La buona femmina, tutta rassicurata, si mise all'opera col tal volontà

e con tal gioja nel cuore, che non avrebbe cambiata la sua condizione

con quella delle più nobili donne fiorentine. Entrò in cucina, dove

tutto era ordinato per cuocere, e dove trovò suor Taddea che l'accolse

con viso lietissimo; ed ella, trattasi di dosso, e il benduccio

di bucato e la cioppa delle feste, e messasi un largo grembiale e

uno sciugatojo sulle spalle, sceglieva questa pentola, quell'altra

rifiutava; questo vaso reputava acconcio, quell'altro no; comandava

che si facesse questa cosa, che si mettesse all'ordine quell'altra;

vedeva tutto, pensava a tutto: faceva insomma rimanere a bocca aperta

quelle converse, non avvezze a modi e preparativi sì fatti. Nel tempo

che la Simona governava con tanta bravura la cucina, i due sposi con

la badessa andavano attorno per i viali più ombrosi del bosco dietro

al convento: nei quali, benchè fosse uno de' più cocenti giorni

d'agosto, si sentivano ricreati da un fresco soavissimo, e tutti i loro

ragionamenti erano di contentezza e di amore, non solo comportati, ma

uditi volentieri per avventura da suor Anna, alla quale le pareva di

rivivere nelle più dolci illusioni della sua gioventù, obliando, povera

sventurata! che quella sua gioja doveva essere troppo breve; e non

potendo indovinare che atroce ferita sarebbe al suo cuore il vedersi

così tosto abbandonare, e forse per sempre, dal cavaliere e dalla Bice.

Arrivata l'ora del desinare, che si apparecchiò onorevolmente nella

sala dei forestieri, vi furono soli gli sposi e la badessa, a cui

sarebbe parsa minore, e meno schietta e men soave la gioja, dove

qualcun altro fosse stato presente. La Simona si portò da sua pari;

e benchè il convito non fosse soverchiamente abbondante, nè sontuoso

troppo, tuttavía, seppe così ben fare quelle cose ch'ella fece, che e

la badessa e Guglielmo non facevano altro che dire: all'ultimo comparve

lei proprio in persona, pulita come un dado, portando in tavola una

torta parmigiana, fatta apposta, disse ella, _per la bella donna del

bel cavaliere_; e la presentò con tanto garbo, che la Bice stessa ne

restò presa, e ne la ringraziò con queste parole amorevolissime:

— Gran mercè, buona Simona, della cortesía vostra — e dopo avere

assaggiata la torta, e gustatala per due volte:

— Il vostro garbato presente è degno veramente di chi tante lodi ha

meritato dal mio Guglielmo. Piacciavi, valente femmina, di accettare

questo piccolo presente per memoria di me, e per segno di grato animo

dell'affetto che mostrate al mio dolce sposo ed a me, ed a madonna la

badessa, che noi amiamo e abbiamo in riverenza quanto carissima madre.

E toltasi un piccolo anelletto di dito, il porse alla Simona, la quale,

stupefatta da tanta bontà, si smarriva, non sapeva che rispondere,

e non si attentava di stender la mano per prender l'anello; ma,

confortandola Guglielmo, ed ancor la badessa, il prese, e tutta

confusa:

— Madonna, disse, quest'anello, avvezzo a codesta mano così gentile,

come potrà adattarsi a stare su una mano così rustica e vile

come quella di una povera fantesca? io lo serberò gelosamente nel

soppidiano; ma in dito non avrò mai cuore di mettermelo. Gran mercè,

madonna; io vorrei dirvi tante e tante cose: ma non so trovar parole

degne delle pari vostre....

— Ed io ti dico, la interruppe Guglielmo, che le tue parole sono più

gentili e più dolci di quelle di tante cittadine....

— Le vengono dal cuore — disse tosto la Simona — e Guglielmo

continuando:

— E ti prometto che, se tu fossi a Firenze, così nella cucina come in

ogni altra cosa, avanzeresti tutte le tue pari di lunghissima mano.

