— Egli mi ha pur dato amorevolmente il latte della scienza; mi ha

sempre tenuto per il più diletto fra suoi discepoli; ed ora lo pago

di questa bella moneta! Sarò agguagliato a Giuda, che tradì il suo

divino maestro... — Io però nol tradisco.... nè piglio moneta... — Sì!

e poi s'ha un bel dire! S'io potessi salvarlo, darei un bicchier del

mio sangue; ma che ci posso io fare? L'amicizia e il grato animo son

belli e buoni; ma la paura chi la vince? Io son fatto così.... — Già

ci vorrei vedere anche questi uomini, che si chiamano di gran cuore ed

animosi, nel caso mio. Io sono un povero frate che vivo dell'altare: il

maestro, mi par di vederlo, sarà accusato di eretico e di negromante,

tali parole udii dire anche ier sera da un frate minore, tutto cosa

dell'inquisitore. Se me lo trovassero qui nel convento, o se sapessero

che io studio comecchessía di sottrarlo alla giustizia umana?... Dio

mio! non ho coraggio nemmeno di pensarci: tanto più ch'io sono andato

quasi sempre a udirlo leggere. Oh meschino di me! E se per questo

altresì il sacro tribunale facesse richiedermi?... — «Messere lo

inquisitore, io non ne sapevo nulla: no, Cecco d'Ascoli parlò meco

sempre da cattolico; ma io ad ogni modo me ne sto alla correzione

vostra; condanno quello che voi condannate; credo quello che voi

credete....». — Dio! mi pareva già di essere dinanzi all'inquisitore. —

E vi potrei pur dover essere, se alcuno ricorda ch'io andavo a udirlo

leggere. — E poi, o non è a tutti nota in Firenze la familiarità

nostra, e più che a tutti a' nemici di maestro Cecco?... Eh, non si

scansa: almeno per testimonio è certa ch'io sarò citato. E allora

che ho a dire? Ho a accusare il maestro? e' mi daranno del Giuda....

E se mi mettono alla colla, come reggerò io al tormento? — Se messer

Domineddío non mi ajuta, io sono un uomo morto. — Ma, o frate Marco —

disse a un tratto come riscotendosi da un vaneggiamento — ma chi t'ha

detto che maestro Cecco andrà certamente nelle mani dell'Inquisizione?

Su, su, fatti coraggio; codeste le sono vane apprensioni.

Ma il coraggio non tornava al povero frate; e quegli occhi stralunati

di Cecco; il racconto da lui fattogli dello sdegno della duchessa e

del duca, e le parole dette da quel frate minore la sera innanzi, gli

erano fitte nella mente per forma, che quanto più ci ripensava, tanto

più presente e più certo vedeva il pericolo di maestro Cecco. E dacchè

egli era ito alle case dei Cavalcanti, per gettarsi nelle braccia di

messer Guglielmo; e il frate sapea troppo bene che messer Guglielmo non

avrebbe trovato, perchè era ito in Mugello, la paura gli si rinfrescò

tosto nel cuore:

— Ora il maestro è ito a casa di Guglielmo, dove gli diranno che il

cavaliere è cavalcato con la sua donna in Mugello; e c'è da vederselo

ritornare al convento. Qui non c'è tempo da perdere, bisogna ch'io

pensi a' casi miei.

E senza dare indugio al fatto, la prima cosa andò dal portinajo e gli

disse:

— Se mai tornasse qui or ora maestro Cecco d'Ascoli — lo conosci

tu? quel vecchietto magro e canuto che è uscito di qui dianzi, e

che ci avrai veduto venire spesso — — dira'gli che frate Marco, per

comandamento del priore di questo luogo, è uscito fuori per cavalcare

non sai dove.

E il portinajo, dettogli che maestro Cecco ben conosceva, e che,

tornando lui, gli avrebbe risposto secondo il comandamento, frate Marco

andò diviato al priore, chiedendogli licenza di andare nel Casentino da

un prete suo conoscente, che il voleva a predicare; ed ottenutala senza

contrasto veruno, erano appena passate due ore che cavalcava per la via

di Arezzo.

