«Noi frate Accorsio da Firenze, inquisitore della eretica pravità,

significhiamo a voi, invittissimo e potentissimo signore, monsignore

duca Carlo di Calabria, signore della città e comune di Firenze,

come il nomato Francesco Stabili da Ascoli, il quale ripara alla

corte della vostra invittissima signoría, già condannato per eretico

a Bologna, è ora stato solennemente denunziato dinanzi al nostro

tribunale per eretico relasso da persone probe e discrete, e come noi

sappiamo altresì di nostra certa scienza. Ricordiamo pertanto alla

vostra invittissima signoría l'obbligo strettissimo che ha ciascun

figliuolo di santa chiesa di denunziare non solo i così fatti al

tribunale nostro, ma anche di secondare l'opera nostra, acciocchè il

reo sia dato nelle mani dei nostri ministri; e ricordiamo altresì le

pene di gravissima scomunica che si minacciano a coloro che fanno

il contrario. Laonde, non volendo noi mandare i ministri nostri in

palagio a prendere il reo, per quel rispetto che ciascuno deve avere

alla dignità e persona vostra, vi preghiamo che vi piaccia di essere

voi quello che per vostri fanti il mandiate preso al nostro tribunale,

acciocchè questo misero sia revocato a penitenza, se il Signore gli

tocca il cuore; o punito con le pene temporali ed eterne, se perfidia

nell'errore».

Piegata e suggellata la lettera, andò fra Cherubino dal cancelliere che

tosto la recasse a monsignore lo duca; e non era passata mezz'ora che

già il vescovo era alla presenza del duca. Il quale, letta la lettera

dell'inquisitore, stette un poco sopra pensiero, e poi esclamò:

— No, farei troppa villanía della mia fede. Diedi balía a maestro Cecco

che parlasse senza ritegno, e nulla temesse da me. E ora dovrò darlo io

stesso in mano de' suoi nemici?

— Che nemici dite voi, monsignore? quel maestro Cecco è eretico,

ed eretico relasso. Voi potete bene perdonargli gli scherni e le

vituperose ingiurie fatte a voi, e a madonna la duchessa; ma, pensate,

che messer lo inquisitore ha, in materia d'eresía, tutte quelle facoltà

che ha il papa, e che il difendere un eretico, e sottrarlo al tribunale

dell'Inquisizione, vi chiama addosso l'ira di messer Domeneddio, e la

scommunica maggiore.

Il duca, a cui il sentirsi ricordare le villaníe e gli scherni di Cecco

aveva fatto ribollire il sangue, e che la scomunica temeva, se non per

altro, per i tristi effetti civili che allora portava con sè, disse al

cancelliere:

— Difendere maestro Cecco, o sottrarlo alla giustizia, no: solo non

voglio essere io quegli che il dà preso ai ministri della Inquisizione.

Io gli comanderò che mi esca di palagio: faccia il rimanente

l'inquisitore.

Il cancelliere, che sapeva le diligenze fatte dall'inquisitore, perchè

Cecco non potesse uscirgli dalle ugne, non volendo tirar troppo, per

paura che la corda non si strappasse, si mostrò contento, e disse di

sperare che anche l'inquisitore vi si acquieterebbe. Il perchè il duca,

avuto a sè tosto messer Gualtieri di Brienne:

— Bel cugino, gli disse, fa che tu comandi in mio nome a maestro Cecco

d'Ascoli che si parta dal palagio e dalla città di Firenze di qui a

domani; e tu dara'gli quella moneta che crederai sufficiente al suo

viatico. Fa che il mio comandamento sia tosto eseguito.

E il duca d'Atene, detto che ogni cosa sarebbe fatto secondo la volontà

di lui, fatta riverenza, uscì della stanza; e poco appresso anche il

cancelliere tolse commiato; nè fu lento a correr prima dalla duchessa a

ragguagliarla del tutto, e poi a Santa Croce dall'inquisitore per quel

fine medesimo, e per ordinare le cose in modo che la preda fosse più

che sicura.

All'inquisitore bastò che il duca non assumesse apertamente la difesa

di Cecco, e fosse indotto a comandargli di abbandonare il palagio

e Firenze; e parendogli cosa fatta, non pensò più ad altro che a

raddoppiare le poste alla caccia di lui, ed a tenere ragguagliato e

ben desto fra Cherubino, a cui era commessa l'impresa; ed a preparare

il processo, ordinando insieme col cancelliere quali potrebbero essere

i testimoni più acconci da potere interrogare in questa bisogna,

incominciando da coloro che gli si erano mostrati più affezionati, ed

erano stati seguaci suoi, per avere occasione di far loro pagar cara

l'amicizia all'eretico ponendogli al tormento.