— Ed io, soggiunse la Bice, mi parrebbe gran mercè, se tra le mie

fantesche, ne avessi una che ti somigliasse.

La povera Simona proprio non istava più nella pelle dalla consolazione;

e quando Guglielmo le disse:

— Bene, Simona, verresti tu volentieri a Firenze con noi?

Le parve proprio di sognare: guardava ora la badessa, ora la Bice, ora

il cavaliere:

— A Firenze? Io? Si gabberebbero di me quelle cittadine.... E poi

son così vecchia.... Se potessi vedere spesso voi, madonna, e il bel

cavaliere, mi parrebbe di essere in paradiso; ma sì!....

E la Bice, che la Simona avea proprio conosciuto esser valente femmina,

e che pure avea compassione di lei, e le pareva di far peccato

a lasciarla colà priva di ogni bene, e ridotta quasi a vivere di

elemosina, la strinse quanto più potè ad accettare:

— Me vedrai spesso ed il cavaliere: ti metterò a governo de' panni

lini, acciocchè tu stia vicina a me. Piaceti egli il farmi contenta di

questo mio desiderio?

La Simona guardava fissa la badessa, quasi interrogandola che cosa

avesse a rispondere; e la badessa che intese:

— Monna Simona, che pensi tu più? Messer Domeneddío ti mette dinanzi

il maggior dono che mai tu potessi sperare, ed esiti ancora? Tu starai

sempre vicina _alla bella donna del bel cavaliere_, come suoli dir

tu, che io stessa te ne porto grande invidia: questo solo dovrebbe

bastarti.

E la Simona, fattasi cuore, si volse alla Bice, e baciandole con atto

di riverenza la mano, disse:

— Madonna, io son vostra; fate di me a vostro senno e del nobile vostro

sposo.

Allora Guglielmo:

— Brava monna Simona: fa dunque di essere più tosto che puoi a casa, e

di essere in assetto per partire domani dopo terza.

La Simona accennò che il farebbe, e partì; e la badessa con alto

sospiro esclamò:

— Domani dopo terza? Così per tempo?

— Mia dolce mamma, rispose la Bice, io starei volentieri qui sempre

teco, insieme con Guglielmo.....

— Ed io, continuò Guglielmo, lo farei pur di gran cuore; ma, non che

starvi sempre, non mi è dato nemmeno allungare la mia stanza di un solo

giorno; chè monsignor lo duca mi gravò strettamente che dovessi essere

nel giorno di domani a Firenze.

La badessa non rispose, se non con alto sospiro, e da quel momento

si spense in lei ogni letizia; ed alle amorose parole della Bice,

che studiava ogni via da rallegrarla, rispondeva brevemente, e solo

carrezzavale o le mani, o il volto, o i capelli, con quel lieve sorriso

che tanto eloquentemente significa e il grave dolore dell'animo e

l'ardentissimo affetto; e così passò tutta la giornata!

CAPITOLO XLIX.

LA DIPARTENZA.

La nottata poi fu travagliatissima per la povera badessa, e quanto

si avvicinava il giorno tanto si faceva più grave la sua mestizia.

La Simona, lieta quanto suor Anna era trista, picchiò alla porta del

monastero che il sole non era per anco levato; e come la badessa era

alzata anche essa, così vi andò tosto, mostrando la sua letizia con

parole ed atti accesissimi, ringraziandola altresì dell'essere ella

stata gran cagione di questa sua lieta ventura.

— Codesta è veramente grande ventura, buona Simona; ed io, credilo a

me, te ne porto invidia.

— Madonna, scherzate voi forse? voi invidiare una misera fantesca?

— Ah, povera Simona! tu non comprendi i segreti del mio cuore.... — e

accorgendosi che era per dir cosa, che alla Simona sarebbe parsa strana

troppo in una donna della sua qualità, si riprese così: — tu non puoi

comprendere quanto sia l'affetto che io posi alla Bice mentre fu qui al

monastero: ancora tu non puoi conoscere che angelo essa è. Verrà giorno

che forse tutto comprenderai: e non potrà fare che allora tu non dica:

_Suor Anna aveva gran ragione d'invidiarmi_.

