«Ma qual cosa più falsa che l'asserire non essere state cassate da

quel libro, se l'inquisitore l'avesse corretto, tante cose infeste,

orribili, sciocche e contrarie alla salute umana, eretiche e nemiche

della cattolica verità? Qual cosa più inimica a Dio e agli uomini, che

sottoporlo alla necessità delle stelle, il quale per noi ricomperare

la morte, e lavare i nostri peccati, volle morir sulla Croce? Qual

più pestilente dottrina che quella da lui insegnata, la quale nega

la libertà dell'arbitrio? Nè si scusa col dire che il libello sulla

sfera è stato corretto dall'inquisitore di Lombardía, il che non è

vero, nè verosimile; anzi piuttosto si trova il contrario per lettere

del medesimo inquisitore; ma, dato che fosse corretto, un altro non

corretto ne tenne e lo usò, nella qual cosa è peccato maggiore. Nè

lo difende quello che è scritto nella fine di detto libro; che, se

vi fossero scritte alcune cose non bene dette, se ne rimette alla

correzione della santa madre chiesa, perchè nel medesimo libro si sono

trovate eresíe manifeste, insegnate anche dopo che abjurò l'eresía; e

basta ch'egli abbia ingannato una volta la chiesa, per ritenere che

essa protestazione è direttamente contraria al fatto, la quale non

alleggerisce, ma piuttosto aggrava il protestante.

«Laonde noi inquisitore predetto, vista e considerata la sentenza data

per il predetto frate Lamberto inquisitore di Lombardía, sedente a

Bologna, con la dichiarazione che ricevette la penitenza; e viste le

altre cose che abbiamo sapute dal medesimo inquisitore; visto ancora i

testimoni e le testimonianze per noi ricevute e formate contro di lui,

e le confessioni che ha fatto; e il termine assegnatogli, dopo che gli

fu approvato il processo e datogli le difese; e benignamente aspettato

tre giorni; e anzi dopo il tempo assegnatogli, dinanzi al venerabile

padre e signore cardinale Giovanni legato della sede apostolica,

di messere lo vescovo e altri insigni prelati, letti al medesimo

maestro gli errori, la confessione ed abjurazioni predette, egli di

sua spontanea volontà le confessò e riconfessò essere vere; visto

ancora ogni e qualunque altro atto del processo, e i nomi dei detti

testimoni pubblicati, secondo il modo debito, e per ordine dimostrati e

dichiarati al nobile e religioso uomo messer Cante da Gubbio, vicario

generale del venerabile messer Francesco vescovo fiorentino, e di

molte altre persone probe e discrete, e dottori di leggi, chiamati

per consultare se sia da procedere a sentenza contro il maestro

degli errori, siccome contro a relasso in eresía abjurata: e tutti i

nominati, ed altri assaissimi religiosi, lettori di sacra teología,

dopo maturo consiglio, e avuta insieme con noi matura deliberazione;

«Invocata la grazia di Dio e dello Spirito Santo; sedendo pro

tribunali, di consenso del venerabile padre, signore, vescovo

fiorentino, pronunziamo in questi scritti, il predetto maestro Cecco,

eretico costituito in nostra presenza, essere ricaduto nell'eresía

abjurata, ed essere stato relasso; e per questo doversi rilasciare

al giudizio secolare, e lo rilasciamo al nobile soldato e cavaliere

messere Jacopo da Brescia, vicario di monsignore lo duca Carlo,

presente e recipiente, che lo debba punire con debita considerazione;

e sopra ciò, che il libello suo superstizioso, pazzo e negromantico,

fatto dal detto Cecco sopra la sfera, pieno di eresía, falsità,

inganno; e un certo altro libello volgaro, intitolato _Acerba_, il nome

del quale esplica bene il fatto, avvenga che non contenga maturità o

dolcezza cattolica, ma vi abbiamo trovate molte acerbità eretiche; e

principalmente quando c'include molte cose che si appartengono alle

virtù e costumi, che riduce ogni cosa alle stelle, come in causa; con

ogni altra sua opera, scritto o dottrina, deliberiamo e comandiamo per

sentenza doversi abbruciare; e all'eretico desiderando tagliare le vene

della fonte pestifera, per qualunque meato derivino, vietiamo che si

possano leggere e ritenere da veruno, sotto pena di scomunicazione e

altre pene corporali, secondo le leggi canoniche.

