La prigione!... È mai vissuta creatura umana, dirò con Guerrazzi, che
sollevando le pupille verso il soffitto di una di quelle stamberghe,
in cui, per ravvederlo, s'incretinisce il colpevole, non abbia
esclamato esser questa l'invenzione più barbara, che mai sia mulinata
nel cervello dell'uomo? Quattordici passi di lunghezza; sei di
larghezza: una finestra alta cinque piedi da terra, e dalla cui
ferriata a quadrelli vedi sempre quel medesimo strappo di Cielo,
quella medesima tettoia dell'edifizio difaccia, quella medesima stella
che sera per sera, qual malinconica amica, par che venga a darti un
saluto, un conforto ed una speranza; un pagliericcio per sdraiarsi:
una brocca d'acqua per bere; in quanto a mangiare... ci sono le mani
che paiono fatte apposta per questo!... Il rumore del mondo, in mezzo
al quale ti trovi ma che, almeno per ora è morto per te, viene a
colpirti gli orecchi nella tua solitudine ed ora qualche allegra
canzone ti rammenta i bei tempi che unito agli amici andavi a far la
serenata sotto i balconi della tua bella: ora i concerti di una musica
militare t'inebriano, ti rapiscono in pensieri l'uno più dell'altro
impetuosi: ora il frastuono della via, le urla dei venditori, il
continuo passare delle carrozze ti riportano i momenti in cui tu pur
passeggiavi, in cui tu pure davi alla sfuggita un occhiata alle belle
signore che come Dee ti passavano innanzi agli occhi, trasportate da'
loro cocchi: insomma un cumulo di reminiscenze che ti straziano
l'anima: è un martirio che fa deperire e qualche volta impazzire
l'uomo d'ingegno e di cuore, e che indurisce viepiù chi è incallito
nel vizio. Aggiungete a tutto questo l'obbligo di restare lì chiuso,
mentre, alla semplice idea di esser costretto a fare una cosa, fosse
pure la più gradita, si prova una certa repugnanza che ci fa entrar le
paturnie.
Perchè invece di una severità che non dà alcun resultato, non si cerca
di ricondurre sulla buona via quello, che ne è lontano, a forza di
cure amorevoli? Quando si è messo il colpevole nell'impossibilità di
nuocere alla società, a che prò aggravare la mano sopra di lui, e
incessantemente torturarlo?... Io fò una scommessa; se domani un
domatore di fiere uccidesse così per ghiribizzo un leone che ha in
gabbia, o si divertisse a martoriarlo a colpi di spillo, i filantropi
non la farebbero più finita colle loro proteste: i giornali
partoribbero articoli sopra articoli e se ne farebbe quasi quasi una
questione di Stato. Qui invece abbiamo degli uomini che sentono,
amano, che hanno peccato per inesperienza, per fatalità, ma che per
ora non possono tornare a peccare: una delle due... o questi uomini si
credono capaci di ravvedimento, o no: in questo ultimo caso
uccideteli: nel primo cercate d'istruirli, fate loro conoscere quanto
sia migliore la strada della virtù da quella del vizio, educateli col
lavoro, metteteli in un'isola incolta e provvedete che quest'isola
affidata alle loro mani, addivenga ridente, ubertosa... fate loro
conoscere l'agiatezza, la calma, la soddisfazione del buono operaio,
eppoi restituiteli alla società, che potrà a ben diritto vantarsi di
avere acquistato dei buoni cittadini in quelli che fin ora non eran
che rei!... Anche per legge fisica quanta più è la repressione, tanta
maggiore è la reazione.
Chiedo scusa ai lettori di aver loro fatto ingozzare questa tirata,
che a qualcuno farà l'effetto del cavolo in una merenda; d'altronde
qui si parla di una carcere, qual migliore occasione per spifferare le
riflessioni che si son covate in quella solitudine e in contatto di
quei disgraziati?