Come bene aveva indovinato frate Marco, maestro Cecco, saputo là alle

case dei Cavalcanti come Guglielmo con la Bice erano iti in Mugello,

ritornò a S. Maria Novella per informarne il frate, e per conferire

con esso il modo più certo da uscir salvo di Firenze, e senza dare

sospetto a veruno. Come restasse però all'udire dal portinajo che anche

frate Marco si era partito dalla città, sarebbe difficile significarlo

a parole. Già aveva intraveduto che l'affetto e l'amicizia di lui

sarebbegli venuta meno alla prova; ma quando ne ebbe certezza come

ora l'aveva, e considerando il modo vilmente spietato che egli aveva

tenuto, si vide proprio mancare il terreno sotto i piedi, nè sapeva

più oggimai a che Santo votarsi; e lo sgomento suo era pietosamente

amareggiato dalla vile sconoscenza del frate. Al portinajo egli rispose

con amaro sorriso:

— Ah, frate Marco si è partito per comandamento del priore di questo

luogo?

E scotendo il capo con atto tra di sgomento e di dispregio, esclamò:

— Maledetto quell'uomo, dice il Signore, che confida nell'uomo: — e

voltò le spalle al convento, avviandosi verso il palagio, col proposito

di partirsi il giorno appresso, o sotto un colore o sotto un altro.

Ma prima di entrare nelle orribili carceri della Inquisizione,

rallegriamoci un poco nella conversazione della buona nostra Bice, e

del suo diletto Guglielmo, e ritorniamo in Mugello dalla badessa, la

quale il lettore spero che rivedrà non senza qualche soddisfazione.

CAPITOLO XLVII.

GLI SPOSI IN MUGELLO.

Primo e più soave pensiero de' novelli sposi, dopo le gioje domestiche,

era stato quello di mantener la promessa fatta a suor Anna, che

sarebbero iti a rivederla appena fossero marito e moglie: e di fatta

la seconda mattina dopo lo sposalizio montarono a cavallo di buon'ora,

accompagnati da un loro fidato donzello, e dalla cameriera della

Bice, per essere al monastero almeno due ore innanzi vespro. Sarebbe

andato volentieri anche messer Geri; ma lo star molto a cavallo,

dopo gli ultimi acciacchi, non sarebbe stato senza grave suo danno; e

però, confortatone anche dalla Bice e da Guglielmo, rimase a Firenze,

stando contento a scrivere alla badessa una amorevole lettera, dove la

ragguagliava della presente sua contentezza, che in gran parte diceva

riconoscer da lei, e mandavale salute con protestazioni di grato animo

e di riverenza.

In tutto quanto il viaggio la Bice si mostrava di lietissimo umore;

chè il ricordarsi quanto fu doloroso il viaggio fatto mesi addietro in

Mugello, quasi maledetta da suo padre; col dubbio che più non avrebbe

riveduto il suo Guglielmo; senza sapere per molto tratto di via dove la

conducesse il suo fante; e poi colla disperazione nel cuore dell'andare

ad essere sepolta in un eremo, lontana da ogni cosa e da ogni persona

diletta: e l'andarvi ora col suo Guglielmo, a rivedere e riabbracciare

colei che amava per madre carissima; le era cagione di tal contentezza,

che proprio il cuore gliene traboccava, e non restava un momento di

fare in confronti tra il viaggio passato ed il presente: di ricordare

la badessa e il monastero; di significare il desiderio di arrivarvi

presto; ed un monte di simili cose, alle quali Guglielmo non era

sufficiente a rispondere, e ad alcune rispondeva accompagnando le sue

parole con quel risettino che palesa ad un tempo stesso e l'affetto,

ed una benigna censura a chi si risponde. Il proposito era quello di

andare di buon trotto, per essere a buon'ora in Mugello; ma ad ogni

nuovo pensiero che venivale in mente, la Bice rallentava, e mettendosi

al passo, entrava in ragionamento con Guglielmo:

— Vedi, Guglielmo mio, queste nobili castella, che fanno sì pompose

e superbe le nostre colline, e che ora tanto mi diletta il vederle,

così contornate di giardini e di graziosi boschetti? L'altra volta

mi parevano spelonche di fiere, in boschi aspri e selvaggi. Tu, mio

dolce signore, e il tuo amore, fa ridere a me così allegramente queste

colline; le quali per altro insieme con te, mi riderebbero così — disse

rivolta a lui con amoroso sorriso — anche se fossero aspri boschi e

selvaggi.

