Avuto fine il parlamento de' savj di guerra, Guglielmo se ne tornò

diviato alle case sue, pensando sempre alla sventura del povero maestro

Cecco, e sempre ruminando come potesse salvarlo. La Bice, vedutolo

appena, si accorse del costui turbamento, e paurosa nella faccia,

il domandò che avesse. Anch'ella rimase dolorosissima del fatto, e

come ad un tratto si sparse la novella per casa, anche a messer Geri

ne parve male, ed alla stessa Simona; la quale, se avealo creduto un

negromante laggiù a Settimello, dopo le assicurazioni del suo prete e

del bel cavaliere, la seconda volta che vi fu, e dopo le dolci parole

che Cecco quella seconda volta le disse, lo aveva discreduto non solo,

ma gli aveva anche cominciato a volere un certo che di bene, tanto che,

sapendo che erano stati i frati di S. Croce quelli che l'avean preso,

non solamente con licenza, ma con approvazione e conforti di Guglielmo

e della Bice, si mise ad andare tutte le mattine alla prima messa

alla loro chiesa, se mai, facendosi devota d'un di que' frati potesse

raccogliere qualcosa del fatto e dello stato del maestro.

Ma prima di dire altro, andiamocene un po' a sapere che avea trescato

frate Marco, frugato come lo vedemmo dalla paura. Egli erasi avviato

là nel Casentino, non troppo lungi da Arezzo, presso un prete suo

vecchio amico; ma strada facendo, pareva che quella gran paura gli

scemasse quanto si allontanava da Firenze, risolvendosi quasi affatto

che o l'Inquisizione non avrebbe fatto il processo di Cecco, o che

quegli sarebbe riuscito a fuggire da Firenze celatamente: e, non che

e' fosse tornato subito addietro; ma, se avesse avuto qualche altro

conoscente più vicino, si sarebbe anche fermato a mezza strada, per

attingere più agevolmente novelle, e per aver più agevole la tornata.

Non avendo per altro dove posarsi, arrivò fino lassù dal suo prete,

il quale lo accolse amorevolmente, ed a cui colorì in certo suo modo

quella improvvisa andata, allegando che era dovuto venire ad Arezzo per

comandamento del suo priore, e che, con licenza di esso, non era voluto

tornare a Firenze, che non avesse visitato lui suo antico amico. Ma era

passato appena il primo giorno, che eccoti il messo del priore di Santa

Maria Novella, il quale intimavagli a nome della santa obbedienza che

tosto cavalcasse a Firenze, dove al luogo loro si dovevano trattare

bisogne gravissime della regola, e dovevano esserci tutti quanti i

frati.

Frate Marco non sospettò di nulla per questa chiamata: ma tuttavía

non la ebbe troppo per bene; e a Firenze non tornava di troppo buona

voglia, finchè non avesse saputo altro della sorte di maestro Cecco:

tuttavía il voto di ubbidienza voleva che andasse e andò, e appena

giunto fu subito dinanzi al priore, il quale senz'altro preambolo:

— Frate Marco, che frutto avete voi fatto colla vostra predica là, in

Casentino?

E poichè queste parole disse severamente accigliato, a modo di chi vuol

fare acerba rampogna, egli tutto timido rispose:

— Messere, quel prete mio amico.... gli avevo promesso....

— Chetatevi, non mentite anche al vostro prelato per giunta alle altre

peccata.... Quante volte vi aveva io ammonito di lasciar andare la

pratica di quel maestro Cecco come pericolosa a chicchessía, e troppo

disdicevole a un frate? Ora esso è preso per eretico; e l'inquisitore

richiede voi per testimone.

— O Dio, messere, liberatemi voi....

E così dicendo gli cadde ginocchione dinanzi, abbracciandogli le

ginocchia, e piangendo amaramente. Ma il priore con tono ed atto

gravissimo:

— Osereste voi richiedermi di essere contumace alle leggi della Santa

madre Chiesa, e di frastornare l'opera della santa Inquisizione contro

l'eresía? Fate di essere tosto al vescovado, e fate di non mostrarvi

indegno dell'abito che portate.