Il primo che venne alla mente di ambedue fu frate Marco de'

predicatori; e se non fosse che al cancelliere parve inopportuno,

l'inquisitore voleva involgerlo qual reo nel processo medesimo di

Cecco, come colui che, a quel mo' sacerdote, e consapevole che Cecco

era già stato condannato per eretico, tuttavía andò sempre a udirlo

leggere, e le sue pestilenti dottrine tenea per autentiche: ma si

contentò di udirlo per testimonio, a' conforti, come ho detto, del

cancelliere, il quale temeva che ne nascesse troppo scandolo tra' frati

predicatori.

Avrebbe voluto l'inquisitore che si udisse pure Guglielmo, il quale

di Cecco si era mostrato sempre amico e difensore; ma anche qui il

cancelliere fece veduto al furibondo frate, che era pericolo manifesto

a stuzzicare tal vespaio, dacchè, essendo messer Guglielmo così grande,

non solo appresso il duca, ma anche presso il re Roberto; così ben

voluto e careggiato dal comune e dal popolo di Firenze; e così prode

e animoso e disdegnoso, c'era il caso che se ne levasse gran rumore,

che il duca stesso ci mettesse le mani, e così nascer tal subbuglio che

Cecco stesso ne potesse uscir salvo. Il perchè, pesato maturamente ogni

cosa, si propose di citare alcuni testimoni volgari, più per apparenza

che per altro, e tra' seguaci di Cecco di qualche qualità, citare il

solo frate Marco de' predicatori: al qual effetto l'inquisitore mandò

tosto significando al priore di Santa Maria Novella che, dovendo uno

de' suoi frati, frate Marco da Prato, essere udito per testimonio

in un processo così e così, fosse contento di comandargli che si

appresentasse al sacro tribunale della Inquisizione per tutto il giorno

di domani. Frate Marco, come sanno i nostri lettori, erasi riparato nel

Casentino per paura appunto di non esser involto nel processo di Cecco;

e però il priore corse ed avvisare di ciò messere lo inquisitore, e

che domani frate Marco non avrebbe potuto esserci; e l'inquisitore,

indovinando, per qualche parola altresì che ne aveva udita, il frate

dover essere uscito da Firenze per questa paura; e temendo che, se il

priore lo richiamava per questo, egli potesse mancare alla obbedienza;

avvertì il priore di tale pericolo, e che, dove frate Marco non

comparisse, ne sarebbe appresso la sacra Inquisizione gravato egli;

e però nella lettera non gli accennasse, neppur lontanamente, nulla

di questo fatto, e solo strettamente gli comandasse di tornare, sotto

colore di una gravissima bisogna dell'ordine, che gli sarebbe facile

l'immaginare, come veramente fece il priore.

CAPITOLO LI.

CECCO È PRESO.

Ogni cosa oggimai si accordava all'ultima rovina del povero Cecco.

Il duca d'Atene, che forse per una via o per l'altra avrebbe trovato

modo di farlo uscir salvo da Firenze, benchè fosse troppo malagevole,

per la sollecita guardia che facevano il cancelliere e l'inquisitore,

dopo che fu stato alla presenza del duca Carlo, e sentito che, lì,

udendo il cancelliere, comandò che Cecco uscisse dal palagio e da

Firenze, e che gli fosse data moneta per il viatico, si pensò che

questa fosse l'unica pena da doversi dare al maestro, consenziente

anche il cancelliere, e che il processo d'eresía più non si avesse

a fare. Laonde tutto lieto, andò in camera sua, dove Cecco stava

appiattato, e gli disse:

— Su, maestro, fatevi animo; i vostri nemici, è vero, volevano farvi

il processo di eretico; ma pare che monsignor lo duca abbia potuto

stornare questa fiera burrasca, e che voglia star solo contento a

discacciarvi dalla corte e dalla città: ed io debbo, in nome suo, farvi

questo comandamento, che il facciate per tutto domani, e darvi anche

moneta sufficiente al viatico vostro, secondo dove volete andare a

riparare.