E Guglielmo, presale la mano, caramente gliela baciò, con uno sguardo

amorosissimo, confortandola a studiare più il passo, per non arrivare

troppo tardi: e la Bice spronava; ma fatta poca via:

— Qui al passo di questo ponticello il mio cavallo ombrò, e poco mancò

non mi traboccasse nel torrente, che allora era gonfio e riottoso. Non

impaurii; chè la morte non mi sarebbe dispiaciuta, credendo averti

perduto per sempre. Ora al solo pensarci me ne spavento. Non avrei

goduto la presente beatitudine!

E così, ora trottando ed ora ragionando, là poco innanzi vespro

arrivarono in veduta del monastero.

— Ah, Guglielmo, ecco là il monastero! Mira sacro e venerabile orrore!

Studiamo, studiamo più il passo, chè tosto vi possiamo essere. Credi,

mio diletto, poco minore fu la gioja del rivedere le torri della mia

Firenze, dopo essere stata quaggiù, che quella di rivedere adesso

questo sacro recesso. La buona nostra suor Anna, come sarà adesso la

sua sanità? Penserà ella che possiamo esserle così vicini? Oh che

consolazione sarà per lei e per noi il rivederci! Sprona, sprona,

Guglielmo.

E Guglielmo ridendo, spronava, e così la Bice; per modo che in un

baleno furono al monastero. Il valletto smontò per andare a picchiare

alla porta; ma la Bice lo fece accorto ch'e' non dicesse il nome nè di

lei nè di Guglielmo alla portinaja. La portinaja per altro, che era

sempre quella medesima di quando la Bice era colà, non penò molto a

ravvisarla, e le fu attorno facendole un monte di riverenti carezze, e

di timide domande, alle quali la Bice rispose con tutta benignità; ma,

struggendosi di riveder la badessa, troncò ogni ragionamento, e disse

alla suora:

— Che è della badessa?

— Ne è assai bene, madonna; se non quanto è stata sempre tristissima da

quando voi ci lasciaste. Vi voleva tanto bene!

— Fa d'essere tosto da lei; non le dir così subito che siamo noi; ma

solo che c'è un cavaliere ed una dama, che domandano di vederla; forse

lo indovinerà....

E la portinaja corse tosto a far quello che la Bice dicevale. La

badessa non era nella sua cella; ma, come soleva tutte le sere sul

vespro, era scesa giù in chiesa a fare le sue usate preghiere, nelle

quali mai non dimenticava la Bice e il suo cavaliere; ed appunto per

loro pregava, e sentiva al cuore, pregando, una insolita consolazione,

quando entrò a lei tutta affannata la portinaja:

— Madonna, è di là un cavaliere con una dama che domandano di poter

vedervi e parlarvi.

A queste parole suor Anna balzò di sull'inginocchiatojo, esclamando:

— Son dessi; — e accennata a mala fatica una genuflessione all'altare,

corse là con maggiore ansietà e con maggior fretta che la sua dignità

non avrebbe comportato: e come vide proprio essere dessi, e come la

Bice vide lei, l'una si avventò al collo dell'altra con baci e lacrime

senza fine. Volta quindi la badessa a Guglielmo:

— Messere, gran mercè: ora muojo contenta.

— Madonna, soggiunse Guglielmo, non mescolate sì triste parola tra la

celeste gioja presente. Il primo pensiero di me e della Bice, appena

fummo sposati, fu quello di venir qua da voi; e il contento nostro del

rivedervi, e dell'essere con voi, non è minore, credetelo, a quello

dell'essere noi l'uno in possesso dell'altro.