«La detta sentenza fu data e pronunziata, e la promulgazione e la

rilassazione fu fatta per il detto inquisitore, sedente pro tribunali,

nel coro della chiesa de' frati minori di Firenze, presente il detto

messer vicario e suoi assessori, soldati e famiglia, riceventi il

detto maestro Cecco sotto gli anni dell'Incarnazione del Signore

1327, indizione decima, il dì 20 di settembre, presente il detto Cecco

rilassato, e gli infrascritti testimonj:

«Bernardo de Ricci, compagno dell'inquisitore — Ser Antonio Graci —

Ser Lore da S. Maria Novella — Borghino di maestro Chiarito da Prato —

Dinco Ducci — Neri Giovannini — Manovello di Jacopo».

Maestro Cecco fu menato al detto messer Jacopo da Brescia, legato

colle mani dietro; e con molta furia di parole ed atti irosissimi

gli fe' mettere i ferri in gamba, e per quella notte rinchiudere in

strettissima prigione. La mattina seguente fu menato dinanzi a messer

Jacopo, il quale aveva avuto il processo, che gli fece leggere da capo,

e il maestro raffermò quello che aveva detto dinanzi all'Inquisitore.

Allora messer Jacopo disse:

— Vedi, maestro, o tu fai quello che io voglio, condannando i tuoi

errori, e le tue eresíe, o io ti spaccerò.

E il maestro:

— Stolte sono le tue parole; la invidia e la ignoranza mi hanno

condotto qui; ma la verità non si muta, e troppo è più forte di esse.

Intanto già era cominciato a sonare, come dicevano, a condannagione, e

poste fuori le bandiere, e armavasi la famiglia, quando venne un messo

dell'Inquisizione, dicendogli:

— Maestro Cecco, tu vedi che la famiglia si arma per menarti alla

morte. Io non so che uomo tu sei: perchè non credi quello che credono

gli altri? Il Vescovo e l'Inquisizione mi hanno mandato qui, che io

ti venga a dire, se vuoi ritornare alla chiesa e rimanerti dei tuoi

errori, acciò che vegga il popolo che la chiesa è misericordiosa fino

all'ultimo.

E il maestro senza verun segno di apprensione:

— La morte mi veggo dinanzi agli occhi, e non temo. Credo quel che

è vero, ed i miei nemici sanno che io nol discrederò mai; e simulano

adesso misericordia e benignità per ingannare il popolo come sempre

hanno fatto.

Allora la famiglia lo trasse con grande impeto fuori della porta,

e rimaso tutto solo tra berrovieri e mascalzoni, scalzo, con una

gonnelluccia in dosso, parte de' bottoni sfibbiati, senza nulla

in capo; e andava con la testa alta, senza verun segno di paura o

terrore. Vi era tanto popolo che appena si poteva vedere; e a molti

increscendone, gli dicevano:

— Non voler morire: pentiti; rimanti dei tuoi errori.

Ed altri:

— Sciagurato! tu hai il diavolo addosso, che ti trascina alla morte.

E così in più punti del suo ultimo doloroso cammino chi gli diceva una

cosa, e chi un'altra: esso rispondea sempre più costantemente che mai,

e sempre mostravasi più impavido.