E datogli per compagno un converso, furono tosto al vescovado, che

appunto il vicario dell'inquisitore stava esaminando altri testimoni

nel processo di Cecco, la maggior parte de' quali, essendo fatti

fare ad arte ed a prezzo, avevano tirato ad aggravare il reo; e più

di tutti, come il lettore crederà senza ch'io troppo mi affatichi a

dirglielo, lo aggravò Dino del Garbo, che fu udito il primo, come

colui che avea fatta la denunzia, e dovea confermarla in qualità

di testimonio. Ma come il vicario fu avvisato da un familiare

dell'Inquisizione essere giunto frate Marco de' predicatori, e' lasciò

stare ogni altro testimonio, e si fece venire innanzi lui, al quale,

datogli il giuramento di dir la verità cominciò l'interrogatorio in

questa forma:

— Sai tu per avventura, o frate Marco de' predicatori, la cagione che

io ti ho citato a questo presente esame?

— Se voi, reverendo padre in Cristo, non me lo dite — rispose tremando

il frate — io non so nulla.

— Conosci tu verun eretico, o negromante, o che per eretico sia stato

condannato, o che di eresía sia in qualche modo sospetto?

— Cessi Dio che de' casi fatti io ne conosca mai niuno!

— E Francesco Stabili da Ascoli, che si fa chiamare maestro Cecco, nol

conosci tu?

— Ah! si, messere, il conosco.

— E non sai tu che egli fu già condannato per eretico?

— Ma so che fece penitenza, che ricredè i suoi errori, e che fu

perdonato.

— E non andavi tu a udirlo leggere là in Calimara?

— Sì padre: vi andava.

— E non vi leggeva egli quel suo comento alla Sfera, che fu condannato

ed arso per libro ereticale? e cui egli con tutto ciò continua ad

insegnare, spregiando il fatto giuramento che più non lo leggerebbe?

— Messere, il maestro insegnò sempre dottrina cattolica.

— Ti metti tu innanzi al tribunale della S. Inquisizione, che quel

libro e il suo autore condannò? — rispose il vicario tutto acceso nel

volto.

E il povero frate, che per lo spavento già cominciava a perdere il

discorso:

— Cessilo Iddio! cessilo Iddio!

— Udisti tu mai ch'egli insegnasse, gli uomini nascere sotto necessità

delle influenze del corso del cielo; e anche messer Jesu Cristo non

essere da tale necessità ito esente; potersi per virtù di scienza

astrologica indovinare le cose avvenire, e tutto il corso della vita

umana, con altre ed altre proposizioni pazze ed ereticali?

— No, messere, no.

— Ricorditi tu che hai giurato sopra le Sante Dio Guagnele[35] di dire

la verità?

— Lo giurai e la dico.

Allora il vicario, fatto cenno al tormentatore, frate Marco fu preso,

legatogli ambedue le mani dietro, e messo alla còlla, fu tirato su

e datogli un tratto. Quell'infelice mise uno strido acutissimo, e

cominciò ad esclamare:

— Spiccatemi, spiccatemi, chè dirò la verità.

E spiccato che fu, lasciatogli per altro le mani sempre legate, tutto

piangente disse:

— Messere, Cecco d'Ascoli insegnava tutto quello che dite voi: io credo

tutto quello che mi dite ch'io debba credere: condanno tutto quello che

mi dite essere da condannare.

— Udisti tu mai che Cecco impugnasse la libertà dell'umano arbitrio?

— Sì, udii.

— Che facesse incantesimi e natività?

— Sì, udii.

— Vedesti che per forza di magía si fe' cadere a' piedi la sua propria

testa?

— Vidi.

— Che per forza di magía e con filtri ajutasse illeciti amori?

— Codesto, messere, no.