— Vedi, mamma mia dolce — entrò qui la Bice — manca qui il nostro

amoroso padre, che ardeva anch'egli del desiderio di esserci; ma,

povero vecchio, e' non sarebbe potuto star tanto a cavallo!....

— E che n'è di messer Geri?

— N'è bene assai per quell'età; e poi la contentezza lo ha ringiovanito

che pare un altro.

— Ma, Bice, disse Guglielmo, non ti diè egli una lettera per madonna la

badessa?

— Oh! pazzarella! — disse la Bice, scotendo il capo — è vero, eccola

qui — cavandola dalla scarsella e porgendola alla badessa. — Perdonami,

mia cara mamma: che vuoi? la felicità di esserti vicina mi fa anche

smemorata.

E suggellò queste parole con un saporitissimo bacio. La badessa lesse

con palese soddisfazione la lettera di messer Geri, e lettala:

— Oh, che buono e santo uomo è questo nostro messer Geri! attribuisce

in gran parte anche a me la presente contentezza sua, e di voi, ch'ei

chiama suoi dolci figliuoli.

— E non l'attribuisce egli a gran ragione? Ed io e la Bice non pensiamo

anche noi il medesimo? La vostra lettera fu quella che mutò affatto il

cuore di messer Geri.

— E il veder voi, bel cavaliere, e l'udirvi parlare — disse qui la

badessa guardandolo e mal frenando un sospiro — fu la cagione che

indusse me a scrivere quella lettera. E poi molto giovarono appresso

messer Geri le parole di frate Marco. Che è di lui? E quel maestro

Cecco, che parvemi uomo di tanta sapienza e di tanto senno?

— Di frate Marco n'è bene; e fu egli medesimo colui che benedisse

l'anello: e maestro Cecco, lietissimo anch'egli, è sempre tenuto in

pregio maggiore alla corte, massimamente dopo le fresche vittorie

di monsignore lo duca, da esso predette per virtù della sua scienza

astrologica.

Queste parole diceva Guglielmo alla badessa, alla quale erano giunte

a fatica le novelle dell'ultima guerra; e dei particolari, nè delle

prodezze di Guglielmo nulla sapeane; quando la Bice, quasi continuando

il discorso di Guglielmo:

— E le vittorie furono gloriose, sai, mamma mia dolce: e tutto l'onore

lo sai di chi fu? Eccolo qui — disse, abbracciando con amoroso sorriso

Guglielmo, e dandogli un bacio.

E come la badessa sentì a quell'atto commuoversi tutta, e ne diede

segno, la Bice, credendo di scorgere nel volto di lei aria di dolce

rimprovero, disse ridendo:

— Ma ora si può anche dinanzi a te dar questi baci: l'amor nostro è ora

santificato dal matrimonio.

E la badessa, tergendosi una lacrima:

— Sì, sì, figliuoli miei, questi baci ora sono santi, nè si disdicono

anche in luogo santo. Se tu scorgesti qualcosa sul mio volto, non era

altro che segno della gioja, che tutta mi commuove per la contentezza

vostra.

E la Bice, continuando al primo discorso:

— Sì, tutto l'onore fu del nostro Guglielmo; egli vinse due castella

fortissime, per la prodezza massimamente della sua propria persona: coi

vinti fu umanissimo; per lui rifiorì il giglio fiorentino; e ne ebbe

lodi ed onori; e nobili donativi da monsignor lo duca, dal comune di

Firenze, e titolo di signoría là nel reame, e titolo di difensore della

libertà fiorentina dal comune nostro, e fu fatto cavaliere; e ora è

tutto mio, e per sempre.

La Bice diceva queste cose con una vivacità ed una allegría che pareva

altra donna da quella che era, tanto era sopraffatta dalla contentezza.

A Guglielmo parve insolita cosa questa sua vivacità, e cercò di

temperarla:

— Bice mia, tempera codeste mie lodi; che nè a te mia sposa, nè dette

in presenza mia, sono troppo dicevoli. Accerta solo madonna la badessa

che quello che ho fatto, se qualcosa ho fatto, l'ho fatto inspirato dal

tuo amore, e che ogni rimanente è per me vanità e nient'altro.

