Essere in Firenze, e ricominciare a studiare le strade per tornare in
Francia fu tutt'una. Il male si era, che le nostre piccole risorse
avevano avuto un colpo tremendo, e che la questura aguzzava, come Argo
cento occhi per spiare i nostri movimenti più piccoli, le nostre più
segrete conventincole. Non si credano esagerate le mie parole: per il
malaugurato affare di Livorno si era cominciato un processo, e si
adopravano nelle sfere governative a tutt'uomo per mandarlo avanti o
di riffe o di raffe: si voleva infatti far vedere alla Prussia come in
Italia fossero ligi al principio di neutralità e come il governo non
dividesse per nulla le idee piazzaiole di quello scomunicato di
Garibaldi.
Noi dal canto nostro non stavamo con le mani in mano, e, tra le altre
cose (vedete, come eravamo poeti) si cercò di organizzare in Firenze
una compagnia tutta Toscana, che si sarebbe chiamata dei carabinieri
dell'Arno. Un tal disegno ci portò per le lunghe: e tra proposte,
decisioni, consigli si perse un tempo prezioso.
Mentre nell'Atene dell'Arno, quantunque muniti delle più belle
intenzioni, non si dava nè in tinche, nè in ceci, il coraggioso e
bravo Ricciotti compieva la romanzesca impresa di Chantillon. La
democrazia e tutti coloro che sentono amore per l'Italia, applaudivano
calorosamente il giovane condottiero, che con un pugno di uomini,
sorprendeva, notte tempo, ottocento Prussiani, ne faceva più che
quattrocento prigionieri, e toglieva loro buon numero di cavalli e di
armi.
Garibaldi, dopo aver costituito il suo microscopico esercito a Dôle,
si era portato ad Autun, e dopo avere ottenuto splendidi resultati a
Lantenay, si era spinto fin sotto Dijon, ed avrebbe certamente
occupato questa città, se l'imperizia e la codardia della guardia
mobile non lo avesse obbligato a ritirarsi fino nella città, da dove
si era partito con tanta speranza nel cuore. I Prussiani avevano
cercato di sorprenderlo, capitando all'impensata in Autun, ma grazie
all'esattezza dei tiri delle batterie da montagna che l'illustre
generale aveva sotto i suoi ordini ed al valore dei giovani
volontarii, i tremendi soldati che facevano paura a tutta l'Europa,
dopo averne buscate come ciuchi, si erano refugati a rotto di collo
dentro Dijon, dove il generale Werder aveva piantato il suo quartier
generale.
Queste notizie che leggevamo sui giornali erano tante stilettate per
noi; già varii dei nostri compagni erano partiti alla spicciolata per
la Francia. Io mi rammento che in quei giorni mi vergognavo ad uscir
soltanto di casa: mi pareva che tutta quella gente che era conscia
della mia prima partenza mi ridesse sul muso, e che dentro di se mi
rimproverasse quell'inerzia, che d'altronde era la conseguenza logica
della mia situazione.
Finalmente un giorno capitò da me, che in quel momento avevo già
dismesso il pensiero di poter prender parte alla campagna di Francia,
il Bocconi, e, senza che io proferissi nemmeno una parola mi disse:
Sei sempre deciso di venire in Francia?
--Sicuro!--Gli risposi.
--Allora domani l'altro partiamo.
--Non burli?
--Ti parlo del miglior senno possibile... ci stai sempre.?
--Se ci stò!...
--Allora siamo in cinque,
--Ma, ai fondi?
--Ci è chi provvederà...
--Tanto meglio!
E fissammo di vederci due sere dopo al Caffè Ferruccio; chè l'ora
della nostra partenza era alle quattro del mattino, ed era deciso che
saremmo andati a Genova per via di terra, non essendo cosa ben fatta
il tentar di ripassar da Livorno, dove il questore Bolis comandava
tutt'ora a bacchetta.