Cecco respirò un poco a queste parole; ma non furono per altro

sufficienti a levargli la paura da dosso.

— Sire Gualtieri; ma monsignore lo duca e il cancelliere, hanno proprio

detto apertamente che il processo non si farà?

— Non lo hanno detto; ma quando il duca vuol che usciate da Firenze e

vi fa dare moneta per il viatico, mi pare che se n'abbia a inferire che

processo non si farà.

— Parrebbe che così dovesse essere; ma troppo sono feroci i nemici

miei, da contentarsi di pena sì piccola; e troppo sono potenti

e dispregiatori delle signoríe temporali, da pensare che questo

debole freno, o gli faccia volgere indietro, o nemmeno gli arresti

nel furibondo corso del loro fanatismo. Fate, sire Gualtieri, ch'io

esca salvo di qui: vestitemi l'arme d'uno de' vostri provigionati; e

stanotte....

— Maestro, il vestir l'arme de' miei provigionati, quando veramente

fosse vero ciò che sospettate, non si può fare, chè ne sarei

degnamente garrito da monsignore lo duca e ne entrerei in brighe con la

Inquisizione; nè di notte sarebbe buono l'uscir di palagio, chè senza

fallo ogni passo troveresti chiuso, e come i provigionati la notte non

vanno per la città, così ne sareste preso, se non da' vostri nemici,

da' fanti del podestà. A me parrebbe più sicuro che partiste domani

per tempissimo; e se pure avete paura di essere appostato, e non volete

andare co' vostri panni, io darovvi quelli di un mio fidato cameriere,

che vi somiglia nella persona e nel volto, sol che vi facciate radere

la barba.

Cecco si acquetò a tal consiglio, e ne ringraziò caramente il duca

d'Atene, che per quella notte il fece dormire in una stanzetta vicina

della sua camera; dicendogli che allo spuntar del giorno sarebbe

andato egli stesso a dirgli il momento opportuno da poter uscir di

palagio. Che il povero Cecco potesse prender sonno in tutta la notte

non fu possibile, tra per la paura che aveva di ricascare nelle mani

dell'inquisitore, e per i disegni che faceva infiniti, l'uno diverso

dell'altro, del dove riparerebbe; e come, potendo uscire salvo da

Firenze, prender vendetta comecchessía de' suoi nemici. Ma all'ultimo

fermò che sarebbe ito o da qualche potente signore ghibellino, o alla

corte stessa del Bavaro, il quale accennava già di portare strage e

rovina alla parte guelfa, della quale e il re Roberto, e il duca di

Calabria, erano i più potenti sostegni.

Come prima fu dì, messer Gualtieri fu a maestro Cecco co' panni del

suo cameriere, i quali erano di foggia francese; e Cecco, vestitosene

tosto, il duca gli die' dodici fiorini d'oro per suo viatico, e

raccomandatogli prudenza, ed osservato prima, se per la via fosse

alcuno, gli disse che poteva uscire. Quando l'infelice maestro passò

la soglia dell'uscio, provò tal passione al cuore, che fu per cader

tramortito: poi, richiamati tutti i suoi smarriti spiriti, cercò di

farsi quella più forza che potè, e si mise in via, su verso la porta

Ghibellina; ma andava come la serpe all'incanto, e da principio faceva,

come suol dirsi, un passo innanzi e due indietro: poi, fatto un animo

risoluto, cominciò a tirare innanzi animosamente. Non avea fatto per

avventura dieci passi, quando vide sbucare da un canto un frate minore,

che e' non penò a riconoscere per quel frate medesimo il quale ebbe

parole acerbe con lui il giorno che si pubblicò la scomunica contro

Castruccio, e voleva cacciarlo di chiesa il giorno delle esequie di

messer Guccio da Casale.

Gli si ghiacciò il sangue, e tennesi morto. Fuggire? ma sarebbe

uno scoprirsi: e poi dove? Tirò dunque innanzi, con quella maggior

franchezza che potè, rimanendogli pure un fil di speranza, che

quell'abito, e quell'essersi raso la barba, potesse celarlo all'acuto

sguardo del frate; il quale di fatto non aveva sospettato che quel così

vestito alla francese potesse esser lui.

Tuttavía, com'esso gli andava incontro, cercò di passargli più appresso

che potè, col proposito di entrare in parole con esso, che vedeva

essere uscito di palagio, per tentare se poteva ritrarne qualcosa a

proposito dell'ascolano; e quando gli fu accosto:

— Dio vi dia il buon dì, messere; venite voi di palagio?