Quando fu in sulla piazza de' Priori (oggi della Signoría) quivi era

andato a vederlo passare anche monna Simona, la quale, tra gente

e gente, erasi ficcata molto innanzi; e sulla piazza medesima era

appostato il valletto di messer Guglielmo coi suoi compagni, per tentar

di levar rumore, e vedere se in quel subbuglio venisse lor fatto di

liberar il maestro. La vecchia a cui maestro Cecco passò molto da

vicino, vedendolo a quel modo lacero e malconcio, si sentì proprio

serrare il cuore, ricordandosi in quanta stima l'avea veduto tenere dal

suo sere, ed anche dal bel cavaliere; sicchè non si potè tenere che la

non facesse un acuto strillo; e poi non dicesse ad alta voce:

— Oh Dio! come l'hanno condotto! che strazio hanno fatto di un tanto

maestro!

E voltasi poscia a lui proprio:

— Maestro Cecco, riconoscetemi voi? Deh! maestro, non vogliate morire!

fuggite dalle mani di cotesti cani.

Il maestro le si volse benignamente, dicendo:

— Buona Simona, il vederti mi è consolazione. Non piangere su me,

piangi sopra i miei nemici.

Il popolo d'attorno alla Simona, udendo le sue parole, e vedendo i

suoi atti così disperati, e la temperata e grave risposta del maestro,

se ne commosse; e seguitando ella il maestro, o volendo pur dire, la

famiglia del vicario del duca, volle metterle le mani addosso. Allora

si levò un poco di rumore tra la gente d'attorno, e la Simona strillava

orribilmente, che non voleva lasciarsi menar presa. A un tratto si ode

dal lato opposto una voce:

— Muora la famiglia del vicario.

Ed in un altro punto:

— Viva maestro Cecco d'Ascoli: su, brigate, liberiamolo da costoro.

E molti del popolo già levavano il rumore. La famiglia del vicario,

udendo tali grida, si mise in forte sospetto, e tutti si volsero verso

là dove il rumore si faceva, e pensarono prima di tutto ad assicurarsi

del reo, il quale non dava segno veruno nè di speranza, nè di paura:

ed in questo fru fru della famiglia, potè la povera Simona, un poco

da sè e un poco ajutata, svignare dalle unghie di uno de' famigliari

dei vicario che già l'avea ghermita, e ritrarsi salva alle case de'

Cavalcanti, di lì poco discoste. Il rumore intanto si faceva grande,

benchè molto popolo per la paura fuggisse chi qua chi là; e la famiglia

avea gran fatica a schermirsi dalla furia dei non pochi assalitori, i

quali a lungo giuoco l'avrebbero sopraffatta, e toltogli Cecco dalle

mani, se tosto non accorrevano parecchi fanti del podestà, all'apparir

de' quali coloro che avevano levato il rumore, vedendo di non potere in

modo veruno resistere, fuggirono chi per un verso e chi per un altro;

ed il rumore fu tosto acquetato, e il maestro riprese il doloroso

viaggio.

Venuto alla piazza del Grano[37], essendovi molte donne alla finestra,

e tavolieri, e gente che giocava, gli dicevano:

— Pentiti, pentiti.

E Cecco senza ira e senza paura:

— Pentitevi voi de' peccati, delle usure e degli altri brutti vizj.

E uno fra gli altri gli andò dando molta briga per più d'una

balestrata, dicendogli:

— Tu se' martire del diavolo: credi tu di saperne più che tanti maestri?

Con altre simili parole e vituperosi motti e scede, alle quali Cecco

o non rispondeva, o rispondeva solo parole sentenziose o gravissime.

Egli per altro era così vinto dalla fatica, così oppresso dal caldo,

ed aveva tanta seccagione che spesso volle chiedere da bere, ed

allora ripigliava forza, in modo che pareva un altro uomo, e poteva

bene rispondere a coloro che continuamente gli volgevano parole o di

compassione, o di preghiera o di scherno. Volto il canto da Santa Croce

per andare alla porta della giustizia, gli dette molta briga un suo

antico famigliare con molte parole:

— Maestro, non vogliate morire: pentitevi; sarete perdonato; non siete

però tra' pagani.