La sera che dovevamo partire me ne andai solo solo all'Arena Merini...
_pardon_ al teatro Principe Umberto; chiacchierai cogli amici, mi
mostrai più di buon'umore di quello che ero realmente, dissi male
degli Italiani che erano andati in Francia, e protestai di riconoscer
di avere io fatto malissimo a partire la prima volta. Che volete? I
casi che mi erano accaduti antecedentemente mi rendevano sempre più
convinto, che a voler che un'impresa vada per il suo verso, è
necessaria un pò di gesuiteria, e che una persona che crede di andare
avanti colla buona fede, e collo spifferare tutto quello che ha sullo
stomaco, in generale finisce coll'avere il male, il malanno e l'uscio
addosso.
Salutai gli amici e verso mezzanotte mi ridussi al caffè Ferruccio. I
miei quattro compagni, non avevano mancato all'appello e cominciavano
a susurrare della mia tardanza; alcune nostre conoscenze fiorentine,
colle quali potevamo fidarsi a chiusi occhi, si erano assise al nostro
tavolino, e sotto voce ci davano qualche conforto, o si lamentavano di
non poterci seguire.
Il caffè si chiuse alle due, ed i nostri amici partirono. Qui
cominciarono le dolenti note. Sembra una cosa incredibile, ma in
Firenze capitale d'Italia, fu impossibile di trovare un locale che
fosse aperto in quell'ora. Un nevischio impertinente ci filtrava
nell'ossa, e ci batteva sulla faccia, procurandoci dei brividi che
erano salutati da veementissime apostrofi. Come furono lunghe quelle
due ore!... E con qual gioia non si salutò, l'aprirsi dei cancelli
delle stazione. Gli Ebrei che giunsero finalmente a mettere il piede
nella terra promessa, dovevano forse aver provato la medesima gioia...
maggiore è impossibile.
--Prudenza, ragazzi--Ci dice a bassissima voce il Materassi, uno dei
nostri.
--Che ci è? Proferimmo tutti spaventati.
--Guardate!--E ci accennò colla mano una delle più celebri guardie di
sicurezza Fiorentine, che prendeva il biglietto.
Soprapensieri, come eravamo noi tutti, cominciammo a temere!...
Ci si buttò in un vagone, e dopo un'ora eravamo a Pistoia. Altro
intoppo!... Viene una guardia e ci annunzia che dovremo restar lì
fermi, a dir poco due ore. La neve impediva che il treno procedesse,
fino a che una macchina non fosse andata ad esplorare la ferrovia.
Difatti per quanto tu stendessi lo sguardo, non ti era dato di vedere
che un bianco lenzuolo: bianchi erano i monti lontani; bianche le
collinette vicine! gli alberi più alti sembravano pianticelle di
giardino, ed invece di essere in quella località così ricca di
vegetazione tu avresti, a buon diritto, creduto di essere ai piedi
delle Alpi. Per digerire il male umore, e per farci passare il freddo
dalle ossa, bevemmo un par di bicchieri di Cognak, che era proprio un
castigo di cielo, ma che fu bevuto da noi con quella filosofia con cui
si trangugia una medicina.
Le due ore sì tramutarono in più di tre, finalmente venne le famosa
locomotiva: rimontammo nel nostro vagone, e insieme con noi rimontò la
guardia di pubblica sicurezza. Che si avesse a fare la seconda di
cambio?--si pensava tutti tra noi, ma nessuno ardiva dirlo a un
compagno.
Maggiore il nostro desiderio di sbrigarsi, minore la velocità eon la
quale si andava: la neve infatti più che ci si avvicinava
all'Appennino prendeva delle proporzioni imponenti; a tutte le
stazioni intermedie bisognava fermarsi una buona ora: ad ogni fermata
si trangugiava un bicchierino d'acqua vite.
--_Aqua vitae_, la chiamavan gli antichi--Declamava il Materassi,
vecchio soldato--per mettere anima in corpo par fatta apposta.