Cecco tremava come una foglia, e simulando alla meglio accento

francese, rispose ch'e' veniva di palagio, e che andava con gran fretta

per certa bisogna di monsignor lo duca d'Atene suo signore.

Al frate non riuscì nuovo il suono di quella voce, e cacciandogli ben

gli occhi addosso, tosto lo ebbe riconosciuto; ma senza farne alcuna

dimostrazione:

— Volevo domandarvi, continuò, se alla corte ripara sempre

quell'eretico maledetto di Cecco d'Ascoli, che noi cerchiamo per

mandato del sacro tribunale dell'Inquisizione; ma — disse qui con

ghigno infernale — ma dacchè vedo che quel maledetto da Dio sei tu

stesso — e qui lo afferrò per un braccio — mi risparmio di domandarne,

e ti impongo di seguirmi dal reverendo inquisitore.

Il frate era forzutissimo; e Cecco, oggimai vecchio ed a quel mo'

scarso della persona, era fievolissimo, nè poteva in modo veruno

sghermirsi dalle fiere mani del frate: il perchè mise mano a uno

stiletto che aveva a cintola per liberarsene così; ma il frate fu più

lesto di lui, chè, veduto appena l'atto, il serrò fortemente tra le

braccia, che non poteva nemmeno alitare; e fatto il segno, uscirono

d'una casa dirimpetto molti berrovieri e mascalzoni, e legategli le

mani dietro, il menarono preso al vescovado, tra' più vili scherni di

fra Cherubino, a' quali Cecco mai non rispose, nè diede segno veruno di

turbarsene. Se l'inquisitore, che tosto il seppe, fu lieto del felice

esito di tale impresa è agevole l'immaginarlo. Andò senza metter tempo

in mezzo al vescovado per conferire col vescovo il modo del processo;

nè vollesi tosto vedere il reo, ma comandarono che fosse chiuso nella

più sicura prigione; e mandò tosto significando della duchessa, al

cancelliere ed a maestro Dino che gli zelanti figliuoli di santa chiesa

potevano star lieti, dacchè finalmente il pestilente eretico era nelle

sue prigioni.

La prigione, dove fu chiuso il misero maestro Cecco, era la più

orribile di tutte le altre. Posta giù ne' sotterranei del vescovado,

pigliava tanta luce da un piccolo pertugio quanta era sufficiente a

scorgerne tutto quanto l'orrore; piccola per ogni verso quanto un uomo

potesse misurare sei passi; con pareti non ben finite di intonacare;

dove l'intonaco era intiero disegnatovi grossamente col carbone

stranissime figure di diavoli, che tormentavano anime dannate, con

certe scritte che dicevano quelli esser diavoli, e i tormentati da loro

essere tutti quanti eretici; in un canto era una grossa tavola di legno

su quattro zampe, che doveva servire per letto, più là un vilissimo

trespolo con uno sgabello; e questa era tutta la masserizia: il

pavimento non era ammattonato, ma distesovi inegualmente uno smalto, in

più parti screpolato; un puzzo di tanfo, che vi si respirava a fatica.

Pochi momenti dopo che Cecco fu chiuso in questo sepolcro, venne colui

che era deputato alla custodia della prigione (allora dicevasi il

_prigioniere_) recando un fastello di paglia da stendersi sul pancone;

un grosso pezzo di pane nerissimo, ed una brocca d'acqua, con un altro

vaso per le necessità corporali; e poste queste cose al lor luogo senza

aprir bocca, uscì, e richiuse la prigione con terribile ruggíto del

chiavistello, e con tre gravissimi giri di chiave. Come il povero Cecco

fu rimasto solo, stette muto per lungo tempo, seduto sullo sgabello, e

con le braccia congiunte sul petto:

— I miei nemici hanno vinto! sarà contento Dino del Garbo; sarà sazio

il furore della duchessa e di questi frati.

