Andammo subito al Comitato; non ci era nessuno: se ne domandò la
ragione, ci risposero che era domenica; si cominciava benino!
Facendo di necessità virtù, deliberammo di tornarci il giorno dopo, e
intanto andammo a passeggiare per la città: Non posso negare che più
che mi inoltravo in quelle magnifiche strade, più osservavo il
chiasso, il movimento, il lusso, il fare spigliato di quella
popolazione, più mi sentivo in preda d'impressioni bruttissime. Non
che essere in una Nazione, tanto bistrattata, tanto avvilita, tanto
depressa come era allora la Francia, tu avresti creduto trovarti in un
paese dove tutte le cose vadano a meraviglia, dove non si sia nemmeno
alla lontana sentito parlare di guerra. Molti giovanotti avevano il
berretto da guardia nazionale, ma molti ancora se la passeggiavano
tranquilli e contenti, a braccio di signore di virtù più o meno
problematica, e occupavano cianciando, chiassando e ridendo i tavolini
che sono al difuori dei molti caffè, che si trovano nella magnifica
strada della _Canobiere_.
Ai _cafès chantants_, si cantava la Marsigliese, le _chant du depart_
tutte canzoni patriotiche... ma pur si cantava; alla _Maison doré_ si
ballava sempre patriotticamente il _cancan_: tutte le _cocottes_ di
Parigi, allontanate da quella citta a causa dell'assedio, erano
piovute là a Marsiglia, dove abbassando le loro pretese, avevano
trovato ammiratori a iosa; erano aperti tre teatri; sui _boulevards_
tutte le sere suonava la banda; unico indizio di vita belligera noi lo
trovammo in certi cartelli che erano attaccati a tutte le cantonate;
cartelli ove era scritto a lettere cubitali: Parigi non si arrenderà
mai; del resto, come ho detto, un'indifferenza da fare schifo, una
corruzione che non ci faceva mai presupporre che un Trochu avesse la
sfacciataggine di qualificarla all'Assemblea per Italiana. Se si fa un
paragone tra qualunque delle nostre città nel 1866 e Marsiglia nel
1871, bisogna in coscienza affermare che noi, quantunque corrotti,
siamo molto, ma molto superiori, se non altro nell'amore di patria,
alla città più spinta del mezzogiorno della Francia.
Né solamente le classi agiate se la spassavano, bastava andare sul
porto per potere esser certi se quel popolo lì, aveva intenzione di
concorrere alla guerra! Le infinite baracche dei saltimbanchi, i
giuochi improvvisati lungo la strada, la gente che si affollava
intorno ad un vaporino che conduceva intorno il porto, i cantastorie
ambulanti ci offrivano un bel colpo d'occhio, ma ci raffermavano
sempre più nella nostra opinione. È vero che tra gli altri sollazzi
vedemmo anche un tiro al bersaglio e in questo servivano di mira due
Prussiani più grandi del naturale; ma a che prò sciupare la polvere
contro i Prussiani di carta, quando si fuggiva a rotta di collo
davanti a quelli di ciccia?
La molta gente che interrogammo, ci rispose facendo voti, per la pace;
il commercio incagliato, i guadagni diminuiti parlavano nel cuore di
tutti quegli uomini, più della voce della patria tradita. Noi pensammo
che era ben difficile che la Francia potesse pigliare una rivincita.
In mezzo alla folla vedemmo qua e là confusi ed incerti alcuni
_Turcos_ ed alcuni Zuavi, zoppicanti e con volti emaciati. Erano
feriti; erano avanzi gloriosi di Wissembourg, di Woërt, di Gravelotte.
Abituati a vedere questi fieri soldati, allorché nel cinquantanove
baldanzosi e trionfanti traversarono l'Italia, noi provammo un senso
di dolore nel vederli ridotti in tale stato. I ragazzacci del popolo
non di rado li accompagnavano colle loro fischiate, o facevano loro
degli scherzi da far rivoltare lo stomaco agli uomini più abboccati
del mondo: la sventura dovrebbe esser sacra. La popolazione di
Marsiglia l'aveva maledettamente con l'armata: mentre uomini, donne,
fanciulli si affollavano lungo le vie e guardavano con ammirazione la
guardia Nazionale, che faceva crepar dalle risa, tutti avevano sempre
pronto un frizzo, un insulto per quei poveri diavoli del 60°
reggimento, che allora si ricostituiva in quella città: li chiamavano
i soldati di Napoleone, e tutti erano all'unisono per dichiarare
quest'ultimo come un traditore, come l'unica causa di tutti i disastri
che avevano ridotto al lumicino la patria degli eroi del novantadue e
degli espugnatori di Malakoff.