Si cominciò a traversare gallerie e a percorrer viadotti!.. Quali
considerazioni non vengono in mente al maestoso spettacolo, che
scienza ed arte offrono innanzi ai nostri occhi!.. E pensare che un
secolo fa, sarebbe stato trattato da pazzo, chiunque avesse predetto
la magica impresa, e pensare che il primo Napoleone, il genio della
tirannide, rise sulla faccia a colui che gli proponeva il sublime
ritrovato dell'umana potenza!.. Ma così è; disgraziato chi trionfa
alla prima: l'umanità è codarda coi grandi, e ne attua solamente i
grandiosi disegni allorquando essi non sono che polvere! Giovanni Uss,
Galileo, i Parigini della Comune, ce ne possono e ce ne potranno dare
un'esempio. Corri adunque, o macchina apportatrice di civiltà e di
grandezza: corri, che tu ci rappresenti il progresso che non cura gli
intoppi o che li debella; gli ostacoli cadono a te davanti: tu ti fai
strada tra le impraticabili montagne, in mezzo alle più folte
boscaglie; superi fiumi, traversi estese pianure, riunisci e fai
conoscer tra loro popoli diversi di costumanze, di tradizioni, e
generalizzi l'idee generose, a dispetto del prete che ti stigmatizzò,
quando nascesti; a dispetto del retrogrado che in te vide l'annunzio
di sua prossima morte.
A Pracchia ci dovemmo trattenere altre due ore; anche a questa fermata
della nostra _via Crucis_ ripetemmo la parola sacramentale, che
proferì anche Cristo dopo essere stato inchiodato, la parola: _Sitio_,
Malgrado però questa nostra manìa di confortarsi le intirizzite
viscere a forza di liquore non potemmo fare a meno di ammirare
l'inponente panorama che ci si stendeva davanti. Dalla finestra del
bugigattolo in cui ci eravamo refugiati si godeva un immenso
spettacolo. Le punte accuminate dei monti, gli scoscesi burroni erano
tutti bianchi, come l'immensa volta del cielo: gli sconfinati
orizzonti che ci si stendevano innanzi a noi ci rendevano piccini,
piccini; i castelli, i villaggi, lo chiese che così di frequente si
trovano in quelle catene di monti, si alzavano forse un metro dal
suolo e ti apparivano quasi informi ammassi di neve. Manfredi, che
s'ispira all'orridezza della natura, ci appariva, ombra incresciosa e
vagabonda su quel candido strato, e ci faceva volgere tutti i nostri
pensieri alla fantasia più che umana di Byron!
L'aspettativa era lunga; è un fatto che in certi momenti si prova la
voluttà di bamboleggiare: gli uomini più grandi hanno in comune coi
collegiali moltissimi divertimenti...
«Deh., fa che io possa ritornar bambino
A te daccanto!
scriveva un mio amico che non credeva più a nulla; e noi che non
eravamo guariti e che ancora si credeva a qualche cosa, incominciammo
una guerra a palle di neve: guerra che se non ebbe le conseguenze
terribili che ebbero le altre di cui facemmo parte, ci riusciva più
fastidiosa, quando qualche proiettile veniva a spiaccicarsi sulle
nostre faccie.
I macchinisti col muso nero, i lavoranti colla faccia tutta unta
(rimedio per scongiurare la forza del freddo) stavano a guardare con
maraviglia, e s'interessavano alle peripezie del combattimento. Nel
più bello della lotta mi si avvicina una donna e tendendomi la mano mi
chiede un'elemosina. Abituato all'accattonaggio delle grandi città, io
rifiutai la richiesta.
--Se sapesse.... Io ho il genero e la nuora malata e sei nipotini che
moiono di fame e di freddo.
--Solite storie--Interruppe uno dei nostri alzando le spalle.