Mentre la Simona stava per replicare alle parole della badessa,

entrarono Guglielmo e la Bice, già preparati per cavalcare; ed

anch'essi mostravano apertamente nel loro aspetto il dolore della

partenza. Suor Anna allora, voltasi alla fantesca:

— Va, buona Simona, va a sollecitare anche tu la cavalcatura, che già

terza è sonata, ed i tuoi novelli signori non è dicevole che aspettino

te.

E come prima la Simona fu uscita dalla stanza, tirati i due sposi nella

sua cella, si volse a loro con occhi tutti lacrimosi:

— Figliuoli miei, questi due giorni che siete stati qui da me, la

presenza vostra mi ha fatto rivivere nella mia gioventù, quando tutto

mi arrideva, quando da tutti ero acclamata e desiderata. Ma questa

è stata la luce vivissima che precede lo spegnersi d'una lucerna. Io

non vi vedrò più: di accompagnarvi fino alla porta del monastero non

mi regge il cuore, nè mi reggerebbero le gambe. Addio: siate felici

per lunghi anni; e ricordatevi qualche volta della povera Gismonda di

messer Ramondo.

La badessa disse queste parole con tale accento di sfinitezza, e così

pallida nel volto, che que' poveri giovani ne rimasero accoratissimi.

Guglielmo poi al dolore aggiunse gran meraviglia per le ultime parole

di suor Anna, e accostandosele, disse sotto voce:

— Gismonda voi?

E la suora, prendendogli strettamente la mano, rispose tutta commossa:

— Sì.

E si gettò abbandonatamente sopra una sedia.

La Bice di queste ultime parole nulla comprese, perchè la storia della

Gismonda non sapeva, e non sapeva che cosa pensare; nè di domandarne le

parve opportuno; e però, vedendo il suo Guglielmo esserne restato muto

e pensoso, ella si ingegnava di dire alla badessa quelle più amorevoli

cose che sapeva, promettendole che a non lungo andare sarebbero tornati

a rivederla, alle quali la povera suora non rispose se non queste

parole:

— Allora io sarò morta....

E poi alzandosi, e facendo un grande sforzo:

— Andate, figliuoli, l'ora si fa tarda, ed il più stare è troppa

commozione anche per me.... addio, mia diletta — disse baciando

teneramente la Bice; e poi con atto risoluto, e quasi disperato,

fattasi a Guglielmo:

— La madre, disse, può baciare il figliuolo — e datogli un ardentissimo

bacio in bocca — addio, figliuolo mio dolce, ci rivedremo lassù.

E lasciatasi cader boccone attraverso al letto, non disse altre parole.

La Bice e Guglielmo rimasero stupefatti, e volevano pur dire; ma la

suora accennava pur con la mano ch'e' si partissero; il perchè, tutti

dolorosi, si mossero, e ben tosto furono a cavallo. Tutte le potenze

dell'anima di suor Anna avevano concorso con isforzo mirabile a questa

violenta dimostrazione di affetto; e la povera donna rimase così vinta

e così sfinita, che a mala pena potè, dopo lungo spazio di tempo,

levare il capo di sul letto; e allora, mal reggendosi sulla persona,

cominciò a volgere attorno lo sguardo smarrito, e a tendere l'orecchio,

se nulla per avventura udisse. Silenzio per tutto! Onde ella esclamò

dolorosamente: — Nol rivedrò mai più!.... È tutto il mio Ramondo....

e mi ha dato pur egli un ardentissimo bacio! e quel bacio mi ha messo

l'inferno nel cuore!...