Un po' sconfortati continuammo a girellare, ma è un fatto che quella
varietà, quel movimento ci stordiva in modo, che queste cose le quali,
or ripensando mi danno fastidio, terminarono col non farmi nè caldo nè
freddo e col darmi gusto. Rintoppammo sul porto il nostro compagno di
viaggio, disertore dall'esercito Italiano.
--Vadano al Comitato--Ci disse--perché fra poco si parte..
--Dici davvero?
--Sul mio onore.
E noi ci avviammo al celebre Comitato che aveva la sua sede sulla
piazza della prefettura.
Un gruppo di giovani dal portamento spigliato, era sulla cantonata e
faceva pervenire ai nostri orecchi il dolce suono della gentile
favella del sì. Saranno stati all'incirca una cinquanta ed erano tutti
Italiani, qualcuno aveva il berretto rosso: tutti vestivano ancora con
abiti cittadineschi. Fummo accolti da loro come fratelli: in quei
momenti s'improvvisano le amicizie, e il tu alla quacquera di primo
acchito, soave reminiscenza dell'Università, predomina su tutta la
linea: nè si creda che queste amicizie che si concludono in un quarto
d'ora, sfumino come tutte le amicizie del mondo, poiché sono le più
inalterabili, perché dopo molti anni quando l'uomo vive nel passato e
chiede un conforto e una lacrima al sacro patrimonio d'affetto che ha
raccolto qua in terra, ripensa a questi amici di gloria e di sventura
come l'esule, o il prigioniero ripensano alla casetta paterna.
Tutti erano allegri... si andava incontro a un nemico formidabile, si
era certi della difficoltà di vincere, si sapeva che probabilmente
metà di noi avrebbe pagato col sangue le idee che ci bollivano in
testa, ma che c'importava? Anche il sacrificio ha le sue voluttà e
sono più inebrianti di quelle della gioia.
--Stasera non possono partire.--Venne a dirci un coso sbilenco, che
doveva essere addetto al Comitato.
--Daccapo--Urlarono i giovani e proruppero in fischi.
--Domani sera partiranno di sicuro--Proferì a malapena quel corvo del
malaugurio e se la svignò alla chetichella.
--Pazienza ragazzi... bisogna assuefarsi alle disillusioni; venite con
me alla vicina taverna e là faremmo passare la malinconia,
trangugiando un buon bicchier di vino caldo.
Quello che parlava era un bel tipo di militare; era già vestito da
Garibaldino e camminava un po' zoppo.
--Evviva il Mago!--Gridarono tutti.
--Venite con me sempre, o ragazzi, e vedrete che anche al fuoco non vi
farò scomparire.
--Eh! lo sappiamo che tu sei un eroe...
--Che eri all'attacco di Dijon...
--E che ci fosti ferito.
--Evviva i prodi soldati!
--Evviva.
E cantando patriottiche cantiche ce ne andammo tutti alla vicina
taverna, dove due fior di ragazze dispensavano bibite e sorrisi agli
avventori, che ne andavano in solluchero a questo connubio cotanto
attraente.
A Marsiglia, il vin caldo e il Cognak costano la miserabile somma di
10 centesimi, e si noti bene che le bibite non si amministrano
omeopaticamente come da noi.
--Se ci fossero certi amici!--Esclamò il Materassi, quando giunse a
cognizione di questa consolante notizia.
--Mago, su... giacché non sappiamo come passare il tempo, raccontaci
i fatti gloriosi di cui è già stato eroe Garibaldi... Noi ci
istruiremo e le ore ci trascorreranno, come se fossero minuti.
--Che volete... che dica...
--Di quello che sai: raccontaci come si portano i nostri, quale è la
nostra organizzazione, e se infine i soldati Prussiani sono poi quella
gente famosa da far tremare tutto il mondo...
--In quanto a questi vi assicuro che non fanno di noccioli e che
tirano diritto, e che son duri come montagne, ma, poiché volete saper
proprio ogni cosa, vi spiffero tutto dall'_a_ alla _z_ pregandovi a
scusarmi se non parlo in punta di forchetta.
Tutti fecero silenzio e il sergente (il Mago era sergente),
incominciò: Figuratevi che si era in Autun. Il clima di Francia è
pazzo come gli abitanti. A Dôle non aveva fatto che piovere, a Autun
era un freddo che ci pareva di essere in Siberia. Noi stemmo sei
giorni all'avamposti e vi assicuro di aver provato certi brezzoni, che
al solo ricordarli mi sento gelato. Riunita tutta la legione, si partì
col nostro Vecchio per Arnay le Duc.