La badessa a queste amorose parole sentì tutta quanta intenerirsi, e

disse con accento visibilmente commosso:

— Voi, bel cavaliere, con la prodezza vostra e con la vostra cortesía,

e con la vostra umiltà, e con l'alto concetto che avete dell'amore, vi

mostrate degno del nobile sangue degli Artese; e degno nipote di quel

messere Ramondo, la cui pietosa storia mi narraste, e che fu cagione

principale ch'io scrivessi quella lettera.

— E a me, disse Guglielmo, è rimasto sempre nel cuore un pietoso

desiderio di sapere che cosa avvenne di quella madonna Gismonda....

— Ah! ma ora lasciamo pure ogni altra cosa che non sia lieta e

piacevole — interruppe la badessa, a cui troppo non piaceva l'entrare

in sì fatto ragionamento, che avrebbe potuto troppo commuoverla da

palesarsi innanzi tempo.

E allora Guglielmo:

— A proposito di cose piacevoli, che è di sere Gianni da Settimello,

che tanto fece anch'egli per noi, e che sì cortesemente ci albergò

là in casa sua? Venendo in qua non ci siamo fermati da lui, perchè

troppo eravamo infiammati dal desiderio di riveder voi, ma ci fermeremo

tornando.

— Ah codesta non è cosa piacevole! Voi non troverete più a Settimello

il povero sere: Dio lo chiamò a sè non molti giorni dopo che la Bice si

fu partita di qua.

Così la Bice come Guglielmo si mostrarono dolentissimi della morte

del buon prete, e ne dicevano parole di alto rammarico, alle quali

teneva bordone la badessa, che, perdendo sere Gianni, aveva perduto un

suo amorevole e caro familiare, ed anche un fedelissimo consigliere.

Guglielmo poi si compiaceva nel ricordare i diversi tratti di bontà

e di accortezza, onde era stato testimonio ne' pochi momenti che era

stato con esso lui; e l'affetto che egli portava alla badessa, e le

parole di riverenza con cui sempre l'aveva udito parlarne: e qui,

tornatogli in mente la Simona, e quella sua schietta semplicità,

domandò a suor Anna:

— E quella sua buona fantesca, così piacevole femmina, e così valente

cuoca, che è essa divenuta appresso la morte del suo buon sere?

Saprestelo voi per avventura?

— La povera Simona, è tornata qua in Mugello, ov'essa è nata; ed abita

vicino di qui a poche balestrate. Essa è rimasta senza un bene al

mondo, e vive dall'assiduo lavoro, e dell'altrui carità: spesso capita

anche qui, dove io la adopero in qualche servizio del monastero, e

l'ajuto come posso, affinchè governi meno miseramente la sua vecchiaja.

Guglielmo mostrò gran desiderio di rivedere la povera Simona, che

tanto gli aveva ferito la fantasía quando fu là a Settimello; e suor

Anna promisegli che la mattina appresso l'avrebbe fatta venir qua al

monastero. Ma di un ragionamento in un altro il tempo passava, e già

si faceva notte, quando la badessa, invitati gli sposi ad entrare nelle

stanze che solevano riservarsi a' prelati e ad altre segnalate persone

che venissero di fuori, vi andarono insieme con lei, che vi avea fatto

apparecchiare quella cenetta che si potè più onorevole a tal ora e in

tal luogo; e mangiato con essi, e trattenutasi fino a gran notte, gli

lasciò; e tanto essa quanto gli sposi, andarono a letto col cuore pieno

di consolazione.

CAPITOLO XLVIII.

LA SIMONA.

La mattina per tempissimo la badessa fu in piedi, e ordinato il tutto

da sè medesima per l'asciolvere, mandò dicendo alla Simona che fosse

tosto al convento, che c'era un nobil messere venuto da Firenze, e

suo conoscente, il quale aveva mostrato desiderio di vederla: facesse

pertanto di venirci il meglio assettata che poteva. Quella povera

donna, avuta l'ambasciata, entrò tutta sottosopra: cercò nel soppidiano

le migliori vesti ch'ella avesse tra le sue robicciuole: si ripicchiò

tutta; si lisciò quanto più potè; e mentre andava di qua e di là

per la povera sua stanzuccia, o cercando questa cosa, o appuntandosi

quell'altra, diceva fra sè:

— Un nobile messere venuto di Firenze? Chi può egli essere costui?