— Peggio che pagani: io voglio morire per la verità.

— Poniamo che sia codesta la verità; non dovete morire per ciò.

— Per la verità morì S. Pietro; e a S. Paolo fu tagliato il capo.

— O, negò San Pietro.

— E se ne pentì.

— Or bene, tu lo potrai fare anche tu, però che, se S. Pietro fosse

qui, e' negherebbe.

— No, nol farebbe; e se il facesse farebbe male.

Uscito dalla porta della giustizia[38] era serrata la chiesa di Santa

Maria del Tempio, che lo avevano comandato i nemici di Cecco, acciocchè

paresse che non credesse in Cristo. Quando finalmente fu sul luogo

della giustizia, il banditore bandì, e fecero un cerchio di cavalli

attorno al capannuccio, onde poca gente potè entrare nel cerchio;

e molti saliron sul muro dell'Arno, che era lì presso, tanto che si

potesse vedere molto bene.

Arrivato maestro Cecco dinanzi al capannuccio non mutò aspetto neppur

là; ma arditamente vi entrò dentro: ed essendo già legato alla colonna,

alcuni misero il capo dentro, pregandolo che si pentisse. Ed egli stava

sempre forte; e ad uno che pur il pregava, spesso dicendogli:

— Perchè vuoi tu morire così?

Egli rispose:

— Questa è una verità che ho sempre albergato in me, della quale non si

può rendere testimonio se non dopo morto.

Allora, per ispaurirlo, fecero molte volte fumo attorno il capannuccio,

e molti altri spaurimenti; infine, dopo molte battaglie, dategli sempre

invano, misero fuoco al capannuccio; e com'egli lo sentì appiccato,

volgendosi col capo, che con la persona non potea, verso Firenze, disse

con gran voce:

— Firenze, questo supplizio è tua grande vergogna; la tua obbrobriosa

servitù a' signori stranieri, a' frati ed a' preti, ti farà per molti

secoli cieca, e ferma incontro al tuo bene: il tribunale che mi ha

condannato...., qui fece un atto come se starnutisse, nè disse se non

l'ultima parola; che fu:

— Maledetta sie tu...

E essendo arsi i legami che il tenevano legato alla colonna, cadde in

terra ginocchione, con la faccia volta verso il cielo, e la bocca tonda

già morto.

CONCLUSIONE.

Il fiero caso di Cecco d'Ascoli e la sua meravigliosa costanza sbalordì

tutti; e molti se ne addolorarono in Firenze e fuori, che il tenevano

solenne scienziato; e c'è chi racconta[39] come papa Giovanni XXII,

saputa in Avignone la novella di questa morte, dicesse publicamente

al cospetto di tutta la corte: _I frati minori hanno perseguitato ed

ucciso il principe dei filosofi peripatetici_.

Il giudizio, che della scienza e dottrina di Cecco fu fatto nei secoli

posteriori, è vario e diverso, chi dicendolo filosofo nobilissimo,

come tra gli altri, ai dì nostri, Guglielmo Libri; altri un volgare

astrologo, un ingegno balzano, e vanamente ambizioso.

Leggendo attentamente l'Acerba e il Commento alla Sfera del Sacrobosco

per altro, si raccoglie che un carattere scientifico assai largo lo

avesse, benchè il fondamento sia falso: rinnovare la vita umana nel

suo triplice aspetto intellettuale, morale, religioso. Il suo nuovo

scibile era la necessità universale, e l'antivedere: le intelligenze

sono cagioni: le stelle organi loro proprj; sotto la luna ogni cosa

effetti necessitati; dall'uomo alla pietra una sola catena obbediente

alla forza. Ma l'uomo, mediante la scienza, costringe le intelligenze

astrologiche e demoniache a palesargli il futuro; il qual potere della

scienza lo vendica, se nol sottrae, dall'assoluta necessità, e quasi

lo divinizza. La onnipotenza sola di Dio può sottrarre l'uomo alla

legge della necessità; ma solo alterando l'ordine della natura. Questa

dottrina non poteva naturalmente trovarsi d'accordo con la dottrina

della chiesa cattolica; e come il papa e i preti e frati avevano in

mano la forza, ed il tribunale dell'Inquisizione era allora accettato

e favorito e temuto altresì generalmente da principi e da repubbliche,

era necessario che maestro Cecco d'Ascoli pagasse col fuoco queste sue

strane dottrine.