--O in che legione eri?--Interruppe uno.
--Io ero con Tanara; un bravo uomo, ragazzi, un uomo, del genere del
quale ce ne vorrebbe dimolti nella democrazia, uno di quei pochi
insomma che si seguono volentieri, quando cominciano a fischiare le
palle!.. Tornando a bomba: vi dirò che da Arnay le Duc, girammo come
l'Ebreo Errante, per tutti quei paesuoli, sempre in cerca dei
Prussiani che non si vedevano mai... Che marcie, figliuoli!.. Non
dubitate, che chi potrà raccontare questa campagna, potrà esserne
altero e potrà dire di esser sfuggito alle unghie del diavolo. Il
giorno ventiquattro entrammo in Malin, abbandonato poco prima dai
Prussiani; pernottammo alla stazione, e Garibaldi, il bravo uomo, era
là.. in mezzo a noi, a farci coraggio, a prometterci che ci saremmo
fatti onore. Il freddo era intenso, acutssimo e il nostro Vecchio era
sorridente, sereno, come se fosse stato nella stanza più bella e più
riscaldata del suo quartier generale. Gli abitanti cercavano di
renderci meno dure le privazioni colle loro gentilezze: e si
affannavano a portarci da mangiare, e da bere; le donne, anche delle
classi non basse, ci portavano il pane ed il vino e ci stringevano la
mano. L'era una cosa da far piangere i sassi... ve l'assicuro.
All'alba partimmo e ci frastagliammo compagnie per compagnie nei
borghi diversi, adiacenti a Malin. Così passammo l'intera giornata:
sul far della sera venne ordine immediato di partenza, e difatti tutti
insieme si andò a Lantenay. Qui trovammo un infinità di guardie
mobili, qualche pezzo di artiglieria, un mezzo squadrone di _Chasseurs
d'Afrique_ e varii corpi di volontari. Garibaldi alloggiò al castello;
noi ci fermammo proprio sotto di lui e per riscaldarci facemmo degli
immensi _falò_. I Prussiani erano al di là di una foresta che si
stende sull'alture del Nord Ovest del Castello; in linea retta tra noi
e loro non ci correva nemmanco un chilometro. La mattina del ventisei
oltre la paga ci diedero dei pezzi di capretto che erano stati
requisiti; ma sul più bello, allorché si cominciava ad assaporare
questa vivanda così patriarcale, suonò l'assemblea, e in un minuto
bisognò correre ai ranghi, lasciando sul terreno e nelle case più di
metà di quel cibo, che con tanta veemenza veniva reclamato dai nostri
stomachi vuoti. Appena arrivati al castello, vedemmo Garibaldi a
cavallo: era seguito da Menotti, da Bordone, da Canzio. Il Vecchio
diede qualche ordine, poi seguito dai suoi e da alcune guide ci
precedette, inoltrandosi al trotto verso l'estremità della foresta;
dopo brevi istanti noi ci avanzammo. Pigliammo una viuzza e in poco
tempo raggiungemmo lo stato maggiore. Allora si ordinò a due compagnie
del primo battaglione, tra le quali alla mia, di occupare l'altipiano
e di stenderci in catena. Nell'eseguire quest'ordine voltai i miei
occhi a destra e vidi in terra sdraiato il prode Garibaldi. Egli si
riposava: lì a cento passi da noi.. Io non sono un poeta, sono un
ignorante, un soldataccio cresciuto tra bestemmie della caserma, ma
che volete, non ve lo nascondo, veder quel vecchio, malato, quell'uomo
della cui fama è pieno il mondo e che si è già conquistata
l'immortalità, vederlo, dico lì sdraiato come uno di noi, con quella
faccia di santo, a pochi passi dalla morte, io sentii inumidirmi le
ciglia e piansi come una donnicciuola, o come un abatino.
Due batterie, una da campagna e l'altra da montagna, presero posizione
accanto a noi. Poco distante tuonava il cannone; erano le truppe di
Bossak e di Ricciotti, almeno lo credo, che disturbavano le mosse del
nemico. Che magnifico spettacolo ci si presentò agli occhi, quando
principiammo a guardare! Una vallata ubertosissima di vegetazione si
stendeva sotto di noi; i battaglioni Bavaresi e Prussiani formavano un'estesa e ben compatta colonna; gli ulani correvan da un estremo
all'altro di quella linea, che sembrava di ferro, tanto era nera: ma
colle nostre complessioni e coi nostri comandanti si ammacca anche il
ferro!.. Venne l'ordine infatti di avanzarsi.