Eh, il mio sere, buona memoria, conosceva tanti nobili messeri di

Firenze che spesso venivano da lui... E vuol veder me? E perchè vuol

veder me? Si ricorderà di qualche manicaretto... Non sarebbe egli il

negromante?.... Eh, da lui non ci vado io. E poi il negromante dalla

badessa! una così santa donna!... Nè lei il chiamerebbe un nobil

messere. Il bel cavaliere per avventura? Eh, andiamo, Simona, ti par

egli che un sì nobile, sì ricco e sì segnalato uomo quanto il sere mi

diceva essere quel cavaliere, volesse ricordarsi di te, e desiderar di

vederti?

E pur ringalluzzandosi tutta, continuava:

— Sì! o non mi disse il bel cavaliere tante cose benigne? o non mostrò

d'invidiare anche il sere, perchè avesse al suo governo una _valente

femmina_ mia pari? — proprio disse così: _valente femmina_; me ne

ricordo come se fosse ora, e ho tuttora nelle orecchie il dolce suono

di quelle parole.

E tra questa e altre diverse congetture, che tutte però ritornavano

in questa, compiutasi di mettere in punto, tutta bella che pareva

una sposa, si avviò al monastero, dove arrivò appunto in quella che

Guglielmo e la Bice avevan fatto l'asciolvere, e stavano nel cortile

dinanzi alla porta, respirando quell'aria pura e balsamica. Guglielmo

era vestito con l'abito civile alla fiorentina, e col capuccio in capo;

e la Simona, che appunto in quell'ora infilava in un assai lungo viale

di alberi che metteva nella corte, vide il cavaliere molto da lontano;

ma quell'abito alla civile, quella donna che vedevale accanto, le

cancellarono tutte le sue illusioni, e diceva tra sè e sè:

— È quello laggiù per avventura? Semplice ch'io fui! e io mi pensavo

che fosse il bel cavaliere colui che ha mandato per me? — E tutta

indispettita: — E mi son messa addosso quella po' di robicciuola dalle

feste per comparirgli innanzi più appunto ch'io potevo? E poi chi sa

chi è! Qualcuno forse di quei morti di fame di fiorentini che tanto

spesso venivano dalla buona memoria del mio sere a levare il corpo di

grinze.... E quella femminuccia che ha seco, che la par proprio una

rocca sconocchiata?

E sempre andava innanzi ogni passo più di mala voglia. Quanto per altro

più si appressava, e più le appariva gentile di aspetto e di persona

il cavaliere, e più bella e più aggraziata la donna. Intanto Guglielmo

avea ben riconosciuto la Simona, ed avviossole incontro insieme con la

Bice; nè le si furono troppo avvicinati, che anche la Simona ravvisò

il cavaliere, e ne rimase quasi interdetta diventando di mille colori.

Guglielmo, accortosi della costei confusione, si studiò di farle quel

più di coraggio che potè:

— Monna Simona, riconoscetemi voi? Non vi ricordate di quel cavaliere

che fu a Settimello con frate Marco de' predicatori? Mi ricordo ben io

di quella così garbata cena che voi ci faceste; nè, venendo in queste

parti, e sapendo che voi ci eravate, ho voluto partirmene che prima non

vi riveda. Che è dunque di voi? In quanto a sanità, vedo che n'è bene;

che mi parete più giovane di quando vi vidi la prima volta...

— Sire cavaliere — rispose la Simona, cui le benigne parole di

Guglielmo avevano tolta ogni peritanza: e fatto prima un riverente

inchino alla Bice, — ora vi ravviso, e son tutta confusa che un gran

messer vostro pari si sia ricordato di una povera fantesca... Ah! ma

neanche fantesca son più! — disse riprendendosi, e asciugandosi una

lacrima con la cocca del grembiale.