E si coprì il volto colle palme delle mani, quasi vergognandosi di sè

stessa; poi, gittatasi con grande sforzo in ginocchio:

— Signore Dio mio, perdonatemi. — E posato il capo sulla sponda del

letto così ginocchione, appoggiandolo sulle mani incrocicchiate, stette

alquanto tra piangendo e pregando. All'ultimo, come meglio potè, si

alzò, e si pose seduta sopra la sua sedia, e prese un libro dei salmi

per tentare se trovava pace e conforto nella preghiera; ma sentivasi

tanto spossata che nè la mente nè gli occhi le consentivano il loro

ufficio; ed ella, tutta sgomenta, non aveva bene di sè: — Che cosa è

mai questo? Come potrò io sopportare tanta passione?

In quella udì qualcuno che passeggiava nel corridore dinanzi alla sua

cella, e il cuore le sobbalzò stranamente:

— Dio mio! sarebbe egli?.... e fissò avidamente gli sguardi alla

porta, quando udì la voce della conversa che soleva farle i servigj

della camera, la quale domandava se era lecito entrare. A questo la

suora cercò di ricomporsi meglio che potè; e detto alla conversa che

entrasse, ella rimase sbalordita vedendo la badessa così cambiata nel

volto che pareva un corpo morto; ed amorosamente le disse:

— Ohimè! madonna, voi state male.

— Sì, buona Geltrude — rispose la meschina con un filo di voce.

E suor Geltrude, ponendole una mano sulla fronte, e poscia sul cuore:

— Madonna, voi abbisognate di riposo: lasciatevi assettare il letto, e

coricatevi; e poi farò che vi si rechi tosto una bevanda cordiale.

E la buona suora, lasciandosi governare come una bambina, consentì ad

ogni cosa; e solo dopo otto giorni, mercè le assidue cure della sua

buona Geltrude, potè riaversi un poco.

Ma raggiungiamo adesso gli sposi che da qualche tempo cavalcano per

ritornare a Firenze.

Guglielmo e la Bice sul principio ch'e' si mossero, andarono un

buon tratto di via innanzi alla Simona ed al fante, parlando, com'è

naturale, del fatto della badessa, che alla Bice pareva, come veramente

doveva parerle, stranissimo.

— Povera mia suor Anna! vedi come l'abbiamo lasciata!.... Ma ecco,

Guglielmo, che vollero dire quelle ultime parole di lei: «Ricordatevi

della Gismonda di messer Ramondo?» E poi quel bacio che ti ha dato, e

che le hai renduto.... Ho visto, sai? E' m'è sembrato più che da madre;

e quasi quasi....

— Saresti gelosa di suor Anna? — disse con dolce sorriso Guglielmo.

E la Bice con pari sorriso:

— Oh, no, mio dolce signore.... — e poi, riprendendo il primo

ragionamento: — Su, via, Guglielmo, dimmi chi è quella Gismonda.

Il cavaliere combattè un pezzo per non palesare alla Bice il segreto

di suor Anna; ma poi, vedendo che ella se ne addolorava, e che avrebbe

potuto pensare a chi sa che cosa; e persuaso che alla fine non c'era

nulla di male; raccontolle tutto il pietoso fatto dell'amore della

badessa con messer Ramondo suo zio; e come l'aver ella conosciutolo

per nipote del suo antico cavaliere, era stata cagione principalissima

della loro presente felicità. La Bice si commosse teneramente, e ne

amò di più la badessa, e si fece promettere da Guglielmo che ogni tanto

sarebbero iti a rivederla.

Intanto i cavalcatori si erano avvicinati a Settimello, e la povera

Simona, che fin lì si era mostrata tutta lieta e festosa col fante di

messer Guglielmo, come vide il campanile della chiesa di Settimello,

diede in un grande scoppio di pianto, dicendo che volea scavalcare, e

fermarsi qualche momento. Il fante la predicava come ciò non si potea

fare: _Vuoi tu che messer Guglielmo sosti per te?_ e la Simona: _Sì che

sosta._ E come questo sì e no era piuttosto animato, non potè fare che

la Bice e Guglielmo, i quali avevano già rallentato il passo, non ne

sentissero qualcosa; e però si soffermarono per sapere che fosse.