--Storie!--Borbottò piangendo la povera vecchia--Storie! vengano a
vedere e saranno persuasi.
Seguimmo la povera; in una capannuccia tutta coperta di neve, sopra un
monte di strame, vedemmo una donna ancora giovine, forse anche bella,
circondata da quattro bambini assiderati dal freddo. Uu fetore
immenso, una miseria che metteva spavento: tutto insieme uno
spettacolo che faceva venir voglia di piangere. Poveri disgraziati,
mentre il ricco annoiato profonde le migliaia di lire ai piedi di una
ballerina, o per avere una bella pariglia, e finimenti magnifici alle
passeggiate ed ai corsi, essi morivano di fame, non si sdigiunavano
nemmeno tutti i giorni, perché il marito dell'afflitta giacente, dopo
aver lavorato come un ciuco, era caduto da varii mesi ammalato e i di
lui padroni gli avevano sospeso il salario.
Noi avevamo pochi quattrini, questi pochi ci servivano appena per fare
il viaggio e purnonostante non potemmo fare a meno di dare il nostro
piccolo obolo, per questa miseria che ci faceva piangere il cuore. Oh!
se tutti andando a prendere un _punch_, o fumando un sigaro (vedete
che prendo le più piccole spese) pensassero che con quei pochi soldi
si potrebbe procurare un tozzo di pane a tanta gente che è degna di
aiuto e che langue nella più tremenda miseria, oh! scommetto che
allora i vizi scomparirebbero, che nessuno avrebbe cuore di abusar del
superfluo, mentre tanti fratelli mancano del necessario:
Il fischio della macchina che arrivava ci annunziò che l'ora della
partenza era giunta; lasciammo la casa del dolore e non potendo esser
più allegri, chiotti, chiotti rientrammo nel treno, che dopo due o tre
ore ci lasciava a Bologna.
A Bologna fu mestieri fermarsi fino al giorno dipoi; s'immagini
chiunque ha fior di senno, con qual malumore: malumore che ci cresceva
a mille doppi, vedendo come la celebra guardia di sicurezza seguisse
come un cagnolino tutte le nostre pedate.
La mattina all'alba partimmo; mi sembra inutile descrivere ai miei
buoni lettori il lungo viaggio che avemmo a fare da Bologna a Genova;
le famose avventure in ferrovia, che sono così spesso tirate in ballo
dai romanzieri, per me sono favole belle e buone; noi fummo
trasportati, nell'identico modo con cui son trasportati i bauli.
Avemmo a compagni dei mercanti, dei contadini e dei soldati in
congedo; ci fermammo per far colazione, come tutti gli altri a
Piacenza; mangiammo di nuovo a Tortona; bevemmo una buona bottiglia di
vino a Novi, non potemmo fare a meno di ammirare la magnifica vallata
di Serravalle, schiudemmo i cuori alle più liete speranze, osservando
l'infinito numero di fabbriche di San Pier' d'Arena, e scendemmo a
Genova nelle prime ore della notte. La luna illuminava il bel
monumento di Cristoforo Colombo che è sulla piazza della stazione. Noi
volgemmo un saluto a quel grande, che in ricompensa di un nuovo mondo
si ebbe le catene da un re, e ci persuademmo, che per volger di secoli
e per variare di avvenimenti l'umanità non è punto cambiata.
Nostro primo pensiero fu di recarci da un certo individuo, che ci
doveva dare il mezzo sicuro, perché si potesse muovere senza disturbi
alla volta di Francia. Ci aveva dato una lettera di raccomandazione
per questo genio benefico, Andrea Pieri, uno dei nostri buoni amici
Fiorentini, giovane egregio e provato patriotta, di cui la democrazia
piange a lacrime amare la perdita. Trovammo quasi subito la tanto
desiderata persona, e secolui ci riducemmo in una bettoluccìa non
molto distante dal teatro Carlo Felice, bettoluccia frequentata
soltanto dai marinari, e da qualche facchino di porto.