Il terreno che dovevamo percorrere era pieno d'intoppi: era un
avvicendarsi di piccoli scaglioni che qualche volta ci facevano andare
a gambe levate. I _Francs Tireurs_ si erano internati nella foresta e
appoggiavano i nostri movimenti. Dopo poco trovammo dietro uno dei
tanti rialzi gli _Chasseurs d'Afrique_ che erano in esplorazione. Una
scarica a bruciapelo eseguita dai Prussiani, li fece retrocedere;
allora occupammo noi la sommità abbandonata dalla nostra cavalleria.
Il rombo del cannone si fece sentire da tutte e due le parti, i
Prussiani rispondevano ai nostri con accanimento: le palle, le bombe
ci smaniavano di sopra, di sotto, intorno al capo, alle gambe: ogni
poco i superiori ci ordinavano di sdraiarci per terra, Una rachetta
portò via la coscia del bravo luogotenente Dell'Isola aiutante di
Menotti. Il nostro capitano Morelli era sempre alla testa della
compagnia e diè prova di un sangue freddo, che, come vecchio soldato,
io vi dichiaro rarissimo. Pigliammo d'assalto un paesetto, lo
traversammo a baionetta calata, in mezzo agli applausi di quei buoni
abitanti. I Prussiani si ritiravano colle loro artiglierie: apriamo il
cuore alla gioia, guardiamo e si vede in capo alla strada il Generale;
ma dunque quest'uomo è per tutto, quest'uomo è miracoloso, quest'uomo
è invulnerabile!.. Gridano i volontari, e poi, tutti prorompono in
acclamazioni all'illustre condottiero. Garibaldi ci salutava col suo
solito sorriso, poi, chiamata una tromba, si fece dare un poco da
bere, e bevve l'acqua di una vicina pozzanghera. Intanto il cielo
aveva aperto le sue cateratte, ed una pioggia diabolica c'inzuppava
maledettamente i vestiti, e ci rendeva assai malagevole il camminare a
causa del fango che produceva.
Facemmo alto in un luogo disabitato e scoperto; quivi sfilò innanzi ai
nostri occhi tutto il piccolo esercito che aveva sotto di se
Garibaldi. Passato che fu, venne anche per noi l'ordine di avanzarci
senza sapere ove si andasse e senza nemmeno curarsene: che il buon
soldato non deve mai discutere, nè sofisticare su quanto ordinano i
superiori. Dopo aver camminato un poco, noi del battaglione, comandato
da Ciotti, arrivammo in un piccolo villaggio situato al Nord di
Lantenay, e qui dalla bocca stessa dei villici sapemmo che i
Prussiani, prima di partire, avevan fatto man salva di tutto il
bestiame.
Di cibo non ci era da parlarne, e noi si aveva un appetito numero uno;
una sola botteguccia era aperta, ma anche in questa non si trovavano
che pochi pezzucci di pane; li dividemmo da buoni fratelli, ma appena
si cominciavano a divorare, eccoti di nuovo l'ordine d'immediata
partenza. Ragazzi miei, non è il fuoco che costituisce lo amaro di una
campagna, chè anzi ne è la pagina bella; sono le privazióni e gli
stenti, a cui però di buon grado deve assoggettarsi il soldato
dell'idea. Noi eravamo stanchi, le gambe non ci reggevano più, i
respiri si elevavano a mala pena dal petto, ma il nostro lavoro non
era terminato, bisognava finirlo, come volea Garibaldi, e o male o
bene noi lo facemmo ed ecco come andò.
Il Generale voleva sorprendere Digione, ed era sicuro d'impadronirsene
con uno dei suoi colpi di mano e vi garantisco che sarebbe
riuscito.... Oh! mille valorosi di più o duemila vigliacchi di meno, e
avreste veduto! Noi ci inoltrammo silenziosi lungo la strada; avevamo
avuto il comando di non scaricare il fucile; quatti quatti senza
respirare nemmeno, col cuore che ci batteva forte forte, procedevamo
in mezzo a quel buio d'inferno; nessun rumore si sentiva all'intorno:
un acquazzone tremendo ci percoteva da tutti i lati. Noi marciavamo
per primi insieme ad una compagnia di _Francs tireurs_, dietro a noi
venivano diversi battaglioni di guardie mobili e l'artiglieria. Così
giungemmo fino a un kilometro dalla città; pareva che i Prussiani non
si fossero anche accorti di noi; un subitaneo schioppettìo di fucilate
ci rese sicuri che la nostra avanguardia era alle prese cogli
avamposti dell'inimico.