— Sire cavaliere — disse con le lacrime agli occhi la Simona —

mirate là Settimello: vi è sepolto il buon sere: passar di qui senza

visitarlo...

— Hai ragione, la interruppe Guglielmo; scavalcheremo tutti, e tutti

pregheremo per l'anima di lui.

Come di fatto, giunti alla chiesa, scavalcarono tutti quanti, e il

nuovo prete, sentendo giù questo scalpiccío di cavalli, e veggendo poi

sì nobile coppia e così bene accompagnata, non sapendo a che pensare,

scese giù per domandare che cosa piacesse al cavaliere e alla dama.

Guglielmo significogli il pietoso desiderio loro, al quale il prete si

porse volonterosamente, e aperse loro la chiesa, dove la povera Simona

si sentì tanto consolata e tanto addolorata ad un'ora per la ricordanza

e del suo buon sere, e di quei luoghi dov'essa era stata quasi come

padrona, che piangeva come una vite tagliata, e non sarebbe mai uscita

di lì. Ma fattane accorta dal fante di messer Guglielmo, si levò di

ginocchione, ed uscì con gli altri di chiesa, non senza voltarsi e

rivoltarsi indietro a guardare il luogo dove sere Gianni era sepolto.

Dopo questo pietoso atto, il cavaliere e la Bice, ringraziato il prete

della sua cortesía, e lasciatogli buona limosina per l'anima di donno

Gianni, seguitarono il loro cammino, e furono ben tosto a Firenze,

dove messer Geri gli aspettava a braccia aperte, così per il desiderio

di rivedergli, come per sapere novelle della badessa. Della storia di

madonna Gismonda e del cavaliere Ramondo, Guglielmo aveva confortato

la Bice che non ne parlasse a suo padre; il perchè, recatogli salute

da parte della badessa, e dettogli come ne era assai bene, e come era

stata lietissima del vedergli e del trattenergli, dopo altre poche

parole si ritrassero nelle loro stanze a prender cibo e riposo. Ma qui

mi bisogna tornare un passo addietro.

La Simona, che mai alla sua vita non era stata a Firenze, e che non si

pensava poterci essere al mondo stanza più magnifica di Calenzano, e

delle castella del suo Mugello, come prima scorse da lontano le torri,

onde allora la città nostra era piena, rimase stupefatta, e domandò al

fante:

— Che è quella cosa laggiù che pare come una selva di grossi cipressi?

— È Firenze — rispose il fante; e la Simona:

— Ohimè! e com'è ella Firenze? e che sono quelle cose tanto alte?

— Sono le torri dei palagj fiorentini.

— E anche il palagio di madonna Bice è come quelli? e noi dovremo star

chiusi in quelle torri?

— Eh! monna Simona, troppo agiato abituro ti vorranno parer quelle

torri! Aspetta di essere a Firenze, e vedrai.

E di fatto, come la buona Simona fu entrata in Firenze, non sapeva

raccappezzarsi se sognava o se era desta, così nuovo miracolo gli

pareva tutto ciò che vedea; e quella tanta frequenza di popolo, e

logge e palagj, e piazze, ed allegre brigate qua e là, e botteghe

ricchissime di panni e di seta, le avevano proprio fatto un capo come

un cestone, chè, arrivata alle case dei Cavalcanti, non sapeva più in

che mondo si fosse. E quivi forse la meraviglia si accrebbe al vedere

la magnificenza di quella nobil magione; e riavuta che si fu un poco,

le pareva d'essere da quanto una regina; e più che regina le parve

di essere quando la Bice, chiamatala a sè e condottala essa medesima

nella stanza ove si custodivano i panni lini, le disse con atto e voce

benignissima:

— Ecco, monna Simona, ch'io ti mantengo la promessa: qui tu starai a

custodia di tutta questa roba — e si mise ad aprire casse, cassapanche

ed armadi, tutti pieni di panni lini — e qui — disse aprendo un assai

recipiente stanzetta — qui tu starai a dormire, vicina, come vedi, alla

camera mia. Ci starai tu volentieri?