In quanto a noi, grazie all'amabilità del capo guardiano dello
stabilimento, fu cercato di renderci meno dura che fosse possibile la
prigionia. Ci misero in sei in una stanza; lasciarono che si fumasse a
nostro bell'agio: ci si passavano i giornali, dove tra le altre cose
apprendemmo l'infame tradimento del generale cortigiano Bazaine: non
ci era fatta alcuna restrizione nel mangiare e nel bere: ci si
trattava insomma coi guanti, e inservienti e guardiani, lungi dal far
pompa di quelle mosse scortesi di cui sì spesso e sì volentieri fanno
pompa coi carcerati di bassa estrazione, si perdevano in scappellature
ed inchini e venivano due tre volte per ora a domandarci, se si
abbisognava di qualche cosa. Era compassione questa, o, piuttosto come
succede in qualunque circostanza nel mondo anche là si venerava
l'abito, anche là avendoci veduti insieme col Colonnello e per questo
scambiandoci forse per uno stato Maggiore, si cercava entrare nelle
nostre buone grazie, perchè si aveva la ferma credenza che eravamo
pezzi grossi?... Io credo che quest'ultima sia la ragione più giusta e
più esatta delle preferenze che si avevano per noi. Quell'ingegno
ferace, che tanto predominava sugli altri per lo spirito
d'osservazione e che così presto doveva esser rapito all'Italia,
intendo parlare di Carlo Bini, nelle sue riflessioni sui prigionieri
ha dettato delle pagine maravigliose per la verità sulle distinzioni
sociali, che con scrupolo sono venerate ancora nelle carceri.
Povero!... t'hanno condotto qui, tu devi aver peccato di certo; va'
giù nel buglione, là troverai degli amici e dei degni compagni... e
spesso per spingerlo più presto gli si amministra gentilmente una
pedata che il meschinello riceve, grattandosi il capo! Sarà
innocente... E che importa?... Lo si manda giù tra la feccia, tra i
borsaioli, tra i ladri d'ogni qualità e d'ogni risma; gli si fanno
degli sgarbi premeditati, gli si ride sul muso quando protesta della
propria innocenza; si tiene a stecchetto di pane, si fa mangiare
mezz'ora dopo quella prescritta dai regolamenti, si cerca infine di
rendere più triste, più penosa la di lui posizione: mai una parola
d'affetto per lui, sempre un ghigno, sempre una maledizione... E se
fosse innocente!... Per un signore poi è un altro paio di maniche:
inchini, conforti, agevolezze: il caffè e latte la mattina, la
bottiglia per pranzo, e qualche volta anche il _the_ per la sera...
oh, come è rispettata l'eguaglianza a questi lumi di luna!
Dunque, come ho detto, eravamo in cinque in una prigione. Gagliano, il
Colonnello, mio fratello, io ed un giovinetto Perugino, che per la
prima volta si moveva da casa, e che era innamorato come un ciuco di
una ballerina cui aveva promesso per quanto prima l'anello nuziale.
Il primo giorno, non vedendo alcuna probabilità di un interrogatorio,
non facemmo che scrivere. Scrivemmo al console, a una dozzina di
deputati, a una mezza dozzina dì giornalisti, e perfino al Lanza: in
tutti i nostri scritti si protestava contro la patente ingiustizia, di
cui eravamo stati le vittime, e si scongiurava, affinchè fosse
troncato quello stato penoso, che, temevamo, si prolungasse ancora per
un lasso di tempo, non indifferente.