E alzandosi tutto infocato, battendo il pugno su quel misero tavolino,

che traballò e fu per andare in pezzi:

— Ma benedetto Dio! non gli farò lieti del mio pianto, nè di verun atto

di fievolezza. So la spaventosa morte che mi aspetta, ma niuno vedrammi

impallidire; e i miei feroci giudici stessi, e quel ribaldo di maestro

Dino, e tutti coloro che mi odiano avranno paura di me, e non si

attenteranno di pur fissare i loro occhi nei miei. Troppo vile e povera

cosa sarebbe la scienza, se dovesse spaurire dell'ipocrisía e del

fanatismo, e spaventarsi della morte. Venga, venga essa pure: niuno mi

vedrà mutar aspetto; nè disdirò mai un punto solo di quella scienza che

ho professato tanti anni. Mi uccideranno, ma la verità non uccideranno;

questa sarà o prima o poi la regina del mondo, che sarà rinnovellato da

lei; ed allora, ed io e coloro che andarono per essa al supplizio prima

di me, e che vi anderanno dopo, saranno lodati e benedetti da tutti.

Queste parole disse con tanto sentimento e con tanta forza di volontà,

che si sentì a un tratto un altro uomo; e non che egli stesse più

in veruna apprensione del fatto suo, ed avesse orrore del suo stato

presente, ma quasi se ne sentiva più forte e più degno, e non vedeva

l'ora di provocare i più fieri tormenti e la morte, a trionfo della

verità e della scienza, ed a confusione dei suoi nemici.

Tutte queste cose avvennero nei tre giorni che Guglielmo e la Bice

erano stati in Mugello, tornati in Firenze la sera stessa del giorno

in cui maestro Cecco era stato messo in prigione; e già tutta la

città era piena di tale novella, chi compiangendo, come suole avvenire

sempre, l'infelice ascolano, e chi rallegrandosene, e vituperandolo a

più potere. Guglielmo non ne aveva sentito nulla finchè stette nelle

case de' Cavalcanti, perchè neanche a messer Geri non n'era venuta

notizia veruna; ma, uscito di casa per andare a corte di monsignore

lo duca, prima di arrivare a palagio udì in varj capannelli che qua e

là si erano raccolti sulla piazza della Signoría, parlare di presura

di maestro Cecco, di inquisitore, di maestro Dino; ma non poteva

sospettare di quello che pur troppo era vero, dacchè quando egli

andò in Mugello, maestro Cecco era sempre careggiato alla corte e

tenutovi in più onore che mai. Veduto però tra la gente uno dei suoi

famigliari, lo chiamò a sè, e da lui seppe punto per punto tutto il

fatto, del quale prese tal cordoglio e tale amarezza, che la maggiore

non ricordava per avventura di aver provato ai suoi dì; e cominciò a

pensare che via si potrebbe tenere per sottrarre a sì grave pericolo

colui, che tante prove gli aveva dato di leale servitù ed affetto, e

che era stato cagione prima e più efficace del lieto fine del suo amore

con la Bice; e si tribolava di non essere stato in Firenze egli mentre

si ordiva e si portava a capo la infame trama dai nemici di lui, che

forse avrebbe potuto in qualche modo scompigliarla. Fra questi pensieri

arrivò a palagio, dove il duca aspettavalo; e che, accortosi del suo

grave turbamento, domandogliene con qualche sollecitudine la cagione.

— Monsignore, tristissima novella, testè saputa da me, hammi turbato

per modo, che la morte mi sarebbe poco più amara. Un mio amorevole

familiare; un solennissimo scienziato e filosofo; uno da cui in

gran parte riconosco la mia domestica felicità, è nelle prigioni

dell'Inquisizione, e per opera della gelosía, del maltalento, e

dell'invidia.

— Voi parlate, bel cavaliere, di maestro Cecco d'Ascoli?

— Sì, monsignore, di colui che fu vostro familiare, che la vostra

corte onorava con la sua scienza; che voi amava e riveriva quanto verun

signore è stato amato e riverito dal più leale suo familiare; che del

vostro buono stato fu sempre gelosissimo....

— E che, dovete aggiungere, me e la mia donna schernì ed ingiuriò

vituperosamente; che non dubitò di predirmi, nel proprio mio cospetto,

che non succederei nel regno a mio padre. — E qui narrogli il fatto

della natività fatta alla piccola Giovanna, accendendosi grandemente

nel volto, quando venne alla predizione che sarebbe regina di un

possente e fiorito reame.

— Monsignore — continuò allora Guglielmo, gettandosegli ginocchioni

dinanzi — se meritai di voi e della gloria vostra assai o poco; se

può nulla appresso di voi una mia preghiera, fate che maestro Cecco

sia liberato: non si dica che qui non avete autorità sufficiente a

proteggere uno de' più onorati uomini della vostra corte; non abbiate

sì piccol pensiero della vostra dignità, che un frate o un prete si

possano vantare di fare e disfare a lor senno dove voi siete signore.