Non senza gran ragione gli uomini saggi e amanti del vivere civile

hanno sempre mostrato orrore di questo barbaro ed inumano supplizio;

meravigliando come una religione tutta amore e carità si porgesse in

questi casi tanto spietata e crudele. La chiesa per altro era accorta:

non erano leggi sue quelle che condannavano al fuoco gli eretici; erano

leggi degli imperatori di Germania, e massimamente di Federigo II,

nemico pur esso del papa, ed anche eretico nel concetto dei cattolici

d'allora; e queste leggi furono accettate come diritto comune: per

forma che la chiesa ne usciva a bene, e levava come suol dirsi,

la carne dalla pentola bollente, con la zampa degli altri. I suoi

tribunali non condannavano al fuoco; dichiaravano solamente il tale

essere eretico; e lo consegnavano al braccio secolare, che gli eretici

condannava al fuoco.

Del rimanente questa era colpa più dei tempi che d'altro: ed anche

qualcuno di coloro, che si celebrano per vittime del furore papale,

e per apostoli di libertà e di viver felice, vagheggiavano questo

supplizio, tra' quali mi basterà il ricordare fra Girolamo Savonarola

— il cui supplizio è anche dopo quattro secoli cagione di fremito a'

suoi devoti — il quale nel suo opuscolo contro gli astrologhi esclama:

«O stolti, empii ed insensati astrologhi! contro di voi non è da

disputare altrimenti, che col fuoco». E ciascuno sa come Calvino stesso

ricorse a questa sentenza contro chi non la pensava come lui in opera

di religione. Intorno poi agli ultimi momenti della vita di Cecco vanno

attorno delle tradizioni plebee, e senza verun fondamento storico; le

quali tuttavía mi pajono qui da ricordare secondo che le racconta il

Manni, nelle sue _Veglie piacevoli_. Si dice dunque, che un tale, chi

che si fosse, aveva già avvertito Cecco d'Ascoli, che, se aveva cara la

vita, stesse lontano dall'Affrico e dal Campo di Fiore; il perchè, mai

non volle andare a Roma, dove è Campo di Fiore, nè mai alla sua vita

uscì fuor di casa, allorchè spirava il vento Affrico. Ora, essendo egli

condotto al supplizio, séguita la tradizione, e vedendo esser vana ogni

speranza di campar la morte, domandò se forse quel luogo si chiamasse

Affrico, a che fugli risposto, quel luogo chiamarsi Campo di Fiore, ed

Affrico essere il nome di un piccolo fiumiciattolo che scorrea lì poco

lungi. Udito ciò maestro Francesco, vide di esser morto, ed esclamò:

_Actum jam de me est_ (sono spacciato). L'altra favola è questa: Che

quando maestro Cecco era per essere abbruciato diventava un fastello,

o un covone di paglia, e così usciva dalle mani dei ministri della

giustizia; ma che, dopo essere succeduta questa beffa più volte, mentre

era ricondotto alla morte, affacciossi ad una finestra della chiesa di

Santa Maria Maggiore d'onde doveva passare[40], una persona, che sapeva

il suo incantesimo e gridò: _Non gli date bere_; perchè, avendo egli

formato tal patto col diavolo, per esser lui liberato in quel mo' dalla

morte, bevendo, non si sarebbe potuto farlo morire. Ed aggiungesi che

per tal fatto nel muro laterale della chiesa si pose l'effige in marmo

di colui che così parlò.