I nostri superiori ci diedero l'ordine che ad ogni scarica, ci
buttassimo nei fossi che fiancheggiavano la strada; questi erano pieni
d'acqua, e allorché il lampo annunziatore delle palle vicine si faceva
vedere in quel buio, noi prendevamo dei bagni, nè troppo comodi in
quella stagione, nè troppo puliti. Però di tratto in tratto ci si
avanzava, tra quel diavoleto: le nostre trombe suonavano avanti;
avanti, gridavano gli ufficiali; avanti si gridava noi tutti, e come
un sol uomo, ci spingevamo, ci accalcavamo, per quella strada che poco
dopo doveva essere ingombra da mucchi di deformati cadaveri. Già
qualche ferito emetteva grida strazianti, già l'aria s'impregnava di
quel simpatico odore di polvere che suole accompagnare i
combattimenti, già il lontano rullo del tamburo, il subito guizzo che
pari a lingua di fuoco si ripercuoteva per tutta quella estensione, e
il fischio non interrotto mai delle micidialissime palle nemiche, ci
rendeva sicuri che assistevamo ad un'imponente battaglia.
Le scariche dei Prussiani di minuto in minuto crescevano d'intensità,
eppure noi fedeli ai nostri ordini non ci azzardavamo a far uso delle
nostre armi, quando quei vili delle guardie mobili cominciarono a
scappare e a tirar fucilate all'indietro, fucilate che colpivano noi,
non i Prussiani. L'impresa a quel momento si poteva chiamare fallita;
un uomo prudente, uno che va col successo si sarebbe ritirato, ma
Garibaldi era lì in prima fila, ma noi si vedeva fuggire i Francesi e
volevamo far vedere quanto più di loro valessero i calunniati
Italiani, epperciò con l'entusiasmo di chi sa di sacrificarsi per una
idea generosa si stava fermi, al nostro posto. E lì morì il povero
tenente, Anzillotti; lì morì il bravo Del Pino uno dei ragazzì più
buoni e più coraggiosi che io m'abbia conosciuto, e certo uno dei
migliori della mia compagnia. Non vi sto a dire il numero dei feriti,
i Carabinieri Genovesi furono decimati... gli Italiani si battevano e
si battevano da eroi.
Fu giuocoforza il ritirarsi; mai ritirata poteva cominciare con tanto
disordine; si correva all'impazzata pei campi, ogni poco, si cadeva
per terra, ogni poco ci si trovava a mezza gamba nell'acqua, e tutto
questo sotto un fuoco continuo di mitragliatrici, di cannoni, di
moschetterìa. Giunto a capo di una viuzza, fui scaraventato per terra:
tentai di rialzarmi, mi fu impossibile poco dopo io era fuori dei
sensi; non so quanto durò, il mio sbalordimento; quando mi riebbi mi
trovai sopra un barroccio che mi portò all'ambulanza d'Autun, da dove
fui trasferito a Lione. Un'impertinentissima scheggia di mitraglia mi
aveva forato la coscia. Ottenuto un permesso di convalescenza, ho
fatto un mesetto di villeggiatura a Nizza, e ora me ne torno lassù,
che, grazie al Cielo, della forza per battermi coi Prussiani ne ho
sempre, perché, sappiatelo ragazzi, una battaglia è uno di quei
divertimenti che non capitano ad ogni canto di gallo; si può morire,
ma dove volete trovarmi una cosa più bella di morire, in mezzo al
fumo, al rumore, alle trombe e alla gloria... eh! via dunque, venite
con me, e vi farete onore, il vecchio Mago ha veduto troppe volte da
vicino la morte, perché vi possa far fare una figuraccia indecente.
--Evviva il Mago!--Gridarono tutti e tutti picchiarono il bicchiere
tra loro.
Dopo aver discorso un'altra buona mezz'ora, dopo aver domandato tutto
il domandabile al brav'uomo che aveva già veduto i Prussiani, ci
congedammo da quell'allegra compagnia e ci avviammo all'albergo.
--Ma se ci mandassero con Frapolli!--Esclamò uno di noi per la strada.
--Che... Parleremo ben chiaro al Comitato, noi intendiamo di batterci
e non di fare il framassone a cento miglia dal teatro della guerra.
--E però va specificato--ci disse uno che per buona fortuna era venuto
dalla taverna con noi--Perché quei signori che spediscono sono tutti
una zuppa e un pan molle con quelli arfasatti e se voi state zitti, vi
trovate di certo mistificati.
Noi ringraziammo il gentile consigliero e ci addormentammo decisi di
raggiungere tra poche ore il generale, e l'Armata dei Vosgi.