Uno dei nostri, che era stato diverse volte in prigione sempre per
affari politici, ci iniziò nei misteri della vita non troppo geniale
del carcere, e c'insegnò tra le altre cose un mezzo sicuro, per
comunicare con gli altri infelici, quantunque fossero in stanze dalla
nostra lontane: il nome tecnico di questo nuovo sistema di
comunicazione è il _cavallo_; si attacca ad un sasso o a un pezzo di
legno una cartolina, in cui si scrive, quello che vogliamo; si avvolge
poi tutto ad un filo e dalla finestra si lancia, dove si ha intenzione
di farlo recapitare; i prigionieri, nella solitudine aguzzano tanto
l'ingegno, addiventano così maestri nella precauzione, che se si
ingannano una volta sola, in questo nuovo bersaglio, si può assicurare
che è una fatalità. Inutile il dire, che noi ci servimmo di questo
mezzo spessissimo, e sul principio facemmo delle matte risate, alle
spalle di qualcheduno il quale più che si piccava ad essere gran
tiratore, più ne mandava di fuori.
_"Come son lunghe, eterne
L'ore del prigionier!"_
Canta il tenore nel secondo atto del _Pipelet_, e se noi non cantavamo
queste parole, se ne comprendeva però in quei momenti tutta la
desolante verità. Addormentarsi colle galline, essere in piedi ai
primi chiaror dell'alba; appena desti, eccoti ad assalirci la
spaventevole idea di quattordici o quindici ore d'inerzia forzata; oh,
almeno oggi tuonasse, infuriasse una gran tempesta... sarebbe una
distrazione!.. Oh! se si avesse nel cuore la mansuetudine pecoresca
del Pellico, chè potremmo passare ore intiere, facendo asceticamente
delle contemplazioni sulle tele di ragno, che in sì gran numero e, a
mò di tendoni, adornano la volta della nostra abitazione! Oh! venisse
un nuovo carceriere gobbo, sbilenco, rachitico, o per lo meno
tartaglione si potrebbe ridere qualche tempo per conto suo... Ma no
signori, sempre i medesimi volti, sempre il medesimo cielo nè sereno,
nè brusco, sempre qualche pezzetto di ragnatelo che ci dà fastidio,
cadendo ed appiccicandosi sui nasi respettivi.
Si fece delle palle colla midolla di pane e ci si mise a giocare alle
boccie... Ci si annoiava mortalmente; si tentava attaccare una
discussione filosofica o letteraria... sul più bello un prolungato
sbadiglio faceva uscir di carreggiata l'oratore e lo squarcio di
poesia e di eloquenza finiva con una solita imprecazione, dove non si
risparmiava nessuno. L'unico che vivesse estraneo a tutto quello che
si svolgeva dinanzi a noi, era il giovinetto che tesseva omelie,
ripensando alla sua bella ed ai dolci momenti che era solito passare
con lei. A questi sproloqui, noi assumendo la dignità di uomini
stagionati, e che hanno corso per tutti i versi la cavallina, facevamo
tener dietro delle dissertazioni serio-facete, e dei consigli che le
più volte facevano diventar rossa come una ciliegia la faccia del
pudibondo giovinetto il quale terminava ogni suo dire, sacrando per
tutti gli Dei, che la gentile fanciulla, malgrado tutti gli ostacoli,
avrebbe finito per diventare sua moglie. E infatti, oggi tornato di
Francia, ho saputo la grata novella del felice connubio che amore
sparga sempre di rose il beato talamo in cui piange la ragione e la
democrazia: che quel giovine infondo aveva cuore, e si entusiasmava
per le idee generose.
Gagliano pareva poi, che avesse in corpo un'organino; cominciava a
ciabare la mattina a bruzzico e durava a sfringuellare fino all'undici
e anche a mezzanotte; se noi si dormiva lui non si perdeva d'animo e
con una costanza degna di miglior causa, discorreva solo, trinciando
l'aria con gesti agitati, e ripetendo ordini del giorno e proclami di
là da venire: ei s'era fitto in capo di costituire una compagnia che
si doveva chiamare dei cacciatori del Varo, egli l'avrebbe costituita,
appena che ci si fossero schiuse le porte. La questura che seppe forse
il progetto, e che, da abile maestra, sa quanto va maturato un disegno
perchè possa riuscire, mentre dava la via, pochi giorni dopo, a tutti
noi, riteneva in chiusa per altri tre mesi il povero capitano di
quella compagnia, la quale, come direbbero le nostre donnicciole,
restò sempre nella mente di Dio.