— Ricorditi tu, frate Marco, che giurasti di dire la verità.

— E la dico, messere.

E il vicario, fatto cenno da capo, il tormentatore prese il frate e

accennava di far l'ufficio suo.

— No, messere, no: dirò tutto. Udii e vidi quello che voi dite.

— Udisti che egli si facesse beffe delle scomunicazioni papali, e ne

impugnasse la efficacia?

— Udii.

— E perchè non denunziasti le predette cose alla santa Inquisizione?

— Per non ricordarmi di esserne tenuto, come ho avvertito adesso che me

lo ricordate voi.

Le quali cose udite e registrate, gli fu letta e fatta firmare la sua

deposizione; gli fu fatto giurare che terrebbe stretta credenza, e fu

licenziato.

Ma non era finita lì. Quel povero diavolo, tutto rotto della persona,

e con le braccia e quel mo' scarrucolate, uscito appena dalla sala

del tribunale, gli si fe' incontro un famigliare della Inquisizione

che il doveva menare alla presenza dell'inquisitore, dove giunto, quel

terribile uomo gli disse con severo piglio:

— Sappine grado al priore del tuo monastero ed all'abito che tu vesti,

se anche te non ho compreso nel processo di questo pateríno maledetto

da Dio, di cui tu, a vituperio del tuo ordine, e a grave scandolo de'

buoni cattolici, fosti uditore e seguace. Ma bada, un'altra fiata

nè priore, nè abito, nè ordine, nè altra umana considerazione ti

salveranno; e se ora hai trovato misericordia appresso questo sacro

tribunale, allora pagheresti gravissimamente anche le pene presenti.

Frate Marco, che aveva assaggiato la tortura, e come dicevan gli

antichi, non avea più osso che ben gli volesse, pensò che cosa dovesse

essere l'ira e il furore del sacro tribunale, se quella usata con lui

era misericordia; e tutto umile rispose:

— Reverendo in Cristo padre, della misericordia vostra ho avuta tal

prova, che mai la dimenticherò. Gran mercè, messere.

— Togli, soggiunse l'inquisitore senza neppure badargli, recherai al

tuo priore questa carta. Va, e il signore ti illumini.

E frate Marco, presa la carta e baciata la mano all'inquisitore, si

strascicò alla meglio al convento, e fu al priore. La carta scritta

dall'inquisitore diceva che frate Marco, a sua intercessione escluso

dal processo, era per altro degno di pene gravissime; e però rilasciava

a lui, suo prelato, il dargli quelle che gli paressero più acconce,

così per esempio agli altri, come per l'obbligo strettissimo che

ciascun prelato ha di non lasciare impuniti peccati simili: il perchè,

il priore comandò che frate Marco fosse messo tosto nella prigione

loro, e quivi sostenuto fino a comando contrario.

CAPITOLO LIII.

IL PROCESSO.

Eran già passati otto giorni che maestro Cecco fu chiuso nella orribile

sua prigione, e nè egli era stato mai chiamato a veruna disamina,

nè niuno per la città avea potuto saper nulla di lui, con tutto che

Guglielmo specialmente, confortatone anche dalla Bice, studiasse

ogni modo da saperne qualcosa. Era stato a Santa Maria Novella per

cercare frate Marco; ma solo potè raccogliere che frate Marco stesso

era stato esaminato e posto alla còlla, e che ora era in prigione per

comandamento del priore.

La Simona andava tutte le mattine a Santa Croce; e avvezza alle

usanze della chiesa: e sapendo come bisogna bazzicare co' frati e

coi preti, la s'era già addimesticata, ora domandandogli una cosa,

ora un'altra, di messe, di congreghe, di laudesi ed altri simili, la

s'era addimesticata, diceva, col sagrestano, un fratone lungo e secco

che pareva la quaresima, il quale per altro era, per dir come allora

si diceva piacevoleggiando, il miglior brigante di questo mondo: ed

un giorno che le parve, lui essere di migliore umore del solito, la

s'attentò a entrare così alla larga in materia:

— Fra Luca (il sagrestano si chiamava fra Luca) e' mi diceva il mio

sere, buon'anima sua, che qui alla vostra Regola e' si ardono gli

eretici. È egli vero poi?