La povera Simona, che mai non aveva veduto tanta grazia di Dio, e che,

sebbene la sua camera fosse decente e nulla più, a lei pareva sontuosa

e nobilissima, col cuore proprio nello zucchero rispose:

— Madonna, voi e il vostro bel cavaliere, troppo gran mercè fate ad una

vil femminuccia mia pari. Ma sarò io sufficiente fantesca a una vostra

pari? vecchia oggimai e dappoco....

— Il mio Guglielmo ti disse valente femmina, e non può fallire che tale

tu non ti mostri sempre. Ma anche quando tu fossi da nulla, non che

da poco, sta di buon animo: qui appresso di me avrai sempre buono ed

onorato recapito, quando il mio dolce sposo ti ha reputata degna della

sua casa.

— Madonna, gran mercè — rispose la Simona baciandole la mano. — Io non

ho le parole soavi e gentili come le vostre: vorrei potervi mostrare il

cuore.... il vostro bel cavaliere, me ne innamorai.... voleva dire gli

volli bene.... no, mi piacque come prima lo vidi.... E voi, madonna,

siete la più gentile e bella donna che mai abbia veduta.... io, povera

vecchiarella.... ma, non so.... direi....

La Bice, accortasi troppo bene dello smarrimento della Simona, la

confortò e le fece animo con amorevolissime parole. Non andò molto però

che la Simona, vinta la prima peritanza, riprese tutta la balía di se

stessa, e tanto ben seppe fare, che diventò come la massaia di casa:

nè la Bice moveva foglia, in opera di masserizia, se prima non ne aveva

conferito con la Simona.

CAPITOLO L.

LA TRAMA PIGLIA CORPO.

Nel mezzo tempo che Guglielmo con la Bice erano stati in Mugello, le

cose di maestro Cecco aveano mutato faccia del tutto; e già vedemmo

come, di careggiato da tutti, di protetto dal duca, di amico a potenti

signori, ed a persone di qualche conto, era precipitato nell'abisso

della miseria, fallitagli alla prova quella amicizia che egli reputava

la più fidata; e lo lasciammo che aveva fatto proposito di involarsi, o

sotto un colore o sotto un altro, da Firenze il giorno di poi.

— Ma che colore si trova? — ruminò egli tutto quel giorno e la notte

appresso — che non metta in sospetto il cancelliere e gli altri nemici

miei?

Gli venne in mente sulle prime di andare alla presenza del duca

con atto umilissimo, ricordandogli con bel garbo la data fede, e

supplicandolo almeno a concedergli compagnía che lo scorgesse fino su

quel di Genova, dov'egli aveva disegnato di andare a posarsi; ma non si

attentò.

Finalmente gli tornò a memoria quell'atto del duca di Atene quando là

sulla porta di S. Croce garrì quel fanatico frate; e si pensò che egli,

mostratosi così aperto e spontaneo difensore suo in quella congiuntura,

non isdegnerebbe di procacciargli modo di uscir salvo da Firenze. E di

fatto, appostando l'ora che messer Gualtieri si levava, fu tosto a lui,

e gittatoglisi ginocchioni dinanzi:

— Monsignore, salvatemi! i nemici miei sono congregati contro di me.

Messer Gualtieri di Brienne sapeva tutto, e sapeva molto più che non

sapesse il povero Cecco; e come quegli che di frati e preti non era

tenerissimo, e sapeva dall'altra parte le arti scelleratissime che si

erano usate per tirar Cecco nell'ultima rovina, e torgli in tutto e per

tutto l'affetto del duca; se avesse potuto trovar modo di salvarlo dal

furore fratesco, senza per altro mancare un punto alla lealtà verso il

duca suo signore, e far cosa che ad esso dovesse troppo dispiacere, lo

avrebbe fatto di gran cuore; il perchè, voltosi a Cecco:

— Maestro, gli disse, che i vostri nemici vi cercano a morte lo so;

e so, che monsignor lo duca non può, anche se volesse (chè di volere

non accenna), non può apertamente difendervi. Ed il farlo io mi

sarebbe attribuito a slealtà, nè passerebbe senza pericolo gravissimo.