Ora diasi fine al presente lavoro, raccogliendo in poche parole come

cessò la signoría del duca di Calabria, e come capitarono le persone di

nostra conoscenza.

Il tribunale dell'Inquisizione, dopo la sentenza e il supplizio, prese

sempre maggior piede e maggior baldanza; ma per contrario ne scadè

molto la signoría del duca Carlo, il quale ben tosto ebbe rimorso di

aver lasciato far sì atroce giustizia di maestro Cecco, e perdendo

lui, gli era parso di rimanere smarrito. Il Bavaro dall'altra parte

avanzava sempre di più: e sentendo il duca, com'egli, partito da Pisa,

era già entrato in Maremmo, il dì 24 di dicembre, cioè tre mesi dopo

la morte di Cecco, fece un gran parlamento su in palagio, dove furono

i priori, i capitani di parte guelfa, e tutti i collegj, e gran parte

della miglior gente della città grandi e popolani; e quivi per suoi

savj, solennemente e con belle diceríe, annunziò la sua partita, la

quale diceva essergli di necessità per guardare il suo regno, e per

contrastare alle forze del Bavaro; e confortando i Fiorentini che

rimanessero fedeli a parte di santa chiesa: e che lasciava loro per

loro capitano messer Filippo da Sanguineto, e per suo consiglio messer

Giovanni di Giovannozzo e messer Giovanni da Cività di Rieti, e gente

d'armi di mille cavalieri, pagandogli 200 mila fiorini d'oro, come se

ci fosse, promettendo che verrebbe egli in persona, dove bisognasse,

con tutte sue forze, in ajuto di Firenze; alle quali cose tutte

acconsentirono i Fiorentini. Il duca il giorno dopo, che fu il dì

di Natale «fece, come scrive Giovanni Villani, gran corredo (oggi si

direbbe fece gran ricevimento), e diè mangiare a molti buoni cittadini,

e gran corte di donne, con grande festa e allegrezza; e poi il dì 28 di

dicembre si partì di Firenze con tutti i suoi baroni; e poi morì l'anno

appresso per una febbre presa a caccia».

Maestro Dino del Garbo, dopo le ultime parole che dissegli maestro

Cecco, e dopo il romore che per esso accennò di levarsi, non ebbe più

bene di sè; e, o fosse lo strazio del rimorso, e forse anche la paura

della predizione, si ammalò gravissimamente, e pochi giorni dopo la

morte di Cecco, a dì 30 di settembre, morì anch'egli.

Frate Marco, dopo la tortura e dopo la prigionía, fu mandato a un

monastero di strettissima osservanza, dove fece vita di continua

penitenza.

La badessa visse poco più, consumata da una lenta febbre; nè più la

poterono rivedere Guglielmo e la Bice, che vissero lunghi anni: e dopo

la morte di messer Geri, tornato messer Guglielmo in Puglia, colà nella

signoría datagli dal re Roberto, da loro ebbe principio una delle più

nobili famiglie di quella regione. Della Simona non ho trovato che cosa

ne fosse.

Qui finisce il racconto, e non ho cuore di domandare a' lettori ed

alle lettrici se ne hanno preso tanto o quanto diletto, ovvero uggia

e fastidio. La volontà mia era quella di evitare così le noje, e le

minuziosità e le lungaggini degli uni, come le convulsioni epilettiche

degli altri.

Se non mi è riuscito, i lettori e le lettrici me lo perdonino;

«Chè non può tutto la virtù che vuole».

GLOSSARIO.

=Altro ieri.= _Bene l'altrieri._ Più giorni addietro, o come ora si

dice L'altro giorno.

=Asciolvere.= Il primo pasto della mattina, la colazione.

=Assisa.= _Ad una assisa._ Tutti ad un modo, co' medesimi colori, e

colle medesime armi.

=Asserragliare.= È ciò che ora si dice, con modo francese, Far le

barricate, o Barricare.