— Eh, monna Simona, che dite voi? parvi egli luogo questo da ciò? Qui

sta messere lo inquisitore.

— E chi è, se vi piace, messere lo inquisitore?

— Egli è colui che nelle cose de' pateríni ha tanta balía quanto il

papa; e condanna tutti gli eretici.

— Oh, venerando e santo uomo! E dove gli ardete gli eretici? e quando

ha che non ne avete arsi?

— Noi non ardiamo nulla: no, la santa Chiesa non ha così fiere pene

temporali. Bene gli diamo ad ardere alla podestà secolare, che ha posto

queste leggi. E di corto si farà una bella giustizia d'uno eretico.

— Oh! E si può egli esservi? E chi è, se Dio vi conceda l'essere

prelato de' vostri frati, chi è colui che sarà arso? E quando sarà

arso?

— Si può esservi; e chi ci va con spirito di umiltà, e per darne lode

a messer Domeneddio, messere lo inquisitore concede indulgenza di colpa

e di pena. La giustizia si farà da qui a pochi giorni; e si farà sopra

un pestilentissimo eretico, che si faceva chiamare maestro Cecco di

Ascoli, e che qui a Firenze lo chiamano Cecco Diascolo.

— Gran mercè, frate Luca, fate ch'io sappia il dì posto, chè non vo'

perdere l'indulgenza. Ma l'eretico dov'è egli ora? e come sono gli

eretici?

— Cecco Diascolo è nelle prigioni della Inquisizione là al vescovado, e

oggi si dee fare la sua prima disamina.

La Simona, contenta di quanto avea raccolto da fra Luca, uscì tosto

di chiesa per ragguagliare di ogni cosa Guglielmo e la Bice, che pur

desideravano sapere che fosse stato di maestro Cecco.

Questi, come aveva detto il frate alla Simona, doveva quel giorno

stesso avere la prima disamina, e veramente in sull'ora di vespro il

vicario mandò per esso, incominciando così l'interrogatorio.

— Qual'uomo se' tu, e che dottrina è la tua?

E il maestro rispose benignamente la sua dottrina essere quella della

verità.

Allora il vicario, cominciò a domandargli, se fosse vero ch'egli

professasse e avesse insegnato certe proposizioni ereticali, che ad una

ad una esso gli significava; e maestro Cecco rispondeva sempre:

— Sì, le ho professate, le ho insegnate, e le credo: ma non sono

ereticali.

Il vicario da queste sue confessioni ne tirava false conseguenze, e il

maestro impavidamente le riprovava; e come il notajo scriveva tutta la

sua confessione, il maestro protestò molte volte che esso non scrivesse

altro che quello che gli diceva; e sulla fine della confessione

protestò e disse:

— Se mai dicessi il contrario a questo, lo farei per paura della morte;

ma non che questa non sia la verità.

Allora il vicario lo rimandò alla prigione. L'altro dì il vescovo fe'

raunare il collegio dei maestri di teología; e mandato per Cecco, fu

tratto fuori, e menato dinanzi a loro: e dopo molte ingiurie e scherni

ricevuti da loro, fu letta la sua confessione del dì innanzi, alla

quale erano aggiunte molte false conseguenze, alle quali rispondendo

disse:

— Perchè avete scritto il falso, e quello che io non ho detto? chè

n'avete a rendere ragione al dì del giudicio.

