all'uffizio del

soccorso ai feriti, portavano, come d'ordinario, qualchecosa per

ristorare i soldati di passaggio.

Erano le sei della mattina: faceva un freddo tremendo, persino i

vecchi soldati, imbacuccati fino alla punta del naso, sbraitavano

contro una stagione sì perfida, e quelle donne, e quelle signorine

erano là da tutta la notte, portavano quell'immensi canestri con una

disinvoltura e con una grazia che forse si vede adoprare da chi porta

un mazzo di fiori: gelavano dal freddo, ma pure sorridevano: morivano

dal sonno, ma pure avevano una parola di conforto, una di speranza per

noi.

Ah! La donna!.. I miei lettori avranno osservato che io non l'ho punto

risparmiata ai Francesi, che io ho detto di loro tutto quello che

sentivo, che ho esposto alla libera le mie impressioni sul loro

contegno, e che l'ho chiamati degeneri, corrotti, indegni della fama

che si erano scroccati in Europa, ma in quanto alle donne bisogna

convenire, che avevano tutta l'abnegazione, tutti i riguardi, tutte le

doti, tutte le delicatezze di una madre, e tutto il coraggio delle

donne spartane: coraggio che le ha spinte a curare in prima fila i

feriti, e che poi ha fatto loro incontrare la morte sulle barricate,

quando Thiers ha iniquamente schiacciato e soffocato nel sangue la

generosa Parigi.

Ah! non si chiamino utopie gli sforzi generosi di certi publicisti che

vogliono collocare la donna nel posto che le si spetta: le donne hanno

già fatto abbastanza per mostrarsene degne, che anzi alla prova io le

ho vedute riuscir sempre a mille doppi dell'uomo.

Questo avvenimento, così inopinato, mi riconciliò lì per lì colla

Francia, con me, con la sorte: ringraziai alla peggio quelle vezzose

signore e mi misi a mangiare con un'appetito da cointeressato. Ci si

mosse quasi subito: i volontari salutarono con applausi fregorosi

quella città che si era mostrata tanto ospitale con noi.

Intanto albeggiava; la giornata almeno per quello che se ne poteva

preconizzare doveva essere uggiosissima: il cielo pareva di piombo, la

terra era coperta di neve, grossi stormi di corvi alleggiavano per

quei dintorni.

Sulla spianata di Baune io vidi un corazziere in alta tenuta, ritto,

stecchito al piede di un albero. Gli enormi cipressi, tutti nevicati

fuori che in punta, dove tuttora mostravansi verdi cupi, mi sembravano

tanti scheletri giganteschi col morione delle vecchie guardie i quali

ghignando sbirciassero quello omuncolo coperto di ferro e che in

faccia a loro stava nella medesima proporzione di un granello di rena

a una piramide dei Faraoni.

Dopo un'ora ci si fermava e questa volta ci si fermava

definitivamente. Per somma ventura di quei dieci o dodici lettori che

hanno avuto la più che cristiana pazienza di seguirmi fin qui, noi

eravamo giunti a Digione, a quella Digione che poco dopo doveva

illustrare il sangue di tanti prodi Italiani e che allora ci appariva

in mezzo alla nebbia coi suoi gotici campanili, colla sua semplice

guglia di San Benigno, come apparisce un'Oasi a chi si è sperso

nell'ampio deserto, come apparisce la meta allo stanco auriga che già

comincia a disperar del trionfo.

La stazione era ingombra di cannoni, di casse, dell'ambulanza, di

bagagli di tutte le dimensioni che appartenevano alle truppe ed ai

battaglioni che di poco ci avevano preceduto. Due o tre sentinelle di

guardie mobili passeggiavano per lungo sull'ambulatorio, facendo

sfoggio di una prosopopea, che te li avrebbe fatti gabellare per eroi;

d'altronde eravamo in prima linea, e quando il nemico non attacca, ci

si può prendere la scesa di testa di farla da gente feroce e

terribile,

--In rango--Gridò il nostro ufficiale con una voce da baritono molto

sfogata, e sfoderando per la prima volta la Durlindana.

Questo movimento in altre circostanze ci avrebbe fatti scompisciare

dalle risa: in quel momento eravamo troppo felici per aver raggiunto

lo scopo delle nostre fatiche, e dei nostri dolori, per poter nemmeno

prestare attenzione a questa spacconata.

_Per quattro fianco destro, avanti marchs!_

E mettendoci alla peggio per quattro, escimmo dalla stazione dietro

all'ardente condottiero, infilammo il viale dei Platani che vi

conduce, e passando di sotto all'Arco che fu inalzato ad onore dello

strenuisissimo Principe di Condè, entrammo nel capoluogo delle Côte

d'Or.

Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino · 第 10 / 33 题