--Noi si vuolpartir subito--Fu il primo discorso che facemmo.
--Non dubitate... domani sera voi partirete... Domattina... uno di voi
verrà con me e combineremo ogni cosa.
--Va bene!
--Ma saremo disturbati qua in Genova?... Dimandai io che avevo sempre
fisse in mente le persecuzioni con cui ci onorava il Bolis a Livorno.
--Loro possono andare tranquillamente... Si figurino in quest'ultimo
mese ne ho già imbarcati più di duecentocinquanta...
Mi rincresce non poter nominare questo giovine che con tanta
abnegazione si prestava, per procurare dei difensori alla Francese
repubblica; egli in oggi è uno dei miei amici più cari, ma, se lo
nominassi, domani forse non avrebbe più pane e quello che è peggio,
non l'avrebbe nemmeno la sua numerosa famiglia. Quanti, oh! quanti
sono obbligati a nascondere le idee generose che loro bollono in
cuore, per la miseria e per il bisogno! Non vi disperate però, o
povere vittime, che ce lo ha lasciato detto anche Giusti:
«Tra i salmi dell'uffizio
C'è anche il _Dies irae_
O che non ha a venire
Il giorno del giudizio?!
Si dormì in un Albergo, a cui c'indirizzò il nostro amico; il
proprietario, i camerieri la pensavano come noi e terminammo la
serata, cullandoci tra le più belle illusioni e facendo i più
attraenti progetti per l'avvenire.
Al mattino Materassi andò a fissare per la partenza; noi andammo a
vedere i magnifici giardini dell'Acquasola ed ammirammo tutta la
poesia di una magnifica giornata; il mare, la terra, il cielo erano
ridenti, ridenti come il nostro pensiero, che spaziava in quell'Oceano
di luce, in quel verde sterminato delle miriadi di piante che ci
circondava, e che traeva da tanta magnificenza di natura nuova forza
per tentare l'impresa, e certa speranza di sicura riuscita.
--Stasera alle otto si parte!--Ci disse a pranzo il Materassi.
--Ma come?
--Andremo ad uno ad uno al battello... Io vo per il primo: voi mi
seguirete.
Sull'imbrunire ci avviammo al porto; il porto di Genova è senza dubbio
il primo d'Italia: il continuo movimento, l'affaccendarsi di migliaia
di persone, lo sterminato numero di navi che vi sono ancorate, lo
sterminato numero di vapori che s'incrociano arrivando e partendo,
disegnando sull'Orizzonte una lunga striscia di fumo, ti rendono certo
di essere in uno degli emporii commerciali tra i più accreditati in
Europa. A terra hai il lavoro, in mare hai il vapore: le due leve che
rialzeranno l'umanità fino all'altezza dei suoi gloriosi destini;
l'attività individuale e la scienza!
Se i barcaioli di Livorno ci si erano mostrati usurai e sordidi,
quelli di Genova ci sorpresero per il loro galantomismo.
--Lei va in Francia?--Mi domandò quello che guidava la mia barca.
--Sì--Gli risposi.
E lui, zitto come un muro.
--Quanto devi avere?--Gli domandai quando fui giunto alla scala del
bastimento.
--Mi, darà mezzo franco.
--Soltanto!--Esclamai io con sorpresa.
--È il mio avere.
Io gli diedi due franchi, egli mi pose in mano il resto e si offese
quando gli dissi che del resto io intendeva fargli un regalo.
A bordo, mi buttarono giù tra le cabine dei marinari. Dove erano gli
altri? Sul bastimento di certo, e se non li vedevo quella sera, li
avrei veduti quando l'aria fosse più libera!
Noi eravamo nientemeno che sul _Conte Cavour_, vapore italianissimo e
appartenente alla compagnia Aquarone. Mi sdraiai alla meglio in una
cabina, quando entrò nella stanza un tale, che mi fu presentato con
queste parole da un marinaro: anche lui, viene in Francia.