=Banderajo.= Ora si dice il Portabandiera.

=Battifolle.= Bastione forte, e ben munito.

=Bello.= _Mio bel cugino_, _Bel frate_, e simili. Erano modi amorevoli

ed affettuosi. Ora si dice: _Mio caro cugino_, _Caro frate_.

=Benedetto Dio.= Modo di affermare risolutamente.

=Buonomini.= Erano un antico ufficio della repubblica; deputato al

consigli della signoría.

=Caldo.= Istigazione, Favore dato segretamente.

=Calze.= Era tutto il vestimento della gamba fino alle anche; e si

facevano di materia e colori diversi.

=Capannuccio.= Così chiamavasi la catasta dove si bruciavano i

condannati al fuoco: i Latini la dissero Pira.

=Capitudini.= Così chiamavansi i collegj delle arti maggiori in

Firenze; ed anche i Capi di tali collegj.

=Capoletto.= Panno di nobil materia, e lavoro, da adornarne le pareti

della camera, specialmente a capo del letto. Si disse anche in generale

per ciò che ora dicesi Arazzo.

=Caporale.= Comandante di una schiera militare, come or si direbbe

Generale, o chiunque ha alto grado militare.

=Castellare.= Castello non forte nè munito.

=Cavalcare.= Far viaggio a cavallo. Andare in un luogo facendo il

cammino a cavallo.

=Cella.= Cantina, stanza sotterranea dove si serba il vino.

=Cerna.= _Fare la cerna_ era il Raccogliere, lo scrivere milizie; o

come or dicesi Chiamar sotto le armi coloro che per legge hanno tal

debito.

=Cessi Dio. Cessilo Iddio.= Dio mi guardi, Dio me ne guardi. Dio non

voglia, e simili.

=Chericía.= Tutti i cherici addetti a una chiesa o cattedrale, o

collegiata; e si dice anche dei preti in generale; oggi Clero.

=Cioppa.= Era una specie di sopravveste che, stretta alla vita,

scendeva in piccole falde.

=Còle.= Voce del verbo latino Colere, allora usitatissima; e vale

Riverisce, Onora, e simili.

=Còlla.= La corda con la quale si tormentavano i testimoni e i rei per

costringergli a dire il vero.

=Collegj.= Erano un magistrato da cui la signoría pigliava consiglio

ne' casi gravi e dubbj.

=Compagnía.= Società di commercio, come dicesi ora, o Ditta

commerciale, o Casa.

=Conforto.= Fu comunissimo il dire _a' conforti di alcuno_, per dire

secondo i consigli e le suggestioni di esso, o incoraggiato da lui.

=Consorto.= Parente, che ha qualche grado di parentela con qualcuno.

=Cosa ch'io possa.= Modo comune ne' secoli passati per dimostrare la

buona volontà di soddisfare a chi dice di voler un favore da noi.

=Correre.= _Correre un paese._ Lo scorrerlo con forza armata, o per

pigliarne possesso, o per saccheggiarlo.

=Credenza.= Segreto, Cosa da tenersi segreta. § _Aver credenza_, vale

Essersi stata confidata cosa da tenerla segreta.

=Cuocere.= Fu usato comunemente per Cucinare, Far da cucina.

=Cuore.= _Di gran cuore._ Volentierissimo, Di bonissima voglia.

=A Dio v'accomando.= Era modo comune per dare altrui commiato; e anche

per prenderlo. Ora è rimasto solo un mozzicone; e dicesi _Addio_; che è

pure una reticenza dell'antica formula.

=Divisa.= Arme o Scudo gentilizio; così detta da' varj colori onde è

composta.

=Donneare.= Ora si direbbe Fare all'amore.

=Doppiere.= È ciò che ora si dice Torcia di Venezia.

=Ferire= _un torneamento_. Combattere in un torneo.

=Gabbarsi= _di alcuno_. Farsene beffe, Schernirlo.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 25 / 26 段