Ci si faceva prendere aria due volte per giorno: la prima volta lungo
i corridoi circondati da terrazzini, da cui è intersecato lo
stabilimento: la seconda su, in un piccolo belvedere dal quale si
godeva di un colpo d'occhio incantevole. Sui muri dei corridoii, come
su quelli della terrazza non si vedevano che scritti in lapis: erano
ricordi, conforti scambievoli dei prigionieri: geroglifici
indecifrabili, ma che forse contenevano rivelazioni per chi era
d'intesa: _accidenti alle spie_ e _morte ai birri_ erano quasi sempre
il ritornello obbligato di questi sfoghi.
Su in terrazza trovammo anche dei versi: quantunque si sia detto, e
ridetto fino a sazietà che la solitudine fa crescere il bernoccolo
poetico, anche a coloro che da mamma natura non hanno avuto un tal
dono, l'apparizione di queste strofe fu salutata da noi con un
_hourrà_ clamoroso, che fece venire in fretta e furia i guardiani a
domandar cosa fosse avvenuto. I versi eramo mediocri, ma giudicando
dal modo col quale erano scritti, si poteva giurare che quello che li
aveva vergati aveva fatto anche troppo e che aveva un'anima molto più
sensibile di tutte le altre che si trovavano in quelle catapecchie. I
versi son questi; ve li riscrivo tali e quali, chiedendo scusa
all'anonimo autore dell'indiscrezione, e ai miei lettori qualora non
andassero loro a fagiuolo.
Campanella che rammenti Al dolente prigioniero I dolori ed i tormenti
Di una vita, che finì... Deh! Riporta al mio pensiero Le speranze
d'altri dì.
Di quei dì, che una tranquilla Gioia al Cielo mi rapia: Fissa in _Lei_
la mia pupilla Comprendevo la beltà, Comprendevo la poesia Sentia in
cuor la libertà
Or son morto, o campanella Suona, suona a funerale Più non veggo la
mia bella Più non palpita il mio onor Sul mio letto sepolcrale Suona i
tocchi del dolor
E qui il poeta finiva e la parola dolor con cui avea terminato tu la
vedevi ripetuta ai quattro angoli dell'ode!... Sia stato un malfattore
colui che vergò questi versi?... Se anche lo fu, è certo che fu più
infelice di quello che fosse colpevole!
Passammo altri due giorni in questa completa atonia; già tre giorni
che eravamo separati da tutti, già tre giorni col timore che i nostri
compagni avessero bruciato delle cartuccie contro i Prussiani!...
Finalmente venne l'interrogatorio: un interrogatorio _pro forma_, dove
ognuno rispondeva a casaccio tutto quello che gli veniva alla bocca,
dove s'inventavano scuse così magre e storie così bambinesche, che
sarebbero cadute al primo soffio di un accusatore, fosse anche il più
dozzinale. Entrammo dal giudice colla speranza: si credeva che finito
l'interrogatorio ci avrebbero rimandato: invece quale non fu la nostra
sorpresa, quando ci vedemmo di nuovo rinchiudere nell'aborrita
stamberga, che ci aveva accolto fino a quel giorno?
--Non ci mandano via che a guerra finita--Borbottò stizzosamente uno
di noi.
Chinammo tutti la testa, che tale cominciava a diventare l'universale
credenza.