— Povera Simona! ho saputo la disgrazia del vostro buon sere, e quanto

dolore ne avete preso.

— Oh sì, donno Gianni era un buon prete: aveva anch'egli i suoi difetti

(il solo Dio senza difetti), mi faceva alle volte un poco disperare;

ma in fondo era una pasta di miele: e poi vederselo portar via a quel

modo?

— O di che morte morì donno Gianni, chè alla badessa non ne domandai?

— Sentite! era là sul finire del giugno; e c'era un ricco mortorio

laggiù alla chiesa di Sesto: era un caldo che non si respirava; e lui,

scambio di scegliere delle prime messe per andar così a bruzzico, e'

scelse delle ultime, facendo ragione di tornare a otta di desinare,

che appunto quella mattina mi aveva comandato uno de' suoi più cari

manicaretti. Che volete dire? tornò trafelato e con la lingua fuori

come i cani: — _Simona, un bicchier d'acqua_ — _Donno Gianni, vo'

siete così accaldato, l'acqua vi ucciderebbe_ — _Un bicchier d'acqua

fresca, ti dico_ — e io l'acqua fresca; che se la tirò giù con una

brama che non vi so dire, e volle il secondo bicchiere — _Oh! ora mi

sento riavere: il desinare è all'ordine?_ — ed io misi in tavola di

lì a pochi momenti. Mangiò e bevve con un appetito che non l'avevo mai

visto; ed un fiasco di quel buon vino che lodaste tanto anche voi, sire

cavaliere, e' se lo mise all'anima tutto da sè; chè ne aveva sin perso

la erre. Arrivati alla sera — _Simona, mi sento un certo non so che..._

— E poco appresso: — _mi viene un ribrezzo come di febbre: è in assetto

la camera?_ — e si avviò in camera per andare a letto. Non aveva messo

il piede sulla soglia dell'uscio che gli cascò la gocciola, e rimase

sul tiro...

E qui diede in un pianto dirotto.

— Su, via, monna Simona, — disse la badessa, che era venuta fuori

mentre la Simona raccontava la morte del prete — mostrati quella

valente femmina che sei; il cavaliere ha voluto vederti, ricordando

la piacevolezza tua, e la tua valentía nel cucinare: fa dunque di non

lo rattristar troppo; e se non ti grava, fa che oggi tu cuocia tu il

desinare a lui, e alla sua gentile sposa.

La Simona, lusingata da queste parole, e dall'assentire del cavaliere e

della Bice, riprese ben tosto il suo lieto umore.

— Oh Dio, madonna la badessa, io, una povera villana cuocere per sì

nobili e gentili persone? — e poi volta alla Bice con garbatissimo

inchino... — Madonna, voi siete la donna del bel cavaliere? Siete

la più bella dama e la più gentile che abbia veduto a' miei giorni:

messere Domeneddío vi dee avere assortito egli proprio con le sue mani;

ed egli senza fallo vi prospererà sempre per lunghi e lunghi anni.

— Gran mercè, buona Simona, del vostro lieto augurio: vedo proprio che

il mio Guglielmo aveva ragione a parlar così bene di voi, ed ho caro

molto ch'egli vi abbia qui fatto venire.

Se la Simona si pavoneggiasse di queste dolci parole, e di tutte

le altre dimostrazioni, non è da domandare; e fatti altri pochi

ragionamenti di questa natura, la badessa, voltasi alla buona femmina:

— Su via, monna Simona, ora metti il cervello a partito per mostrarti

anche a madonna Bice qui a S. Piero, quella valente cuoca che già ti

mostrasti al suo messer Guglielmo laggiù a Settimello.

E la Simona, biasciate alla meglio poche parole di scuse smorfiose, si

avviava in cucina, quando, come sovvenendosi di qualche cosa:

— Madonna la badessa, ma la suora che cuoce qui per il monastero mi

guarderà ella a traverso?

— Va va! suor Taddea l'è bonaria femmina, ed anzi te ne vorrà bene.

Pensa solo a far vedere chi è la Simona.

Cecco d'Ascoli: racconto storico del secolo XIV · 第 21 / 26 段