E quei farisei si facevano beffe delle sue parole: e fecero grandi

disputazioni, alle quali esso rispondeva temperatamente, ma con grave

sentimento. Ma essi ne peggioravano ogni volta più, e con gran furore

fu fatto rimettere in prigione coi pie' nei ceppi; dove il maestro

stava senza dolersi e dispostissimo a qualsivoglia tormento. Venuto

il quarto giorno, raunossi il consiglio nella chiesa di S. Salvadore,

che vi si tenevano i banchi del vescovado, ed ivi in presenza di

molti secolari, e al banco fu letto il processo tutto quanto, e la sua

confessione; ma corrotta ed alterata per aizzargli il popolo contro. Ed

egli sempre andava ripetendo:

— Voi avete scritto quello che io non ho detto; e ponete le falsità per

acciecare il popolo.

Dopo ciò fu recato dal notaio il calamajo e la penna e il foglio

dov'era scritto quel loro processo, e disse ch'egli scrivesse ciò

che volea dire, di sua propria mano, capitolo per capitolo infra tre

dì; infra il qual termine, se volesse rendersi in colpa, sarebbegli

perdonato, se no, ch'e' sarebbe dato alla signoría secolare, e sarebbe

arso. Accettato il calamajo, il foglio e la penna, il maestro chiese i

suoi libri per torne quello che volea dire contro al processo; ma non

glieli vollero dare, dicendo che sapea tanto a mente che bastava; ed

egli scrisse a mente. Fatta la scritta, il notajo la prese, e mai più

non la vide il maestro: e nel processo che lessero quando lo diedero

alla signoría secolare non la misero, e solo leggevano quello che erasi

scritto innanzi. Venuto l'ultimo dì del termine, il vicario mandò per

il reo, domandandogli se voleva ritrattare le dottrine professate ed

insegnate per addietro; e Cecco, rispondendo alteramente di no, e che

la verità mai non disdirebbe, fu rimandato alla prigione, e mentre

ritornava indietro, essendo sul terrazzo del vescovado, l'inquisitore

chiamollo dicendo:

— Io non voglio del fatto tuo essere accusato dinanzi a Dio; vuoi tu

ancora pentirti dei tuoi errori?

E Cecco rispose:

— Errori non sono, ma certissime veritadi...

E l'inquisitore infocato di stizza:

— Non sono per disputare oltre; menatelo giù.

Mentre il maestro era per rientrare in prigione, si vide dinanzi

maestro Dino del Garbo, senza fallo venutovi per gustare l'infernal

piacere della vendetta; ma buon per lui se non vi fosse venuto!

Cecco si fermò; e ficcatogli con terribile sguardo gli occhi nel volto:

— Sciagurato! gli disse, non credere che la tua vendetta sia per essere

allegra. Io, così legato in mezzo a questi berrovieri, mi sento più

nobile e più degno di te. Io ti guardo in volto senza impallidire e

senza arrossire; guarda tu me, se ti regge il cuore.

Dino stava veramente cogli occhi a terra, sopraffatto da questa

inaspettata invettiva, e oppresso per avventura dal rimorso e dalla

vergogna, nè gli bastò l'animo di alzarli in faccia al maestro; il

quale con tono solenne e quasi di vaticinio:

— Domani sarò condotto all'orribile supplizio; ma nè tu, nè gli altri

nemici miei che a questo mi avete condotto, non sarete lieti di un

minimo lamento mio, nè di verun atto di fievolezza. La mia morte a me

sarà gloria, a te vituperio nei secoli che verranno; e tu non penerai

troppo a seguitarmi.

Maestro Dino era diventato bianco come un panno lavato, nè sentivasi

più balía di rifiatare, non che di rispondere verbo, e non sapeva

che cosa si fare o dove si andare. Molti di coloro che udirono le

parole di Cecco, e sapevano veramente la invidia di maestro Dino

essere stata principal cagione della presente sventura di lui, mossi

da compassione per una parte e da sdegno per l'altra, dissero a Dino

parole d'infamia e di villanía; e forse sarebbero iti anche più là, se

i familiari dell'Inquisizione non lo avessero riparato nella chiesa di

San Salvadore; e i berrovieri non avessero tosto rimesso in prigione il

reo.