E passò un altro giorno, eppoi un altro: era il tre di novembre; la
vigilia eravamo stati di un umor perfidissimo; senza provare alcuno
dei sentimenti dettati dalla religione, quelle campane che invitavano
a andare a commemorare i defunti, ci facevano pensare ai nostri poveri
morti, a quelli che caddero per le nostre idee, a quelli che cadevano
in quel mentre per far scudo coi loro corpi a una pericolante
repubblica, per opporre un'argine all'irrompente valanga dei venduti
soldati della monarchia degli Hokenzöllern... Noi eravamo mesti, e si
passava intere mezz'ore difaccia alle quadrelle dell'inferriata, tanto
per vedere quel miserabile lembo di Cielo: orizzonte rimpiccolito come
quello dell'idee che ci bollivano in testa e che non si potevano
espandere.
Il tre novembre fu un gran movimento pei corridoi, un via vai
continuato e un accorrere di guardiani. Qual nuova avventura era
giunta a disturbare la quiete monotona di quel sepolcro di vivi?... Il
caso era nuovo.
Rossi, Piccini, Stefani ed altri Fiorentini avevano avuto l'idea
bizzarra di commemorare i caduti a Montana; ne correva l'anniversario,
e loro, come avanzi degli _Chassepots_ di De Failly, non ultima
celebrità di Sédan, vollero degnamente onorarlo; coi pagliericci
improvvisarono un catafalco, ci posero sopra una camicia di flanella
rossa, lo circondarono con venticinque candele steariche, comprate la
sera avanti, eppoi attaccarono un cartello nel quale a parole cubitali
era scritto:
Ai Martiri di Mentana
I superstiti Repubblicani
S'immagini un pò il buon lettore, quando i guardiani entrarono nella
prigione, per portare il becchime a quegli uccelli ingabbiati. Vedere
tutti quei lumi, poi quel catafalco... e' era da fare andare in bestia
il secondino più mansueto che abbia mai esercitato questa nobile
professione! Subito un reclamo dal direttore, il quale seguito dal
capo guardiano, dallo stato maggiore e da un nuvolo di carcerieri si
presenta maestosamente sulle soglie delle profanata stanzaccia.
--Questo è troppo!... Io sono buono, ma non lo sono tre volte...
Impongo loro di tor via quel cartello rivoluzionario...
--Ma noi non diamo noia a nessuno, e poi qui chi lo vede?
--Non importa... Lascino pure il catafalco, ma levino il cartello!
--Ma se nessuno può leggerlo!...
--Io ho usato troppe gentilezze con loro--questo scandalo non lo
subisco...
--Ma, se non v'è scandalo!
Insomma per il buon della pace, fa necessario tor via quel disgraziato
cartello.--È un fatto, chiaro, lampante e arci che provatissimo: i
governi che pericolano hanno paura dei morti, eguali in tutto e per
tutto all'infermo incurabile che fa il viso serio solamente a sentir
parlare di morte.
In premio di non aver preso parte alle dimostrazioni sovvertitrici dei
nostri amici, quel giorno noi fummo mandati a prender aria un'ora più
presto.
Una dolce sorpresa ci attendeva sulla terrazza: arrampicandoci
sull'inferriata, e spenzolandoci come meglio si poteva, si vide sedute
sulla spalletta di un fosso che attraversava la via, le due fate dai
magici scialli, che tanto mi avevano dato a riflettere sul Var: esse
guardavano in su; era certo che qualche prigioniero, aveva portato con
se molta parte di cuore di quelle creature che credevamo vezzosissime
e che le ci apparivano come una visione, nei momenti più climaterici
di quella intrapresa.
Ci si perdeva, come di solito, in congetture su quelle apparizioni,
quando venne un custode e con ilare fisonomia, ci disse: Giù, giù
nella stanza del capo guardiano.
--Ci son novità?
--Eccome!--Loro son liberi.