--E di dove viene?--Io gli richiesi.
--Vengo da Milano, ed ho fatto a piedi fin qui tutta la strada...
--E come mai?
--Io ero nei cavalleggeri Monferrato e son disertore!
Io lo guardai e sentii compassione di lui; io non ho mai creduto che
l'impresa di Francia potesse riuscire, e, se andavo, era solamente
perché reputavo un delitto per un republicano il non accorrere là dove
si pugnava e si moriva eroicamente intorno al glorioso vessillo
dell'umana emancipazione. Morire è nulla per chi ha un poco dì cuore:
ma andando alla guerra ci son più probabilità di restare che di andare
tra i più, e se quel povero diavolo l'avesse scampata, che avrebbe
fatto? In Italia non poteva tornare dicerto, in Francia non sapendo
una parola di lingua francese sarebbe morto di fame... Oh! quanti eroi
vivono e moiono ignorati, in questo secolo falso in cui si inneggia
all'effetto scenico dei bugiardi eroismi.
Questa volta ci si muoveva davvero; allorché io ne fui proprio sicuro
mi addormentai profondamente.
Quando al mattino mi destai noi eravamo fermi.
--Venga pur su dai suoi compagni, mi disse un mozzo.
--Ma perché ci siamo fermati?
--Siamo a Savona: ci fermiamo fino a stasera.
--E avremo altre soste avanti di arrivare a Marsiglia?
--Oh!... sissignore! Per lo meno si sta dieci ore a san Maurizio.
I miei compagni, secondo il solito, più fortunati di me, erano stati
messi nelle cabine di prima classe. Io li trovai nel così detto
salone, nel quale ci si rigirava appena, tanto era piccolo!... ma pure
lo avevan battezzato come salone.
Prendemmo un caffè, e si assise con noi un Pollacco, che bisticciava
alla peggio un po' di francese: egli ci disse che veniva in Francia, e
che era già stato ufficiale di cavalleria nell'esercito Austriaco e
Prussiano, e per convalidare ciò che diceva, ci mostrò una fotografia,
che aveva in tasca, dove era rappresentato in alta montura di ussero.
Alla nostra domanda se pur egli avesse intenzione di arruolarsi con
Garibaldi, fece una smorfia. e portestandoci di amare i volontari, ma
di trovarsi al mo posto soltanto tra truppe disciplinate, ci fece noto
il suo divisamente di entrare nell'esercito di Bourbaki, allora in
formazione, io credo, a Châlons.
Era intanto sceso giù da noi il macchinista, un bel tipo di Francese
meridionale: un repubblicano a prova di bomba, che faceva parte del
Comitato di Marsiglia e che anzi s'incaricava di condurre più gente
che gli fosse possibile in quest'ultima città. La testa di quest'uomo
era molto espressiva; fronte spaziosa e barba foltissima; con un
berretto Frigio sul capo ti rassomigliava perfettamente uno di quei
celebri convenzionali che tanto impaurirono ed entusiasmarono la
Francia sullo scorcio del secolo decimottavo. Franco e leale egli
cantava le cose come le sentiva, per cui alle parole del Polacco, che
aveva terminato il discorso con mille elogi dell'eserciti permanenti,
sola speranza di una nazione in pericolo (sic) alzava furiosamente le
spalle, e finì borbottando: Noi non andiamo d'accordo.
--E come è vestita la cavalleria in Francia? Gli domandò il
discendente di Sobieskj, che persino in viaggio era di un'eleganza
ineccezionabile.
--Da soldato!--Rispose l'altro bruscamente e volgendosi a noi ci disse
a bassa voce e in genovese--Dev'essere un imbecille, un soldato di
ventura.