Nondimeno il fatto vostro mi dà grande passione: e voglio studiare

come potervi salvare. Andate là nella mia camera, dove niuno oserà di

entrare; intanto penserò al modo più acconcio, e sarò tra non molto da

voi.

Cecco baciò la mano in atto di grato animo a messer Gualtieri, e

questi si mise a investigare a che termine appunto fossero le cose,

per vedere se trovasse modo di salvare quell'infelice dalle ugne

dell'Inquisizione.

Ho detto qua dietro che il duca d'Atene sapeva molto più che non

sapesse il povero Cecco, il quale, dappoi che ebbe scoperto il vile

abbandono di frate Marco, si era rintanato in palagio, nè più era

uscito dalla sua camera. Ma i suoi nemici non avevano dormito. Già

vedemmo come, prima che Cecco sospettasse di nulla, il cancelliere avea

fatto far la formale denunzia a Dino del Garbo. Ora esso cancelliere

impose a maestro Dino, che fosse subito all'inquisitore, al quale esso

lo accompagnò con una lettera del seguente tenore:

«Reverendo in Cristo fratello — Maestro Dino del Garbo, vinto da santo

zelo, viene a voi per denunziare formalmente a cotesto tribunale il

pestilente eretico Francesco Stabili. Se il processo si farà senza

veruno indugio, ne loderà Dio anche madama la duchessa mia signora, ed

io insieme con lei. A' vostri piaceri presto.

«_Il Vescovo d'Aversa_».

L'inquisitore sapeva troppo bene a che cosa veniva maestro Dino; e

però, dopo il saluto, prese la sua denunzia, e lettala:

— Ottimamente, disse; resta ch'io ne conferisca con messer lo vescovo.

E maestro Dino:

— Messer lo cancelliere mi ha dato per voi questa lettera.

L'inquisitore la prese e lettala tosto, replicò:

— Dite a messer lo cancelliere, che la cosa di questo eretico maledetto

tocca più me che lui, che la duchessa, e che voi stesso — soggiunse

sorridendo.

— Messere, state avvertito: quell'eretico fa anche professione di

magía, ed è per arte e per natura accortissimo. Vi fuggirà dalle mani.

— Qui, siatene certo, maestro Dino, l'arte e la magía non gli

serviranno a nulla. Esso sta chiuso da tre giorni in palagio; ma non

può uscirne che ei non sia appostato e codiato da' miei berrovieri e da

fra Cherubino, il quale, come sapete, ben lo conosce, ed ebbe briga con

lui là sulla piazza di Santa Croce, e l'altro dì sulla porta di Chiesa.

— Tuttavía, messere, nè madonna la duchessa, nè messere lo cancelliere,

nè io, saremo lieti compiutamente, finchè quel maledetto da Dio non sia

proprio giù di sotto nelle vostre fedeli carceri.

— Più tosto che non credete sarà sazio il desiderio vostro ed il

mio. Io vo senza indugio dal vescovo; e voi, maestro, fate di spiare

appresso la duchessa, ed appresso il cancelliere, che cosa mai può

ruminare l'eretico.

E come disse così fece. In pochissimo d'ora il frate era stato dal

vescovo: e dopo lunga discussione presero per miglior consiglio di

significare al duca come quel maestro Cecco, suo familiare, fosse

eretico relasso, denunziato già al sacro tribunale, e di chiedergli

che egli stesso il dovesse far consegnare nelle mani de' suoi

ministri, sotto quelle pene che le leggi di santa chiesa ha posto. E

l'inquisitore, senza dar tempo al tempo, tornato che fu a Santa Croce,

scrisse una lettera al duca, la quale cantava così:

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 22 / 26 段