--Liberi!--Urlammo noi e ci stringemmo l'un l'altro la mano. O
libertà!... Prima tra tutti gli affetti e le aspirazioni dell'uomo,
senza te è impossibile vivere, e solamente si giunge a comprendere
tutta la tua dolcezza ineffabile, allorquando per disgrazia ti si è
perduta; ridotti allo stato di cose, costretti a reprimere i battiti
del cuore, le concezioni del cervello, gli slanci che suol produrre
l'intelligenza, a te si ripensa come lo stanco e affaticato peregrino,
in una montagna o in mezzo al deserto ripensa all'agiatezza della sua
casa, ai dolci riguardi dei parenti lontani. Tanta è la gioia che si
sente nel ricuperarti, che si tornerebbe a soffrire gli istanti
penosi, che abbiamo sofferti, pur di provare l'inenarrabile felicità,
che si prova in quell'istante divino.
Scendemmo a rotta di collo le scale, entrammo nel corridoio, dove di
subito fummo circondati dai nostri compagni, che ci abbracciavano, ci
baciavano, ci opprimevano di mille domande; chi troverebbe parole per
descrivere l'emozione di quel momento solenne? Non era il tornare a
vivere che ci sorridesse soltanto: era l'idea che prima o poi si
avrebbe raggiunto nostro padre, che tale deve considerarsi da un
giovane l'eroe leggendario della libertà e del progresso, che tale
deve essere riguardato da tutti coloro che soffrono, il prode general
Garibaldi.
Fassio, incaricato dalla questura ad assistere alla nostra
liberazione, volle farci sospirare, più che fosse possibile, un tanto
agognato momento! Eravamo una lunghissima fila, ognuno che usciva
dalla stanza provocava in tutti un sospirone che si poteva tradurre in
queste parole: Lui felice... ed io pure, che mi avvicino alla
liberazione!
Venne la mia volta. Entrai: Il commissario mi abbordò subito con
queste parole: Lei è di Firenze?
--Sissignore!
--Vuoi fare il viaggio a spesa sue, o a conto della questura?
--Ma io voglio restare in Livorno
--È impossibile!
--Se ci ho i miei interessi!
--Non importa: lei è di Firenze e deve tornare a Firenze!
--Ma questa è bella!
--O bella, o brutta... tali son gli ordini.
Strana logica invero questa della polizia! se nel mio interrogatorio
avessi detto di essere del Missisipì chi sa che la questura non mi
avesse spedito gratis fino a quelle lontane regioni!... Ah! averlo
pensato!!
A tutti gli altri fu fatta la medesima proposizione: tutti accettammo
di andare a spese nostre, decisi di tentare ogni via per sfuggire ai
questurini.
--Domani si presenteranno al questore in Firenze--Disse allora il
Fassio con tuono burbanzoso e poi volgendosi al Piccini aggiunse: lei
mi par più serio degli altri, farà da capo squadra... Alla stazione
gli accompagneranno le guardie, nè li lascieranno fino a che non
avranno preso il biglietto.
Un'altra speranza che si dileguava! Bisognerà tornare per forza donde
eravamo partiti con tutta allegrezza.
--Possono andare... e si sbrighino perchè il vapore parte a momenti..
Dei picchi ripetuti all'uscio della nostra antica carcere, richiamano
l'universale attenzione verso quel posto. È Gagliano che protesta
all'ingiustizia e all'infamia: è il povero Gagliano che solo vien
rilasciato ai Domenicani per conto della questura--Scrivete sui
giornali--Egli vociava--Fate nota la nuova ingiustizia, dite che mi si
vuoi rovinare da questa canaglia.--Nessuno porgeva ascolto, alle di
lui querele, qualcuno rideva: l'uomo che esce da un pericolo diventa
egoista.
--Via, via--ci disse il nostro accompagnatore, una specie di _Don
Checco_, scalcinato come un poeta, e zoppicante, come un verso sciolto
di qualche genio incompreso.
Demmo un'ultimo sguardo alla stanzaccia che ci aveva racchiusi quei
giorni, e, cosa strana, provammo un certo dispiacere ad abbandonarla.
Quanti pensieri, quanti generosi proponimenti, quanti ricordi, quante
speranze non ci avevano agitato là entro!