CAPITOLO LIV.

LA SENTENZA.

Guglielmo e la Bice erano informati dalla Simona, che gliel avea

detto frate Lucca, di tutto quello che alla giornata accadeva; e già

sapevano che due giorni appresso maestro Cecco sarebbe stato arso;

nè, per quanto si fosse argomentato in più e più modi di trovar via

da sottrarlo a tanto orribile giudizio, vedeva proprio non essercene

veruna, se non la forza aperta, alla quale non era da pensarci nemmeno;

e se ne accorava pietosissimamente.

All'ultimo pensò:

— E se si levasse rumore nel tempo che è condotto al supplizio, e in

quel subbuglio si potesse trarlo dalle mani della famiglia?

Ed avuto a sè un suo valletto, fidato più che la morte, conferì il

tutto con esso, che gli promise di essere senza indugio a certi suoi

amici pronti ad ogni sbaraglio, e ordinerebbe le cose in modo che si

dovesse chiamarsene per contento.

La mattina di poi si radunò da capo il collegio dei maestri, e mandato

per Cecco, appena giunse fu domandato se si voleva pentire; ma esso

rispondendo con altero atto che alla sua scienza non fallirebbe mai,

nè mai disdirebbe alla verità, il vicario dell'Inquisizione, con

tutti i maestri teologi d'attorno, il quale era parato solennemente,

e con luminari da lato, comandò che si leggessero i processi, e se pur

durasse nella perfidia sua, si leggesse anche la sentenza.

Nel tempo che si leggeva il processo maestro Cecco non cambiò aspetto,

nè mostrò di fuori passione alcuna; solo, udendo che non avevano

scritto quasi nulla, se non a lor modo, della confessione fatta; e

udendo cominciare quella lettura _Francesco Stabili, uomo di mala

condotta e fama_, egli disse quasi continuando, _appresso i tristi

e gli invidiosi_; e spesso rimproverando il notajo perchè avesse

scritto in modo diverso da quel che egli aveva detto. Finito che ebbe

il notajo di leggere, fu invitato a porre il suo nome; e domandatogli

per l'ultima volta se voleva pentirsi, rispose con ferma voce queste

parole:

«Il pentirsi sta a te, vicario dello inquisitore, ed a voi falsi

maestri; sta allo inquisitore, che, sotto mentito colore di zelo della

santa religione, congiurati co' miei più fieri nemici, mandate me

al più orribile di tutti i supplizj, me che di nulla son reo, se non

d'aver combattuto gli errori vostri, e di vincervi tutti nello studio

della verità e nell'esercizio della scienza. Il pentirsi sta allo

sciagurato Dino del Garbo, che la sua molta sapienza ha vituperato,

facendosi accusatore falso e carnefice di me, cui egli avrebbe dovuto

onorare ed amare: sta a questo duca, che qui ora signoreggia, il

quale non dubita di lasciare nelle unghie di queste belve feroci

dell'Inquisizione, il più fido de' suoi familiari, che la sua corte

onorava, nè si vergogna di lasciarsi sopraffare da preti e da frati.

Ma io non ho di che mi abbia a pentire; nè disdico verbo di quello che

ho detto, scritto, e insegnato. Alla morte andrò con faccia e cuore

sicuro, perchè so che frutterà gloria a me, bene al mondo, infamia a

voi tutti».

Avrebbe per avventura seguitato a dir cose anche più gravi, se non

che la sua voce fu sopraffatta dalle villaníe e dagli scherni, così

del vicario e dei maestri come dei loro mascalzoni: ed il vicario

coi maestri si ritrassero in altra stanza per dare alla sentenza

l'ultima forma; e stati un buon pezzo, tornarono poscia tutti quanti

coll'inquisitore altresì; e il notajo lesse solennemente la sentenza,

che fu in questa maniera:

«_Al nome di Dio, amen._

«Noi frate Accorso da Firenze, per autorità apostolica inquisitore

dell'eretica malignità nella provincia di Toscana, a tutti i fedeli in

Cristo vogliamo che sia noto, come per fama pubblica, anzi infamia, e

per fede di probi e discreti uomini, maestro Cecco, figliuolo già di

maestro Simone degli Stabili da Ascoli, spargeva diverse eresíe per la

città di Firenze, e quello che è più detestabile, certo suo libello

sopra la Sfera, profano ed eretico, il quale compose dettandogli il

diavolo per sua dannazione, e contro la promessa o giuramento suo

proprio, lo dettava come maestro per le scuole. Laonde, non volendo

noi per debito di ufficio, e salva la coscienza, mancare di ritrovar

la verità delle cose predette, e trovato che tutte le dette cose

erano vere, facemmolo condurre alla nostra presenza, ed esaminatolo

con giuramento corporale di dire la verità, da lui fatto senza veruna

oppressione di forza, per sua libera e spontanea volontà disse e

confessò ch'egli avea detto e dommatizzato, pubblicamente leggendo:

«Che un uomo poteva nascere sotto la costellazione di essere appiccato

o decapitato, se Iddio non ritenesse l'ordine della natura, benchè per

potenza di Dio assoluta potesse essere altrimenti.

«Ancora che avea detto che nella quarta ed ottava sfera erano uomini

felici di divinità, i quali si chiamano Dii Naber, che mutano le leggi

naturali più o meno, come fu Moisè, Ermete e Simon Mago.

«Ancora avea dommatizzato che Cristo avea avuto la libra per

ascendente, e però per predestinazione dovea morire di quella morte

che morì, la quale fu giusta; e perchè Cristo ebbe il Capricorno

nell'angolo della terra, però nacque in una stalla; e perchè ebbe lo

Scorpione, però dovea esser povero; e perchè ebbe Mercurio in Gemini

nella nona parte del cielo, però doveva avere scienza profonda, sotto

metafore. E più, che l'Anticristo verrebbe non in forma di poltrone,

come Cristo, nè accompagnato, come lui da poltroni[36].

«Ancora confessò che dinanzi a fra Lamberto da Cingoli, da cui fu

processato a Bologna, maledisse ogni eresía ed ogni credenza degli

eretici astrologi; e giurò di essere cattolico, e fece penitenza degli

errori dei quali fu allor condannato.

«Disse e confessò che dopo la predetta abjurazione aveva insegnato a

Firenze tutti gli errori e le eresíe abjurate; e come per iscienza di

astrología si poteva sapere il corso di tutta la vita degli uomini, e

se un principe o capitano sarebbero felici o no nelle loro imprese.

«Disse e confessò che avea predetti molti eventi della guerra

con Castruccio, e della passata del Bavaro, e tutto per iscienza

astrologica e per osservazione del corso de' cieli.

«Disse e confessò aver usato prodigj per arte magica e negromantica a

fini illeciti e perversi.

«Ancora disse e confessò, come, interrogato da un certo fiorentino,

rispose esser vere le cose che si contengono nell'arte magica e

negromantica; e replicando il fiorentino: _se fosse vero, i potenti

uomini acquisterebbero tutto il mondo_; ed esso rispose: _perchè non

sono nel mondo tre astrologhi che si sappiano servire di quell'arte_. E

questo disse aver detto per sè, che fece più in arte di astrología che

verun altro da Tolomeo in qua.

«Disse ancora e confessò che, secondo il corso delle stelle crede che

nascano i costumi, le operazioni e fini degli uomini; e che, pregato

da un certo Fiorentino che gli esponesse il libro che tratta dei segni

e congiunzioni degli uomini, gli insegnò trovare un certo commento

ch'egli avea fatto sopra esso libro.

«Confessò altresì di aver composto certo suo libello sopra la sfera

del mondo, asserendo che detto libello era stato corretto dopo la sua

abjurazione da frate Lamberto inquisitore predetto.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 24 / 26 段