— Alzatevi, bel cavaliere, che non è atto codesto da farlo i vostri

pari. Voi sapete quanto vi amo e vi pregio, e di quanto vi sono tenuto;

sapete non esserci cosa al mondo che io vi potessi negare. Ora della

domanda vostra non voglio altro giudice che voi medesimo. Maestro

Cecco, siccome avete inteso da me, ha troppo bene meritata la mia

disgrazia, e la morte: ma, cavandone anche questo, non sono io capo

della parte guelfa in Toscana, e figliuolo amatissimo della chiesa?

Maestro Cecco è preso per eretico, ed eretico relasso: le leggi del

tribunale dell'Inquisizione sono terribilissime, ed a cadere nel

peccato d'eresía è sufficiente per essa il non denunziare l'eretico:

e molte brighe ebbi già da parte dell'inquisitore, perch'io teneva

alla mia corte l'ascolano, e nol dava preso nelle sue mani. Ora esso

è nella forza dell'Inquisizione; nè altro che per forza d'arme potrei

liberarlo; e questa forza non salverebbe per avventura il reo, e

certamente chiamerebbe sopra di me la scomunica maggiore.

E come qui messer Guglielmo fece bocca da ridere scotendo lievemente il

capo:

— Guglielmo — continuò il duca, voi ora non misurate quanta sia la

gravezza di una scomunica papale. Lasciamo andare le cose dell'anima:

qui potremmo per avventura trovarci d'un pensiero medesimo; ma la

scomunica porta con sè lo scioglimento dei sudditi dal giuramento di

fedeltà, e la minaccia del fuoco eterno a coloro che lo scomunicato non

fuggono e non rompono con esso ogni legame di parentela e d'affetto.

Parvi egli che ciò, nel presente momento che sta per ricominciare la

guerra, sarebbe cosa di picciol danno per me? Senza che, anche qui in

Firenze ci ha molti e molti ai quali par grave la nostra signoría;

e come questa città è guelfa tutta quanta, non passerebbe un giorno

dopo la scomunica che ne sarei cacciato a furia di popolo, col caldo

ed ai conforti del legato del papa, che pure ha qui in città parecchi

cavalieri de' suoi. Son noti gli esempj di due invittissimi imperatori,

Enrico IV e Federigo Barbarossa, che non poterono contrastare alla

forza della scomunicazione papale, e doverono andare alla misericordia

del papa, chiedendo perdonanza come il più vile degli uomini; ed Enrico

dovè indugiare tre giorni a essere introdotto dal papa, stando ad

aspettare nel cuor del verno, e con la neve alta, fuori del Castello

di Canossa, in abito da penitente, e con la corda al collo: e il

Bavaro stesso e Castruccio si accorgeranno ben presto anch'essi di che

sapore sieno le scomunicazioni. Aggiungete l'autorità di monsignore

il potentissimo re Roberto mio padre, il quale me ne condannerebbe

fieramente, e consigliatemi voi stesso se debbo o no, per tentare di

salvare la vita a chi per di più mi ha schernito e vituperato, se debbo

mettere in compromesso la mia signoría, e forse la mia vita medesima.

Il cavaliere restò vinto da questi irrepugnabili argomenti, e disse:

— Cessi Dio, monsignore, che mai io vi domandi cosa, la quale possa

tornare in pregiudizio vostro e della vostra signoría. È ben doloroso

per altro che le signoríe temporali debbano stare a posta di preti e di

frati.

— Verrà tempo per avventura che la punta di queste armi spirituali

sarà rintuzzata quando gli uomini avranno bene aperto gli occhi; ma

il mondo ora è cieco, e noi, che viviamo in questa età, bisogna pure

acconciarvisi buono o malgrado nostro.

In questa si annunziò che il conte ed altri savj di guerra erano

giunti, secondo l'invito precedente del duca stesso; i quali furono

tosto fatti entrare, e lì cominciarono tutti insieme a ragionare delle

cose di guerra, e dei ripari da ordinarsi contro Castruccio e contro

il Bavaro, il quale sempre più si avvicinava alle parti di Toscana, e

trovava assai seguito.

CAPITOLO LII.

L'ESAME DI FRATE MARCO.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 23 / 26 段