Tale opinione ci fu poco dopo convalidata; il nostro compagno di
viaggio cominciò a parlarci delle sue conquiste, dei cavalli che aveva
lasciato a Vienna e degli illustri parenti che aveva lasciato a
Berlino, e terminò mostrandoci il ritratto della sua _maitresse_, una
bella bionda che non in fotografia, ma in carne ed ossa avremmo
desiderato avere davanti. Durante tutta la campagna non vidi più
questo Pollacco; probabilmente come tanti altri avventurieri avendo
veduta la malaparata sarà andato in cerca di fortuna migliore: chè la
campagna di Francia ebbe questo di buono: pochi volontarii, ma i pochi
ispirati e che dicevano e facevano davvero... ne diano prova luminosa
le migliaia dei cadaveri che abbiamo lasciato lassù.
A mezzogiorno preciso il vapore si mosse; tutti salimmo in coverta. La
giornata era superba, il panorama incantevole. Il nostro battello, che
si poteva chiamare un guscio, tanto era piccolo, costeggiava la bella
riviera che è una delle prime bellezze della bellissima Italia; noi
non ci scostammo mai più di cinquanta passi da riva; si passava
adunque vicinissimi a quei seni, a quei golfi che s'intersecano nelle
montagne, ora ridenti per il verde delle piante, ora tristi per il
cenerognolo dei molti uliveti, ora orride per il colore rossiccio
delle pietre e per la mancanza di abitazioni; i cento villaggi, i
pittoreschi castelli che si vedevano spuntare qua e là, e dominare
superbi sulle vette delle colline e dei monti; le capannuccie dei
pescatori a cui ad ora ad ora si scorgeva legata qualche barchetta, le
onde leggermente increspate dal venticello che rapiva i profumi dalle
piante del lido, e li offriva a noi ricreandoci, gli alcioni che
apparivano a fior d'acqua, che si tuffavano e riapparivano scuotendo
le ali immense, e il cielo tutto sereno, celeste come l'estesa
superficie del mare ci facevano credere di essere in primavera, e ci
facevano mandare un saluto dal profondo dell'anima alla terra
dell'amore e della poesia, a quell'Italia che si biasimava, si
vituperava vivendoci, ma che ora si sentiva di amare più di noi
stessi. E a farlo apposta sembrava che l'Italia, quasi amante che si
voglia tradire, si facesse bella di tutti i suoi vezzi per renderci
più amara la dipartita.
Ci fermammo di nuovo a san Maurizio, e fu forza il pernottarci. Mi
condonino i lettori la noia di tutti questi ragguagli: ne soffrimmo
tanta noi della noia... che possono pazientare, anche loro, poiché
poco più ora manca alla fine di questa escursione marittima.
Il mare si fece cattivo: un colpo di vento portò via tutte le panche
che erano a poppa e dove ci eravamo seduti il dì innanzi: il nostro
stato era deplorevole: lascio dapparte certe descrizioni che
urterebbero il delicato sentire dei miei lettori e delle mie buone
lettrici; lo stesso Capitano non sapeva più che pesci si prendere:
l'equipaggio giurava per tutti i Santi del Calendario Cattolico di non
essersi mai ritrovato in acque sì brutte. A Tolone si sobbalzava tanto
nelle nostre cabine che si arrivava a picchiare capate terribili nelle
asse del soffitto; è per sopramercato si era anche nel colmo della
notte. È impossibile descrivere l'irritazione di cui eravamo in preda:
lo sconforto si era impossessato di noi, e ci si aspettava di momento
in momento di trovar la tomba, ora che si era arrivati in Francia.
Il tempo si calmò; altre cinque ore di viaggio, eppoi il Capitano ci
chiamò sul ponte. Corremmo tutti. Un bosco d'antenne occupava tutto il
porto: una magnifica città ci si stendeva davanti in mezzo a due
picchi, sul primo dei quali si vedeva il campanile di una chiesuola.
--Quella è la Madonna della Guardia--ci disse il Capitano.--Loro sono
a Marsiglia.
Finalmente ci si era!