Quando io esco di prigione, e lo so benissimo grazie al benigno nostro
governo, io provo il medesimo effetto di quando esco di un bastimento.
Mi gira la testa e le gambe mi reggono appena.... quella sera mi
pareva di essere addirittura ubriaco. Ed anche senza parere ubriaca,
io credo che la nostra comitiva avesse in se tanto di umoristico da
farsi guardare da chiunque passava.
Figuratevi: prima Don Checco con una mazza gigantesca, su cui si
appoggiava, ma che non era valevole a farlo passar per meno zoppo di
quello che era: poi il Colonnello in cappello a cilindro coi due tubi
di latta, in cui erano le carte geografiche, ma che di notte gli
davano un'idea di Sesto Caio Baccelli, con gli annessi canochiali;
dietro a loro il giovinetto innamorato con due valigione, che erano
vote, ma che egli aveva portato con se per dar polvere negli occhi
alla pulizia; in coda noi altri urlando, chiassando, facendo le fiche
a quel povero diavolo, che tentava attaccar discorso con tutti, senza
che nessuno gli rispondesse: in poche parole egli sembrava un
precettore che conduce a passeggiare una mandata di birichini, e
scommetto che in quell'ora, avvedutosi della parte redicola che
sosteneva, avrebbe mandato in quel paese Bolis, la Francia, il
Ministero e gli eroi della libertà.
Arrivati alla ferrovia, le guardie ci fecero ala, nè si allontanarono,
fino a che non avemmo presi i biglietti.
--Dunque a rivederli, signori--Traendo un sospiro di contentezza ci
disse il delegato.
--Dica addio!--Riprendemmo, noi tutti.
--Grazie dell'accompagnatura!--Proferiva uno in tuon di burla.
--La ci saluti Bolis...
--Al piacere di non riverirla mai più..
E via di seguito con espressioni più o meno frizzanti, tutte
all'indirizo di quel'infelice che impappinato come un pulcino nella
stoppa, voltandosi ad ora ad ora per darci una sbirciata più o meno
benevola, se ne andò quatto quatto e colla coda tra le gambe.
Entrammo nella stazione: quelli che viaggiavano a conto della questura
erano stati ficcati in due vagoni di terza classe, e cantavano:
cantavano dalla rabbia o dal piacere? Non saprei dirlo davvero, ma è
un fatto che un uomo che si trova in una situazione eccezionale,
prova un refrigerio, stuonando un'arietta; i ragazzi che hanno paura a
andar soli in una stanza canticchiano, i poveri coscritti cercano alle
canzoni montagnole, e ai patriottici inni quel coraggio che invano
cercherebbero al cuore.
Ecco i due scialli!.. Ecco le due donne che ci hanno fatto tanto
almanaccare colla testa sul _Var_ e in prigione!--Oh! finalmente ci è
dato avvicinarle! Sono la madre e la sorella dì un'arrestato, mi
sussurra uno, che ho accanto. Mi approssimo a loro. Qual delusione! La
madre è sbilenca, le mancano due denti davanti ed ha una bazza, come
quella del barone Ricasoli. E la figlia? Mi risparmino i lettori
l'orrore di descriverla!.. Un viso da leticare il giallo alle carote,
un personale impossibile, due mani che certamente non sarebbero state
sproporzionate per il Biancone di piazza. Mi fecero mille complimenti,
mi volevano presentare il figliuolo e il fratello: io con una scusa
qualunque voltai loro gentilmente le spalle, che amavo credere il
nostro compagno di sventura, gobbo, sciancato, ridicolo, per potere
almeno avere il vanto di aver conosciuta la famiglia più brutta, che
in questi tempi Borgiani, passeggi sotto la cappa del Cielo!
Pochi minuti dopo, si entra tutti nel convoglio: Piccini che doveva
essere, il capo squadra ci sfugge: il treno è in movimento e noi ci si
trova, _spinte_ e _sponte_, trasportati a Firenze.